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28 February 2014 @ 10:08 pm
[Supernatural RPS] J. || #13. Three Months  
Character: Jared Padalecki; Jensen Ackles; Chad Michael Murray; Sandra Mccoy; Joanna Krupa
Pairing: JensenxJared {j2},
Rating: Nc-17
Genre: Slice of life, Fluff, Romance, Erotico, Melancoly
Word: 4.543
Disclaimers: Gli attori appartengono tutti a loro stessi, con questa fic non si vuole assolutamente discutere i loro gusti sessuali, le loro scelte di vita o quant'altro. E' una fic scritta senza scopo di lucro e senza la pretesa di poter dire di "conoscere" i personaggi che qui si muovono perchè no, non li conosco affatto e in questa fic c'è soltanto la loro idealizzazione.
Capitoli precedenti: 01 - 02 - 03 - 04 - 05 - 06 - 07 - 08 - 09 - 10 - 11 - 12 - 13



J.
[The amazing guys]

#13. Three Months
Il Gennaio del 2006 aveva spalancato le porte ad un nuovo frenetico anno.
Le riprese erano ricominciate subito dopo il giorno della Befana e, tornati a Vancouver, Jared e Jensen si erano ritrovati catapultati nel magico mondo degli spot in rallenty e dei flash per le copertine delle riviste che ospitavano le loro interviste.
A casa finivano sempre per gettarsi a letto stanchi morti, sul set non avevano avuto un momento di tregua o il tempo di scambiare più di qualche Howdy, che si era rafforzato dell’accento texano delle rispettive famiglie e, le volte che si trovavano insieme, era solo per girare nuove scene di Supernatural. Nulla di intimo.

Nonostante la stanchezza che iniziava ad accusare dopo la prima settimana e mezzo, Jensen era stato felice di tutti quegli impegni e del fatto che non ci fosse materialmente tempo per pensare ad altro. Non a Jared, non a Joanna, non a quello che si erano detti, né a quello che lui poteva rappresentare per il collega.
Stravolto da un’altra giornata che stava finalmente volgendo al termine, si lasciò cadere su una delle sedie pieghevoli più vicino ai fari, puntati sul set fotografico montato al volo per un magazine di cui aveva già dimenticato il nome a favore di quelli del fotografo e delle sue tre assistenti dalla voce troppo acuta e il profumo troppo intenso. Non era stato risparmiato dal mal di testa, lo aveva colpito già da metà mattinata e, con tutti quei profumi mischiati nell’aria quando le tre gli si avvicinavano per sistemare il trucco, i capelli o il colletto della camicia, farlo passare era stato impossibile.
«Man! Ma sono delle piovre!»
Quando la voce di Jared si fece violentemente largo tra i suoi pensieri, il mal di testa e il braccio che teneva piegato contro il volto, con la testa reclinata all’indietro sulla sedia, non riuscì ad evitare di sorridere. Ignorò quella stilla al petto, decidendo di non dargli l’importanza che meritava – perché non la meritava, non significava nulla, così come le stronzate di Joanna! – e, muovendo la mano libera a tentoni, cercò di indicargli la sedia accanto a sé, sicuro che ce ne fosse una perché c’era sempre una sedia accanto a lui, per Jared.
C’era, infatti, ed il più giovane riprese a lamentarsi, gesticolando animosamente e, cercando il contatto fisico con Jensen ogni tre parole, toccandogli il braccio, il gomito, la gamba, ricalcando i movimenti ossessivi delle tre assistenti (che, per chiarezza, non erano neppure interessate a loro due, troppo giovani, ancora troppo bambini con i loro 23 e 27 anni) o anche solo per assicurarsi che fosse vivo, che fosse vero.
«Non so come tu sia riuscito a sopravvivere, ma quelle tre sono dei mostri tentacolari. Non faccio in tempo a riuscire a liberarmi delle mani di una, che le altre due mi si stanno già avventando contro!»
«E pensare che ci sono uomini che potrebbero ucciderti pur di essere al tuo posto.» borbottò stancamente Jensen, sobbalzando internamente ad ogni contatto con Jared.
«Possono accodarsi alle donne che vogliono uccidermi per essere al mio posto e recitare insieme a te.»
