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04 February 2014 @ 07:35 pm
[Supernatural] It's a natural life  
Characters: Sam Winchester Wesson; Dean Winchester Smith
Pairing: Dean x Sam {wincest swesson}
Rating: Nc-14
Genre: Introspettivo; Lime;
Words: 2.203
Warning: slash; incest; what if;
Prompt: Labirinto, struttura ciclica
Note: Doveva essere una pwp, non so perché, alla fine, ho deciso di mandare il porn a puttane e scrivere tutt'altro, ma credo sia colpa principalmente del mio cervello che funziona male e dei personaggi che mi odiano e non fanno mai quello che voglio io.
E' la prima volta che mi do alle swesson, ma in questo caso non si può esattamente dire che sia un au. E' ambientata durante la puntata, con un what if grande come una casa (what if... dean fosse rimasto nell'universo creato da Zachariah?).
Disclaimers: I personaggi di Supernatural appartengono a chi di diritto.
Ambientata nella puntata 4x04 ~ It's a terrible life
Scritta per l'attacco a Psamanthe del Cowt-4 @ maridichallenge


Il cubicolo claustrofobico è lo stesso di sempre, il computer acceso, il temperamatite azionato che ingoia la punta della mina, il telefono che squilla.
Sam sospira, cercando di trovare la forza di cominciare una nuova giornata all'insegna della noia, nell'ultimo sorso della porcheria che spacciano per caffé, preso qualche minuto prima, alle macchinette dell'area relax.
Il nome Wesson si tatua di bianco sullo sfondo azzurrino del desktop, insieme al suo numero di matricola e al seriale del pc. Ogni volta che accarezza con gli occhi la W maiuscola, ci sono voci che bisbigliano un nome diverso ai suoi timpani, la voce roca di un ragazzo che lo chiama fratello e quella di un angelo che lo addita come aberrazione. Ci sono i suoi sogni, disegnati tra i pixel di quell'unica lettera, sogni in cui si sente qualcuno di diverso, che ha compiti più importanti che rispondere al telefono e risolvere i problemi di connessione di mezza Ohio.
E quello squilla, interrompendo il flusso dei suoi ricordi. Umpf, ha ragione Ian, quei sogni lo stanno rincretinendo, se arriva a credere che non siano tali.
Quando legge il nome sul display del telefono, scatta dritto sulla seggiola girevole che geme a quel movimento improvviso.
Afferra la cornetta, affrettandosi a portarla all'orecchio contro cui la preme così forte che potrebbe infilarvela dentro e sentire la voce di Dean Smith direttamente nel cervello.
Una voce ipnotica.
Gli ricorda quella di qualcuno, ma non è importante ricordare chi, non quando Dean gli parla di un qualche oggetto elettrico - non importa quale sia, tanto fingerebbe di non saperlo usare in ogni caso - che non funziona, nel suo ufficio.
La gola si fa secca. Sam sorride ed è stupido, perché l'uomo dall'altra parte del telefono non può vederlo, né può vedere la macchia di malizia che si apre sugli occhi verdi, tempestati di scagliette ambrate in cui si nascondono altri ricordi - non sogni, ricordi - di cui nessuno di loro ha più memoria.
«Ha provato a controllare che la spina sia attaccata?»
La risata di Dean arriva dopo qualche secondo in cui l'uomo ha davvero pensato ad una risposta.
«Sam, solleva il culo e portalo nel mio ufficio, prima che venga a prendermelo da solo davanti a tutti.»
Sam è felice di aver già finito il proprio caffé o gli sarebbe andato di traverso.
«E' proprio vero che il potere fa male a certa gente.» commenta, leccandosi le labbra.
«E pensa a quando ti avrò legato alla mia scrivania con la mia cravatta.»
Dà una rapida occhiata ai colleghi dei cubicoli vicino, arrabattando un sorriso quando incrocia lo sguardo troppo curioso di Ian che gli chiede chi sia al telefono e se sia la sua ragazza. Non serve fargli segno di tacere o di starsene al suo posto, Ian si alza e lui è costretto a chiudere la chiamata.
