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25 February 2013 @ 07:02 pm
[Team Free Folly] Dec. 21st || 09. And the carousel goes round and round  

Note Inutili: Il capitolo Odissea. Penso sia il più lungo tra tutti quelli scritti finora e, come se non bastasse, l'ho rimaneggiato almeno una decina di volte prima di decidere che mi aveva largamente rotto le palle e andava bene così. Sob, ho anche aggiunto dettagli e intrecci inizialmente non previsti che, ahime, temo mi dimenticherò strada facendo o quando ci sarà davvero bisogno che salti fuori spiegazione e collegamento.
Spero di no.
Un unico appunto importante: lo scambio di battute sulla questione Pan di Stelle è largamente ispirata ad un messaggio in pvt di Nicole, quindi onore al merito, è tutta farina del suo sacco, LOL.
I personaggi realmente esistenti appartengono a loro stessi; situazioni, location e quant'altro sono totalmente inventati. Supernatural e i suoi pg appartengono a chi di diritto.

Dec. 21st - Capitolo #09. And the carousel goes round and round

«Un luna park?»
Dean guardò allucinato la recinzione approssimativa affiancata dal baracchino ambulante che delineava l’ingresso alle giostre, un insieme di tendoni, rotaie, gabbiotti che vendevano pop-corn, bibite e hot-dog e altri baracchini di legno con le loro attrazioni; il tutto sistemato oltre un sentiero selciato che dalla strada principale attraversava la campagna confinante con Tallahassee.
«Un luna park?»
Senza rendersene conto, Sam si era tirato indietro di un passo, le labbra stirate in una smorfia sofferente, l’espressione inorridita e la voce che faceva da eco alle parole del fratello maggiore.
Le ragazze si voltarono verso di lui e, una dopo l’altra, sospirarono dispiaciute.
«E' vero che a Sam fanno paura i clown!» esclamarono in coro Ichigo e Freyja.
«Scusa, non ci avevamo pensato.» fece Nicole, sfiorandogli il braccio con la mano, in un gesto che tentò di apparire rassicurante, ma che, invece, lo fece scattare con lo sguardo su di loro.
«What?» urlò, troppo acuto «E voi come fate a saperlo?»
Ops.
«Cioè, non è paura la mia, ok? È solo che non mi trovo a mio agio con gente che si colora la faccia e veste scarpe enormi, tutto qui!»
«Non preoccuparti, Sam, non devi vergognarti, tutti abbiamo le nostre debolezze.»
«Non mi preoccupo, Nicole,» sibilò, calcando sul nome di lei, come se volesse rimarcare il concetto «Siete voi che mi guardate come se voleste compatirmi.»
«E’ perché vogliamo infonderti sicurezza.» si aggiunse Freyja, sorridendogli cordiale.
«Sicurezza?»
«Esatto.»
«E lo dici consapevole di stare insieme ad un vampiro o…»
Colpo basso, doveva ammetterlo, ma neppure questo fu sufficiente a far desistere le ragazze dalla nuova impresa, gli valse giusto un “Non è che io e Benny stiamo insieme…” borbottato da parte della rossa e le risate di scherno di Dean che continuava a tirargli dolorose pacche alla schiena, spintonandolo malamente in avanti.
Benny li guardò uno per uno, disgustato ed irritato per quella perdita di tempo. Amava fare le cose con calma e per bene, calcolare ogni propria mossa e poi scattare come il predatore che era; il tempo non era mai stato un problema per chi poteva vivere in eterno, ma abbassarsi alle cazzate di quel mucchio di buffoni, questo non riusciva a sopportarlo.
«Posso capire dividere l’auto con l’angioletto e i suoi due orsacchiotti del cuore, ma è davvero necessario aggiungere questa farsa?»
Senza contare Castiel, in quel gruppo poteva essere considerato il più pericoloso, lo si sarebbe potuto descrivere come un fottuto vampiro con i contro cazzi, ma la risposta del coro femminile giunse secca e decisa al pari dei loro sguardi fiammeggianti:
«Sì!»
E Benny scoprì che, al mondo, non esiste nulla di più pericoloso di un pugno di ragazze che fanno gruppetto.
Soltanto Ichigo sembrò avere qualche riserva e si avvicinò a Sam, sorridendogli mestamente.
«Vuoi che lasciamo perdere?» gli chiese. Non lo faceva soltanto per lui, in un certo senso evitare luna park di sorta le andava più che bene, l’alta velocità e l’altezza vertiginosa non erano qualcosa con cui andava d’accordo.
Fuuma, però, si fece avanti con un largo sorriso da canaglia e una pacca dolorosa alle spalle di entrambi.
«Don’t worry, è un luna-park, ci sono giostre, autoscontri e zucchero filato. I clown stanno al circo, vedrai che sarai al sicuro!»

