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27 December 2013 @ 05:10 pm
[Team Free Folly] Dec. 21st || 12. Recruitment  
Note inutili: La fic ha compiuto un anno ed io sono ancora qui, al fottuto dodicesimo capitolo che un tempo doveva essere tra gli ultimi, ma che adesso non so neppure più io a che punto della storia siamo. E se non lo so io, che la sto scrivendo, inizia ad essere un problema.
Ho anche voluto fare la splendida e infilare un riferimento ad una puntata che io manco ho visto; come minimo, una volta che mi sarò decisa ad andare avanti con gli episodi e sarò arrivato a quello, scoprirò di aver preso l'ennesima cantonata.
Massì, fingiamo che vada tutto bene, che tutte le cazzate che ho infilato in questo capitolo (e pure in quelli precedenti, vah) abbiano un senso e preghiamo/te perchè non ci vogliano altri secoli per il prossimo.

Dec.21st - Capitolo #12. Recruitment
[Seventeen years early – Somewhere in South Carolyna]
L'orfanotrofio, gestito dalla piccola chiesa di Saint Boniface, ospitava ventun bambini, quattro tutori e una direttrice – una presenza incostante, che passava la maggior parte del suo tempo impegnata in viaggi all'estero, con una predilezione per l'Italia.
Lui non era il più piccolo, né il più grande tra gli orfani. Era basso rispetto ai bambini della sua età, dodici anni circa per qualche decina di centimetri oltre il metro; la pelle era di un chiaro color caramello, i capelli neri, sottili, sempre spettinati e troppo lunghi per un maschio e gli occhi erano di un chiarissimo color miele che, alla luce delle candele, sembrava oro fuso. Non parlava molto, non con gli altri bambini; preferiva rifugiarsi nella lettura di un vecchio libricino di preghiere – da cui erano state strappate metà delle pagine – con cui l'avevano trovato, scritto in una lingua antica che nessun altro, a parte lui, era mai stato in grado di leggere.
Lo chiamavano Ku, perché il nome con cui si era presentato, infreddolito e abbandonato, sui gradini della chiesetta affiliata all'orfanotrofio, era troppo complicato. Era stata Suor Meredith Mapple, incaricata dell'educazione spirituale dei bambini, ad abbreviarglielo a quelle due sole lettere e, vista la devozione del bambino verso la preghiera, lo aveva da subito preso in simpatia.
La notte dell'incendio, Suor Meredith chiamò a sé tutti i bambini e tutti i tutor dell'orfanotrofio, li raccolse nella chiesa, in cui ogni domenica si riunivano per assistere alla messa di Padre Marcus. Si assicurò di chiudere l'entrata principale e quella della sagrestia, sorrise recitando il Padre Nostro e, cospargendo l'altare ed il proprio capo di vino, si diede fuoco.
Tra le urla, i pianti e le richieste d'aiuto rimaste inascoltate, morirono venti bambini, quattro tutori e il pastore della chiesa.
Gli unici due testimoni, una coppia di anziani che troppo tardi riuscirono a chiamare i pompieri, giurarono di aver visto una zaffata di fumo nero uscire da una delle finestre della chiesa. Dissero anche di aver riconosciuto una donna – la direttrice dell'orfanotrofio – e un bambino dalla pelle color caramello, che si allontanavano lungo la strada; quando provarono a chiamarli, la donna si voltò mostrando occhi innaturali, che brillavano di un'inquietante luce azzurrina.
Fu l'ultima volta che la videro e, dopo quell'evento, l'orfanotrofio venne abbandonato a se stesso.
Dimenticato.

[Eleven years early – Somewhere in South Carolyna]
Il portatile era ancora aperto sulle gambe di Sam Winchester a mostrargli le pagine dei quotidiani che pubblicarono articoli sull'incendio dell'orfanotrofio di Saint Boniface, quando la Chevrolet Impala parcheggiò davanti alle mura dell'edificio abbandonato, accanto alla chiesetta diroccata.
L'odore di bruciato sembrava aleggiare ancora nell'aria. Sam si convinse fosse tutta suggestione e, quando suo padre spalancò la portiera, il ragazzo alzò gli occhi allo specchietto retrovisore, incontrando quelli verde scuro dell'uomo.
«Venticinque morti in tutto, esatto?» domandò lui.
«Sì.» rispose.
Sul sedile davanti, accanto a quello del guidatore, Dean sorrideva sornione.