«Cinque minuti e arrivo, signor Smith.» calca sulle ultime due parole, fermando l'avanzare di Ian.
«E che cosa vuole da te?» gli domanda il collega, una volta messa giù la cornetta.
Sam scrolla le spalle, ma la sua mente sta già stillando un elenco mentale di quello che Dean vorrebbe e che parte da un "farselo succhiare" e termina con "scopare su qualsiasi superficie orizzontale", passando attraverso le fantasie da adolescente in calore del Direttore del marketing della Sandover Bridge & Iron Inc.
«Ha solo bisogno di aiuto con la stampante.»
«Non sa trovare il pulsante dell'accensione?»
«Dude, io lo dico per te, se ti sente ti licenzia.»
«Attento che non licenzi il tuo culo, piuttosto.»
Sam sorride. È abbastanza sicuro che il suo culo gli piaccia troppo per licenziarlo.

I corridoi dei piani superiori sono labirinti in cui Sam si è perso più di una volta.
Uguali l'uno all'altro, hanno un odore sottile che non ha ancora riconosciuto, ma che gli ricorda quello di una casa infestata - anche se non è sicuro di esserci mai stato. Alle volte - e per fortuna accade molto di rado ed è ciò che gli ha sempre suggerito quando sia il momento giusto di andarsene in ferie - gli sembra che le pareti abbiano gli occhi, che lo guardino camminare lungo i pavimenti lucidi dell'azienda e sorridano di lui.
Se Adler sapesse di questi suoi pensieri, non ci penserebbe due volte a licenziarlo e prendersi un altro gigante a scaldare la sedia del suo cubicolo. E' felice di non averlo mai visto e, ora che ci pensa, non ha la più pallida idea di che faccia abbia.
Strano.
Strana anche la porta chiusa dell'ufficio che ha appena superato e che era convinto di aver già passato pochi istanti prima. Si volta a guardarla, leggendo il numero nella targhetta appesa al muro.
«Stanza 44.»
L'ha già passata. Crede. Dannazione, si somigliano tutte quelle porte che gli sembra di essere finito in Matrix.
Scuote il capo procedendo lungo il corridoio. E' arrivato il momento di prendersi delle ferie, di almeno un paio di settimane questa volta, magari potrebbe chiedere a Dean di andare con lui, ovunque. Il pensiero di noleggiare un'auto - nera? Massì - e guidare finché la strada non finisce, gli sembra allettante, giusto, ma il pensiero si estingue quando raggiunge l'ufficio del direttore delle vendite.
La porta si apre ancor prima che riesca a bussare e, sulla soglia, Dean Smith lo guarda nel suo completo cucito su misura, con una camicia a righe su cui la cravatta blu si posa dolcemente e si muove appena ad ogni respiro dell'uomo.
«Credevo ti avessero rapito gli alieni, Wesson.» sbuffa Dean, facendogli cenno di entrare e sbrigarsi, ha una riunione a breve ed è una di quelle in cui non vuole arrivare tardi. In effetti, non esistono riunioni a cui il direttore voglia fare tardi, è troppo impeccabile nel suo lavoro, c'è solo un peccato a cui si concede, ma è abbastanza intelligente da tenerlo nascosto e ammirarlo a porte chiuse nel proprio ufficio, mentre Sam reclina il capo di lato e per un paio di secondi soltanto si sforza di cercare qualcosa di rotto o mal funzionante nell'ufficio. Secondi sprecati.
«Sei sicuro che non controllino i telefoni e non scoprano l'esagerato numero di volte che mi chiami?»
«Anche fosse? Non è certo colpa mia se la tecnologia moderna non fa proprio per me. Sono un uomo all'antica, Sam» ci sono altre due lettere in quel nome, che muoiono prima di trovare la strada giusta per scivolare oltre le labbra e diventare suono.
