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27 January 2014 @ 06:52 pm
[In Time] Those who have no time  
Characters: Raymond Leon; Salas Senior;
Pairing: Salas/Raymond
Rating: Nc-14
Genre: introspettivo;
Words: 1.000
Warning: slash; deathfic;
Prompt: Tempo
Note: In Time, un film che mi ha lasciato più domande che risposte, ma che, nonostante tutto (e forse per merito di Cillian!) mi è piaciuto, soprattutto per il personaggio di Raymond Leon. Purtroppo non si è mai saputo una cippalippa del padre di Will, ma nel mio immaginario è diventato da subito l'amante di Ray, con Henry Hamilton che fa da jolly e potrebbe alimentare un'interessante threesome... Questo per dire che il Will Salas della fic, non è Justin Timberlake, è il defunto padre del protagonista di In Time, quello a cui nessuno ha mai dato un nome, così ho deciso io che fosse stato lo stesso del figlio.
Signora Salas e Salas Junior esistono in questa fic, non vengono nominati semplicemente perché non entrano in contatto con la vita di Raymond e lui non sa della loro esistenza.
Non c'entra niente ai fini della storia, ma il prestavolto per Salas senior ho deciso essere Mat Gorgon, rigorosamente macchiato da un filo di barba.
Disclaimers: I personaggi di In Time appartengono a chi di diritto.
Scritta per l'attacco a Taygete del Cowt-4 @ maridichallenge

AvatarSalasSenior
Lo sguardo di Raymond posò sulla luce fluorescente dell'orologio.
Erano passati tre anni e otto mesi, da quando si era attivato e il ticchettio continuava a tenerlo sveglio. Pronto a correre.
Era un'esistenza da schifo quella nel ghetto, in cui, invece di vivere, la gente, a malapena sopravviveva.
Passò con la punta delle dita sui sette zeri innestati nel braccio, rigirandosi nervosamente nel letto ed osservando il lato accanto a sé, rimasto vuoto. Avrebbe potuto riempirlo sdraiandosi normalmente, occupando lo spazio che gli spettava di un letto ad una singola piazza, ma non era mai stato un ragazzo particolarmente muscoloso o particolarmente alto. Era pelle, ossa e testardaggine. Tanta fottuta testardaggine, che lo aveva aiutato a rimanere in vita giorno dopo giorno, con le poche ore a sua disposizione.
Tutto pur di risparmiare tempo.
Spinto con la schiena contro il muro, tenne gli occhi sul countdown al braccio, guardando i secondi e i minuti scivolare via dalla sua pelle, svanire, e l'ansia iniziare a gonfiargli il petto quando, ai minuti, si aggiunsero anche le ore. Ne rimanevano poco più di quattro. Poche, ma, si ricordò, era stato anche peggio: era arrivato ad avere solo una manciata di minuti - finché non era arrivata la sua stretta di mano.
Chiuse gli occhi, imponendosi di dormire qualche altro minuto; non avrebbe rischiato di morire nel sonno, quel ticchettio (così simile al battito di un cuore che, lentamente, si avvicina alla morte) lo avrebbe svegliato di nuovo di lì a poco e lui avrebbe ricominciato a fissare i numeri che si susseguivano, diminuendo poco per volta.
Cercò con le mani il cuscino, stringendoselo al petto ed affondando il volto contro la federa, nella speranza di respirare ancora il suo odore.
«Sei in ritardo.» mormorò al nulla e il sonno lo avvolse.

