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08 May 2013 @ 08:20 pm
[Supernatural RPS] J. || #11.Count-down to Christmas day  
Titolo: J.
Serie: Supernatural Rps
Capitolo: 11/?
Character: Jared Padalecki; Jensen Ackles; Jeffrey Dean Morgan; Hilarie Burton (nominated); Joanna Krupa (nominated);
Pairing: JensenxJared {j2},
Rating: Nc-17
Genre: Slice of life, Fluff, Romance, Erotico, Melancoly
Word: 4.138
Note: Prima di tutto chiedo venia per l'enorme ritardo nel postare il capitolo. Ritardo che, quasi sicuramente, si ripeterà anche per i prossimi capitoli, quindi facciamo finta che sono perdonata da qui alla fine della fic, se mai ne vedrà una, vero? Mi piacerebbe dire che l'attesa verrà premiata con un po' di sano porn, ma... no, niente porn, non odiatemi, giuro che è colpa dei J2 che mi remano contro (?).
Io e il Football, pessima accoppiata davvero. Non solo non capisco praticamente niente di quello sport, è tanto se so cos'è il quarterback, per intenderci, quindi non è che sia stata molto furba a scriverci su un capitolo... A parte questo, i play-off CowboysVSSeahaks si sono svolti realmente, ma nel 2006 e non nel 2005 (anno in cui è ancora ambientata la fic), i Cowboys hanno davvero perso 20 a 21 e, per quanto riguarda il giocatore preferito di Jensen... seah, l'ho sparato a caso tra i troppi nomi e i troppi ruoli del team che giocava in quegli anni. Per quanto invece riguarda la questione Jared & Footballl, da qualche parte mi era capitato di leggere che all'inizio del football gliene fregasse poco, ma magari mi confondo con le troppe fic che ho letto, anyway, mi piace l'idea che la sua passione parta da Jensen, quindi amen.
Mi fa un po' ridere che, alla fine, i capitoli Natalizi li pubblicherò ora che è quasi ferragosto (?); come minimo i capitoli sulle vacanze estive li scriverò a capodanno 2014... Conoscendo la mia lentezza, è perfino probabile.
Ah, ultima cosa, Hilarie Burton è l'attuale compagna di Jeffrey Dean Morgan, fidanzati o quel che è dal 2009, ho anticipato le cose per questioni di trama, tanto a lui non interessa.
Disclaimers: Gli attori appartengono tutti a loro stessi, con questa fic non si vuole assolutamente discutere i loro gusti sessuali, le loro scelte di vita o quant'altro. E' una fic scritta senza scopo di lucro e senza la pretesa di poter dire di "conoscere" i personaggi che qui si muovono perchè no, non li conosco affatto e in questa fic c'è soltanto la loro idealizzazione.
Capitoli precedenti: 01 - 02 - 03 - 04 - 05 - 06 - 07 - 08 - 09 - 10 - 11


J.
[The amazing guys]
#11. Count-down to Christmas day
Pantaloni grigi dagli ampi tasconi laterali, il portafoglio infilato nella tasca posteriore, un cellulare in quella del cappotto nero, aperto sulla maglia a maniche lunghe di un marrone scuro da cui spuntava il colletto di una maglietta più chiara e Jensen era pronto per la partita di football.
Era una di quelle domeniche perfette, in cui il freddo dell'inverno veniva quasi dimenticato per merito del sole, che illuminava un cielo completamente sgombro di nuvole.
Alcune delle ville più vicine all'appartamento si erano riempite di gente, i bambini scorrazzavano, urlavano e si inseguivano nei cortili, i padri grigliavano al barbecue e il resto della famiglia era già raggruppata di fronte al televisore, pronta per godersi i playoff della stagione di football.
Tutti erano pronti per la partita.
Da ore.
Tutti tranne:
«Jared!»
Jared Padalecki.
«Vuoi smettere di agitarti come un'anima in pena nella mia stanza, non è omologata per sopportare il Padhurrican di San Antonio!»
Vestito solo da un paio di jeans comodi che gli ricadevano troppo lunghi (diamine, ma di quanti metri li comprava perché stessero lunghi a lui?!) su un paio di semplici converse nero e bianche, Padalecki si fermò, guardando l'amico con un'espressione imbronciata che, immediatamente, Jensen memorizzò, catalogò e salvò, in una cartella mentale che aveva segretamente intitolato "My puppy". My, non perchè appartenesse a lui, ma perchè si trattava del suo coinquilino, quindi sì, forse un po' gli apparteneva.
