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29 January 2014 @ 08:09 pm
[In Time] The time of the CEO  
Characters: Raymond Leon; Henry Hamilton; William Salas sr. {nominated};
Pairing: pre Henry/Raymond
Rating: PG-13
Genre: introspettivo; triste;
Words: 1.000
Warning: slash; pre-movie;
Prompt: Tempo
Note: E dopo Salas sr. e la sua tresca (?) con Raymond, è arrivato anche Henry e l'inizio della sua tresca con Raymond. Sì, beh, si fa per dire, ma l'idea non mi dispiace e quindi nel mio headcanon si parte da qui e piano piano Henry riesce ad avvicinarsi un po' di più a Raymond, anche se sarà sempre il secondo rispetto a William, per farla finita con quei cinque minuti sul ponte del ghetto. Ah, l'angst e gli amori difficili!
Disclaimers: I personaggi di In Time appartengono a chi di diritto.
Scritta per l'attacco a Taygete del Cowt-4 @ maridichallenge

«I didn't start the clock. I can't turn it back. I keep it running. I keep time.»
Nella sua vita aveva incontrato ogni genere di persona e nulla aveva distolto Raymond Leon dal mantenere l'attenzione sul tempo. Controllarlo, così com'era suo dovere.
Diede un'occhiata svelta e disinteressata alla tazza di caffè tesa verso di lui, rifiutandola con un breve cenno del capo e concentrandosi sul sorriso sveglio dell'uomo.
La sua foto era comparsa più volte su giornali e riviste: Henry Hamilton, il CEO più ricco di New Greenwich, con aziende quotate più di un milione di anni, appartamenti di lusso sparsi per le Time Zone più influenti e troppi pettegolezzi mai realmente accertati.
Raymond avrebbe preferito non essere costretto a visitare la suite presidenziale in cui alloggiava, le comodità della classe benestante e tutto quel tempo gettato in futilità gli ricordavano gli anni del ghetto, le corse contro il tempo, i morti lungo la strada. William.
Henry ripose la tazza sul ripiano del bancone nella lussuosa cucina.
«Timekeeper Leon, giusto?» domandò.
«Mmhm.»
Parlava a cenni e monosillabi, Raymond, masticando una cicca in cui riversava le parole non dette e giudicando con occhiate immobili, troppo adulte per i venticinque anni che mostrava il suo aspetto. Era la nona volta che ne compiva venticinque, ma non era cambiato nulla rispetto alle altre volte, non si era sentito più vecchio, non era stato felice di essere ancora vivo, non aveva sentito niente. Aveva continuato a fare il suo lavoro come ogni altro giorno.
«Un uomo di poche parole.»
«Sa descrivermi l'uomo che l'ha aggredita?»
Cenni, monosillabi, insistenti occhiate e domande schiette. Tutto pur di non perdere tempo.
Henry sospirò, poggiandosi con il fianco contro lo sgabello, prendendo tempo, abituato ad averne troppo.
«Caucasico, alto, capelli scuri e... non saprei, aveva una faccia piuttosto comune.» rispose. Non sembrava la vittima di un tentativo di furto - o di omicidio, dato che il ladro puntava al suo orologio.
«Signor Hamilton, ho il dovere di informarla che certe quantità di tempo non possono essere trattate con leggerezza.» commentò Raymond ed Henry si stupì della totale assenza di espressività nella sua voce.
Era bassa, monotona e l'unico colore che vedeva nel ragazzo (a parte il nero della divisa) era il blu dei suoi occhi. Occhi pesanti.
Gli sorrise incrociando le braccia al petto.
«Stai cercando di dire che mi sarei fatto rapinare volontariamente?» solo una volta formulata la domanda ad alta voce, si accorse della confidenza che si era preso «Perdonami, sei nella mia suite dopo avermi, a quanto pare, salvato la vita, mi è venuto naturale darti del tu.»
Raymond incurvò le labbra all'ingiù, apparentemente indifferente anche a quel dettaglio. In realtà si era scoperto a trovare interessante il volto macchiato di barba di Mister Hamilton, i tratti leggermente spigolosi, i capelli castani di cui riusciva a percepire l'odore di uno shampoo costoso e i vestiti di marca che ne fasciavano eleganti il corpo slanciato.