«Mi assicurerò che non accada tanto presto. Ma a ben pensarci sei fortunato, tanto, quello che rischia di più, oggi, è il tuo nuovo amico Ray.» si morse la lingua, dandosi dell’idiota per non essere riuscito a frenarla in quelle ultime quattro parole.
Ray era il nome del fotografo. Raymond Mcqualcosa, che da bravo scozzese aveva capelli rossi, un mucchio di lentiggini sul volto, grandi occhi verdi e, per tutto il tempo, aveva minacciato Jared di farlo vestire con il suo kilt, se non l’avesse smessa di far ridere le sue assistenti e di distrarre gli addetti alle luci e il mondo in generale. E Padalecki, ovviamente, l’aveva presa come una sfida personale a dare il peggio di sé.
Tipico!
Eppure a Jensen era sembrato che, in qualche modo, si divertisse troppo, quasi volesse attirarne l’attenzione.
Giurò a se stesso che non era questo il motivo per cui non riusciva a trovare simpatico quel Ray.
Jared scrollò le spalle.
«Non credo che lui rischi più di tanto.»
«Perché?»
«Perché non è interessato a nessuna delle sue assistenti.»
«Strano. A parte i litri di Chanel numero 5, 6 o quello che è, non sono niente male.»
«Già.»
Un lampo attraversò la mente di Jensen, colpito dal tono della risposta di Jared in cui aveva letto una sorta di aspettativa, quasi stesse attendendo di vederlo risolvere un puzzle con quell'unico pezzo piazzato proprio davanti ai suoi occhi. Scattò seduto dritto, spostando il braccio, gettando il capo in avanti e poi voltandosi, guardando solo in quel momento l’amico e scoprendo il sorrisetto malizioso che gli dipingeva le labbra. L’impulso di distogliere lo sguardo e allontanarsi lo fece temporeggiare.
«Wait.» iniziò a capire e la sua, invece di essere una domanda, fu un'affermazione sicura: «Quando dici che non è interessato a nessuna delle assistenti, intendi che non è interessato alle donne in generale.»
«Già.»
«E tu lo sai… perché?»
Il più giovane ammiccò e Jensen spalancò la bocca, quasi fosse stata una bestemmia.
«Oh c’mon, Jared! Seriously? Quando?»
«Un quarto d’ora fa?»
«E tu?»
«E io che?»
«Lo sai!»
Se qualcuno avesse assistito da più vicino al loro scambio di frasi, si sarebbe perso nelle parole non dette, negli sguardi d’intesa e nel modo in cui l’uno sembrava leggere nella mente dell’altro, senza timore di fraintendere o sbagliare, con la naturalezza di chi si conosce da una vita e condivide la stessa anima.
Jared rise, una risata fragorosa e Jensen sentì un’altra fitta al petto.
«Gli ho detto che ero lusingato, ma che non sono il tipo da una sveltina e via.» parlava imbarazzato, guardandosi intorno per rifuggire lo sguardo del collega, senza sapere che fossero state le proprie parole a farlo ricominciare a respirare «E poi gli ho spiegato che non mischio mai il dovere con il piacere.»
Ackles annuì senza sforzarsi di apparire convinto.
«A-ah, ricordami ancora una volta come l’hai conosciuta la tua ex e il tuo amico Chad.»
«Jensen, non fare il pignolo, a nessuno piace chi fa il saccente, anche se ha una bella faccia e due occhioni verdi.» lo prese in giro lui. Si nascose dietro alle battute e ad una nuova risata, senza dirgli che per un attimo gli era passato per la testa di accettare le avances di Raymond, di chiudersi in qualche sgabuzzino con lui e scopare, scopare, scopare, solo perché aveva il volto tempestato di lentiggini e due grandi fottuti occhi verdi. Ma non erano quelli giusti. E, quando Jared gli aveva chiesto come fosse riuscito a capire con tanta sicurezza le sue inclinazioni sessuali, lui gli aveva risposto che gli era bastato osservarlo attraverso l’obbiettivo della sua macchina fotografica: aveva catturato all’istante lo sguardo di totale devozione che assumeva ogni qualvolta guardava Jensen Ackles.
Shit…

Con l'inizio di Febbraio, gli impegni iniziavano a scremarsi e a dare ai due attori quel po' di respiro che sarebbe servito per non cedere allo stress e non rischiare che i capelli biondi di Jensen iniziassero già a virare verso il brizzolato. Era troppo giovane per avere un look alla George Clooney!