«Non stai prendendo troppo gusto nello storpiarmi il cognome?» borbottò il più giovane.
«Ma devi ammettere che lo faccio da Dio. I'm awesome.»
Jensen scoccò la lingua contro il palato, in un gesto che apparve sciolto e naturale, nonostante fosse teso come una corda di violino.
Non era awesome, era stupido, era imbarazzato e i propri ormoni erano regrediti all'adolescenza, impazziti a causa di un ragazzo mezzo nudo che si aggirava per la sua stanza, sorridendo e parlandogli come avrebbe fatto con chiunque in qualunque luogo, assolutamente a proprio agio.
Alle volte odiava quella sua disinvoltura. Altre la invidiava. Altre ancora, ammise amaramente, la amava.
Chiuse gli occhi, ripetendosi, come troppo spesso capitava da quando era cominciata la loro convivenza, che il suo era un amore fraterno, nulla di più.
E per qualche secondo riuscì perfino a convincersene, fin quando non riaprì gli occhi, ritrovandosi senza volerlo a guardare la schiena nuda di Jared, tuffato con la testa tra le ante dell'armadio a muro. I muscoli guizzavano ad ogni movimento, sotto la pelle di un piacevole rosa chiaro e la curva dolce della schiena metteva in risalto la colonna vertebrale di cui poteva contare ogni singolo anello, scivolando giù con gli occhi e guardandola sparire al di sotto del bordo dei boxer che spuntava dai jeans, lì dove cominciava un fondoschiena che... Jesus Christ, non di nuovo!
Si lasciò cadere sdraiato sul proprio letto, obbligandosi a non guardare l'amico e a non pensare a niente, mentre Jared cominciava a scartare giacche e camicie.
«Questo no. Questo no. Oh cool, questo me lo devi prestare la prossima volta!»
«Ma sei venuto qui solo per fottermi i vestiti?»
La domanda arrivò dal cuscino del letto, dove Jensen aveva poggiato la testa, mentre le gambe lunghe si erano distese sul materasso.
Se doveva aspettare i comodi del collega e combattere contro una crisi esistenziale privata, tanto valeva farlo comodamente.
Jared scrollò le spalle.
«I miei vestiti sono ancora chiusi negli scatoloni, non ho avuto tempo di smontarli così ho pensato di prendere in prestito i tuoi.»
«E quando mai.»
«C'mon, buddy, ricordati la regola numero uno dei best friends.»
Bastardo, usare l'arma del best friend contro di lui era un colpo basso.
«Condividere. Seah.»
Jared aggrottò la fronte.
«Era quella? Non avevamo deciso che la prima fosse "Assecondare ogni richiesta di Jared"?»
«Ora non te ne approfittare, idiota!»
Jensen gli tirò un cuscino addosso e l'altro rise, decidendo finalmente che cosa mettersi o, per meglio dire, rubare.

Playoff di stagione. E, tifare come se ne andasse della loro vita, non era mai stato così importante.
Jared aveva ammirato affascinato l'immensità del campo di gioco, con tutte le sue 120 yard, le panchine, gli spalti, i giocatori e i tifosi. Era abituato a vederlo dal televisore del salotto a casa dei suoi, ma il paragone non reggeva e lui, comunque, non aveva mai prestato molta attenzione alle partite, aveva sempre trovato qualcos'altro da fare, la sua ragazza con cui uscire o qualche bravata da combinare con Chad e gli amici.
Scoprì, invece, che Jensen era tra i più grandi tifosi che avesse mai conosciuto, perfino più di quanto lo fosse suo padre che conosceva a memoria ogni formazione delle squadre più importanti dal 1980 in poi. Ad ogni yard conquistata dalla sua squadra aveva visto Jensen scattare in piedi, urlare, incitare, sollevare il braccio, fischiare col pollice e l'indice tra le labbra e, quando il possesso di palla veniva perso e la squadra avversaria avanzava, si faceva ricadere pesantemente sulla poltrona.
Erano stati quattro lunghi quarti, uno più esaltante dell'altro e gli occhi del più giovane avevano continuato a danzare tra il campo e la figura di Jensen, addentando di volta in volta un hot-dog, aggiungendosi alle sue imprecazioni e urlando con lui "Corri Barber! Corri!", unendosi al coro dello stadio, fino a rimanere quasi senza voce, fino alla fine, quando i Dallas Cowboys persero per un solo dannatissimo punto contro i Seattle Seahawks.