«Venticinque morti, venticinque probabili spiriti. Speriamo di non metterci tutta la notte.»
Il sorriso si spense quando John si voltò verso di lui.
«Perché, hai qualche appuntamento, Dean?»
Irrigidito, abbassò gli occhi, mormorando un «Nossignore.» che strappò un sospiro stanco al fratello minore e aprì un'altra scheggia nelle catene invisibili che suo padre gli aveva legato addosso, dalla morte di Mary. Un giorno avrebbe chiuso con quella vita, sarebbe andato al college, si sarebbe laureato e avrebbe avuto un lavoro come qualsiasi persona normale.
Normale. Sì, un giorno lo sarebbe stato anche lui.
John controllò un'ultima volta di aver abbastanza munizioni per il proprio fucile a canne mozze, con un cenno del capo indicò ai due figli la porta d'ingresso dell'orfanotrofio. Lui avrebbe perquisito la chiesa.

Nessun lavoro era mai come quelli precedenti, ma questo doveva essere una caccia semplice, una disinfestazione non veloce quanto avrebbero sperato, ma neppure così complicata.
Quando Sam propose a Dean di dividersi, per riuscire a controllare più velocemente tutte le camere vuote dell'orfanotrofio, suo fratello lo guardò a lungo mentre si allontanava per uno dei corridoi, con il cuore in gola come ogni volta che si separava dal ragazzo. Si era detto più volte che, prima o poi, gli sarebbe passata quell'ansia che gli rimescolava lo stomaco, prima o poi Sam sarebbe cresciuto – e non solo di altezza, che già era aumentata di quattro centimetri in una sola estate.
Il più piccolo aveva proseguito per il secondo piano dell'edificio. Non aveva trovato nulla di rilevante: solo giocattoli rotti, suppellettili impolverati, un maledetto lavandino che perdeva e riempiva i bagni comuni del rumore assordante di gocce d'acqua che cadevano, qualche spazzola per capelli a cui mancavano le setole e vecchie scarpe mangiucchiate dai topi.
Raggiunse una delle stanze dei bambini, con quattro letti in tutto, tutti rimasti disfati.
Reggeva lo shotgun caricato a sale in una mano e la torcia nell'altra. Si sorprese quando la luce illuminò una figura umana, rendendosi conto poco dopo che si trattava del proprio riflesso sui pochi frammenti che uno specchio ancora ospitava.
«Fanculo…» mormorò, tirando un sospiro di sollievo, ma, come comparso dal nulla, al proprio riflesso se ne aggiunse un secondo.
Alle sue spalle, due occhi color miele lo fissavano.
Si voltò di scatto, puntando il fucile su un ragazzino che doveva avere pochi anni più di lui, dalla pelle caramellata e i capelli corvini, era alto e troppo magro, ma ancora troppo vivo per essere uno spirito.
Doveva trattarsi di uno dei ragazzini senzatetto del quartiere che aveva trovato rifugio nell'edificio abbandonato, ma quando fece per chiedergli che cosa ci facesse lì, l'altro lo precedette, parlandogli in una lingua che non conosceva.
«Non riesco a capirti, non parli inglese?» chiese.
L'altro continuò a parlare, sollevò un libretto tra le mani – no, metà libretto, il resto era stato strappato –, mostrandoglielo aperto su simboli di una lingua che non conosceva, forse azteca o qualcosa del genere.
«Non ti capisco.» Insistette, scuotendo il capo ed abbassando lo shotgun.
Il ragazzo avanzò, il libretto sempre aperto, la voce che si faceva più alta, finché Sam non comprese che non stava parlando con lui, ma stava recitando quello che, ad una prima impressione, poteva trattarsi di un rito.
«Maledizione!»
Non riuscì a puntare nuovamente la propria arma; una mano femminile si sollevò in un gesto secco che attraversò l'aria e lui venne scaraventato con violenza contro lo specchio, ricadendo in terra tra le schegge di vetro, stordito.
«Sam Winchester.» annunciò una voce femminile.
Tacchi alti si mossero lungo il pavimento, fermandosi accanto al corpo del giovane cacciatore.
«Tra tutti quelli che potevano venire a disturbare il loro patto, proprio tu.»