Erano passati mesi dalla rissa al Buldog bar e dalla mano rotta di Jared, ma, proprio in quei giorni, la produzione aveva concluso la documentazione necessaria all’assunzione ufficiale di una guardia del corpo. Avevano già avuto modo di conoscere l’uomo, Clif Kosterman, che si era saltuariamente occupato anche di far da autista ai due ragazzi e che, da quel momento, sarebbe diventato la loro ombra negli eventi pubblici.

L’ufficio provvisorio a Vancouver di Robert Singer si trovava vicino al set numero uno. Mancavano poche puntate alla fine della prima season e, da quando la CW aveva annunciato di star decidendo sul rinnovo o meno della serie, quell’ufficio era diventato molto più provvisorio del solito, anche per i vari avanti e indietro da Vancouver a Los Angeles e ritorno del direttore.
Entrando, Jared e Jensen sapevano cosa aspettarsi, non per nulla era stato rinominato Paper Room. Fogli di carta, plichi, piantine di Vancouver, dei dintorni e dell’America in generale, disegni di mostri, di location, di costumi, prototipi del Diario di John, copioni stropicciati, strappati, pasticciati, chiusi e aperti, fotografie, negativi, calendari con gli appuntamenti segnati e cancellati, riviste, appunti scritti a mano e stampati da pc, libri horror, sceneggiature passate, vecchi giornali, nuovi giornali, bollettini meteo e grafici degli ascolti. Ettari di foreste distrutte per essere racchiusi in una stanza soltanto; stipati negli scaffali e nella libreria, appesi a ricoprire interamente le quattro pareti e impilati disordinatamente su una delle due lunghissime scrivanie o, addirittura, ai piedi di quella a cui, in quel momento, stava lavorando Robert.
Per entrare nella Paper Room era necessaria una buona dose di coraggio e di agilità – anche se, nonostante tutto, Jared era riuscito, in qualsiasi visita privata al direttore, a buttar giù qualcosa, facendosi cacciare con la minaccia di venir ucciso nel sonno. A causa della sensazione di claustrofobia e del caos che vi regnava, era nata perfino una classifica tra coloro che riuscivano a rimanere più tempo nell’ufficio; dopo quasi un anno, il nome di Ackles resisteva ancora in cima alla lista, insieme a quelli degli showrunners.
Accomodato al pc, Robert si era tolto gli occhiali da vista, per strofinarsi gli occhi e regalare un’occhiata ammonitrice all’indirizzo di Jared, esortandolo silenziosamente a non mandare di nuovo all’aria ore di lavoro con il suo toccare di qua e di là, manco fosse un bambino di cinque anni.
Jared aveva risposto con un sorrisetto briccone, un “eheheh” gongolante che prometteva le peggio catastrofi e Jensen era stato costretto ad intervenire, tirandogli un pizzicotto al fianco e prendendo parola, una volta richiusa la porta di vetro alle loro spalle.
Ormai si trovavano in quell’ufficio da diversi minuti e quello che avevano risolto era stato molto poco.
«Non che abbia qualcosa contro Clif, è un brav'uomo e mi piace, davvero, ma è proprio necessario?» rincarò Jared, dopo l’elenco dei motivi per cui potevano badare a loro stessi, senza bisogno di una guardia del corpo che li placcasse in perfetto stile spy-movie. Non che non fosse "assolutamente una figata, ora so cosa prova Bush le volte in cui lascia la Casa Bianca!", ma dopo le risate era rimasto solo il disagio.
Robert si spinse con la schiena contro lo schienale della poltroncina ergonomica, reclinata sotto al suo peso.
«Sapevate che questa sarebbe stata una possibilità.» rispose.
«Sì, ma non pensavo ci si arrivasse davvero. Speravo che si sarebbe conclusa con qualche lezione di karate o kick boxing.»
«Jared, non sei simpatico.» lo rimproverò l’uomo.
Jared si voltò verso Jensen e, l’amico ciondolò piano il capo a destra e a sinistra, prima di muovere le labbra lentamente, perché l'altro potesse leggere sul labiale la frase “Un po’ sì.”, rassicurandolo.