Era un bell'uomo e gli venne naturale, spingere lo sguardo oltre la cucina, verso la zona notte, alla ricerca di indizi che suggerissero la presenza di una donna. Non era un amante del gossip, nel suo lavoro non c'era spazio per frivolezze, ma alcune colleghe amavano chiacchierare ed era capitato che le sentisse parlare delle tante amanti del CEO.
Spostò le braccia dietro la schiena, incrociando i polsi e raddrizzando le spalle. Rigido, esattamente come il suo carattere.
Era quello che mostrava, Raymond.
«Le consiglio di valutare più attentamente la competenza delle sue guardie del corpo.» riprese a parlare da un punto a caso, affrettandosi a portare il discorso al suo giusto termine «Buona giornata, signor Hamilton.»
E ci sarebbe anche riuscito, se non fosse stato per la mano di Henry, posata alla sua spalla.
Le dita lunghe erano scivolate in un gesto elegante sulla pelle nera del cappotto, trattenendolo in una presa che, non l'avrebbe detto, ma fu fastidiosa nella forza con cui gli strinse le ossa.
«Henry.» mormorò, rendendosi conto dell'inadeguatezza del proprio gesto.
Era stato avventato. Stupido. Esattamente come il voler chiudere con quella vita, con la vita in generale, ed azzerare l'orologio.
Nessuno è fatto per vivere in eterno.
Lui, meno degli altri.
Raymond non si mosse, se non per il mento abbassato verso la propria spalla.
«Signor Hamilton, la mano.» il sussurro aveva tracce di fastidio e minaccia. Era la prima volta che l'uomo notò una qualche sfumatura nella voce del Timekeeper.
Fu quello a dargli coraggio. O alimentare la sua stupidità.
«Ti va di rimanere?»
Il blu lo avvolse di nuovo attraverso gli occhi del più giovane, simili ai propri e, al contempo, completamente diversi.
«Diventare una delle mie guardie, intendo.»
Nessuno dei due, era sicuro intendesse davvero quello.
«Non sono interessato.» la risposta pacata di Raymond non lo lasciò stupito, si aspettava un rifiuto; lasciò la mano alla sua spalla, staccandosi dallo sgabello per avvicinarsi a lui. Gli fu facile sovrastarlo, era più alto del ragazzo e, pur non sapendo da dove venisse quella convinzione, doveva essere anche più vecchio. Parecchio più vecchio.
Aveva un corpo perfetto e un aspetto attraente, ma c'erano notti in cui si svegliava di soprassalto e sentiva un orologio diverso, provenire dalla propria mente - dalla propria anima - e farsi sempre più lento, diventare sempre più vecchio e logoro. E lui sempre più solo.
«Ti piace così tanto quello che fai?»
La domanda, questa volta, riuscì a scalfire la scorza metallica del Timekeeper. Nascose la confusione sotto il battito delle palpebre, ricacciando indietro una sensazione di deja-vu che si era accesa nel petto, insieme ad un calore familiare, che pensava di aver dimenticato, rimosso.
William era morto prima di scoprire che sarebbe diventato Timekeeper, ma, se lo avesse saputo, gli avrebbe fatto la stessa identica domanda.
E lui avrebbe tentennato nello stesso identico modo.
«E' quello che sono.»
«E' un po' poco, non ti pare?»
«Mister Hamilton.»
«La mano, sì.»
Si prese ancora qualche secondo - ne aveva tanti a propria disposizione - per indugiare in quel contatto, infine la allontanò dalla sua spalla, sorridendogli con un'amarezza sulle labbra che Raymond colse fin troppo bene, nonostante si affrettò a dargli le spalle e raggiungere la porta d'ingresso.
«Mister Hamilton.» Henry si stupì di sentire il proprio nome scivolare dalle labbra del più giovane, prima di vederlo uscire dalla suite. «Abbia cura del suo tempo
E una risata senza allegria riempì la stanza.
 
 
Current Mood: exhaustedexhausted
Current Music: Imagine - John Lenon