Era calda la voce della donna, dolce come il miele e lasciva come il richiamo del peccato, con note oscure che non aveva mai sentito prima d'ora ma che, istintivamente, si convinse appartenere ad un demone. Per un attimo pensò potesse trattarsi del Demone dagli occhi gialli, quello che suo padre cercava tanto disperatamente, ma quando a fatica, sollevò gli occhi, tra le gocce di sangue che gli macchiavano la vista a causa dei vetri rotti che gli avevano aperto una ferita alla nuca, quello che vide non fu un demone. Non esattamente.
Riconobbe la direttrice dell'Orfanotrofio. L'aveva vista in una delle foto che i giornali dell'epoca avevano pubblicato e, nonostante fossero passati sei anni, lei non era cambiata per niente, ma, soprattutto, notò i suoi occhi e il loro colore di un azzurro iridescente. Soprannaturale.
«Lo so,» riprese la donna «hai tante domande da farmi, ma ora non posso proprio darti retta. Lui sta aspettando da troppo, mi capisci, vero?»
Un sorriso di scherno piegò le sue labbra, poggiò una mano alla spalla di Sam e fu come se quintali di peso invisibile lo schiacciassero a terra, togliendogli il fiato.
Boccheggiò, cercando di chiamare suo fratello, chiedere aiuto o anche solo allungare le dita verso lo shotgun caduto troppo lontano.
«Tranquillo Sam, non ho intenzione di ucciderti, abbiamo tutti grandi piani per te. E presto sarai tu a…»
Sam sentì il sangue pulsargli nel cervello, la vista che iniziava ad appannarsi e il corpo che si intorpidiva.
Non riuscì a sentire la fine della frase e, presto, tutto si fece nero.
La donna sorrise, muovendo un ampio gesto con il braccio verso il ragazzino che, fino ad allora, era rimasto immobile a fare da disinteressato spettatore.
«Procedi pure, Q'uq'umatz.» pronunciò, in una lingua che non era umana.
Lui temporeggiò.
«Com'è possibile che sia quel Sam Winchester? Non dovrebbe trovarsi qui.» mormorò, in una lingua vecchia quanto il mondo, diversa da quella della direttrice, ma che, nonostante tutto, entrambi comprendevano.
«Non c'è niente di cui preoccuparti, è il legame con Lui ad averlo richiamato qui. Quasi sicuramente anche suo fratello Dean, ora, si trova nei paraggi. In fondo non è un caso se il primo nome di questo buco impolverato doveva essere Saint Michael.»
Il ragazzo non sembrò cogliere alcun riferimento, né si mostro interessato a questioni che non lo riguardavano in prima persona.
«Che cosa faremo se dovesse scoprire che…»
«Non accadrà. Al suo risveglio si sarà dimenticato il nostro incontro e potrà tornare a giocare al cacciatore con la sua famigliola di disadattati.»
«Sei sicura, Samyaza?»
La donna sorrise. C'era la tenerezza di una madre nei suoi sorrisi e, insieme, il veleno degli scorpioni.
«Dammi un po' di credito, Q'uq'. Sono o non sono il tuo angelo preferito?»
Lui scrollò le spalle.
«Angelo caduto, vorrai dire.»
«Oh, ti assicuro che sono molto più di quello. Ma ora forza, non facciamolo aspettare, hai un Patto da portare a termine.»

[Seven years early – Other World; Somewhere in Italy]
Quanto avevano aspettato?
Anni, secoli, millenni. Così tanto che, uno dopo l'altro, i discepoli del culto avevano perso il conto, e, aggrappandosi alla propria fede, custodivano in segreto la tomba di pietra che lo imprigionava.
Di lui non erano rimaste che le ossa e metà soltanto di un libricino scritto in una lingua troppo antica, che occupava la cassa toracica, al posto di un cuore che non possedeva più.
Mancavano ancora poco meno di sette anni alla data prestabilita e poi avrebbero fatto in modo che lui avesse la sua vendetta.
Un uomo dalla pelle bruciata dal sole, coperto da una toga nera, si inginocchiò ai piedi della tomba.
Portava con sé una coppa ricolma di sangue umano, la poggiò davanti a sé e, quando il sangue ribollì, annuì con riverenza.
«Il nostro Dio attende con impazienza la sua rinascita.» affermò, rivolto alla coppa, in una lingua dimenticata «I suoi Filos hanno già trovato la Regina.»
Il sangue gorgogliò ancora, in quella che parve una risposta.