«A parte gli scherzi, Bob, non ti sembra un po' esagerato?» tentò Ackles. Era stato in silenzio quasi tutto il tempo, lasciando che parlasse il collega, ma tra i due era lui quello più restio ad affidarsi ad un tizio che conosceva giusto perché gli faceva d'autista.
«Ragazzi, non sono io quello che si è rotto una mano in una rissa.»
«Se è per questo non sono neppure io…»
«Percepisco un tono accusatorio in questo ufficio.» mugugnò Jared, incrociando le braccia al petto.
Jensen gli si spinse contro, in un movimento involontario in cui la spalla cozzò piano contro quella del più alto, prima di sentire, nel punto in cui si erano scontrate, una scossa elettrica. Aggrottò la fronte, rimettendo le giuste distanze. Dover ricordare a se stesso di smettere di mostrare tutta quella confidenza a Jared e limitare i contatti, iniziava a diventare sempre più difficile. E innaturale. Maledettamente innaturale.
«Se la scusa del "è per la vostra incolumità" non vi sta bene, pensatela come…» il regista abbassò gli occhi allo schermo del portatile, nella speranza di trovare spunti su qualche scusa da rifilare ai due e convincerli che era la scelta migliore, che la produzione era d'accordo, che Clif aveva già firmato il contratto e che, per una buona volta, potevano fingere di dar retta a chi firmava i loro assegni, invece di tentare di farlo morire d'infarto.
«Una nuova esperienza?» suggerì Jensen.
«Sì, esatto. Andata?» sperò Robert, grato al ragazzo di aver avuto pietà di lui.
«Mica tanto.»
«Facciamo di sì invece e non parliamone più.» decise.
Jared sbuffò.
«È sempre un piacere discutere con te, Bob.»
«Grazie Jared, so che lo dici col cuore. Ora, vi prego, sparite e lasciatemi affogare in pace tra le scartoffie, che non ho ancora finito di revisionare le nuove aggiunte al copione e tra meno di mezz'ora riprendiamo a girare.» mosse la mano ad indicare la porta, mentre tornava a prestare attenzione ai fogli di word aperti sul pc.
Ai due attori non rimase altro che andarsene.
Fu Jared a chiudere la porta, un po' troppo forte in effetti e Robert guardò con timore le pile di fogli traballanti sull'altra scrivania. Scosse il capo, pregandoli in bisbigli disperati di non crollare e, quando questi si riassestarono senza creare alcun danno, sospirò di sollievo.
«Grazie al cie…»
Purtroppo, ancor prima che terminasse la frase, dal muro caddero le due cartine di Vancouver, con tanto di segnalini colorati che indicavano le location in cui girare, ora sparpagliati per terra.
«…»
Padhurricane aveva mietuto l'ennesima vittima.
«JARED, LA PROSSIMA VOLTA TI LICENZIO E AL TUO POSTO PRENDO UN BABBUINO!»

Quando l'urlo di Robert Singer si levò alto per l'edificio che ospitava gli uffici dello staff, Jared e Jensen avevano appena fatto in tempo a girare l'angolo del corridoio, riprendendo a parlottare sulla questione bodyguard e sul fatto che, almeno, fossero fortunati si trattasse di Kosterman. Era un uomo tutto d'un pezzo, in qualsiasi senso la si volesse mettere, ma, per il poco che avevano potuto conoscere, sembrava sufficientemente alla mano.
Se erano fortunati, non avrebbero rischiato di venir legati ad una sedia nei loro tentativi di sfuggire al suo controllo o qualora avessero dimenticato di avvertirlo di eventuali spostamenti dell'ultima ora.
Proprio il diretto interessato si presentò sullo stesso corridoio, uscendo da uno degli uffici del piano in cui, probabilmente, era stato trattenuto per le ultime questioni burocratiche.
I due si fermarono a salutarlo con un pacato «Hei.» a cui l'uomo rispose con un cenno della mano e uno sguardo perplesso rivolto a Jared e alla sua gomitata verso Jensen.
«Chiediglielo tu.» mormorò, attento a farsi udire solo dal collega.
«Perché dovrei farlo io?» bisbigliò l'altro, di rimando.
«Perché ha una pistola e non voglio che spari al mio di culo.»
