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20 March 2013 @ 08:52 pm
[Team Free Folly] Dec. 21st || 10. The Mark  
Note inutili: Il capitolo più brutto e più lungo della storia. Sob. Grazie al cielo dal prossimo iniziamo a dividere un po' di personaggi, che inizio davvero a faticare a stare dietro a tutti.
La questione dell'eclissi di luna parziale è vera, c'è davvero il 25 aprile e sarebbe carino riuscire a postare il capitolo dell'esorcismo proprio in quella data ma... ahahah, ne dubito fortemente, ci ho già messo una vita solo a scrivere questo che è uno, figurati andare così avanti.

Dec. 21st - Capitolo #10. The Mark
Le due auto erano partite da qualche ora ed il luna park si era svuotato in fretta, lasciando soltanto baracchini vuote e luci tremolanti o spente in balia di una tetra oscurità silenziosa.
Rimasta nella propria tenda, Donna Sòfia armeggiava con i piccoli amuleti portafortuna che vendeva ai visitatori del luna park, gingilli tanto inutili quanto falsi, pezzi di cartone con foglie incollate sulla superficie che puzzavano soprattutto di colla vinilica o sassolini colorati che si potevano trovare su qualsiasi spiaggia.
Il meglio lo teneva per sé, non era il caso che coppie di amanti o gente che aveva voglia di sentirsi dire qualche stronzata, venisse a contatto con oggetti più vecchi di lei, colmi di una magia con cui nessuno dovrebbe giocare. E lei, che di lavoro leggeva il futuro, sapeva come fosse pericoloso giocare con certe cose, lo aveva scoperto sulla propria pelle dieci anni prima, ad un incrocio anonimo di una città del Missisipi.
Qualcosa si mosse oltre la tenda, fruscii arrivarono fino al suo udito ancora ben funzionante.
Si tirò in piedi, abbandonando ciò che stava facendo per voltarsi verso l'ingresso.
«So che sei lì, fatti vedere.»
Al suo ordine giunse una risata, seguita da una mano rachitica che tirò la tenda di lato.
«Charon.» mormorò lei, riconoscendolo dall'obolo appeso al collo che sbattacchiava contro l'abito da mendicante. I capelli erano radi, di un grigio smorto come il colore degli stracci che coprivano il suo corpo troppo alto e troppo magro, troppo simile ad un chiodo storto conficcato nella terra. Terra era anche il colore della sua pelle, terra bruciata per la precisione, con il volto bucato da occhietti di un ombroso castano scuro.
Charon non era il suo vero nome, era il soprannome con cui era conosciuto nel giro.
Avanzò lentamente, strascicando le gambe lunghe e rinsecchite.
Donna Sòfia si tirò indietro, cercando di non mostrarsi spaventata, ma la presenza di Charon nella sua tenda significava una cosa soltanto: i Figli del Conquistatore erano arrivati per riscuotere la sua anima.
«Ho fatto tutto quello che volevate, ho consegnato quello che mi avete dato ai Winchester e alle strane ragazze, ho mantenuto la mia parola.» iniziò, cercando una via di fuga che sapeva non esserci; in lontananza poteva sentire il latrato dei cani infernali già affamati di lei.
Le labbra screpolate di Charon si piegarono in un sorriso macabro, prima di spalancarle per raccogliere una grossa boccata d'ossigeno.
«Tuuu... Haiii... Vistooo...»
La sua voce era un suono strascicato, ad ogni parola doveva fermarsi per riprendere fiato ed era difficile capire come facesse ad essere ancora vivo.
Sollevò l'indice al volto della veggente.
«Tuuu... Leee... Haiiii... Avvertiiiteee...»
Donna Sòfia tremò e indietreggiò ancora.
«Non potete punirmi... avevate detto che mi avreste dato altro tempo, Jewel me l'ha promesso!»
«Jeweeel... Nooon... Comandaaa... Suuu... Diii... Noiii... Tuuu... Ciii... Haiii... Traditiii...»
Un ultimo passo, il tacco basso delle scarpe viola cupo sbatté contro la piccola cassapanca e la mano trovò il vecchio bastone nodoso profumato di rose che era solita poggiarvi sopra.
Una volta stretto tra le dita, lo sollevò in aria, con occhi ancora vivi; sapeva che non sarebbe servito a rimandare la propria esecuzione, così come sapeva che gliel’avrebbero fatta pagare per il poco che era riuscita a dire alle Straniere sul futuro che aveva visto. Sapeva di averle spaventate e abbattute, ma i propri occhi stanchi avevano visto anche la speranza e la salvezza.
La propria anima sarebbe bruciata all’inferno per l’eternità, ma ne sarebbe valsa la pena.
«Vai all’inferno, carcassa!»
Urlò, calando con forza il bastone contro la testa di Charon.
Non riuscì neppure a sfiorarlo: gli occhi di lui si ricolorarono di nero, il sorriso si fece più storto e l’abbaiare dei cani più forte.
Donna Sòfia urlò, un urlo angosciante, fatto di dolore e terrore, prima dell’assoluto silenzio.

[One day later]
Pioveva.
Era una di quelle classiche nottate buie e tempestose; quando l'urlo spezzò la notte facendo tremare le pareti della casa di Bobby, quattro ragazze scattarono sull'attenti, con i nervi a fior di pelle e le armi già imbracciate, pronte a correre al piano di sopra.
