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31 March 2014 @ 09:12 pm
[Kuroko no Basket] Light of my eyes  
Character: Taiga Kagami; Testuya Kuroko; other;
Pairing: TaigaxTestuya {Kagakuro};
Rating: PG
Genre: Fluff
Words: 2253
Prompt: A036 [KUROKO NO BASKET] Kagami Taiga/Kuroko Tetsuya, singlefather!Kagami e maestro!Kuroko
Warning: Shounen-ai, AU, kid!fic
Disclaimers: I personaggi di Kuroko no basket appartengono a chi di diritto.
Scritta per il Gransorpresa Challenge @ maridichallenge

{ kaasan }
La sua voce nella notte a riempire la stanza da letto.
{ kaasan }
Le sue lacrime, seduto tra il buio e le coperte ricolorate di nero.
{ kaasan }
Le mani piccole sollevate verso la porta, alla disperata ricerca di un abbraccio materno che non c'è più.
Non c'è più…


Le braccia di Taiga si strinsero intorno al corpicino del bambino, sollevandolo gentilmente dalle lenzuola per offrirgli le proprie gambe su cui accoccolarsi. I singhiozzi del più piccolo riempivano la stanzetta, rimbalzando tra le pareti e sbattendo contro il piccolo armadio, per tornare a gocciolare sul futon e sul petto del rosso.
Sei anni. Dio, quanto era passato dall'ultima volta in cui era stato in Giappone.
Sei anni. Ed era tutto cambiato, lui per primo.
«Shss, va tutto bene, Hikari, è stato solo un brutto sogno. Ci sono io adesso.»
Il bambino singhiozzò, aggrappandosi con tutte le sue forze alla maglia del più grande; minuscole manine di un candore niveo affondate in un mare di rosso.
Taiga gli sorrise con la dolcezza di un padre, baciandone i capelli spettinati che odoravano ancora del proprio shampoo, con cui il piccolo aveva voluto giocare, svuotandolo. Erano rossi e ribelli, esattamente come i suoi.
«Papa.» la vocettina del bambino era stata sottile, un soffio d'aria contro la sua maglia «Stai qui?»
Annuì.
«Va bene.»
Lo strinse più forte, si lasciò scivolare sdraiato sul futon, coprendo entrambi con le lenzuola e attese che il bambino si riaddormentasse, guardandolo strizzare gli occhi, come se potesse richiamare il sonno più velocemente in quel modo.
Sei anni trascorsi lontano dal Giappone, il college americano lasciato un anno prima della laurea, una borsa di studio per il basket gettata nella spazzatura, una madre troppo giovane per portare avanti una vita con un bambino ed un figlio. Suo figlio.




~




Le mattine del lunedì erano le più difficili, quelle in cui la routine ricominciava con prepotenza, gettandolo giù dal letto.
Taiga correva da un lato all'altro del minuscolo appartamento di periferia, raccogliendo panni abbandonati a loro stessi da secoli, inciampando su giocattoli lasciati nel mezzo del corridoio, controllando i fornelli, appallottolando il riso degli onigiri e infilando il pranzo inscatolato nello zainetto di Hikari.
«Paaaapa~» urlacchiò il bambino, agitando le braccia, per incitarlo «Daaai~»
Era facile per lui, con le labbra arricciate sul visetto paffuto, il broncetto indispettito dall'attesa e la fatica lasciata all’uomo. Uomo. A ventisette anni ancora da compiere e con un lavoro di cui doveva ancora sostenere il suo primo colloquio, non era sicuro di potersi già definire un uomo, anche se la presenza di Hikari, in un certo senso, lo invecchiava.
«Hei, non hai il permesso di mettermi fretta, sai!» l'indice di Taiga si puntò sul nasetto del figlio, pungolandolo con dispetto, senza alcuna forza. C'erano voluti anni di pratica per non temere più di romperlo e imparare a dosare la propria forza con naturalezza: delicato nel sistemargli gli abiti, gentile nell'arruffargli i capelli e sicuro nel prenderlo in braccio.
«Invece sì!» lo imitò Hikari, muovendo il braccetto verso di lui, sollevandosi sulla punta di scarpe da basket in miniatura nere e rosse, per cercare di colmare la distanza che c'era tra loro, infinita agli occhi del bambino «E' colpa tua! Tua!»
«Non è vero! Quando hai visto che non ho sentito la sveglia, avresti dovuto svegliarmi tu!»
«Ma tu l'hai rotta la sveglia!»
«Ugh…»
Boccheggiò davanti all'ovvietà con cui il figlio gli aveva risposto, spalmandogli in faccia la triste verità di un risveglio che si faceva sempre più difficile.
Sospirò e si segnò mentalmente di ricomprare una sveglia, insieme alla spesa che avrebbe dovuto fare quella sera.
Riso. Pesce. Miso. Spaghetti. Gamberi. Patate. Shampoo.
Sveglia.
Che palle.