«Abbiamo pensato anche a quello. I nostri Incubus stanno già cercando l'accesso al Purgatorio e, da lì, la Creatura che avete designato aprirà la prima breccia, per creare la via di sangue. Non dovete temere nulla, nel nostro mondo non ci sono cacciatori di demoni e, finora, nessuno si è accorto che l'incendio a Venezia, l'esplosione nell'aeroporto di Roma e il terremoto in Reggio Emilia sono solo i presagi della nostra presenza.»
Il sangue nella coppa gorgogliò un'ultima volta e l'uomo sorrise.
«Andrà tutto come previsto e quando i Quattro Re avranno aperto i cancelli, il Conquistatore tornerà alla luce e voi avrete Sam Winchester.»

[Now]
«Dannazione!»
Era passato un giorno, un intero fottuto giorno e le ricerche di Mary e Aaren non avevano portato da nessuna parte.
Sam affondò le mani tra i capelli, continuando a percorrere avanti e indietro il perimetro della casa, nonostante avessero già setacciato da cima a fondo ogni stanza, senza trovare alcun indizio, se non la vernice rossa che, nella zona della discarica, qualcuno aveva usato per incidere il grimorio della chiave di Salomone nel cerchio di prigionia demoniaca.
Anche le telefonate con tutte le conoscenze possibili di Bobby erano state inutili, quel poco che sapevano sui Figli del Conquistatore erano nozioni che già avevano e il poco in più che erano riusciti a dirgli, riguardava unicamente l'ubicazione di alcuni degli oggetti che necessitavano per ricreare una Luna Rossa completa. L'ultima speranza era stata donna Sòfia, avevano trovato il suo numero sulla rubrica, ma per quanti tentativi avevano fatto, non erano riusciti ad ottenere risposta; il telefono era stato staccato.
Esausto, il cacciatore si fece ricadere a peso morto sul divano del salotto.
Nicole lo raggiunse poco dopo, insieme alla terza tazza di caffè della giornata, che aveva alternato con quel poco tea che Bobby aveva ancora nella credenza, ormai finito.
«Vedrai che le troveremo.» tentò di rassicurarlo, in risposta non ricevette altro che uno sguardo distante e un debole «Grazie.» mentre recuperava la tazza dalle sue mani, abbandonandola sul tavolino, senza neppure toccarla.
Castiel, in piedi accanto alla finestra, aveva seguito in silenzio ogni movimento del ragazzo, le labbra schiuse a pronunciare parole che non aveva mai detto e il cuore appesantito dai sensi di colpa.
«Tu lo sapevi, non è così, Cass?»
Prima della voce di Dean, arrivò il tonfo sordo della scatola di munizioni sbattuta sul tavolino, poi il peso del suo sguardo che bruciava, indirizzato verso l'angelo.
Nicole lo guardò stupita, così come Freyja, Benny e Bobby.
Sam, invece, era talmente stanco che registrò in ritardo la voce del fratello.
«Tutte queste cazzate sullo stare attenti di qua e di là e poi scopriamo che 'sta dannata regina è sempre stata con noi! E che diavolo è, eh? Un demone?»
Gli occhi blu di Castiel si fermarono a lungo in quelli di Dean, di un verde attraversato da sfumature più scure, simili a onde inquiete in un oceano in tempesta.
Annuì.
«Perché cazzo non hai detto niente?!»
«Non ne avevo la certezza.»
«Jesus, Cass!» imprecò il cacciatore «Ce n'è già uno in famiglia che punta sempre sul cavallo sbagliato, non puoi mettertici anche tu!»
Nicole si intromise, la caraffa di caffè quasi le cadde di mano per la rabbia e il corpo si protese verso il più grande, pur rimanendo distante da lui di quei metri che la separavano dalla poltrona su cui era seduto.
«Finiscila Dean, non è stata colpa sua.» sbottò.
«Sì, sì, lo so, ma...»
«No, non lo sai invece! Non stai parlando di un demone qualunque, ok? Aaren è nostra amica, noi la conosciamo e lei non è un... non può essere un demone... non può...»
Sam aveva passato il tempo a cercare qualsiasi cosa, Benny era stato messo sotto torchio da Dean perché gli dicesse tutto quello che sapeva su Tepeu e i fottuti amichetti delle ombre e Freyja aveva cercato di raffreddare i bollenti spiriti del ragazzo, ricordandogli che il Vampiro era dalla loro parte.
Nicole, invece, aveva rivissuto mentalmente tutti i giorni, le settimane e i mesi trascorsi insieme alle altre ragazze. Aveva cercato di ricostruire ogni dettaglio, nella speranza di trovare un particolare – uno solo sarebbe bastato – che la rassicurasse sull'innocenza di Aaren.