Era stato Dean a gridare, aveva berciato uno dei suoi Sonofabitch a pieni polmoni e come una furia aveva dato una spinta violenta alla porta, gettandosi sul corridoio.
Fu così che lo trovarono: con una pozza d'acqua sotto ai piedi, gocce trasparenti che colavano dal corpo quasi completamente nudo se non per un asciugamano tenuto con una mano, legato sbrigativamente alla vita, e i capelli impiastricciati da qualcosa che doveva essere shampoo ma che, chiaramente, non lo era.
«Sammy, io ti ammazzo!» ruggì, prima di rendersi conto che le sue grida avevano attirato non solo il fratello, fucile caricato a sale in mano, e Bobby, che dal piano di sotto teneva sotto tiro le scale, ma anche le quattro ragazze dell’Altro Mondo.
Quattro ragazze che fissavano con occhi spalancati il suo corpo bagnato e mezzo nudo.
Se mai fosse esistita una lista dei momenti più imbarazzanti di Dean Winchester, quello avrebbe sicuramente ottenuto il primo posto!
«Shit!» imprecò, cercando di coprirsi pudicamente, con una smorfia seccata che contraddiceva il mezzo sorriso tirato nel tentativo di sembrare a proprio agio. Non lo era. Non sarebbe stato un problema farsi vedere mezzo nudo da suo fratello, né farsi vedere da una hot chick a caso, ma quattro tutte insieme... questo superava di gran lunga ogni sua fantasia!
Fu Sam il primo a ritrovare parola, molto meno scandalizzato del resto della combriccola.
«Dean, c'era davvero bisogno di urlare a quel modo?»
Domandandolo si era avvicinato ad Mary e, con le mani alle sue spalle, la voltò di peso, in modo che desse le spalle a suo fratello. Ci mancava solo che si mettesse a sbavare anche lei per quello stupido!
«Non… non ho visto niente di niente, lo giuro!» si giustificò lei.
«A-ah.»
«Che diavolo sta succedendo lì sopra?» berciò Bobby, impossibilitato a raggiungere il gruppo a causa della sedia a rotelle.
«Niente Bobby, è Dean che ha deciso di dar spettacolo.» rispose il cacciatore più giovane.
Una per una le ragazze si ripresero, ritornando a respirare e riottenendo il dono della parola.
«Non sarebbe ora di metterti qualcosa addosso?» chiese Nicole, la bocca secca, gli occhi che non riuscivano a smettere di seguire le goccioline che scivolavano lungo i pettorali e l'addome del ragazzo, ricoprendo la pelle di brividi.
«Non che ci dispiaccia, eh...» aggiunse Freyja, affrettandosi a distogliere lo sguardo quando l'amica le sibilò qualcosa che, per fortuna, il diretto interessato non riuscì a sentire.
«Oh man! Ichi, non avevi detto che sarebbe stato Sam a farsi la doccia per primo?»
Ovviamente non poteva mancare il commento fuori luogo di Aaren che, nonostante tutto, aveva tenuto lo sguardo basso per tutto il tempo, cercando di ignorare lo stato del maggiore dei Winchester.
«Che c'entra Sam, ora?» fecero gli altri, in coro, facendo danzare lo sguardo dalla più grande alla più piccola.
«Ehm... niente?»
«Ma, a proposito, che cos'hai sui capelli, Dean?» chiese Nicole.
«Ottima domanda!» ringhiò lui; non erano solo i capelli ad essere impiastricciati di una sostanza bianchiccia e all'odore di menta, ma anche gli occhi, che bruciavano come dannati e che non riusciva a tenere aperti «Ma io ne ho un’altra: chi cazzo è stato a sostituire lo shampoo con il dentifricio?!»
Ci fu un silenzio imbarazzato e poi…
«Eheheheh.»
…si diffusero sul corridoio una coppia di risatine stupide che le due colpevoli non erano riuscite a ricacciare in gola.
Increduli, gli sguardi d’accusa si puntarono su Aaren e Mary e le ragazze smisero all’istante di ridere, iniziando a sudare freddo.
«M-mi... dispiace?» balbettò la castana, allontanandosi di un passetto «E' stata un'idea di Ren!»
«Traditrice!»
Dean serrò la mascella e, se non fosse stato vestito solo da un asciugamano, avrebbe già strappato il fucile dalle mani di suo fratello per sparare un colpo dritto tra gli occhi di quell’imbecille dai capelli corvini.
«Dovevo immaginarlo che ci fossi tu dietro a questo!» urlò, forse un po' troppo tragico «Appena mi sarò liberato di questa poltiglia, ti getterò in una fossa così profonda che non mi servirà neppure ricoprirla, per farti sparire!»
«Non è colpa mia, è colpa dello stress post traumatico, dovrò pure trovare un modo per combattere la depressione! E poi a Ichi l'idea era piaciuta!»
«Non vale mettermi in mezzo! Io pensavo lo facessimo a Sam!»
«What? Che cosa vi abbiamo fatto io e i miei capelli?»
«No... cioè... non volevo dire...»
«Ottimo lavoro Ichi, mettici contro anche lo Sasquatch, come se Mister Pistola Facile non bastasse!»
«Ma io vi...!»
E, grazie al cielo, una Nicole completamente paonazza, giunse in aiuto delle amiche, ammutolendo con la propria voce ospiti, fratelli Winchester e Padrone di casa, che dal basso continuava a urlare, preoccupato che quel mucchio di teppistelli troppo cresciuti gli stesse distruggendo casa:
«ORA BASTA! DEAN SMETTI DI MINACCIARLE E VESTITI!»