21 - 20.
E stagione finita per i Cowboys di Dallas.
«Merda!» imprecò Jensen, affondando le mani tra i capelli, con i gomiti poggiati alle cosce e la gola dolorante per tutte le sue urla.
Accanto a loro il pubblico aveva già cominciato a sciamare via, abbandonando maledizioni, frasi sconsolate, insulti o perfino pianti.
Jared strinse la spalla dell'amico tra le dita, in un gesto affettuoso come il sorriso che gli regalò quando ne cercò lo sguardo.
«Tutto bene?»
L'altro scrollò le spalle.
«Sì, sì.» sbuffò, mantenendo la testa bassa e lo sguardo sulla pavimentazione degli spalti, in una delle curve più vicine al campo da cui avevano potuto vedere ogni azione perfettamente, anche grazie ai due enormi schermi televisivi «Ce l'avevamo quasi fatta.»
«Già.»
Non gli mise fretta, lasciò la propria mano alla sua spalla, facendola scendere alla schiena in una carezza lenta che sarebbe potuta sembrare intima, più adatta nei confronti di una ragazza o da parte di una ragazza, ma dalla sua aveva la scusa di essere un tipo affettuoso, che amava il contatto fisico.
«Speravo che la prima partita insieme sarebbe stata una in cui i Cowboys vincevano.»
Il borbottio di Jensen arrivò in contemporanea alla sua occhiata di sottecchi.
«Non ti stai veramente facendo problemi perché hai paura che mi sia annoiato o cose del genere, vero?» domandò Jared.
Sì.
«Non dire cazzate.»
Era un fottuto Sì.
«Sto solo pensando che sei stato tu a portarci sfiga!»
«Ehi! Fanculo, Jensen!»
Spostò la mano dalla sua schiena, per tirargli una sberla contro la nuca e poi spintonarlo via più e più volte, finché l'amico non iniziò a fare altrettanto, con il rischio di buttarsi a terra l'un l'altro.
Risero quando Jared fu il primo a scivolare dalla poltrona.
«Tanto anche così rimango più alto di te.» commentò e, sfortunatamente, non aveva tutti i torti.
Jensen gli mostrò il dito medio. Sorrideva ancora quando lo sguardo abbandonò il ragazzo per spaziare invece sullo stadio, riempito soltanto dalle squadre ancora impegnate con i saluti e complimenti l'un l'altra o con qualche parola ai giornalisti che avevano fermato i giocatori che si erano distinti sul campo.
«Era da un sacco di tempo che non venivo a vedere una partita allo stadio.» cominciò a parlare, la voce un po' distante, permeata da un tono nostalgico, fatto dei ricordi di quando era più piccolo e insieme a Josh pregavano loro padre, ogni domenica, affinché comprasse loro la tessera del tifoso, così da potersene vantare con i compagni di scuola.
Il primo biglietto per lo stadio lo ricevette al suo undicesimo compleanno, insieme al morbillo e a un enorme vaffanculo per essere stato costretto a stare a casa e a guardare la partita in televisione; aveva pianto fino a non avere più lacrime, singhiozzando fin per tutto il primo quarto, finché durante l'intervallo le telecamere non avevano inquadrato gli spalti in cui Josh e suo padre sventolavano un enorme cartello su cui avevano frettolosamente scritto "Get well soon Jensen".
Sorrise.
Aveva un sacco di bei ricordi legati al football e, beh, gli sarebbe piaciuto aggiungere anche la prima vittoria della squadra del cuore tifata insieme a Jared.
«Per me invece è la prima volta.» commentò il più giovane, di nuovo in piedi, dandosi qualche pacca ai pantaloni per pulirli.
«Davvero?»
«Sì, sono andato a qualche partita di baseball quand'ero piccolo, ma il football lo guardavamo a casa. Non è che mi sia mai interessato, se devo essere sincero gli ho sempre preferito il basket.»
Jensen si incupì, dispiaciuto.
«Tranquillo, grazie a te mi sono appena ricreduto.» si affrettò a spiegargli «Certo, devo ancora decidere se la mia squadra preferita sono i New York Giants o i...»
«La. Tua. Cosa.» sibilò l'altro, scoccandogli un'occhiata mortifera.