«Jared sei…» tacque, prese un profondo respiro e decise che non valeva neppure la pena insultarlo. No, avrebbe invece usato un approccio diplomatico per fargli capire che, 'sta volta, doveva cavarsela da solo: gli sorrise, si scostò di lato e, impietoso, rispose con un secco «No.»
Fu così che Diplomazia divenne il secondo nome di Jensen.
Jared incurvò le labbra all'ingiù, in un'espressione desolata, nella speranza di impietosirlo, ma il più grande ebbe la buona idea di tornare a guardare Clif, che incombeva confuso su di loro e l'altro si arrese.
«Ehm…» fece, in direzione della neo guardia del corpo.
L'uomo incrociò le braccia. Gli bastavano solo un paio di occhiali con le lenti nere e sarebbe stato davvero perfetto nel suo nuovo ruolo.
«Con parole tue, Jared.» incitò.
Jared lo studiò per qualche secondo.
«Visto che da oggi passeremo più tempo insieme…» iniziò, avvicinandosi all'uomo e arrischiandosi perfino a posargli una mano alla spalla massiccia, recuperando tutta la sua faccia tosta «Qualche volta la Limo la posso guidare io?»
Clif guardò Jared, poi Jensen – che in tutta risposta già scuoteva allarmato la testa, pronto ad usare anche i segnali di fumo, se fosse stato necessario – e tornò sul più giovane.
«Questo» cominciò lentamente a parlare, per assicurarsi che il ragazzo non si perdesse una parola «Non. Avverrà. Mai.»
«Ma che cazzo! Prima Jeff, ora Clif. Chi sarà il prossimo a mostrare così poca fiducia nelle mie doti di pilota, eh?»
Jensen rise, lasciando una pacca amichevole alla sua schiena, in un contatto che, questa volta, fu più ponderato e durò poco, troppo poco.
«Ora hai capito perché l'Impala la guido io?» e, sfilando accanto a Clif, li salutò, per dirigersi dalle make-up artist che li aspettavano entrambi prima delle nuove riprese.

Alla fine di Febbraio, i due attori si erano già abituati all'idea di una bodyguard, mentre Clif aveva avuto tutto il tempo di pentirsi di aver accettato l'incarico, scoprendo quanto faticoso fosse tenere il passo con quei due. Sapeva che con Jared avrebbe sudato, ma non aveva mai capito quanto il ragazzo riuscisse ad avere una pessima influenza sul compagno di giochi, trascinandolo nelle sue stronzate una volta sì e l’altra pure. E Jensen, per quanto avesse provato a tirarsi indietro, a mantenere quel minimo di distanza di cui continuava a convincersi di aver bisogno, aveva ceduto ogni volta.
«He's got some charm. I'll give him that. He's good some old Southern charm. It doesn't go very far with me, but I see it goes far with you guys.» aveva detto una volta, davanti a una platea di fan adoranti. Ma non era vero. Non la parte in cui sosteneva di essergli immune.

Prima che se ne rendessero conto, era già arrivato Marzo e, con il primo del mese, Jensen aveva compiuto ventotto anni.
La festa a sorpresa-ma-mica-tanto, gli invitati, i regali, le scuse di Joanna sulla propria mancanza, le chiamate di sua madre in cui gli chiedevano quando sarebbe tornato a Dallas e la torta di compleanno – le torte, plurale; era stato tutto esattamente come ci si sarebbe aspettato, perfino Jared che gli confessava di essersi svegliato troppo tardi per la ricerca del suo regalo ed essere rimasto a bocca asciutta, con il proprio nome che veniva infilato in una stupida lista d’attesa.
Poi, tutto era ricominciato come prima.
O quasi.

Jared l'aveva notata, tra occhiate di nascosto e da lontano, quando non pensava di essere vista, mentre parlava con Charlie di qualche nuovo macchinario che si era inceppato o qualche auto che andava spostata da un set all'altro. Alla fine del suo stage, Samantha Cox (*) si era vista rinnovato il contratto per un altro quadrimestre e, da allora, era stato più facile vederla in giro, con uno straccio sporco di grasso che penzolava dalla tasca posteriore dei jeans o la borsa degli attrezzi che le era stata affidata e che, puntualmente, veniva presa in carico da qualche PA più giovane, che si offriva di portargliela. Fosse mai che una ragazza facesse fatica. Non se era carina quanto lo era Samantha, certo.