Braccia incrociate al petto e vestiti finalmente addosso. Dean se ne stava seduto nel salotto, gettando occhiate minacciose alla volta della stanza attigua, dove Aaren ed Mary avevano ben pensato di rifugiarsi, lontane dal cacciatore e da ogni possibile vendetta.
Erano arrivati da Bobby la notte prima e l’uomo li aveva accolti con un sorriso paterno e una secchiata d’acqua benedetta che aveva lavato dalla testa ai piedi i due fratelli Winchester. Bisogna essere sicuri di questi tempi, aveva ripetuto per l’ennesima volta, davanti alle lamentele dei due che gli ricordavano l'esistenza del tatuaggio antipossessione al petto, mentre le ragazze, asciutte, ridevano di gusto.
Non era stato molto lieto di scoprire che al gruppo si era aggiunto un vampiro; aveva minacciato Benny almeno una dozzina di volte e, da quel momento, aveva iniziato a girare con un coltellaccio infilato nel bracciolo destro della sedia a rotelle.
Per un po' Castiel era rimasto con loro, ma non abbastanza da dare il tempo a Nicole di consegnargli il piccolo sacchetto che Donna Sòfia le aveva lasciato. C'era stato di nuovo qualche problema angelico che richiedeva la sua presenza e, piuttosto turbato, se ne era andato ricordando a Bobby quello che gli aveva detto sulla vicinanza di Tepeu o di qualsiasi entità si trattasse, tanto pericolosa da aver attirato anche l'attenzione del Paradiso.
Andato lui, erano comunque rimasti gli altri e Bobby era riuscito a migliorare di parecchio il loro umore, spiegando che in più di un libro si faceva menzione ad un modo per esorcizzare Tepeu e le sue schiere di Incubi; dovevano soltanto capire quale fosse.
Si divisero in due gruppi, dividendosi anche i compiti: da una parte Dean, Nicole, Freyja e Bobby avrebbero scartabellato tra tomi di rituali e manuali di esorcismo alla ricerca di ingredienti o formule per l'esorcismo, dall'altra, Sam, Mary, Aaren e Benny avevano iniziato a mettere insieme i pezzi dei simboli che le ragazze avevano trovato sulla loro strada. Era come avere davanti un puzzle da comporre, fatto di disegni cuneiformi o parti di geroglifici che dovevano essere ricostruiti in un'immagine più ampia.
«Ragazzi, forse ci siamo!»
Erano state Freyja dal salotto e Mary dalla sala più ampia a parlare, sollevando entrambe la testa con la luce della speranza che brillava negli occhi chiari.
Aaren allungò il collo per guardare oltre l'arco della porta, osservando distrattamente il soffitto.
«Vi trasferite voi qui, vero?» chiese. Aveva già mostrato di non apprezzare particolarmente la zona di salotto in cui i quattro si trovavano, forse era per le braci fredde nel camino spento o per il pavimento segnato o, magari, era solo pigra e preferiva starsene comoda sulla poltroncina che aveva trovato libera.
A quel punto i libri utili vennero recuperati e spostati da loro.

Era una casa grande, dalla morte di Karen Singer lo era sembrata ancora di più e soltanto le telefonate dei due idjits per eccellenza e le loro visite riuscivano a farla sembrare meno grande, ma ora si stava toccando il ridicolo.
Bobby fissava allucinato Sam, Mary, Nicole e Dean seduti sul divanetto del salotto, troppo piccolo e troppo scomodo per tutti e quattro.
«Avete intenzione di distruggere quel povero divano?» domandò, trattenendosi dall’insultarli uno per uno.
Dean iniziò a tirare dolorose gomitate nel fianco del fratello, con l'unico intento di toglierselo dai piedi.
«Che diavolo ti ingozzi di tutta quell'erba se poi rimani così ingombrante, Sammy?» borbottò.
«Auch! Guarda che ero seduto qui prima di te, perché non ti cerchi una sedia invece di... ahi... ma la vuoi... Ahi, finisci di... ahia! D'accordo, ho capito, smettila e tieniti il tuo stupido divano!»
Con un pesante sbuffo irritato si alzò in piedi, dirigendosi in cucina per recuperare una sedia, mentre il fratello maggiore sorrideva vittorioso.
«Dean.» Nicole lo guardò accigliata «Chiedi scusa a tuo fratello.»
«Che?»
«Gli abbiamo fregato il posto e tu lo hai costretto ad alzarsi, chiedigli scusa.»
«Ma che cazz...» gli bastò un'altra occhiata incandescente della ragazza per capitolare «...'m sorry...»
Dèi, perché diavolo lei doveva prendere le parti di Sam, ora?
«E ora abbracciatevi, da bravi.»
Dean ebbe un brivido, gelido.
«Ora non esageriamo, eh.» smorfieggiò.
Sam fece lo stesso.
«Ehm, Nicole, va bene così, davvero, non ce n’è bisogno…»
Sfortunatamente, la solita maggioranza femminile aveva voglia di infierire sulla virilità dei due e, come una sol voce, si levò il coro: «Abbraccio! Abbraccio! Abbraccio!»
«Bacio!» urlacchiò una di loro fuori dal coro.
«No way!»
«Che qualcuno mi uccida...» sibilò disgustato Benny.
«Idjits, smettetela di giocare! Tutti quanti! Avete dimenticato perché siamo qui?!»