Quindici minuti dopo e una strada di campagna alle spalle, il primo clown della giornata stava ridacchiando malevolo accanto a Sam, arrotolando tra le mani un palloncino rosso da consegnare ad uno dei bambini intorno a lui.
Fuuma si grattò la guancia.
«Ehm… se ti può consolare, neppure a me piacciono i clown…»
No, non lo consolava affatto.
«Forse sarebbe meglio proseguire.» propose Ichigo, sfiorando gentilmente il braccio di Sam, in un gesto che apparve casuale, cercando di incitarlo a spostarsi in direzione della musica che proveniva dalle giostre, lontano da eventuali pagliacci.
Subito dietro di loro, Dean sbuffava come una pentola a pressione.
«Non posso crederci di aver davvero accettato di venire con… ah!» si fermò di colpo, lo sguardo spalancato verso un punto del luna park e la mano agitata furiosamente verso il fratello minore.
«Sammy, presto, dammi dieci dollari!»
Sam corrucciò la fronte, scacciando con una pacca la sua mano.
«A che ti servono e perché devo darteli io?»
«Tu dammeli, sbrigati!»
Roteò gli occhi al cielo. Sapeva che se ne sarebbe pentito, ma la curiosità aveva preso il sopravvento e, recuperato dalle tasche un paio di banconote da cinque dollari, le consegnò al più grande, solo per vederlo sorridere compiaciuto e fiondarsi in tutta fretta verso il baracchino con fucili a pallettoni in bella vista, e sagome di cartone che si sollevavano e si riabbassavano a tempo.
Non ci credo…
«E’ a quello che ti servono i miei soldi?!»
Oh sì, proprio a quello.
E bastarono poco meno di dieci minuti perché tutti e otto (beh, non proprio tutti) regredissero ad un’età mentale di cinque anni.

«Frè, al mio segnale, scatena l'inferno!»
«Devi sempre essere così esagerata?»
«Dean, non vorrei fare l'uccello del malaugurio, ma invece di parlare dovresti pensare a sparare. Stai perdendo. Di nuovo.»
«Shut up, Sam! È colpa di quella cretinetta che continua ad urlare!»
«Dai Freyja, te ne mancano solo due!»
«Ecco... ci mancava solo la tua fidanzatina...»
«Vai così Freyja, ce la puoi fare!»
«E Nicole... Ma com'è che siete tutti contro di me, eh?»
«Scusa, mi sono lasciata trascinare dall'entusiasmo...»
Se all'inizio ognuno dei ragazzi aveva imbracciato un fucile per una battaglia all'ultimo sangue di uno-contro-tutti, ben presto si era trasformata in una guerra senza esclusioni di colpi tra Dean e Freyja, terminata con la vittoria di quest'ultima.
A nulla valsero i “C'mon, Sammy, non posso farmi battere da una ragazza, dammi altri dieci dollari!” del maggiore dei Winchester, dopo aver sprecato fin troppi dollari al baracchino dei fucili, si separarono, ritrovandosi quasi per caso ad andare ognuno per la propria strada, divisi a coppie. C’era chi scorrazzava da una parte all’altra del luna park alla ricerca della giostra perfetta, chi aveva solo intenzione di rimpinzarsi di cibo e chi, invece, si era trovato un posto all’ombra in cui rimpiangere la solitudine di un tempo.