E Jared non aveva notato solo quanto fosse carina – troppo, troppo carina, tanto che si era chiesto che cosa ne pensasse Jensen, se piacesse al ragazzo, se avesse mai lasciato Joanna per lei – ma si era accorto anche del modo in cui arrossiva quando incrociava lo sguardo con il biondo, o, ancora, delle volte in cui sembrava volesse dire qualcosa proprio a lui – a Jared – con una strana determinazione negli occhi, tutta femminile, e ogni volta si era spenta, obbligandola a tirarsi indietro.
Fu la curiosità a farlo agire per primo.
Occupata con la riverniciatura di una delle vecchie auto di scena che sarebbe servita in giornata, Samantha non si era accorta del ragazzo fino al suo «Yo!» dietro le spalle, che la fece sobbalzare, schizzando di vernice rossa anche il finestrino.
«Jared!» esclamò, cercando di regolare il battito cardiaco, prima di spalancare gli occhi al danno appena causato.
«Ops.»
«Avevo quasi finito…»
«Giuro che non l'ho fatto apposta, non pensavo di spaventarti così!»
Lei si strinse nelle spalle, arrossendo come se fosse stata colta in fallo.
«Ero sovrappensiero.» confidò. In quei giorni aveva perfino fin troppo a cui pensare e l'ultima cosa che si aspettava era di venir disturbata da una delle due star del telefilm, mentre si dedicava a chissà quale lavoro più adatto ad un uomo.
Con un semplice "clic" sistemò la sicura sulla pistola a spruzzo per la verniciatura, concedendo attenzione al ragazzo.
«Avevi bisogno di me?» gli chiese e Jared notò subito il tono d'impazienza nella sua voce, quella punta di speranza che non era riuscita a nascondere neppure dallo sguardo.
«A dir la verità sì, volevo parlarti.»
«Parlare con me? Perché? Si tratta dell'Impala? Che cos'è successo? Ha cercato di nuovo di farti lo scalpo? Ti giuro che quello non è colpa dell'auto, è che sei troppo alto, per questo sbatti sempre con la testa contro il tettuccio e…»
«Wo, wo, slow down, girl! I miei capelli stanno bene.» davanti a quel fiume di parole, la prima reazione era stata quella di passarsi le dita tra i capelli, con quella sensazione spiacevole della testa che strusciava dolorosamente contro il tettuccio, tirandoglieli ogni stramaledetta volta. Insomma, che colpa ne aveva lui se Madre Natura lo aveva voluto alto, bello e sempre affamato? Nessuna! – si rassicurò – Proprio nessuna!
«In realtà volevo chiederti di Jensen.»
Se prima il rossore di Samantha poteva essere stato un caso, adesso le esplose in tutto il volto, facendo risaltare il colore degli occhi, un nocciola chiaro e caramellato su di un volto acqua e sapone.
«Tu sai che Jensen ha già la ragazza, vero?»
Doveva esserci un modo più facile per affrontare il discorso, ma Jared aveva impostato la modalità rullo compressore e, per lei, fu come sentire un peso opprimerle il petto, trovando di colpo fastidiosa la voce del texano insieme alle sue scomode verità.
Molte ragazze dello staff pretendevano di conoscere Jensen, ma tutte sapevano che Jensen era già impegnato.
«Sì.» rispose sintetica, improvvisamente seria «Perché?»
«Non volevo offenderti.»
«Ma non hai nemmeno risposto alla domanda.»
Lui si avvicinò con cautela, poggiandosi contro la fiancata dell'auto, nel punto in cui la vernice era ormai asciutta.
«Ho avuto l'impressione che volessi chiedermi qualcosa e ho supposto c'entrasse con Jensen e con il fatto che, beh, ti piace.»
«Eh?» non era previsto che le uscisse così acuto, si tappò la bocca con la mano libera, senza riuscire a smettere di guardare il ragazzo con aria colpevole, imbarazzata e accusatoria, mescolati in uno sguardo soltanto.
«No?» domandò lui, iniziando a temere di aver preso il peggior abbaglio della sua vita. Accidenti alla sua boccaccia!