Era loro amica.
Non poteva essere un demone.
Se ne sarebbero accorte.
No?
«E secondo te perché, entrambe le volte che vi abbiamo portate qui, non si è mai seduta in questa dannata zona del salotto?» la voce dura di Dean arrivò a gettare benzina sul fuoco dei suoi dubbi.
Con un gesto secco lui indicò il soffitto: il cerchio che formava la trappola demoniaca spiccava sull'intonaco in un rosso cupo.
«Non…»
«E quante volte l'hai vista toccare del sale, mhm?»
«Però era con noi durante ogni esorcismo, se ci fosse stato un demone dentro di lei sarebbe stato rimandato all'inferno! Cass, diglielo, c'eri anche tu quando abbiamo esorcizzato quel demone, Garegin!»
Castiel abbassò il capo, tacendo.
«Cass...?»
Tutto cominciava ad avere un senso.
La sensazione che aveva percepito fin dalla prima volta in cui lei gli si era avvicinata, la stupida conta di Garegin, lo scrigno che aveva lasciato aprire ad un'altra delle ragazze e il legame vincolante sul suo braccio.
Avrebbe dovuto ucciderla, invece l'aveva liberata dalla trappola demoniaca e aveva permesso che prendessero Mary.
Freyja si avvicinò al gruppo, insieme alla propria tazza di caffè.
«E' per questo che è riuscita a prendere lo scrigno...» mormorò, sovrappensiero.
Da quando erano tornate dall'università di Tallahassee, il bisogno di chiederle come avesse fatto a recuperarlo, senza più possedere la fiala di terra, l'aveva tormentata.
Nicole la guardò esasperata.
«Non dirlo neppure per scherzo!» la rimproverò.
«Scusa, è solo che sono confusa e, se ci rifletti bene, è da un po' che si comporta in modo strano. Da Monterrey.»
«Si può sapere che diavolo è successo in quel maledetto tempio?» ringhiò Dean, esasperato da quel nome che continuava a saltare fuori e sembrava giustificare qualsiasi evento strano che riguardasse quelle quattro ragazze.
Benny puntò lo sguardo su Freyja, senza dire nulla.
«Nulla, almeno a me, ma ci siamo separate e ognuna ha trovato un'uscita diversa.» spiegò lei, cercando di non dar peso allo sguardo del Vampiro e alle parole di Mary.
Dalla scomparsa della più piccola, aveva iniziato a temere che, in qualche modo, potesse c'entrare anche Benny, ma erano rimasti tutto il tempo insieme e, nonostante Freyja sapesse dei due scrigni da lui rubati, non aveva voluto credere che le avesse tradite così. Era più facile puntare il dito su chi non c'era.
Nicole si portò l'indice alle labbra, mordendone nervosamente l'unghia.
«Ci dev'essere una spiegazione logica, ok? E poi è quello che mi ha detto donna Sòfia, nemmeno lei sapeva se la Regina fosse dalla nostra parte o meno e noi non sappiamo se Aaren è questa Regina.» disse, cercando di convincere anche se stessa.
Al suo fianco, i movimenti di Sam furono così silenziosi, quando si sollevò in piedi per raggiungere l'appendiabiti su cui aveva abbandonato il proprio cappotto, che si accorsero di lui solo quando fu già alla porta.
«Sammy?» lo chiamò Dean, con tono preoccupato.
«Non riesco a stare seduto a non far niente, ho bisogno di…» si interruppe, puntando gli occhi in quelli di suo fratello, nella speranza che riuscisse a leggere quello di cui aveva bisogno. Di uscire, di fare qualcosa, di pensare, di smettere di pensare, di agire. Di trovare Mary. Null'altro.
«D'accordo.» acconsentì il più grande «Noi cercheremo di trovare un dannato modo per scovare il demone asmatico con gli amichetti zombie.»
«Ok.»
Si chiuse la porta alle spalle e il silenzio piombò con violenza sulla casa.
«Sam!» urlò Nicole.
Si precipitò dietro il cacciatore, spalancando la porta e gli corse in contro.
Quando lui si fermò ad aspettarla, lei riprese fiato. Non le serviva per quei pochi metri percorsi, ma perché lo sguardo affilato che si ritrovò davanti, quello di un predatore intenzionato a stanare le proprie prede, le aveva gelato il sangue nelle vene, bloccandola sul posto.