«Volevo dire che i miei preferiti sono assolutamente i Cowboys! Senza ombra di dubbio! Non devo neppure pensarci! Loro e basta! Ci mancherebbe altro!»
«Fai poco lo spiritoso, dude, non si scherza col football!»
Fu straordinario scoprire la serietà che Jensen riuscì a mettere nella frase, unita alla sua passione per quello sport.
Jared ne rimase incantato.
«Grazie per avermici portato.» gli disse, con quella genuina sincerità che riusciva sempre a spiazzare l'altro «Mi è piaciuto guardarlo con te, anche se abbiamo perso.»
Quell'abbiamo si avvolse caldo intorno al petto del più grande, piacevole, perchè era stato la conferma di avere qualcos'altro in comune con l'amico, qualcos'altro da poter condividere con lui.
«Non capita spesso che ti scaldi per qualcosa, invece oggi ho potuto scoprire una nuova parte di Jensen.»
E gli era piaciuto quel Jensen, con gli occhi verdi che brillavano colmi di entusiasmo, eccitato come un bambino e carico di una forza che raramente gli vedeva sfogare con così tanta naturalezza.
Ancora una volta, Jared si era reso conto di quanto lo trovasse bello e di quanto gli piacesse stare in sua compagnia.
Gli sembrò di vederlo arrossire, ma, invece di farglielo notare -e ne avrebbe avuto tutte le intenzioni-, la coda dell'occhio scorse un movimento più in basso, oltre gli spalti, verso le panchine delle due squadre.
«Damn!» si accigliò, affrettandosi a scorgere le scalette che risalivano gli anelli «Jensen, let's go! Chi arriva ultimo all'auto offre il pranzo per un mese!»
«Che cosa? Non vale, tu mangi come un bue!»
«Allora ti conviene correre, brò
Jared scoccò la lingua contro il palato e Jensen non se lo fece ripetere due volte, corse su per le scale, in balzi agili con cui le divorò due a due; soltanto una volta fuori, si voltò per controllare che l'altro gli fosse dietro, ma il ragazzo era scomparso.
«Se scopro che hai fatto spostare la macchina in un'altra uscita, giuro che ti uccido, Jared!»
Eppure l'auto era esattamente dove l'avevano parcheggiata e dopo dieci minuti buoni, Padalecki stava correndo verso di lui, con il fiatone e sventolando il braccio con un'espressione sconsolata.
«Dove diavolo ti eri cacciato e...» sulle sue spalle c'era anche uno zaino che non aveva quando erano entrati allo stadio «...quello da dove arriva?»
Il ragazzo gli sorrise, colpevole.
«Err... volevo un souvenir, per la mia prima volta, sai? E visto che mi piaceva lo zaino, l'ho preso.»
Doveva immaginarlo che sarebbe finita così!
Jensen gli tirò una gomitata.
«Peggio per te che per un mese mi dovrai offrire il pranzo.»
Jared gemette teatralmente di dolore e, quando strinse tra le dita la spallina dello zainetto, qualcosa di voluminoso gli pungolo la schiena.

La settimana era volata velocemente, girando le ultime scene dell'ultima puntata prima della pausa natalizia.
Jared aveva restituito le chiavi della macchina che gli era stata prestata da Jeffrey, quando l'uomo si era presentato sul set insieme alla compagna, il tempo necessario per fare gli ultimi saluti e gli auguri prima della partenza verso Seattle.
Si era dispiaciuto per non aver potuto accompagnare i due ragazzi allo stadio e godere soddisfatto della vittoria della propria squadra, ma i doveri famigliari avevano avuto la meglio e, d'altra parte, lui non era mai stato particolarmente interessato al football, era più un tipo da basketball. In compenso aveva colto l'occasione per consegnare a Jared il suo regalo di natale e l'altro aveva ridacchiato quando, scartato dal suo pacchetto, si era ritrovato il modellino di una moto identica a quella di Jeffrey, con una targhetta su cui l'uomo aveva fatto incidere le parole "Io non posso salire".
«Non mi sembra un gran bel regalo...» borbottò il ragazzo, agitando il modellino sotto al naso dell'uomo.
«E' tanto che te l'abbia fatto, non ti pare? Neppure con mio figlio mi sono mai spinto oltre.»
«Questo è perché non hai un figlio!» esclamò, prima di corrucciare la fronte «Non ce l'hai, vero?»