Sam finge di non accorgersene, anche se ci sono particolari che riguardano Dean (il modo in cui ama giocare con il nodo della cravatta, allentandola solamente, senza mai toglierla del tutto, mentre lo fissa negli occhi e sembra sempre aspettare il suo consenso a continuare; il modo in cui i denti affondano nel labbro inferiore, rendendolo più gonfio e più scuro e, dèi, ma non dovrebbe essere illegale possedere una bocca così?; e il modo in cui, ogni volta che Sam è nudo davanti a lui, gli passa le mani sui fianchi, risalendole e sentendolo, ascoltando, solo con le dita, il suono del suo corpo e i fremiti che gli parlano di lui e del piacere che riesce a dargli) che ha notato fin da subito.
«Potremmo andarcene da qualche parte, io e te.»
Sam lo ha detto ancor prima di ricacciare indietro i pensieri e rammentarsi di avere già avuto una conversazione del genere. E' un discorso che, prima o poi, tra loro, salta sempre fuori.
Dean inarca le sopracciglia, sembrando interessato e, forse, per un attimo lo è davvero, appena prima di ricordarsi che punta ad una posizione più alta e che la carriera viene prima di tutto. O quasi. Ma questo preferisce che non si sappia, ci sono debolezze del signor Smith che devono rimanere tra il signor Smith e il signor Smith.
«Pranzo fuori?» sa che Sam non intendeva quello, ma gli offre una scappatoia per chiudere il discorso e passare ad attività che implicano un più piacevole uso della bocca.
«Sì. O anche cena.»
«Paghi tu?»
«Disse il direttore delle vendite con una promozione in arrivo da un momento all'altro.»
Dean agita la mano, scaccia le sue parole e cammina verso la scrivania. E' larga - perfetta per il corpo di Sam, che contrasta ogni volta in modo osceno sul lucido nero del piano - e si è occupato di liberarla il più possibile, togliendo spillatrici, puntine e documenti.
«Facciamo così, se oggi mi danno la promozione che voglio, ti invito a cena e anche a casa mia.»
«Wo, ora non ti starai allargando troppo? Potrei pensare che la cosa si stia facendo seria e non si tratta più di mero sesso in ufficio.»
Dean non risponde, ammicca, giocando la carta del mistero e nascondendo dietro a vestiti costosi, un'auto aziendale e tante chiacchiere al telefono, quello che prova e quello che è. Non sarà mai mero sesso con Sam ed ogni volta è sempre qualcosa di più, lo vede anche negli sguardi adoranti del più giovane, che sono anche quelli che gli fanno più male.
Sam non sa quante volte si sia morso la lingua per trattenere i suoi Mi dispiace.
Sam non sa.
Sam non ricorda.
«Non eccitarti troppo.» gli sussurra contro l'orecchio, mordendolo e leccandolo, costringendo il più alto a chinare il capo verso di lui e voltarsi, per rincorrere la sua bocca.
«Troppo tardi.»
«Bitch.» arriva come un alito di vento inaspettato, che disperde la nebbia e le nuvole e riporta a galla nuovi ricordi travestiti da sogni.
E c'è di nuovo quella voce, così uguale a quella di Smith, che lo chiama per nome (Sammy!) e gli narra di mostri sotto al letto, pistole in grado di uccidere demoni e fratelli finiti all'inferno.
Il bacio si è sciolto in fretta e gli occhi di Sam sono un labirinto di emozioni intrecciate l'una all'altra, confuse e lontane e che non è più neppure sicuro che appartengano a lui.
Si tira indietro, sorridendo dispiaciuto per aver rovinato il momento. E' solo un bacio, pensa, è solo sesso, si dice, ma sono le solite puttanate che si racconta prima di venire a lavoro e nei minuti in cui attende la chiamata di Dean. Tutti i fottuti giorni.