«S-sono sicura che sta bene. Tutte e due.» sperò intensamente che lui le credesse.
Debole e quasi invisibile, l'angolo destro delle labbra si sollevò e lui abbozzò un sorriso scarno, distante.
«Hai mai avuto l'impressione di conoscere una persona da sempre e di sapere quasi esattamente che cosa sta pensando?»
La domanda la lasciò spiazzata.
Com'era naturale che fosse, si ritrovò a pensare a Dean e si rese conto che, con lui, non avrebbe mai avuto un'intesa del genere, né provato nulla di simile, si sarebbe sempre chiesta che cosa pensasse di lei, che cosa volesse da lei, se avesse mai potuto innamorarsi di lei...
Sam si voltò completamente, troneggiando su Nicole. Sollevò una mano ai capelli, passandovi le dita nervosamente e poi ripassandole ancora, cercando aiuto in quel gesto.
«Non so neppure io come sia successo, ma ogni volta che sono insieme a Mary è quello che provo. E tutto quello che volevo era proteggerla e ora guardami.» sibilò tra i denti, in un sorriso autoironico, rotto, che faceva male al solo vedersi «Anche in questo ho fallito. God, che cosa c'è che non va in me?»
Nicole mosse un passo in avanti, con l'impulso di abbracciarlo, ma Sam indietreggiò di un passo e lei fu sicura che avesse eretto un muro invisibile, per impedirle di raggiungerlo.
Si rese conto per la prima volta di quanto difficile fosse legare davvero con Sam Winchester.
Tutto quello che riuscì a fare fu guardarlo allontanarsi, mentre muoveva la mano in un gesto che le indicava la porta d'ingresso.
«Torna dentro, Nicole, Dean ha bisogno di te.»
Nient'altro.

«Cass, non sei ancora riuscito a trovare niente?»
Dean era tornato a preoccuparsi delle ricerche. Aveva fatto un salto in cucina per recuperare un paio di birre, lasciandone una tra le mani di Bobby ed era stato attento ad evitare lo sguardo di Nicole, quando la ragazza era tornata indietro. Non aveva tempo di preoccuparsi di lei – dei dubbi che quella situazione aveva portato alla luce e che riguardavano il suo rapporto con la ragazza.
Castiel, ancora in piedi davanti alla finestra, osservava l'orizzonte, concentrandosi su quello che i suoi sensi e la sua grazia percepiva. Donne, uomini, vecchi e bambini, i versi di animali in gabbia, il pianto dei neonati, le preghiere dei fedeli, la risata di demoni appena nati in città troppo lontane e il sibilo di mostri, ora inutili, nascosti nell'oscurità. Nulla che potesse portarlo alle due Straniere.
Cercò ancora, ma, quando un sibilo sottile che udì appena gli parlò in enochiano, gli si mozzò il respiro.
Strizzò gli occhi, allontanandosi dalla finestra, cercando il muro con la schiena e lì sostenendosi.
«No…» disse, la voce incerta che mano a mano ritrovava fermezza «Non riesco a trovarle, devono aver trovato un modo per nasconderle alla mia Grazia.»
«Fantastico. Bobby?»
«Se la smettessi di chiedermelo ogni cinque minuti e mi facessi finire di leggere questa dannata pagina, forse riuscirei a trovare qualcosa. Idjit!» berciò l'uomo, tirandogli un'occhiata di sbieco.
«Wo, ok, ok!» allargò le braccia, lasciando vagare lo sguardo per la stanza, alla ricerca di qualcosa che avrebbe potuto tenerlo occupato durante l'attesa. Quando incrociò quello di Nicole, riabbassò le braccia di colpo, distogliendolo e indicando le scale che conducevano alla Panic Room «Allora io vado a recuperare altre munizioni, ci serviranno se troviamo il covo di quei bastardi.»
«Vuoi una mano?» si offrì Nicole.
«No.»
La risposta fu così secca, che anche gli altri si accorsero che tra quei due si era aperta una crepa.
«Lascia perdere quel bamboccio e vieni ad aiutare me.» propose Bobby e lei fu grata per averle dato qualcosa con cui occupare i propri pensieri.

Sam non conosceva l'enochiano, era capitato che lo sentisse parlare da Castiel e che rimanesse affascinato dalla strana musicalità di cui si riempivano le parole, dal modo in cui danzavano nell'aria e carezzavano con dolcezza i timpani, come se avessero vita propria; ma non poteva dire di conoscerlo.