L'urlo tonante di Bobby riportò l'ordine nella stanza; i Fratelli Winchester evitarono un imbarazzante abbraccio, il vampiro borbottò un “Era ora!” e le ragazze, mugolando dispiaciute, tornarono a focalizzare l'attenzione su Maya, dèi, demoni e supernatural things.
Freyja era seduta all'ultima poltroncina disponibile, accanto a lei, contro il bracciolo, si poggiava il Vampiro che non aveva smesso di guardare il resto del gruppo dall'alto. Sembrava la sua bestia fedele, con il gomito poggiato alla cima dello schienale e la mano che penzolava troppo vicino alla sua nuca, sfiorandone di volta in volta qualche ciocca rossiccia con al punta delle dita, quasi a ricordarle che era ancora lì e che, nonostante quel mucchio di umani non gli piacessero per niente, aveva deciso di rimanere al suo fianco.
La ragazza si schiarì la voce, mostrando finalmente quello che aveva trovato: un libricino fatto di sole sette pagine ingiallite dal tempo, che riportava come data di prima -e probabilmente unica- edizione il 1557. Il nome dell'autore era ormai illeggibile, erano rimasti giusto gli accenti di due lettere, ma nulla di più, a differenza del titolo che, con un po' di fantasia e una traduzione approssimativa dall'antico anglosassone al moderno inglese, risultava essere: “I segreti dei peccatori – vol. Ø”.
«Dev'essere stata una lettura molto... ehm... lunga ed intensa...» commentò Aaren, perplessa dal numero troppo esiguo di pagine che completavamo il bigino.
«Più complicata del previsto,» ammise la rossa «l'inchiostro delle pagine era quasi sparito, ma siamo comunque risaliti all'esorcismo di Darian Christopher McValerant.»
Il nome dell'uomo non suonò familiare a nessuno dei presenti e Bobby prese la parola, sollevando dalle proprie gambe l'enorme tomo che vi aveva poggiato e posandolo sul tavolo. Le pagine erano vecchie e odoravano di colla e del cuoio della copertina, su uno dei due lati era disegnata ad inchiostro nero la scena macabra di un demone esorcizzato e dall'altro lato erano riportate le informazioni necessarie al compimento dell’esorcismo ed una formula scritta in gaelico scozzese.
«Questo tale Darian McValerant era famoso a Glasgow per essere un cacciatore di fantasmi. Vista l’epoca, i suoi servigi erano forniti illegalmente a quei nobili che, pagandolo sottobanco, richiedevano di esorcizzare le loro tenute.»
«Una specie di ghost-busters dell’era Elisabettiana.» Commentò Nicole.
«Sì, più che altro un ciarlatano bello e buono, aiutato da un amico che faceva in modo che i castelli sembrassero infestati, così che i padroni pagassero cifre salate.»
«E questo in che modo ci è utile?» chiese Aaren.
«A quanto pare, l'amico di Darian ne sapeva più di lui, il suo nome era Jeremy Aghaidia e utilizzava quel lavoro per esercitare di nascosto le sue conoscenze. Quando i traffici di Darian vennero scoperti dall’inquisizione e lui processato e impiccato per stregoneria, Jeremy riuscì a fuggire e fondò in gran segreto “l'Ordine della Chiave di Sangue” che aveva come simbolo questo disegno.»
La prima a riconoscerlo fu Mary:
«E' il simbolo della Regina Maya del nostro mondo!»
Proprio quello.
«Non è indicato da nessuna parte il motivo che lo ha spinto a mettere appunto questo esorcismo, ma sappiamo che è stato creato volutamente contro un demone da lui chiamato “Sanguinario Conquistatore”, inoltre deve essere compiuto necessariamente durante una Luna Rossa.»
Le ragazze annuirono, mentre Dean tossì, richiamando l'attenzione dell'uomo.
«E, con Luna Rossa, intendiamo...» lasciò la frase in sospeso, in attesa di un suggerimento da parte del pubblico.
Suggerimento che giunse dal fratello.
«Il fenomeno ottico che avviene durante l'Eclissi di Luna, suppongo. È quando la luna si colora letteralmente di rosso.»
«Esattamente.» confermò Bobby «E a quanto pare ci sarà un'eclissi di luna parziale il 25 di aprile.»
«Non dovremmo sfruttarne una totale?»
«La prossima eclissi visibile sarà nel 2015 e... ehm... ci è sembrato un po' tardi.» fece Freyja, ma anche lei, come il cacciatore, aveva parecchi dubbi «Ma Bobby ha trovato un modo per aggirare il problema.»
Sam apparve perplesso.
«Quindi il piano sarebbe: trovare il luogo in cui si dovrebbe manifestare questa Via di Sangue, sperare che non la trovino prima i seguaci di Tepeu, tenere al sicuro la chiave che abbiamo trovato, presumibilmente raggiungere quel luogo senza farci ammazzare e, da lì, fare in modo che la luna diventi rossa e poi pronunciare l'esorcismo?»
Suonava già complicato riepilogarlo a voce, metterlo in pratica sarebbe stato un vero e proprio azzardo.
«Precisamente.» confermò il vecchio cacciatore.
«Entro il 25 di aprile.»
«Yep.»
«Che è... tra una settimana.»
«Già, quindi visto che abbiamo poco tempo, che ne dici di smettere di puntualizzare il concetto e ci spiegate invece che cos'avete scoperto voi?»
Impegnata, come gli altri, a memorizzare tutto quello che era stato detto, Mary sollevò la testa mettendoci un po' a capire che stavano tutti aspettando lei.