«Volevo… in realtà pensavo che tu e Jensen avesse una relazione, sai?» per quanto Samantha avesse tenuto la voce bassa, non fu difficile per Jared riuscire a sentirla e guardarla con tanto d'occhi, ma lei riprese parlare, il tono sulla difensiva che lasciava spazio ad una sincera preoccupazione: «Prima la ragazza di Jensen si presentava qui spesso, ora non la sento più nemmeno nominare e Jensen è strano. Non ti sembra strano? Non sta male, vero?»
Donne e il loro sesto senso!
Se ne era accorto anche lui, a dire il vero, che c'era qualcosa che preoccupava l'amico e, quando Joanna non si era presentata alla sua festa di compleanno, fare due più due era stato semplice.
«Forse è solo che è stanco.» commentò, senza dare alcun spazio a dettagli sulla vita personale del ragazzo. «Ora di domani sarà di nuovo fresco come una rosa, lo sai com'è Jensen!»
Samantha scosse il capo.
«No, Jared, io non lo so com'è Jensen.»
La guardò confuso, come se gli avesse parlato in un'altra lingua. Era così abituato a passare il proprio tempo con Jensen, a vivere in simbiosi con il ragazzo, che non aveva mai capito realmente che, per il resto del mondo, il ragazzo era rimasto un enigma dal bel viso sbarbato, i capelli biondi e le poche parole scambiate con tono cortese.
«Giusto.» mormorò, sentendosi speciale per pochi secondi, prima che la realtà tornasse a bussare alla sua porta e gli ricordasse che c'era una linea oltre la quale non doveva andare. Lo aveva giurato a se stesso: non questa volta. Non questa volta. «Comunque tranquilla, vedrai che non c'è nulla di cui preoccuparsi.»
Samantha non parve convinta, ma decise di accettarla come risposta, non fosse altro che per rispetto nei confronti di Ackles e della sua privacy.
«Pensavi davvero che volessi sedurlo?» cambiò argomento.
Jared tentennò, stringendosi nelle spalle ampie e lei si trattenne dal tirargli addosso la pistola di vernice che ancora aveva tra le mani.
«Non ruberei mai il ragazzo ad un'altra!» esclamò, con voce ferma e una dignità nello sguardo che, istintivamente, l'attore trovò bella, a prescindere dal suo aspetto fisico «E poi figurati se ad uno come lui potrei piacere, sta con una modella.»
Lui si ritrovò a ridere ancor prima di rendersi conto che non aveva niente per cui farlo, che Jensen stava davvero con una modella e che: «Sono sicuro che tu abbia più chances di un sacco di altra gente.»
Sentì in bocca l’amaro sapore della consapevolezza.
«Stai riguadagnando punti, Padalecki.»
«Sì? Quindi sono perdonato anche per–» indicò in un rapido gesto il vetro dell’auto ancora imbrattato di rosso e, quando Samantha si voltò per guardarlo a sua volta, ritrovò la stessa espressione abbattuta sul suo volto e la stessa frase con cui aveva cominciato quella conversazione: «Avevo quasi finito…»
«Vuoi una mano?» si offrì, in un sussurro in cui cercava di trattenere le risate.
«No.»
«Sicura?»
«Quello che voglio…»
«A-ah?»
«È vendetta!»
«Eh?»
Aveva preso un profondo respiro, facendo scattare la sicura della pistola a spruzzo e, puntandola contro l’attore, premette il grilletto.
Un secondo dopo, Jared colava vernice rossa.
«Adesso mi sento molto meglio.» pigolò Samantha.
E chissà come mai…

Quella stessa sera, Jared riuscì per la prima volta a godere della compagnia di Jensen per più di una manciata di minuti, così come non accadeva da parecchio tempo.
Il ragazzo era tornato dopo di lui e, aperta la stanza della propria camera, lo sguardo era caduto subito sul pacco troppo grande – e troppo brutto, in quell'ammasso di carta da pacchi e scotch messo a casaccio – che riposava al centro del suo letto. Aveva messo immediatamente da parte il biglietto, in cui, tutto quello che aveva temuto, all'improvviso gli sembrava comparisse così chiaramente, nero su bianco, nella caotica grafia di Jared che gli augurava buon compleanno in ritardo.