Eppure, quando quel sussurro cavalcò le correnti d'aria calda, scontrandosi con il suo volto e scivolandogli sulla pelle, insieme ad una sensazione di strisciante irrequietezza, seppe con certezza che si trattava della lingua degli Angeli.
Si guardò attorno, con i muscoli rigidi e i sensi all'erta.
Non c'era nessuno insieme a lui, soltanto il vento e i rottami delle auto.
L'Impala era parcheggiata a pochi passi da lui. La raggiunse, abbandonando le mani sul cofano e il proprio riflesso si specchiò sulla lucidatura nera.
All'inizio non ci fece caso, era solo un ombra quella che contornava il suo riflesso, ma quando gli occhi sottili, felini, si fecero più grandi e più femminili, trasalì.
Una ragazza lo fissava dal cofano, le labbra schiuse a formare una frase che non sentiva e le mani protese in avanti, come se stessero poggiando a qualcosa. Era difficile distinguerne bene le forme, riusciva solo a vederne i capelli lunghi e a malapena avrebbe potuto dire che fossero castani o corvini.
«Mary?» domandò, sentendosi uno stupido per averlo anche solo pensato. Non poteva essere la ragazza, era umana, di questo ne era sicuro – di questo voleva convincersene, basta con i demoni, basta fidarsi delle persone sbagliate, basta mandare tutto a puttane.
Sbatté con violenza le mani sul cofano, incurvandolo appena sotto il loro peso.
«Che diavolo vuoi da me?!»
Il riflesso fece per parlare di nuovo, ma quando il sibilo enochiano sfilò ancora ai timpani del giovane Winchester, lei tacque, come se l'avesse sentito a sua volta e svanì.
Se solo avesse conosciuto la lingua degli Angeli, forse anche lui avrebbe desiderato sparire, nel comprendere quella frase.
Presto ci rincontreremo, Sammy.

Si allontanò di corsa dalla Stanza dei Miraggi e i piedi nudi calpestarono un tappeto di piume nere, che attutiva il rumore dei suoi passi.
Jewel, la chiamavano, anche se a chiamarla, di solito, era solo lui.
Le tese la mano e, quando l'afferrò, un ghigno distorto gli imbrattò il volto. Non era realmente suo – nulla di quel corpo lo era mai stato fino in fondo –, ma l'aveva indossato per così tanto tempo, che aveva iniziato a trovare confortante quell'immagine di sé e, in fondo, doveva pur mostrarsi con un corpo agli occhi della sua giovane ospite. Gli umani si sa, tendono a spaventarsi di ciò che non comprendono.
Una faccia da mostrare, una bocca con cui parlarle, delle braccia con cui cingerla e un corpo con cui premersi addosso a lei, erano stati il minimo indispensabile e, laggiù, quell'immagine fittizia non si sarebbe mai consumata.
«Tra poco potrai sentire ancora il vento sulla pelle e la terra sotto ai piedi, Jewel.» le sussurrò all'orecchio, facendola sedere tra le proprie gambe.
Lei annuì, chinando il capo verso la sua spalla, circondata da ali enormi che si innalzavano maestose e le ricadevano addosso, opprimendola. Come se già quella gabbia non fosse stata sufficiente…
«Qualsiasi cosa hai in mente, non funzionerà.»
La seconda voce provenne da un punto non meglio definito, oltre le ali, in un angolo della gabbia.
Jewel cercò di spiare tra le piume che le solleticavano il volto. Erano morbide al tatto, ma, ogni volta che si muovevano sotto il suo respiro, c'era una scossa elettrica che le attraversava rimbalzando da piuma a piuma in minuscoli lampi biancastri che, per un attimo, le ricoloravano di quel colore. Bianche. Immacolate. E subito dopo tornavano ricoperte di un nero più profondo della stessa oscurità, adornate da sfumature rosso sangue.
Riuscì a scorgere due occhi verde acqua che, attenti, la fissavano.
Infine, le piume le coprirono di nuovo la vista.

Freyja aveva bevuto tanto di quel caffè che le sarebbe bastato per una vita intera, ma dopo più di ventiquattr'ore passate nell'ansia, il divano del salotto non era mai parso così morbido. Le voci di Bobby e di Nicole, impegnati a confrontarsi nelle ultime ricerche che li stavano tenendo occupati, si erano fatte sempre più lontane e, alla fine, la ragazza era caduta addormentata.