«Oh sì! Siamo riuscite a mettere insieme tutte le foto scattate col cellulare di Freyja.» iniziò, indicando il tavolo riempito di scatti uniti a formare il disegno di un cerchio, una sorta di ruota divisa in quattro spicchi contenenti ognuno un simbolo e con un buco al centro in cui riconobbero il simbolo simile a quello che significava “Regina”.
Uno degli spicchi, però, risultava quasi del tutto incompleto.
Indicò i tre completi.
«Questo significa Passaggio, questo Protezione e questo è il simbolo che indica la Chiave.»
Scattarono tutti con lo sguardo su di lei.
«Ma non dovrebbero essere quattro chiavi per quattro cancelli?» domandò Dean.
Ecco che ricominciava il maledetto rompicapo, dannati Maya e le loro profezie da fine del mondo!
«Forse i cancelli sono quattro, ma la chiave è sempre la stessa.» azzardò il fratello minore.
«E allora perché fare più di uno scrigno?» il pensiero sfuggì dalle labbra di Mary, troppo veloce perché le labbra potessero trattenerlo.
«Ne esiste più di uno?» chiese Nicole.
«Sì, ce n'era uno a Monterrey...»
«Here we go, di nuovo quel posto.» borbottò Dean, prima o poi avrebbe chiesto spiegazioni su cosa diavolo fosse successo alle quattro.
«E sei riuscita a prenderlo?» domandò Aaren. Gli occhi spalancati nella sorpresa, di un nero lucido e vivo che sembrava fremere di impazienza.
Mary abbassò il capo, la coda dell'occhio puntata su Benny, mentre Freyja la fissava pregando silenziosamente di aspettare, di darle ancora un po' di tempo.
«No.» rispose, alla fine. Dicendo la verità e nascondendone un'altra. Ma non era convinta fosse la cosa giusta da fare.
«Quindi se quello è il simbolo della chiave che abbiamo già trovato, non ci resta che trovare il Passaggio e... proteggerci… dalla Regina?» azzardò Nicole, provando a dare una scarsa interpretazione a quell'ammucchiata di disegnini che servivano solo a confonderla più di quanto non fosse. Strinse con forza la mano al collo, dove, al di sotto della maglia, pendeva la piccola chiave argentata che avevano trovato nello scrigno e da cui non si era più separata. Sapeva che era importante, forse più della sua stessa vita.
Rabbrividì per un attimo, sentendo occhi chiari, animali, fissarla e d'istinto si voltò verso Benny, proprio quando il Vampiro distoglieva lo sguardo da lei per puntarlo sul collage di foto, domandando: «Nessun idea su quale sia il significato del simbolo mancante?»
Mary scrollò le spalle.
«Non lo so, quelle due sbarrette iniziali potrebbero formare qualsiasi disegno, anche se...»
«Ti ricorda qualcosa?» Sam poggiò i gomiti alle ginocchia, piegandosi in avanti, più vicino al divano e quindi alla ragazza.
«Sì, sono sicura di averlo già visto da qualche parte, ma per quanto ci provi non riesco a ricordare dove.»
«Sforzati.» ordinò Benny, in un tono che non dovette piacere al più giovane dei Winchester.
«Lasciala in pace, le verrà in mente.» gli sibilò contro, in un avvertimento sottinteso.
Il Vampiro sbuffò sonoramente.
Un'altra perdita di tempo.
«E quelle scritte che circondano la ruota, che vogliono dire?» riprese, indicando di nuovo sbrigativamente il disegno.
La ragazza aggrottò la fronte, cercando di dare un'interpretazione quanto più corretta e comprensibile di quello che aveva letto.
«Credo sia la chiave di lettura: Un marchio per accettare il peso della corona, uno per accogliere il cuore della Regina, uno per trovare la Strada Promessa ed uno per portare a termine il destino di ogni Sposa.»
Si rabbuiò di colpo.
Un marchio. Come aveva fatto a non arrivarci prima?
Non si era accorta di essersi alzata in piedi e di star tremando, finché la mano di Sam non si aprì calda e grande alla sua schiena e le ragazze non chiamarono più e più volte il suo nome, allarmate.
«Ichi?»
«Io...» mormorò, cercando gli occhi di Sam, per farsi avvolgere dalla sicurezza del loro calore e ritrovare il coraggio di parlare «Credo di aver capito qual è l'ultimo simbolo...»
«E?»
«Sono io...»

Il cielo era coperto da nuvole dense e grigie che avevano l'odore della pioggia appena passata e la luna era quasi del tutto nascosta dalle nubi, qualche corvo era atterrato sul tetto della casa e un altro gracchiava solitario in cima ad un albero lì vicino.
Mary non aveva detto molto altro, troppo spaventata da ricordi che l'avevano travolta all'improvviso, che riportavano a Monterrey, al marchio, al destino infausto che la circondava e a una donna senza cuore e con un buco nel petto. Era tornata in stanza, in una delle due del primo piano e lì si era rintanata. Sam l’aveva seguita, pregando il resto del gruppo di avere pazienza e dare a lui il tempo di capire che cosa fosse successo, così gli altri erano rimasti al piano di sotto o erano usciti sulla veranda.

Le pareti della stanza avevano ancora una vecchia carta da parati che, ai tempi in cui era stata messa, sarebbe parsa perfetta per la stanza di un bambino, per fortuna, però, anche se i materassi erano vecchi e bitorzoluti, i due letti singoli erano abbastanza grandi da poter ospitare due delle ragazze che si erano momentaneamente stabilite lì.