Gli era bastato guardare la forma del pacco per sapere che cosa contenesse e, quando le dita strapparono la carta verde smeraldo, per riportare alla luce la Workhorse, il sorriso era già nato sulle sue labbra al ricordo delle mille battaglie di Guitar Hero e dei "C'mon, dude, sarai anche più bravo di me a suonare una chitarra vera, ma in 'sto gioco ti sto facendo il culo! Sicuro che ti stai impegnando?" del collega. Fanculo, amico, non collega. Aveva superato quella soglia già da parecchio tempo e non lo avrebbe degradato solo perché la sua ragazza sospettava che avesse una cotta per lui, solo perché lui aveva problemi con la sua ragazza e solo perché, il giorno di Natale, una parte nascosta di sé – a cui non avrebbe mai, mai, mai dato retta – era stata disgustosamente felice all'idea che Jared sarebbe stato solo suo. Non voleva ricambiare i suoi sentimenti, non poteva, era assolutamente etero, ma Jared sarebbe stato suo. Egoisticamente suo.
{ E Lui lo sa? }
Con la Gibson J-45 in braccio e un paio di birre tra le dita, salì i gradini che portavano all'appartamento del più giovane.
Passò la serata a suonare per lui, tra battutine idiote, spintoni, pacche e i propri tentativi di convincersi che sarebbe riuscito a gestire quella situazione. Che l'avrebbe tenuto a distanza, solo nel caso fosse stato necessario.
{ E Lui lo sa? }
«Jensen, posso farti una domanda personale?»
«Spara, tanto posso sempre dirti di farti i cazzi tuoi.»
«Ok. Sai, col fatto che non c'era alla tua festa, mi chiedevo se andasse tutto bene tra te e Joanna.»
«…va tutto benone. Era solo impegnata col lavoro, ma abbiamo già deciso che festeggeremo un altro giorno. Ma tu ti rendi conto che mi chiedi troppo spesso come vanno le cose tra me e Jo?»
«È tutta una tattica la mia; sto solo aspettando il momento in cui vi lascerete, così potrò provarci con te.»
«…»
«Hei, c'mon dude, non fare quella faccia, sto scherzando! Sto solo scherzando, giuro.»
«Lo so, idiota.»
{ E Lui lo sa? }


(*) Samantha Cox & Charlie Buttler: original characters; capitolo 7

Note: Primo: gli spot in rallenty. Non so se vi è mai capitato di vedere il promo UK della prima season, in caso quello a cui si riferisce la fic è [ questo ]
Secondo: confesso che nella mia ignoranza non solo non sapevo il cognome di Clif, ma non sapevo neppure che avesse partecipato come guest star in una puntata della seconda season. Vabbeh, ancora una volta ringrazio le meraviglie di google e Supernaturalwiki. Ovviamente non ho la più pallida idea se, come bodyguard, abbia una pistola o meno, ci scommetterei sul suo porto d'armi, ma dubito che se ne porti una per star dietro a due attori... anche se ora che Jared sembra avercela a morte con Bieber, forse è il caso che cominci a farlo o prima o poi troveremo Padalecki ucciso dalle fan.
Secondo: la frase in inglese di Jensen che ho trascritto paro paro (Sì, lo so, continuo a dirmi che dovrei smettere di usare termini e frasi in inglese quando scrivo fic in italiano, ma non riesco a farne a meno, in italiano non suonano mai nel modo giusto), è una frase che ha pronunciato davvero e per cui l'ho amato tantissimo. Ci ho messo secoli a ritrovarla e scoprire quando fosse accaduto [ Vancouver con 2009 ] e, anche se così mi si sputtana la cronologia della fic, fingeremo tutti che sia accaduto prima. Perché sì.
Terzo: non perdonerò mai Jensen per essere nato a Marzo e avermi costretto a pensare ad un altro regalo immaginario per lui. Dannati compleanni, sono sopravvalutati, ecco!
Quarto: sono la peggior fanwriter della storia, lo so e mi scuso per la mia lentezza che fa sempre più schifo. Ormai ho finito anche le scuse, quindi mi limiterò a ringraziare chi ancora non si è arreso e continua a leggere questa fic, chi non mi ha ancora mandato un sicario sotto casa per farmela pagare e chi è tanto gentile da lasciare un segno del proprio passaggio e commentare. Thanks guys!
 
 
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