«Stai bene, Sam?» Dean si sforza di chiudere prima il suo nome, tranciare la familiarità con cui potrebbe pronunciare quel Sammy pieno di affetto fraterno - e non solo.
«Sì, sì, io... scusa, mi sono distratto.»
«Lusinghiero.»
«C'mon, non intendevo in quel senso. Non è che voglia essere altrove, ora.»
Ci mancherebbe altro. Dean lo pensa, ma non lo dice; dopo quello che gli sta facendo, non è nella posizione di dire nulla che si avvicini al biasimo.
«Dunque, dov'eravamo?» riprende Sam. Riprende dal bacio, dalle sue braccia che cercano le spalle di Dean e vi si incastrano alla perfezione come due pezzi di uno stesso puzzle e la sensazione di appartenersi l'un l'altro «Ah, ecco dove.»
Gli ride addosso, in bocca, gustando il suo sapore che la propria lingua raccoglie per sé, inseguendo quella dell'uomo ed invitandola in una danza bagnata che li lascia entrambi senza fiato e con il bisogno di avere di più.
«Dean, sbaglio o quella cravatta dovrebbe stare altrove, invece che al tuo collo?»
La voce che si carica di eccitazione di Sam, gli cola contro la guancia quando i denti si deliziano nel mordicchiargli il volto, spostandosi da una lentiggine all'altra.
«Portami rispetto, ragazzino.» Dean tira indietro la testa, per inquadrare gli occhi lucidi di Wesson - che è un cognome geniale, deve ammetterlo, anche se non è quello vero e lui, lui, lo sa per certo «Per te sono il Signor Smith.»
L'indice si infila nel nodo della cravatta, allentandolo prima di vedere il compiacimento sul volto di Sam e sentirsi libero di continuare.
La stoffa blu risalta contro la pelle chiara dei polsi di Wesson e, per quanto sia un dannato titano, i polsi sono tanto sottili da permettere alle dita lunghe di Dean di allacciarvisi intorno, dopo averli legati l'uno contro l'altro, e sollevarli alle labbra. Il bacio al dorso della sua mano è dolce, le labbra sono soffici e la sensazione di non essere nel posto in cui dovrebbe, che pesa ogni giorno nel petto di Sam, svanisce.
«Oggi abbiamo tempo anche per i preliminari? Finirà per viziarmi, signor Smith.» sussurra ironico, ma gli piacciono i preliminari, gli piace la bocca di Dean che si muove a risalire il suo braccio, mentre lo spinge contro la scrivania e piano lo volta.
«Aspetta a dirmelo, quando avrò finito non riuscirai a sederti per una settimana.» la voce gli arriva da dietro le spalle, contro la schiena contro cui Dean gli pesa con tutto il corpo, obbligandolo a piegarsi in avanti e poggiare con il petto contro il piano della scrivania di Smith - che, ormai, può considerare la loro scrivania.
«Vorrà dire che mi prenderò quelle ferie che programmavo da tempo.»
«Bitch.»
Ancora una volta, l'insulto richiama sogni e ricordi in un labirinto che forma la vita di un altro uomo - un uomo il cui cognome inizia con la W -, ma questa volta, Sam sa cosa rispondere.
«Jerk.»
E, per Dean, non esiste nulla di più naturale del desiderio di vivere un altro giorno in quella trappola di cristallo e grazia angelica.

~

Il cubicolo claustrofobico nel reparto dell'IT, il computer acceso con il suo desktop azzurro, il temperamatite azionato che ingoia la punta della mina, il telefono che squilla.
«Pronto?»
«Wesson, temo che la stampante del mio ufficio si sia bloccata. Di nuovo.»
Sam Wesson sorride e, per quanto quella vita gli stia stretta quanto il suo dannato cubicolo, è contento che certe cose continuino a rimanere le stesse di sempre.
«Sono subito da lei, signor Smith.»
 
 
Current Mood: grumpygrumpy
Current Music: I see Fire - Ed Sheeran