Sotto la luce della lampada che penzolava dal soffitto, Mary camminava nervosamente avanti e indietro, incapace di stare ferma un momento.
Quando Sam la raggiunse, la ragazza era ormai al sesto o settimo giro della stanza; lui la fermò stringendole le mani intorno alle spalle; non la ricordava così piccola e per un attimo si ritrovò ad allentare la presa, per paura di romperla.
«Se non mi spieghi qual è il problema non posso aiutarti.» mormorò, contro i suoi capelli, per poi incurvarsi fino a poggiare la fronte contro il lato della sua nuca, socchiudendo gli occhi e dandole il tempo di pensare, mettere insieme le parole, confidarsi. Voleva fosse chiaro il fatto che poteva fidarsi di lui.
La sentì sospirare, poi Mary si voltò, sistemandosi di fronte a lui, sollevando gli occhi chiari in quelli altrettanto chiari del cacciatore.
«C'è una cosa che non ho detto a nessuno... a proposito del Marchio.»
Chiuse gli occhi, ma quando la donna senza cuore uscì allo scoperto, da dietro le sue palpebre, li riaprì all'istante, ancora tremante. Poteva sentire sulla pelle il gelo della sua mano ed il proprio cuore fermarsi al suo tocco.
«Di cosa si tratta?» insistette Sam.
«Ecco... sai quando gli Incubus che abbiamo incontrato a Talahassee hanno detto che avevo il marchio?»
«Sì. Ce l'hai?»
«...sì.»
«Sai cosa vuol dire?»
«...sì.»
«E? Scusa ma sono piuttosto confuso e qualche dettaglio in più, ti assicuro, gioverebbe.»
Mary sorrise, un sorriso senza alcun divertimento, fatto più che altro per scacciare la sensazione nervosa e nevrotica che cominciava a strisciarle addosso, rendendola inquieta.
Il gracchiare di un corvo arrivò fino alla stanza ed un movimento, oltre la finestra, catturò per un attimo l'attenzione di Sam. Trattenne il fiato, guardando con stupore il proprio riflesso e quello di Mary che davano il fianco al vetro; ma c'era un terzo riflesso che guardava proprio lui, era solo una pallida immagine appena visibile, che sembrava volergli dire qualcosa e muoveva la bocca per farsi ascoltare anche se non c'era suono. Era una ragazza, proprio come Mary, aveva capelli lunghi e lisci, proprio come Mary, non riusciva a vedere il colore degli occhi o altro, ma la vide indicarsi il petto con l'indice.
«Che diavolo sta succedendo...?»
Al primo battito di ciglia, il terzo riflesso era svanito e al suo posto un corvo batteva le sue ali sul davanzale, agitato.
Che diavolo era stato? Chi diavolo era quella ragazza? Mary? Che cosa aveva voluto dirgli?
Sam abbassò lo sguardo su di lei, puntando il collo sottile, la spalla sinistra e poi poco più in basso.
«Mary... che cos'hai lì?» indicando nello stesso punto che aveva visto indicare dal riflesso.
Con un tremito, la ragazza seguì lo sguardo di Sam, rabbuiandosi, strinse le dita al colletto della maglietta e con un gesto intimidito lo abbassò sulla clavicola sinistra scoprendo pian piano la pelle, mentre il volto prendeva ogni possibile sfumatura di rosso.
Il cacciatore aggrottò la fronte, notando i due segni che spuntavano da sotto il colletto della sua maglia e sparivano al di sotto della stoffa. Senza pensarci troppo, aveva allungato la propria mano, portando indice e pollice aperti sotto al colletto e l’aveva abbassato ancora di più, scoprendo interamente un marchio tatuato in un rosso cupo sulla pelle candida.
A quel gesto Mary si era immobilizzata.
«Saaaam~» pigolò in un suono appena udibile «Così mi spogliiii~»
Il ragazzo si affrettò ad allontanare le mani da lei (dal suo seno), maledicendosi mentalmente si voltò dandole le spalle e affondando le dita nei capelli, più e più volte, nervosamente.
«Non l’ho fatto apposta, mi dispiace!» tentennò, imbarazzato.
Accidenti a lui!
«Quello è il marchio...» riprese Mary, cercando di stemperare l’imbarazzo «E’ il simbolo che mancava tra i quattro che abbiamo trovato.»
«Che cosa significa?»
«Forse è meglio che non ve lo dica.»
Lui la fissò con serietà.
«Mary, che cosa significa?» insistette.
«...Sacrificio.»
Oh. Cazzo.

Indossava spesso maglie con le maniche lunghe, anche fin troppo lunghe, le stringeva tra le dita, tirandone la stoffa e sformandole. Le piaceva e, doveva ammettere, che servivano bene al loro scopo.
Aaren si sollevò sulla punta dei piedi, allungando il braccio e tendendo le dita per recuperare uno dei libri infilati in uno scaffale troppo alto, che non aveva avuto voglia di raggiungere con una sedia. Con un po' di sforzo riuscì ad afferrare il libro, guardò per qualche lungo secondo il braccio libero dalla manica, scivolata verso il gomito. Storse il naso e con un gesto nervoso, si affrettò a risistemarla, allungandola oltre le dita.
Quando sollevò lo sguardo, Castiel era comparso dal nulla in un battito d'ali a cui lei non aveva fatto caso e le fissava il braccio in silenzio, con quella sua immobilità che riusciva a mettere in soggezione chiunque.