Una panchina all'ombra di alberi dalle foglie giallo-arancio, occhiali da sole vecchio stile in faccia e l'espressione seccata di un mastino.
Benny teneva un braccio piegato sullo schienale della panchina, imprecando in continuazione contro qualsiasi cosa si fermasse troppo a lungo davanti a lui, che fosse una bambina che stringeva il suo palloncino tra le dita, un cagnolino che guaiva spaventato o un'allegra famigliola che spingeva una carrozzina e invitava il bambino più grande a muovere più in fretta i suoi passetti.
«Non stai per chiedermi di salire con te su uno di quegli affari, vero?» sibilò.
Seduta accanto a lui, Freyja scosse il capo. C'era un enorme elefantino di peluche vinto al tiro al piattello che la guardava con il musetto paffuto poggiato alla sua coscia, tra le mani stringeva una grossa nuvola rosata di zucchero filato e, nonostante tutto, sorrideva timidamente contenta di essere ancora insieme al Vampiro.
Doveva essere un po' masochista a pensarci bene, ma al diavolo!
«Meglio così.» annuì lui, spiandola con la coda degli occhi.
Aggrottò la fronte.
«Di che cosa sa?» chiese, indicando con un cenno il bastoncino di zucchero filato.
Lei si stupì della domanda.
«Di zucchero, più che altro.»
«Mhm.»
Le venne naturale pensare che Benny non avesse mai assaggiato dello zucchero filato in vita sua; doveva essere così vecchio che, probabilmente, non conosceva nemmeno il piacere di un Bigmac o di una pizza con le acciughe.
Si mordicchiò il labbro inferiore, affondando la bocca nella nuvoletta zuccherina, sentendola sciogliersi sul palato e contro la lingua. Prese un profondo respiro, decidendo di mettere da parte, per qualche ora, quello che si erano detti neppure ventiquattr'ore prima, dimenticandosi per un po' di quanto si fosse sentita ferita e tradita. Soprattutto tradita.
Si tese verso di lui e ne cercò le labbra con le proprie.
Forse era davvero masochista.
Fu un bacio al sapore di zucchero filato, lento, in cui la lingua di Freyja cercò quella del vampiro, mischiando il proprio sapore con il suo ed infine Benny si scostò appena, quel che bastava per sciogliere il bacio.
«E’ dolce.» commentò, in un’ovvietà che Freyja trovò quasi tenera.
«Ti piace?»
«Non l’ho ancora deciso.» e detto questo tornò alla bocca di lei, in un bacio più affamato.

«Non mettermi fretta!»
«Ma non puoi passare tutto il tempo a cercare l’auto giusta, tanto non c’è l’Impala tra queste!»
«A-ah, trovata!»
Non si trattava di una Chevrolet Impala, ma la Ferrari in miniatura dall'aspetto bombato e la cromatura rosso fuoco poteva andare più che bene. Dean scattò veloce verso l'auto, dall'altro lato un bambino stava facendo lo stesso, ma gli bastò un’occhiata torva per farlo correre verso la madre e poter quindi prendere posto sull’auto.
«Dean, l'hai fatto piangere!»
«Non è colpa mia, voleva la mia macchina! L'ho vista prima io.»
Seduta ad una piccola Cadillac blu, Nicole si pentì di avergli chiesto di fare un giro con lei sugli auto-scontro. Si rendeva conto che avevano una certa età (lui, perlomeno, che vantava anche di una reputazione che avrebbe fatto tremare l’intero Inferno e che stava volentieri mandando al diavolo) ma, quando aveva sentito suonare la campana di quella giostra, non aveva resistito all’impulso di comprare un paio di gettoni per sé e per Dean.
Quel Dean Winchester, quello alto un metro e ottantatré centimetri per un’ottantina di chili o poco più. Quello che ora se ne stava infilato in una macchinina per bambini che andava a gettoni, con le gambe incastrate in quel minuscolo spazio vitale, la schiena ricurva e l'espressione infantile di un gigante di cinque anni che ha trovato il suo habitat naturale.
Era uno spettacolo!
Quando gli auto-scontro vennero azionati, Nicole spinse il piede sull’acceleratore, girò completamente il volante e sterzò sulla destra, evitando per un soffio la macchina del cacciatore che l’aveva subito puntata.
«Non sperare che sia così facile!» esclamò, riuscendo ad infilarsi tra le auto di due bambini, prima che i musi delle due vetture si scontrassero l’uno contro l’altro.
«Damn!» Dean imprecò, poco prima di venir colpito alle spalle da un’altra auto che sbattè la propria in avanti di qualche metro.
«Sonofabitch!»
Strinse i denti e fece scrocchiare le dita del pugno destro e di quello sinistro.
«D’accordo, let’s go.»
Era tempo di fare sul serio.