~

Erano stati fortunati nella scelta della scuola, ne avevano trovato una a pochi isolati da casa e Taiga aveva potuto rimandare la spesa di un’auto a data da destinarsi.
«E se non mi piace?» Hikari si teneva aggrappato ai suoi jeans con una mano, agitando più veloce le gambe per stare dietro ai passi più ampi di suo padre. L'altro braccio circondava un pallone da basket, premendolo contro il petto con tutte le proprie forze, per non farlo cadere, nel timore di perderlo.
Taiga chinò il capo verso di lui, tirando la spallina dello zainetto che gli rimbalzava sulla spalla destra.
«Cosa?»
«La scuola.»
Gli sorrise, senza sapere che cosa dire davanti ai due occhioni azzurri che lo guardavano come se avesse avuto una risposta per ogni domanda sulla vita, sul mondo e sull’universo. Ne aveva sempre avute poche, invece, trovandosi più spesso spiazzato dalla curiosità del bambino, dai suoi perché, dai suoi per come e dai suoi e se.
«Vedrai che ti piacerà.» rispose scontato, eppure Hikari annuì, come se non avesse avuto bisogno di sentirsi dire altro per credergli, pieno della fiducia cieca che solo i bambini posseggono.
Strofinò il volto contro la pelle ruvida del pallone, per prendere coraggio e porgere un'altra domanda, facendola sembrare così importante che Taiga dovette fermarsi e chinarsi verso di lui, per ascoltare meglio.
«E se sarò io a non piacere agli altri?»
«Bah, sciocchezze. Piaci a me, questo significa che devi piacere per forza a tutti.»
«Ma… ma tu non vali…»
«Ugh… questo mi spezza il cuore.»
Allarmato, Hikari sollevò le braccia verso di lui.
«No, no! Non è vero, scherzavo, tu valissimi!»
«Ah!»
E, sgranando gli occhi nella stessa identica espressione, padre e figlio rincorsero il pallone, rotolato via.




~




Era arrivato presto, come tutte le mattine.
Gli piaceva ammirare il silenzio dell'aula ancora vuota e dipingerla con gli occhi, spennellando qua e là gli schiamazzi dei bambini, i colori vivaci dei loro abiti, i capelli biondi di Ryota tirati da Yukio, gli sbadigli annoiati di Atsushi sdraiato sul piccolo Tatsuya o gli ingombranti portafortuna di Shintarou.
Le prime voci dei genitori arrivarono dalla finestra aperta affacciata sul cortile, piene delle solite raccomandazioni o del nome di Daiki che aveva già iniziato a scorrazzare su e giù per il corridoio, insieme alla piccola Satsuki e ai suoi vani tentativi di richiamarlo all’ordine. Con quei suoi capelli rosa e il sorriso zuccherino, sembrava sempre una piccola fata appena uscita da una bomboniera alle prese con un folletto dispettoso.
Al suono della campana, si aspettò di vederli entrare per primi, seguiti dagli altri bambini, invece il mondo si tinse di rosso. Il rosso di una zazzera di capelli spettinati sul capo e occhi ferini che lo fissarono a loro volta.