Lei fece finta di niente, ma la vide perfettamente: la nota di profonda delusione proprio lì, nascosta tra le sfumature blu degli occhi dell'angelo.
«Ehi, tutto bene nel Regno dei pennuti?» domandò con un sorriso malamente accennato e lo sguardo preoccupato.
Castiel tacque, immerso nei propri pensieri, con lo sguardo distante; ebbe il timore che, in realtà, fosse ancora in Paradiso e avesse lasciato sulla terra soltanto l'involucro vuoto del suo tramite.
Gli sventolò con cautela una mano davanti e lui sbatté le palpebre.
Era ancora lì.
«Stai bene?»
Non rispose alla domanda.
«C'è una cosa che voglio mostrarti.» disse, invece.
«A me? Non chiamiamo anche gli altri?»
«No.»
«Oh... ok, devo preoccuparmi?»
«Sì.»
Aaren ma si fermò, cercando di capire se l'altro scherzasse - e se avesse una pallida idea di che cosa volesse dire “scherzare”. In realtà, nell'esatto istante in cui aveva sentito quel singolo Sì, il proprio corpo aveva reagito con un tremito e l'istinto aveva urlato terrorizzato, suggerendole che l'Angelo non aveva mentito.
Avrebbe dovuto preoccuparsi.
«Ok...»
Eppure quando lo vide avanzare verso il retro della casa di Bobby, in direzione della discarica, lo seguì, guardandosi intorno, preoccupata più per le ombre delle auto in rottamazione che, nella notte, sembravano mostri di ferro a riposo.
Castiel si fermò in mezzo alla strada costeggiata dalle vecchie auto.
C'erano solo rottami, odore di ruggine e metallo.
Si voltò ad aspettare che Aaren lo raggiungesse e quando lei gli fu abbastanza vicina, riuscì a vedere anche nel buio della notte l'espressione metallica che aveva assunto lo sguardo dell'angelo, duro e freddo.
Avrebbe dovuto preoccuparsi.
«Cass? Si può sapere che ti prende?»
«Per tutto questo tempo ho pregato di sbagliarmi.»
Non le piacque quel tono: rassegnato e tagliente; se avesse avuto una forma, sarebbe stato quello di una lama che lenta affondava nella propria carne, giù, fino a spezzare le ossa e penetrare negli organi.
«Di che stai parlando?» si costrinse a chiedere, continuando ad andare contro il proprio sesto senso e la consapevolezza che Castiel sapeva, aveva visto e ora gliel'avrebbe fatta pagare.
«In quel motel, ho sentito quello che quel demone, Garegin, ha detto quando lo abbiamo preso.»
Oh no...
Aaren indietreggiò.
Aveva sperato che nessuno fosse arrivato a notarlo, che le parole di quel maledetto demone fossero scivolate nell'indifferenza prima e nel dimenticatoio poi, così come lei aveva ignorato i suoi sibili nella propria testa; erano tutti troppo occupati a salvare la vita dei due fratelli Winchester per badare alle battute di demoni e affini.
«E ora il tuo braccio.»
«Cass, non...» mormorò, ormai incapace di inventare scuse o nascondersi dietro a mere bugie.
Fece per muovere un altro passo, ma scoprì che non esisteva alcuna via di fuga.
Non questa volta...

La veranda era silenziosa, il vento giocava con i riccioli in cui il colore rosso dell'hennè stava ormai sfumando nell'originario castano e Nicole guardava verso le stelle, anche se non riusciva a vederle a causa del cielo oscurato dalle nuvole.
Tra le dita della mano sinistra stringeva ancora il sacchetto di velluto di Donna Sòfia, rigirandoselo e sentendo contro i polpastrelli la morbidezza della stoffa.
Accanto a lei, Dean la guardava e non riusciva a smettere di chiedersi se fosse così concentrata a fissare il cielo perché stava, in realtà, cercando il suo mondo o pensando ad un modo per ritornarci.
«Certo che a stare con voi non ci si annoia, eh?» commentò con finta casualità ed un sorriso beffardo sul volto.
Nicole riportò gli occhi nocciola sulla terra.
«Non mi sembra che la tua vita da cacciatore di demoni sia noiosa, di solito.»
D'accordo, punto per lei.
«Comunque, sai, stavo pensando: quando sarà tutto finito tu...» sollevò il braccio, con la mano che simulava la partenza di un di un aereo, un razzo o qualsiasi cosa avesse preso il volo.
«Credo di sì.» Non era più tanto sicura di voler tornare indietro alla propria vita (sempre che ce ne fosse ancora una ad aspettarla) e lasciarsi tutto quello che era successo in quei mesi alle spalle. Lasciarsi Dean alle spalle.
Prese fiato e coraggio e si buttò, un lancio nel vuoto fatto di parole:
«Mi mancherai. Davvero. Tantissimo.»
Il silenzio che seguì fu così lungo e pesante che Nicole temette di aver parlato a sproposito.
Si morse il labbro inferiore e fece per ritornare dentro.
«E dopo questa figura di merda, è meglio che rientri, Bobby potrebbe aver bisogno d'aiuto per... beh, ci vediamo dopo.»
Dean la fermò. Doveva essere una cosa che gli piaceva fare, perché lo faceva fin troppo spesso.
«Resta.» le chiese.
Intendeva sulla veranda, con lui. Magari per sempre.
«Mi piace averti... you know...»
You know.
