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24 January 2014 @ 04:37 pm
[The Tomorrow People] Not enough  
Characters: John Young; Jedikiah Price;
Pairing: Jedikiah/John { johnkiah - platonic}
Rating: PG
Genre: Introspettiva;
Words: 1.488
Warning: Slash; Pre-season
Prompt: Rosa dei Venti
Disclaimers: I personaggi di The tomorrow people appartengono a chi di diritto.
Scritta per la Missione 2 del Cowt-4 @ maridichallenge


L’ha disegnata anni prima, per poter ricordare, tracciando linee decise sul muro, con uno dei coltelli della mensa che aveva ancora l’abitudine di rubare. Insieme al cibo.

Era solito nasconderlo sotto la maglia (una maglietta generalmente monocromatica esattamente della sua misura, su pantaloni che gli calzavano alla perfezione, nuovi e puliti) per poi tirarlo fuori a porte chiuse di una stanza tutta per lui. Non si era mai reso conto, prima del suo periodo all’Ultra, di quanto ampi potessero essere sei metri quadri.

Ci sono voluti mesi perché le vecchie abitudini fossero sostituite da altre. Mesi in cui collezionava coltelli dalla mensa per tenerli sotto il cuscino e poter essere pronto a difendersi, ignorando ancora i propri limiti. Mesi in cui sognava di essere ancora in quella casa, con quell’uomo, in cui sognava di riuscire ad affondare la lama nella sua schiena e liberare tutti. Mesi passati a tremare sotto le coperte e allenarsi alla luce del giorno per diventare forte, con la voce di Jedikiah a ripetergli che sarebbe stato al sicuro solo se avesse imparato a difendersi da solo – Son.

Quando era piccolo gli piaceva che lo chiamasse così.

Gli piaceva l’idea di poter avere un padre come lui, cercare la sua approvazione, un cenno d’affetto, una pacca sulla schiena, un mezzo sorriso e poi “Son”.

Sono trascorsi anni dal bambino che Jedikiah ha salvato da una casa famiglia in periferia e le dita di John non sono più così piccole da sparire nel palmo grande dell’uomo – anche se non sono state molte le volte in cui gli ha stretto la mano. È diventato più alto, le gambe lunghe sono fasciate da un paio di jeans strappati sulla coscia per l’ultimo sfiancante allenamento, le braccia sono più forti e i muscoli duri sono tesi in tutto il corpo, fremono pronti allo scatto, come un animale dai sensi sempre all’erta.

Ora, i Son di Jedikiah hanno un suono diverso, celano segreti che vengono raccontati dagli scambi dei loro sguardi, lunghi e silenziosi e, ogni volta che lo sente scivolare tra le labbra dell’uomo, in uno sforzo di farlo apparire naturale – giusto – John si morde la lingua e pensa solo che non vorrebbe mai essere suo figlio. No, non suo figlio. Non un figlio…

La mano poggia contro la parete e i polpastrelli percorrono le linee scavate nel muro che formano il disegno di una rosa dei venti. Li ha imparati a memoria, quasi per scherzo – o per una scommessa, non lo ricorda e non gli importa più di tanto – finché, un giorno, non si è trovato a fissare il vertice di Sud-Est dove è segnato il vento di Scirocco.

Anche adesso lo preme con la punta dell’indice e aspetta il momento in cui lo sentirà sulla pelle.

«Mi hanno detto che sei riuscito a stendere Killian, questa volta. Molto bene.»

Chiude gli occhi e il calore dello Scirocco gli spira addosso, insieme alla voce posata di Jedikiah e al suo sguardo affilato che lo fissa dalla porta appena aperta della sua stanza.

Non ha sentito bussare, ma è abbastanza sicuro che lui non l’abbia fatto.

John sorride e l’uomo avanza.

«Non è stato così difficile.»

«Ah-ah, adesso ti stai dando troppe arie, John.» commenta, assicurandosi di chiudere la porta alle proprie spalle, prima di avanzare verso il ragazzo. Ne osserva le spalle, sono larghe, ormai più simili a quelle di un adulto che al ragazzino portato via da una casa anonima, con la scusa di una vita migliore e altre sciocchezze in cui, forse, una volta, anche Jedikiah ha creduto. Magari all’inizio, quando la propria invidia nei confronti di Roger non lo aveva ancora corrotto, quando provava ancora fascino (e non repulsione) per quelli come suo fratello.

«Lo dici perché non hai assistito.» ribatte John, con un ghigno canagliesco che lo fa tornare ad essere l’adolescente che è ancora. È lento nel voltarsi, si prende tempo, studia per qualche altro lungo secondo la rosa dei venti e quella S alla sua punta inferiore «Mi ci sono voluti solo pochi minuti per sbatterlo al tappeto.»

Jedikiah arriccia le labbra in un’espressione ammirata che ne nasconde molte altre. Ha il volto di un uomo posato, ma nessuno alla base può dire di conoscerlo veramente, nemmeno John.

«Nel rapporto che ho avuto non è esattamente quello che mi hanno detto, ma dovrò credere alle tue parole, visto che ne sei così convinto.»

«Adesso ricevi rapporti anche sugli allenamenti?»

L’uomo prende tempo, cercando le parole giuste e quelle non gli mancano mai:

«Solo se riguardano te.»