Jefrey sorrise, sornione, scompigliandogli i capelli con una carezza ruvida e pesante, che lo obbligò a incassare il capo tra le spalle e mostrargli una smorfia infantile, falsamente infastidita.
«No, Jared, mi accontento di avere due finti figli rompicoglioni.»
«Eh già, pensa se lo fossimo veramente.»
«Dio me ne scampi! E poi avrei dovuto avervi a dodici anni!»
«Ora non esagerare, man, non sei così giovane.»
Jeffrey gli scoccò un'occhiata indignata e la figura torva di John Winchester si affacciò al volto dell'attore.
«Piccolo stronzetto.» commentò.
Jared ammiccò, con lo sguardo brillante e il sorriso enorme, così grande che sembrava riuscire ad impedire a chiunque di prenderlo a schiaffi o arrabbiarsi davvero con lui, perfino al più grande, che aveva già incurvato le labbra in un riflesso condizionato e, dopo l'ennesima sventolata contro la sua nuca lo invitava a togliersi di torno.
«Sparisci, vah, prima che prenda a calci il tuo culo.»
«Ok, ok, ma se scopro che hai fatto un regalo più bello a Jensen, verrò a cercarti!»
«Mi fingerò morto.»
Jared ridacchiò.
Non se ne andò subito, invece rimase il tempo necessario per salutare e scambiare quattro chiacchiere anche con la sua compagna, Hilarie, tediandola con qualche episodio che riguardava l'uomo, per poi fare ad entrambi i propri auguri di Natale.
Solo quando osò rivolgersi a Jeffrey con l'appellativo di "Daddy Claus" fu costretto a correre via, evitando per un soffio di venir davvero preso a calci.

C'era poi stata la Festa di Natale della Crew e quella un po' più contenuta nella tenuta di Eric, in cui Jared e Jensen erano stati invitati insieme a pochi altri e, sorpresa delle sorprese, Joanna ne aveva organizzata una a sua volta, invitando colleghi di Los Angeles, fotografi di Vancouver e amici di tutto il mondo, che non vedeva da una vita.
Jensen non se l'era sentita di confidarle che avrebbe preferito una festa più intima, solo tra loro due; si presentato vestito con un abito nero che aveva attirato gli sguardi di tutte le amiche modelle di Joanna - e, se ne avesse avute, anche quelli delle amiche non modelle. Aveva invitato Jared e aveva passato la maggior parte della serata con lui o ad ascoltare i pettegolezzi sciocchi che la ragazza gli sussurrava all'orecchio, indicando prima una e poi l'altra coppia, prima di sparire di nuovo insieme al suo contatto di Vancouver, lo stesso che le aveva prestato l'appartamento e che si era presentato come Guy Follen.
Guy. Che cazzo di nome.
Lo aveva odiato da subito, lui, il suo stupido svizzero, le sue stupide mille tenute nel mondo e il suo stupido lavoro di fotografo che l'aveva portato a lavorare fianco a fianco con Joanna.
Non era sicuro di come si fosse concluso il party, così come non era sicuro di aver informato la propria ragazza della sua decisione di andarsene e lasciare quell'appartamento che lo rendeva claustrofobico e ne aveva ingrigito l'umore. Aveva bevuto troppo e, quando Jared si era accorto dei bicchieri di champagne che l'amico riversava in gola uno dopo l'altro, aveva smesso di fare lo stesso, per essere abbastanza lucido da poter digitare il numero corretto del radio-taxi e farsi riportare a casa entrambi sani e salvi.
Non c'erano state molte parole durante il ritorno, forse più smorfie e risate senza allegria di Jensen e quell'unica frase pronunciata con la voce strascicata e arrocchita, che al mattino aveva completamente scordato.
Ma non Jared.
Lui aveva fatto tesoro delle sue parole, di quel "Vorrei tanto che fossi tu" nato dal nulla, rimasto tra loro soltanto e poi scivolato nella sua testa a ronzare all'infinito, riempiendolo di dubbi, di domande, di "Che cosa voleva dire?".
Ed infine, anche per loro due, era arrivato il momento di partire e tornare a casa per le vacanze.

L'aeroporto era come sempre nel caos, pieno di gente che arrivava, gente che partiva, gente che correva, bambini che urlavano, che piangevano, turisti già con le loro macchine fotografiche in mano, carrelli pieni di valigie, cagnolini impazziti che scivolavano sul pavimento incerato, hostes sorridenti e bar aperti ventiquattr'ore su ventiquattro.