Era stato il chiavistello a riattivare i suoi sensi.
Come una molla, Raymond scattò seduto, puntando gli occhi alla porta d'ingresso del minuscolo monolocale, mantenendoli aperti anche quando la luce del corridoio inondò la stanza, ferendoli e rendendoli più lucidi e più azzurri.
La prima cosa che vide fu un numero.
05.13.27.22
05.13.27.21
05.13.27.20
Poi il braccio si mosse, chiudendo la porta alle proprie spalle e tutto quello che rimase fu la sagoma di un uomo e le sue labbra piegate in un sorriso canagliesco.
Raymond sentì il frusciare di una giacca che veniva tolta e ricadeva sul pavimento, seguito da passi lenti che lo raggiunsero sul letto.
Aveva tirato indietro il capo, sollevando il mento in una posa rigida, che, se avesse avuto più anni, abiti decenti e un lavoro che valeva la pena di chiamar tale, sarebbe potuta sembrare austera, soprattutto per il modo in cui riusciva ad esprimere tanto, senza mai dire una parola.
L'uomo si passò una mano tra i capelli corvini, leggendo sul volto i suoi pensieri.
«Lo so, sono in ritardo.»
Raymond mantenne il silenzio.
«Ancora.»
Il pizzo di ciglia corvine calò sugli occhi, rispalancandoli subito dopo.
«Scusa.»
E, finalmente, Raymond schiuse le labbra, per concedergli il suono della propria voce.
«Un giorno il tuo ritardo ti farà ammazzare.» lo disse pacatamente, così come affrontava la maggior parte dei discorsi, con parole scelte minuziosamente. Era l'unica cosa in cui indugiava, in cui si concedeva tempo per pensare, anche se sapeva di non averne, per questo faceva in modo di dire tutto il necessario in poche chiare parole.
Abbassò lo sguardo all'orologio dell'uomo.
«E non solo quello.»
L'uomo prese posto sul materasso accanto a lui, si arrampicò con le dita lungo il braccio sottile del più giovane, girandolo in senso orario, per rimpolpare la sua clessidra, aggiungere ore in un orologio che scandiva il tempo rimanente della sua vita.
«Quando smetterai di preoccuparti per me, Ray?»
«Non ho abbastanza tempo per preoccuparmi per te, Will.»
Will rise. Aveva una risata ruvida e beffarda. La prima volta che le loro strade si erano incrociate, Raymond aveva pensato si trattasse di un Minuteman, si era spinto con le spalle contro il muro di un vicolo cieco e aveva giurato che non gli avrebbe lasciato il proprio orologio senza spaccargli qualche costola. Ma lui lo aveva bloccato, gli era bastato sussurrare una sola frase (Smetti di correre, non ti servirà a trovare altro tempo) e il ragazzo aveva sentito la presa forte delle sue dita stringere il proprio braccio, ruotarlo, per regalargli ore, invece di rubare quei pochi minuti che gli rimanevano.
«Se solo fossi più gentile, avresti più amici, lo sai?»
Raymond non rispose. Non era interessato alle amicizie.
Una era più che sufficiente. Occupava già abbastanza del suo tempo.
Will si chinò su di lui, sovrastandolo in quella posizione, cercando la sua bocca e baciandolo a lungo.
Erano sempre stati baci lenti quelli dell'uomo ed era sempre stato lui a baciarlo, mai il contrario, tanto che aveva avuto il dubbio che, in ventisette anni, non avesse mai baciato nessuno prima di lui. Rimaneva immobile, con le labbra socchiuse ad accogliere la lingua di Will, in una intima docilità - del tutto opposta al Raymond tagliente e pragmatico - che lo aveva colpito fin da subito, facendosi catturare da quel ragazzino troppo più giovane rispetto alle sue tredici volte venticinque anni.
Quando il bacio si sciolse, Raymond si lasciò cadere sdraiato sul letto, con la schiena contro il muro, in attesa che Will lo seguisse, intrappolandolo in un abbraccio.
«Dovresti tenerteli.» la voce era ferma e il braccio con l'orologio, sollevato «Pensare a te. Controllare meglio, il tempo che hai.»
Will sbuffò.
«Da quando parli come un Timekeeper?»
Raymond arricciò le labbra.
Abbandonò il capo al petto dell'uomo, ascoltando il battito del suo cuore che copriva il rumore dei due orologi e si addormentò.

~

Fu trovato qualche anno dopo, riverso su una delle strade grigie del ghetto, abbandonato come spazzatura in attesa di venir gettata nella discarica.
L'orologio al suo braccio azzerato, i minuti persi durante uno dei combattimenti con cui aveva guadagnato tempo per gli altri.
Alla fine non ne rimase più per se stesso.

Davanti alla porta del minuscolo appartamento pagato giornalmente, Raymond guardò il proprio braccio.
«Sei in ritardo.» mormorò.
Aveva voluto credere che quel giorno sarebbe stato diverso, che avrebbe potuto dirgli addio.
Lasciò la chiave nella toppa e iniziò a correre.
Come nuovo Timekeeper, non poteva più permettersi di sprecare tempo che non aveva.
 
 
Current Mood: anxiousanxious
Current Music: More than it seems - Kutless