John lo percepisce di nuovo, il calore secco dello Scirocco che lo avvolge e gli soffia addosso; porta con sé la polvere raccolta nel suo tragitto e gliela getta negli occhi, impedendogli ancora una volta di vedere il vero volto di Jedikiah. Si è accorto delle sfumature ombrose che riempiono il suo animo, ma preferisce ignorarle e farsi accarezzare dal suo respiro, così vicino da mischiarsi con il proprio.

La lingua guizza sulle labbra, pungolando una delle ferite ancora bagnate di sangue che McCrane gli ha lasciato come ricordo in un allenamento durato un’ora e mezzo. Se possibile, lo ha affaticato più del solito. Le gambe sono rigide sotto il proprio peso, eppure si impone di rimanere in piedi, dritto, per sostenere  lo sguardo attento di Jedikiah, alla stessa altezza del proprio, che è invece pieno di una devozione ossessiva e ossessionata.

È cresciuto, raggiungendolo in altezza, eppure c’è qualcosa negli occhi dell’uomo che gli suggerisce che non ha ancora dimenticato il bambino che era e che, forse, non lo farà mai.

«E quello?» domanda il dottore – è un termine che stranisce John tutte le volte, perché è ben lontano dal dimostrarsi un dottore e non solo per la costante assenza di un camice o per il fatto che sia l’unico dottore che conosce ad andarsene in giro con una pistola nella fondina alla cintura.

Il ragazzo tira un’occhiata alle proprie spalle e la Rosa dei Venti allunga in silenzio le sue braccia, pungolando punti cardinale e nomi di venti che Jedikiah riconosce senza sforzo.

«Credo fosse qui già da prima di me.» John mente e non sa perché. Sottovoce e solo a se stesso, sarebbe pronto ad ammettere che sia colpa dell’imbarazzo; non sarebbe in grado di spiegargli quale significato abbia per lui.

«Mhm.» non sono mai solo mugugni accondiscendenti quelli dell’uomo. Annuisce, ma non ha smesso di parlare «Strano, ho fatto preparare io questa stanza, eppure non ricordo di aver mai visto prima quei graffi nel muro.»

«E’ possibile che la memoria ti sta giocando brutti scherzi. Capita.» non insisterebbe di solito, non su una menzogna. Non gli piace mentire a Jedikiah ed è raro che lo faccia, ma, più spesso, capita quando sono da soli e quando l’uomo coglie segnali che non dovrebbe notare o che, semplicemente, non dovrebbero esserci. Non tra loro due.

Anche se mai direttamente, si può dire che nelle frasi ambigue dell’uomo e nella rigidità del suo corpo quando sono troppo vicini, lui gli abbia fatto capire più volte che non andranno mai oltre a quello che già hanno. È comunque troppo, per entrambi e nessuno dei due ha mai capito bene come gestirlo.

«Già.» conclude il più grande, dimenticando il disegno alla parete, per tornare invece a specchiare negli occhi chiari la figura statuaria di John. Gocce di sudore gli imperlano i pettorali che si gonfiano ad ogni respiro e hanno un guizzo quando Jedikiah abbassa volutamente lo sguardo, scandagliando ogni dettaglio del corpo che lui stesso ha contribuito a modellare. Vorrebbe toccarlo, vorrebbe spingerlo contro il muro, addosso alle trentadue punte della rosa e lasciarlo ansimante, per poi obbligarlo a rimangiarsi ogni stupida bugia che il ragazzo ha deciso di raccontargli.

Non gli piace che gli si menta. Gli piace ancora meno se a farlo è John; da lui desidera solo fedeltà e obbedienza. No. Non solo. Ma ha deciso di accontentarsi e di non dare retta al perpetuo bisogno di sporgersi verso il volto del ragazzo e prendersi anche il suo ossigeno in un bacio affamato.

Non lo fa e John non lo chiede.

John non gli chiede nulla. Mai. John dà. Sputa sudore e sangue per lui, esegue ogni missione affidata con un fiero Sissignore, si rimette in piedi dopo ogni fallimento e si assicura di fare meglio – meglio di chiunque altro – la prossima volta.

Jedikiah potrebbe chiedergli qualsiasi cosa – e più di una volta si è spinto troppo oltre con lui – e John sarebbe disposto a dargliela.

L’uomo, però, fa un passo indietro, dona una distratta occhiata alla porticina che conduce alla stanza da bagno e muove un cenno del capo in quella direzione.

«Non voglio rubarti altro tempo, ci rivedremo più tardi per il briefing sulla tua nuova missione. Ora è il caso che vada a farti una doccia e ti riposi, son.» afferma, regalandogli uno dei suoi sorrisi affabili, prima di congedarsi, uscendo dalla camera.

John non gli ha mai chiesto nulla, ma, se potesse, gli chiederebbe di smettere di chiamarlo a quel modo.

Non è suo figlio e non riesce più a trovare sufficiente quel ruolo.

Note: Visto quanto sono critica nei confronti di questo telefilm, non so se posso considerarmi una fan o meno. Forse no. Ma di certo sono fan della coppia Jedikiah/John e dei due personaggi, uno perché, beh, è Lucifero (serve altro?) e l’altro perché, banalmente, è figo (di nuovo, serve altro?).
La questione Son/Figliolo. Ho deciso di usare la parola inglese perché, in italiano, quel “figliolo” mi fa venire i brividi ogni volta che lo sento. Ho dei problemi, sì, ma non è che non si sapesse già, insomma.
 
 
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