Sognava spesso, tra tutte era forse quella che sognava di più e non sempre si trattava di incubi; alle volte erano sogni quieti, sognava di Benny, del loro primo incontro, del loro primo bacio – o quello che lei credeva fosse il primo – e, perfino, di tornare a casa e presentarlo ai suoi.
Alle volte i suoi erano sogni felici.
Non quella.
Quando la mano, dalla pelle di un nero innaturale, si tese verso di lei, un campanello d'allarme trillò nella sua testa.
Tepeu. Le disse, senza vedere null'altro se non quella mano.
Sentì anche una voce risuonare nella testa e, il bisogno di stringere quelle dita, si fece irresistibile:
«È ora di prendere il posto che ti spetta, mia Regina.»
Quando occhi rossi, di un giaguaro in piedi accanto alla mano tesa verso di lei, la fissarono, cercò di sottrarsi, ma, per quanto ci provasse, il suo corpo non rispondeva più al proprio volere.
«No…» bisbigliò «Andate via, lasciatemi in pace!»
La mano nera si strinse intorno alle sue dita e lei venne trascinata verso una strada buia, costeggiata da piante tropicali che non sarebbero dovute crescere in quella zona dell'America.
Le gambe si muovevano contro la sua volontà e, passo dopo passo, si ritrovò a calpestare l'erba umida bagnata dalla riva del Missouri e, qualche metro più in là, sulla destra, un camminamento di legno che procedeva lungo la costa e conduceva ad un piccolo molo.
Non era mai stata in quella zona della città, ma riuscì a riconoscere all'istante il luogo.
Era il punto in cui Castiel, nella sesta serie di Supernatural, si lasciava affondare tra le acque, morendo.
Che cosa ci faccio io qui? Tentò di domandare, ma non c'era più voce che le uscisse dalla gola e più continuava ad opporsi, più quella forza sconosciuta la trascinava verso l'acqua, metro dopo metro.
No, no, fermati, così affogherò!
Cercò di divincolarsi dalla presa della mano nera e, a quella, si aggiunsero due braccia grandi e forti, che le circondarono la vita, sollevandola di peso.
«NO!» urlò, finalmente.
«Freyja! Calmati, sono io!»
La voce che udì alle proprie spalle, poco oltre la propria nuca, era quella di Benny.
Freyja sbatté gli occhi più volte, accorgendosi di essere ancora nella proprietà di Bobby, anche se, senza sapere come, si era spostata nel retro della casa e Benny l'aveva presa al volo, proprio poco prima che si buttasse oltre un vecchio pozzetto coperto solo in parte da vecchie travi di legno.
«Stai bene?» le chiese il Vampiro.
«No…» rispose, tremando. Si voltò, cercando rifugio tra le sue braccia, aggrappandosi a lui e cercando di scacciare quell'inquietante visione che aveva appena avuto.
«Hei, ti ho presa. Ti ho presa…» le mormorò lui tra i capelli, osservando oltre le sue spalle, verso il pozzo e poi più in là, dove un sentiero che quasi veniva coperto dalla fila di auto vecchie, spariva oltre gli alberi, serpeggiando per la città fino a condurre al letto del fiume Missouri.
Freyja rimase a lungo tra le braccia del Vampiro, gli occhi serrati e il volto premuto contro il suo petto, mentre il battito del cuore rallentava e, poco per volta, riprendeva completa coscienza di sé. Con la mente lucida, si focalizzò su quello che aveva visto nell'incubo appena passato, rivide se stessa, la mano nera, il giaguaro che camminava loro affianco e poi il riflesso dell'acqua.
Mia Regina.
L'aveva chiamata Tepeu.
Eppure, quando si era affacciata allo specchio d'acqua, non aveva visto il proprio volto.
Al suo posto c'era una donna dai lunghi capelli bianchi, occhi color perla e un buco nel petto…

«Ragazzi! Freyja! Benny! Sam!»
La voce di Nicole risuonò forte e chiara.
La ragazza correva, alla ricerca di chi non si trovava più in casa.
«Le abbiamo trovate!» urlò, agitando le braccia quando, in lontananza, scorse l'amica e il Vampiro e, dall'altra parte del deposito, Sam.
«Abbiamo trovato Mary e Aaren!»
 
 
Current Mood: sicksick
Current Music: Give me love - Ed Sheeran