No, non era sicura di saperlo, avrebbe preferito sentirlo dire direttamente dalla bocca di Dean, con le sue parole, ma non si poteva avere tutto dalla vita e avere un Winchester che le chiedeva di restare (di nuovo) era perfino più di quanto molte altre ragazze avrebbero desiderato.
«D'accordo, ma solo per qualche altro minuto, inizio a congelare qui fuori.»
Lui le sorrise, ma non riusciva a togliersi dalla testa l'idea che se ne sarebbe presto andata via, troppo lontana per essere raggiunta.
Dopo il luna park e quel bacio sulla ruota panoramica, non si era più avvicinato a lei, non nel modo in cui avrebbe voluto e non certo per baciarla di nuovo, anche se la voglia gli era rimasta e gli rimescolava lo stomaco ogni volta che la ragazza entrava nel proprio campo visivo. Non era lusinghiero ammetterlo, ma quando l'aveva ritrovata con gli altri sul pianerottolo, dopo quello scherzo con lo shampoo, si era trattenuto a stento dal caricarsela di peso su una spalla e portarsela in doccia con sé.
«Che facevi prima?» la domanda scivolò nell'aria all'improvviso «Sai, prima di finire qui a dare la caccia a demoni Maya e cose così.»
Nicole tentennò, aveva avuto una vita piuttosto normale, nulla a che vedere con quella che aveva invece affrontato il ragazzo: studio, università, quell'estate puntava a trovarsi un lavoro part-time, ma nulla che prevedeva demoni, maya, cacciatori o Impala.
«Non rischiavo la mia vita un giorno sì e l'altro pure.» rispose.
Dean sorrise e affondò una mano tra i suoi capelli, spettinandoglieli e tirandola un po' verso di sé.
«Welcome in my world, babe.»
Già. Welcome and goodbye.
Anche se, più ci pensava, meno era disposto a lasciarla partire, avrebbe dovuto dirglielo, ma era quel genere di cose che necessitava di tempo, di un discorso, di un posto giusto e un momento giusto.
Quello non era né il momento né il luogo adatto e Nicole indicò qualcosa vicino agli alberi.
«L'hai visto anche tu? Mi è sembrato che si muovesse qualcosa là.»

Non ce la faceva più.
Aveva sopportato le minchiate di quei bambocci, aveva sopportato l'essere scarrozzato da un motel ad un luna park ad una vecchia casa con tanto di trappola per i demoni disegnata sul soffitto del salotto, ma dannazione!, se quel vecchiaccio voleva davvero ricominciare a ringhiargli addosso, giurò a se stesso che avrebbe cenato con il suo sangue!
Superando la porta della cucina in cui aveva aiutato Freyja a preparare un po' di tea per tutta la ciurma, Benny sentì di nuovo lo sguardo sospettoso di Bobby e il lievissimo cigolio della sua sedia a rotelle che li aveva seguiti ovunque. Non era riuscito a liberarsi del cacciatore neppure per un secondo.
«Ehi, nonno, abbassa quel coltello prima che ti faccia male.» sibilò indicando con un cenno del mento il coltello che il padrone di casa continuava a carezzare.
Freyja sollevò lo sguardo al soffitto.
Ci risiamo.
«Bobby, te lo giuro, Benny non è pericoloso, sta con noi.»
«Sì, certo, ora mi dirai che è diventato vegetariano e che ha messo su una linea di piselli e patate surgelate col suo nome.»
«Finora ci ha aiutato e mi ha salvato la vita, perché non sembra contare niente per nessuno?» sbuffò lei, irritata per essere stata l'unica a vedere del buono nel vampiro.
Sollevò lo sguardo azzurrino su di lui, riabbassandolo subito dopo, con un peso sullo stomaco.
Forse era questo il problema, gli altri non vedevano del buono in lui perché non c'era e lei si stava solo illudendo.
«Non ci hai ancora detto che cosa c'entri tu in tutto questo.» Bobby aveva ripreso a parlare.
Benny scrollò le ampie spalle, incrociando le braccia al petto e tirando indietro la testa, con un mezzo sorriso sardonico che non piacque al cacciatore.
Se avesse avuto un fucile, avrebbe già sparato un colpo d'avvertimento tra gli occhi.
«I seguaci di Tepeu sono venuti a reclutarmi, ho gentilmente declinato l'offerta e da allora ho seguito il gruppo delle ragazzine per accertarmi che non succedesse loro niente.»
«Ma pensa, dovrebbero proprio farti Santo.»
«Mi accontento di mantenere la testa sulle spalle. Comunque non è me che dovreste temere.»
Lo aveva detto muovendo qualche lunga falcata verso la finestra, aveva storto il naso notando uno dei cacciatori e la Straniera dai capelli rossi che parlavano e, quando avevano indicato verso il fondo del vialetto, lui aveva guardato a propria volta, fendendo facilmente l'oscurità con la propria vista, distinguendo i contorni di auto, alberi, animali e persone come se fosse giorno e come se fossero ad un palmo di naso da lui.
Vide una figura ammantata di nero e dall'aria rachitica avanzava lentamente, strascicando i piedi.
Freyja lo raggiunse.
«Che cos’è quello?» domandò, per nulla sicura che fosse realmente una persona.
«Quello è Charon…» rispose Benny, deglutendo.
«Chi?»
E, come mossi da un'unica volontà, dalle spalle di Charon si levò un nugolo di corvi che puntarono tutti contro la casa.
«A TERRA!»
 
 
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