L’abitudine alla guida -decisamente più che spericolata- gli era stata particolarmente d’aiuto nell’evitare gli scontri più duri, ma doveva ammettere che quella ragazzina ci sapeva fare al volante e la corsa si era rivelata più divertente del previsto.
«Booya!» urlò, riuscendo finalmente a colpirla di lato.
Lei si girò a guardarlo con qualche secondo in ritardo e il cacciatore ammiccò.
«A quanto pare ho qualcosa da insegnarti su come si guida.»
«Al tuo posto non ne sarei così sicuro.»
Gli sorrise e Dean si perse in quel sorriso, leccandosi le labbra come se potesse sentirne la consistenza sulla propria bocca, dimenticando di essere ancora in pista. Pessima mossa. Nicole schiacciò di colpo sull’acceleratore, allontanandosi da lui per evitare all’ultimo istante un’auto che, invece, investì in pieno quella del ragazzo.
«Fuck!»
«Non dovresti usare certe parole con i bambini, Dean!♥»
«Tu. Piccola strega…» sibilò, ma non servì per evitarla.
Gli aveva girato intorno e, proprio sul suono della campana di fine corsa, la Cadillac era riuscita a scontrarsi contro la sua fiancata, abbandonandosi ad una risata allegra e genuina, di una bellezza che lo lasciò senza fiato e che gli fece dimenticare di aver appena perso. Contro una ragazza. Di nuovo.
Al diavolo! Si disse, scivolando fuori dalla piccola Ferrari, riergendosi in tutta la sua altezza per troneggiare su Nicole e tendere la mano verso di lei. Sorrideva divertito e, disarmante, si fece spazio dentro di lui la certezza che sarebbe potuto rimanere in quel piccolo luna park insieme a lei all’infinito.

Era stato un errore di calcolo.
Si era trovata troppo vicino a Sam e la propria mano era scivolata contro la sua, in un contatto involontario. Aveva sentito una scintilla o forse l'aveva soltanto immaginato, ma non aveva trovato nulla di male nell'indugiare in quel tocco, sentire con la punta delle dita  il dorso della sua mano calda e poi ritrovarne timidamente il palmo più grande, premuto contro il proprio.
Sam aveva abbassato lo sguardo su di lei, ma non aveva ritirato la mano, le aveva invece sorriso e aveva chiuse le dita intorno a quelle più piccole di lei, come se fosse la cosa più normale del mondo e la propria mano fosse fatta per stringere quella di Ichigo. Nulla di più.
Di fronte a loro si stagliava l'ingresso di una delle tante attrazioni. In cima alla porta la scritta “Mirrorland” brillava ad intermittenza di una luce azzurra e verde acqua; un ometto calvo e dall'aria assonnata faceva avanzare la fila, vidimando i biglietti.
Doveva trattarsi di una casa degli specchi, dedusse Ichigo con un sospiro di sollievo. Non era esattamente a favore degli ottovolanti o calcinculo, preferiva alternative in cui avrebbe potuto tenere i piedi ben ancorati al terreno e quel labirinto sembrava fatto apposta per loro.
«Ehi, ehm, ti va se andiamo lì?» chiese, indicandolo con un cenno.
Sam annuì.
«Finché non ci sono clown, mi va bene tutto.»
«Allora, andiamo!»
Con la mano ancora stretta nella sua, lo precedette verso l’ingresso del labirinto, trascinandolo all’interno dopo aver comprato un paio di biglietti.
L'ometto sorrise con poca enfasi e, poco prima di entrare, lo sentirono giusto commentare qualcosa sulle coppie d'oggi.