Avevano imparato che ogni aeroporto, specialmente quelli americani, racchiudeva un mondo in miniatura.
Cliff aveva appena parcheggiato davanti all'ingresso del terminal delle partenze, girandosi verso i sedili posteriori, fece un cenno verso le porte a vetro.
«Capolinea, ragazzi.» annunciò.
Jared fu il primo ad uscire, recuperò le valigie dal bagagliaio e sorrise all'uomo.
«Thanks man, buon natale.» gli augurò.
«Passa buone vacanze.» si aggiunse Jensen.
«Altrettanto. Ci vediamo tra un paio di settimane.»
Aspettò che i ragazzi entrassero nell'edificio e con calma fece manovra, lasciandosi l'aeroporto alle spalle.

Erano stati attenti a prenotare i voli più o meno allo stesso orario, così da rimanere insieme fino all'ultimo momento, come se fossero stati gemelli siamesi che, per la prima volta, si trovavano separati l'uno dall'altro.
Jared sollevò lo sguardo sul tabellone; il volo per San Antonio era in perfetto orario, così come quello di Jensen con destinazione Dallas.
«Quindi la tua tipa ti raggiunge per Natale, eh.» butto lì, senza avere qualche frase più intelligente da dire per spezzare il silenzio che si era creato, perchè nessuno dei due voleva ammettere che era arrivato il momento di salutarsi. A pensarci gli veniva quasi da ridere, era come avere ancora dodici anni, ai tempi in cui Andrew Millington e Valery Pond erano i suoi inseparabili migliori amici e, con loro, aveva programmato di partire tutti insieme per le vacanze di Natale per trovarsi in una baita in montagna, che si sarebbe rivelata in realtà una base segreta e loro sarebbero diventati agenti segreti pronti a salvare il mondo. Alla fine non erano diventati agenti segreti, non erano partiti per la base in chissà quale montagna sperduta e non erano nemmeno andati in vacanza insieme, si erano salutati con la disperazione nel cuore e la promessa di scriversi ogni giorno.
In effetti, dubitava sarebbe accaduto lo stesso anche con Jensen.
Il ragazzo non aveva comunque risposto, lo aveva invece trovato inginocchiato di fronte al bagaglio a mano, per tirare fuori un pacchetto regalo e una busta rossa, con qualche semplice decorazione natalizia.
«Toh, facciamo in fretta, prima che cambi idea e mi tenga il regalo.» gli disse, tendendoglielo con un gesto sbrigativo.
Stupito, Jared lo osservò, più lui che il pacchetto, ammirandone lo sguardo che rifuggiva il proprio e nervosamente si posava ovunque, con quell'aria adorabilmente accigliata che assumeva quando qualcosa lo metteva in imbarazzo e un vago rossore che metteva in risalto le lentiggini intorno al naso e gli accendeva gli occhi di un verde più intenso.
Gli sorrise con tenerezza, pensando a quanto, in quei momenti, Jensen fosse tutto da mangiare.
«Grazie buddy
«Tsk, aprilo prima di ringraziarmi.»
«Sono sicuro che sarà...» le mani avevano già aperto la busta rossa, ritrovandovi all'interno un biglietto di natale con il disegno di un pupazzo di tigre stritolato tra le braccia di un bambino (che pensò potesse essere una metafora, per fargli capire che fosse un dannato moccioso stritola-tigrotti-dagli-occhi-verdi) e la scrittura di Jensen che augurava a lui e alla sua famiglia un buon natale e un felice anno nuovo. Fine, elegante, senza peccare troppo nell'emotività, decisamente nello stile Ackles.
«Ehi, e questo cos'è?»
Aprendo il biglietto, gli era caduto tra le mani una tessera. La osservò con attenzione, prima di spalancare lo sguardo sullo stemma del Football Club dei Dallas Cowboys, che lo indicava come abbonato a tutte le partite della squadre che si sarebbero tenute durante l'anno a venire.
Jensen lo fissava, in attesa.
«Beh?» sbuffò, con la voce che tradiva la propria ansia.
«E' per tutte le partite?» gli domandò Jared, cogliendolo in contropiede.
«O-ovvio...»
«Ne hai una anche tu?»
«Yeha...»
«Significa che andremo a tutte le partite, insieme?»