~




«Credo sia qui.» borbottò piano Taiga, per non farsi sentire dal figlio. Tra il trasloco e la ricerca di un lavoro, non aveva avuto il tempo di controllare anche la scuola elementare; sapeva che ce n’era una e aveva immaginato – sperato – che potesse trattarsi dell’edificio dalle mattonelle giallo limone che da subito aveva attirato la sua attenzione. Difficile non farlo, quando sei un pugno in un occhio in un'anonima via di edifici grigi.
In qualche modo, però, lo trovava piacevole. Luminoso. E, se doveva far frequentare una scuola ad Hikari, perché non una che si adattasse al suo nome?
Alcuni bambini si gettarono all’interno dell’edificio, seguito da genitori esasperati, nonni pazienti, fratelli maggiori, sorelle più grande e poi da lui, che spiccava nel gruppo di adulti tanto per il colore dei capelli (un pugno in un occhio, esattamente come il colore di quella scuola) quanto per l’altezza spropositata.
«Siamo perfino in tempo.» commentò, sul suono della campanella.
«Mhm.»
Hikari continuava a starsene aggrappato alle sue gambe, intimidito dalle facce nuove che gli si erano presentate davanti. Quando entrambi si affacciarono alla porta dell’aula, il bambino trattenne il fiato, aspettando di vedere qualcosa di straordinario, come il muso di un drago che suo padre avrebbe dovuto sconfiggere per poter entrare o il porro di una strega pronta a lanciare incantesimi.
Invece, entrambi, si specchiarono in occhi di un colore identico al suo.
Il colore degli occhi di kaasan.




~




«Ohè, ojiisan, così non possiamo passare!»
Per un attimo avevano pensato che il tempo si fosse fermato, ma la vocettina supponente di uno dei bambini aveva da subito ridato vita alle lancette.
Taiga si voltò, troneggiando minaccioso sulla figuretta di un bimbo dalla pelle scura e il ghignetto sardonico, compiaciuto per la reazione suscitata nell’adulto.
«C… come mi hai chiamato, marmocchio?»
«Ojiisan!» ribatté il piccolo e, poco dopo, un coro di «Ojiisan! Ojiisan! Ojiisan!» si levò da tutta la comitiva di bambini, insieme al pigro masticare di una merendina da parte del bimbo più alto, poco interessato a fare da pappagallo.
«Ma che… maledetti mocciosi…»
«La prego di scusarli.»
Aveva notato solo con la coda dell’occhio un’ombra muoversi, ma aveva dato la colpa alla suggestione e, quando la voce maschile lo raggiunse dal lato destro, si voltò sorpreso a guardare il ragazzo accanto a lui, che aveva chinato il capo in segno di scuse. Era sempre stato lì?
«Ah… eh… non… non fa niente…»
Il ragazzo risollevò il capo; per la seconda volta, Taiga si ritrovò a specchiarsi in un oceano azzurro sconosciuto e, al contempo, familiare.
«Sono il maestro della prima classe, Kuroko Tetsuya. Piacere di conoscerla.»
Se possibile, la posa formale e l’espressione quieta del maestro lo misero ancora più a disagio.
Nella propria infanzia non ricordava di aver mai avuto maestri così giovani, a parte Alexandra, ma questo, se non fosse stato per l’aria di tranquilla neutralità che trasmetteva, l’avrebbe considerato nulla più che un ragazzino.
«Kagami. Taiga.» si presentò a sua volta, forzato e sintetico.
«Papa…» più in basso, Hikari aveva nascosto il volto contro la coscia del padre e lo chiamò in un pigolio poco udibile.
«Oh. Lui è Hikari.» lo sguardo brillò d’orgoglio, gonfiandosi di una dolcezza improvvisa quando aggiunse «Mio figlio.» per poi farla sparire all’istante, studiando con durezza la reazione del maestro.
Veniva accolto troppo spesso dalle solite reazioni sui volti di chi scopriva in lui un ragazzo padre: compassione, biasimo, turbamento. Sul volto di Kuroko, tuttavia, trovò solo la quiete di laghi di montagna e un sorriso cordiale che gli accese un piacevole tepore nel petto.
«Papa, digli anche l’altra cosa…» bisbigliò il figlio, intromettendosi timidamente.
Taiga sorrise, affondando le dita tra i capelli del figlio.
«Non è un nome da femmina.» specificò. Trattenne tra i denti un’imprecazione diretta mentalmente all'ufficio dell’anagrafe americano che aveva scambiato la “ru” finale del nome, con quella stupida “ri”. Era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso della pazienza già troppo labile della madre di Hikari; aveva pianto quando Taiga si era lamentato della vecchia dell’anagrafe e del suo pessimo udito e gli aveva detto che non avrebbe potuto farcela, che non era mai stata quella la vita che aveva voluto per sé. Per loro.
Stupido, maledetto, nome… Stupido, maledetto, lui…
«È un bel nome.»
Il commento di Tetsuya illuminò i pensieri di Taiga con la dolcezza di un timido raggio di sole.
Gonfiò il petto, sentendo di nuovo l'orgoglio invaderlo.
«Hai sentito?» si rivolse ad Hikari e il piccolo annuì, contento.
Testuya li studiò per un po’, scoprendo in loro lo stesso identico sorriso, riscoprendosi a sorridere a propria volta, per poi notare il pallone trattenute dalle dita piccole del bambino.
Si inginocchiò.
«Ti piace il basket, Hikari-kun?»
La testolina rossa tentennò qualche lungo istante. Annuì piano, abbracciando più stretto il pallone e le guance si imporporarono, facendo risaltare ancora di più i due enormi occhi cerulei.
«Anche a me piace. Se vuoi possiamo giocare insieme.»
«Da-davvero?»
«Sì.»
Furono le parole magiche per arrivare dritto al cuore del bambino e Hikari si innamorò del nuovo maestro.