Aveva tentato di guardare altrove, distogliere l'attenzione e smettere di sembrare la ridicola parodia di una stalker, ma per quanto ci avesse provato i propri occhi erano rimasti fissi sulle mani di Sam e Ichigo strette l'una nell'altra mentre oltrepassavano l'ingresso del labirinto di specchi.
«Merda...» sibilò, serrando i pugni.
«Sei arrabbiata.» le fece notare la propria coscienza.
«Gelosa è la parola giu…» tacque, ricordando a se stessa che, normalmente, le persone non parlano con le coscienze.
Si voltò e dovette sforzarsi per non urlare dallo spavento, ritrovandosi quasi a sbattere il naso contro il petto di Castiel, immobile a pochissimi centimetri da lei. Come al solito, la questione dello spazio personale era stata accantonata in un angolo della sua memoria e accartocciato in attesa che Dean o qualcun altro fosse tanto esasperato da voler tornare sull'argomento.
Fuuma arrossì, scattò di un passo indietro e sollevò gli occhi in quelli dell’angelo.
Un passo avanti e lui tornava di nuovo troppo vicino.
«Ma lo fai apposta?!»
«A cosa ti riferisci?»
Maledetto Castiel, ovvio che lo faceva apposta! Probabilmente programmava di farle venire un attacco di cuore e liberare l'allegra compagnia della sua presenza.
Incrociò le braccia al petto, con l'aria imbronciata di una bambina. Non aveva alcun motivo per essere arrabbiata con lui, non si poteva neppure dire che lo fosse davvero, aveva soltanto voglia di sfogare la propria frustrazione su qualcuno e l'angelo capitava a proposito.
«Non devi tornare ad Angelolandia?» sbottò.
Castiel tacque.
«Il Paradiso...» insistette.
Se inizialmente lui si era limitato a fissarla in attesa di spiegazioni, questa volta storse appena il naso, mostrando apertamente il proprio fastidio.
«Voi umani lo chiamate in tanti modi, ma è la prima volta che lo sento chiamare così. Non mi piace, non usarlo più.»
«...ok, scusa...»
Castiel 1 – Umorismo 0.
Avrebbe dovuto immaginarlo che parlare con lui sarebbe risultato più difficile del previsto; ancora le sfuggiva il motivo per cui avesse rinunciato a fare il terzo incomodo con Dean e Nicole, per stare invece con lei e sospettava c'entrasse il suo compito non dichiarato di “tenerla d'occhio”.
Non ne fu entusiasta.
Avrebbe dovuto essere più cauta, mentire meglio, e qualcosa le suggeriva che rimanere da sola con l'Angelo non giocava a proprio favore; sarebbe stato meglio tornare dagli altri il più in fretta possibile. Ma quando si guardò intorno, la propria attenzione venne catturata da un'attrazione in particolare del luna park ed ogni buon proposito venne meno.
«Sei mai stato su una giostra?»
Conosceva la risposta e quando Castiel gliela confermò con un secco «No.» sorrise birbante, catturandogli il polso tra le dita.
«Perfetto, ho appena trovato quella perfetta per battezzare la tua prima volta! Avanti marsch!»