«Jared, mi sembri un bambino deficiente... Sì, insomma, se vuoi ci andiamo insieme, se non vuoi... beh, regalala a qualcun altro, non...»
Tacque, o meglio, fu Jared a imporgli il silenzio, buttandosi su di lui e stritolandolo nello stesso modo in cui il bambino del biglietto stritolava il pupazzo, sollevandolo di peso, petto contro petto e il volto che premeva contro il suo collo, trattenendosi malamente dall'avventarvici con le labbra e i denti per saggiarne la pelle, obbligandosi a godere soltanto del suo odore e del tepore del sorriso che pian piano andava piegando le labbra del più grande.
«Non potevi farmi un regalo più bello!» esclamò e parlava sul serio, anche se Jensen aveva passato tre settimane a farsi esplodere la testa per trovare un regalo che potesse piacere all'amico e alla fine aveva ceduto a qualcosa che, forse, sarebbe piaciuto più a lui.
«Ok, ok, ma mettimi giù, mi stai spezzando le ossa, carro-armato che non sei altro!»
Tornò a respirare quando i suoi piedi toccarono di nuovo terra, con una smorfia infastidita e occhiate seccate che venivano tirate lì intorno, dove sconosciuti li stavano guardando e le fan potevano essere in agguato ad ogni angolo.
Jared, come al solito, non sembrava farci caso più di tanto.
«E quest'altro pacchetto?» domandò, tastandone la carta da regalo di un argento anonimo.
«Ma hai finito con le domande sceme? Aprilo, no!»
Obbedì e gli occhi fissarono a lungo una cravatta nera con la stampa di una pistola decisamente familiare, al di sotto "Keep Calm & Kill demons with the Colt" spiccava in bianco.
La risata scoppiò ancor prima che riuscisse a ricacciarla indietro e, quella di Jensen, vi si accodò subito dopo.
«Ammettilo, è la cravatta più brutta che sia mai stata fabbricata!» esclamò, mentre Jared, in realtà entusiasta per il gadget di Supernatural, la agitava come se fosse stata una bandiera o un trofeo e se la rigirava tra le mani, finendo per annodarsela al collo.
«Al prossimo Natale voglio la maglietta con Sam!» ebbe perfino il coraggio di esclamare e, il peggio, era che quasi certamente non stava scherzando.
«And now, my turn!»
Mise via biglietto natalizio e tessera, recuperando tra i bagagli lo zaino che, Jensen ricordò, aveva comprato allo stadio.
Lo aprì, estraendo un pacco dall'aria deforme, con cui si era scontrato una decina di volte, prima di dichiarare la propria sconfitta e riempire la carta regalo di un mucchio di scotch, convincendosi che fosse il pensiero a contare e non il modo in cui si presentava un regalo.
Ci volle un po', perchè Jensen si decise a prendere quell'affare tra le mani, temendo che potesse esplodere da un momento all'altro o, peggio, che in realtà fosse soltanto carta impacchettata con altra carta e, nei primi minuti che lo tennero occupato a strappare, si convinse fosse davvero così.
«Padhurricane ha colpito ancora.»
«Taci vah e strappa quella carta!»
La faceva facile lui!
Fu con una certa difficoltà che, uno strappo alla volta, riuscì a riportare alla luce l'ovale di quella che, scoprì con acceso stupore, era una palla da football.
Una palla da football con una firma.
«Non ci credo...»
Una palla da football con l'autografo di Marion Barber.
«Non ci credo...»
C'era una luce commossa negli occhi di Jensen e un sorriso stupido e infantile sulle labbra, che lo aveva reso più giovane di una decina d'anni, così simile a quel bambino entusiasta che si era mostrato agli occhi del mondo in uno stadio di Vancouver. Stringere quella palla tra le dita gli tolse le parole per l'emozione, perchè Jared era andato di nascosto a chiedere un autografo, per lui, a Marion Barber, e gli era bastato partecipare a una sola partita, per capire chi fosse il suo giocatore preferito.
Mancavano ancora tre giorni alla vigilia e Jensen aveva appena ricevuto il regalo ed il ricordo più bello del Natale 2005, forse, proprio dalla persona a cui teneva di più.
«Merry Christmas, buddy.»

Soltanto quando salì sull'aereo, prendendo posto accanto al finestrino, si rese conto che la sua mancanza gli stava già togliendo il fiato...
 
 
Current Mood: workingworking
Current Music: Farther Along - Josh Garrels