~




Allenatore Kagami.
Si era rigirato mentalmente il suo nuovo ruolo per tutto il tragitto fino alla scuola elementare, sotto il sole aranciato del pomeriggio, impaziente di raccontarlo a suo figlio per sentirsi un padre meritevole e sapere di star facendo le cose per bene.
Si fermò al cancello dell’edificio di mattonelle gialle, guardando verso il cortiletto. Tra bambini che correvano e rincorrevano un pallone da basket, c’era suo figlio, che volava verso il canestro, stretto ai fianchi dalle mani di Kuroko, nel tentativo di fare una schiacciata.
«Più in alto! Più in alto!» urlava, mentre gli altri bambini pregavano il maestro di prendere in braccio anche loro, e sorrideva con infantile spensieratezza, lo sguardo limpido, senza più quell’ombra amara che era stata la mancanza di sua madre e di braccia gentili che lo stringessero con affetto.
Taiga rimase a lungo a guardarli, a memorizzare i tratti fini del maestro e il suo contagioso desiderio di giocare che metteva voglia di giocare per sempre, così diverso dalla pacatezza con cui lo aveva accolto in classe. Ancor prima di capire come fosse stato possibile, senti di essersene innamorato.




~




«Ah! C’è ojiisan!»
«Ojiisan! Ojiisan! Ojiisan!»
«Basta chiamarmi così, dannati mocciosi!»
«Papa! Hai visto? Ho fatto canestro!»
«Vieni a giocare anche tu, ojiisan!»
«Dai-chan, sii più gentile!»
«Sta' zitta, Satsuki, io sono gentile! Gli ho chiesto di giocare, no?»
Taiga storse il naso, avanzando sul campetto improvvisato in cui regnava un unico canestro, troppo basso per lui e il suo metro e novanta.
La palla rotolò ai suoi piedi. La raccolse, rigirandosela tra le mani con la disinvoltura di un vecchio giocatore, con ogni partita giocata tatuata sulla pelle e nella mente.
«Kagami-kun.» raggiungendolo, in piedi di fronte a lui e con il sorriso sulle labbra, Tetsuya tese la mano «Ti va di giocare con noi?»
Non c’era stato nulla di romantico in quella domanda, era nata spontaneamente, circondata dalla voce squillante di una classe di bambini e dall’odore di primavera portata dai fiori di ciliegio, eppure quell’incrociarsi di sguardi, mentre restituiva il pallone al maestro, lo fece sperare in qualcosa di più.
In una vita passata a giocare con lui e a guardare suo figlio sorridere felice.
«Perché no!»




~




«Papa…»
Una voce a riempire una camera diventata ormai troppo piccola, ma piena di un calore familiare.
«Papa…»
Il suo sorriso birichino, in piedi a saltellare sul materasso già riempito da due corpi che piano si muovono, mentre due paia di occhi – rossi e azzurri – si aprono al mattino.
«Papa! Dai~ o facciamo tardi per la tua prima partita! Tetsu-otousan, diglielo anche tu!»
Le mani piccole gettate al collo dei due ragazzi e quel bisogno disperato di affetto, finalmente sfamato.