Era la quarta o quinta volta che Ichigo sbatteva il naso contro il vetro di uno degli specchi.
«Non ci credo, stupido specchio!» imprecò coprendosi il volto con entrambe le mani e guardando il riflesso della ragazzina dai lunghi capelli castani che la imitava, insieme ad un altra decina di lei che si muovevano copiandola in ogni movimento.
Ad un solo passo di distanza, Sam cercava con tutte le proprie forze di trattenere le risate, ricacciandole verso la cassa toracica che tremava al di sotto della camicia a scacchi blu e verdi.
Aveva tentato di avvertirla tutte le volte e, tutte le volte, Ichigo andava sistematicamente a sbattere contro uno specchio; inoltre, doveva ammettere di non aver mai conosciuto persona con meno senso d'orientamento della ragazza: erano parecchi minuti che giravano in tondo, intrappolati nello stesso blocco di specchi e lei non sembrava essersene neppure accorta.
«Stai... stai bene?» chiese, con una linea tremolante sulle labbra e la voce rotta dalla risata intrappolata in gola.
«Sì...» mugugnò lei in risposta «Se solo questo posto non fosse pieno di maledetti specchi!»
«Credo che il segreto di una Casa degli specchi sia proprio l'essere piena di specchi.»
«Sì, beh, lo sapevo...»
Si era voltata a guardarlo con un'espressione così buffa che Sam si piegò in due liberando una risata che gorgogliò con forza oltre la propria bocca, in un suono allegro e fanciullesco.
«Sam!» urlacchiò «Almeno non ridere!»
Non lo pensò davvero.
Valeva la pena avere qualche bernoccoli in testa e un naso dolorante, pur di poter udire ancora la risata del cacciatore e guardarlo divertirsi come se fosse ancora un teenager o un ragazzo qualsiasi, senza sangue demoniaco, un fratello andato e tornato dall'inferno, due genitori morti ed un futuro fatto di altri mostri e altro sangue e altre morti...
«Abbiamo fatto bene a venire qui...» mormorò.
Sam si risollevò.
«Cosa?» le chiede, asciugandosi gli occhi, resi lucidi dal troppo ridere.
«Ho detto che se fosse capitato a te non avrei riso così tanto.»
Lui si passò una mano tra i capelli, mostrandole quell'espressione innocente e dispiaciuta a cui nessuno era in grado di resistere, sorridendole timidamente.
«Non fa niente.»
Si arrese davanti all'evidenza che l'avrebbe sempre data vinta a Sam Winchester e lui esultò mentalmente, per poi circondarle le spalle con un braccio.
«Dai, pasticciona, ti porto fuori di qui, prima che ti venga in mente di distruggere questo posto.» le sussurrò contro i capelli.
«Spiritoso. Posso farcela, mi stavo solo ambientando, ecco tutto.»
Forse.
Forse tra qualche ora o qualche giorno sarebbe riuscita ad uscire dal Labirinto di Specchi con le proprie forze.
Forse. Ma il braccio di Sam avvolse un po' più forte le sue spalle e ogni parola le morì in gola; aveva braccia lunghe, abbastanza da riuscire a circondarle la schiena senza alcuno sforzo ed il suo corpo era così ampio che avrebbe potuto nasconderla alla vista di chiunque.
Gli camminò accanto per tutto il resto del tragitto, con la stoffa della giacca che frusciava contro quella di Sam e il proprio fianco premuto contro il suo.
«Et voilà!» annunciò il cacciatore, una volta usciti dal labirinto, di nuovo circondati dalla baraonda di voci di bambini, ragazzi e gente che riempiva il luna park «Non è stato così difficile.»
Ichigo fece un sorriso tirato.
«G-già...»
Camminare fianco a fianco a Sam Winchester, con il proprio cuore che batteva all'impazzata, la sua giacca aperta alla schiena di lei ed il suo abbraccio ad avvolgerla come una sciarpa calda intorno alle spalle?
Macchè, era stata una passeggiata!

Giostra. Acqua. Fuuma.
Un trinomio che Castiel avrebbe preferito continuare ad ignorare.
Convincerlo a lasciare il suo trench coat vicino al mucchio di giacche e zainetti, all’inizio della giostra, aveva messo duramente alla prova la già poca pazienza della ragazza.
«Quello è meglio se non te lo porti dietro.» gli aveva consigliato.
«Preferisco tenerlo.»
«Fidati, ‘sta volta ti conviene lasciarlo qui, Linus.»
«Il mio nome è Castiel, pensavo lo sapessi.»
Si sforzò di sorridergli. Se ce la fanno i Winchester, posso farcela anche io, prese a ripetersi come un mantra e, quando finalmente poterono prendere posto sulle due postazioni di un veliero in miniatura che galleggiava su un percorso riempito d’acqua, l’operazione “Affoghiamo l'Angelo del Signore” ebbe inizio.
Rise, mentre si sporgeva oltre il bordo del piccolo veliero, per arrivare a raccogliere abbastanza acqua tra le mani da poterla gettare addosso a Castiel.
Rise, mentre il veliero saliva e poi riscendeva rapido, schizzando acqua stagnante da tutte le parti.
E rise anche quando, al termine del giro, l’angelo ne uscì completamente zuppo, con gli abiti appiccicati al corpo come una seconda pelle, la camicia bianca diventata quasi trasparente che lasciava intravedere la muscolatura asciutta di Jimmy Novak, le spalle dritte e le ossa dell'inguine che sparivano oltre il bordo dei pantaloni.
Fuuma distolse lo sguardo, mordendosi l'interno della guancia.
Le raffiche di vento che soffiavano contro i propri abiti bagnati, li rendevano più freddi contro la pelle.
«Ok, non è stata la migliore delle mie idee» affermò, tremando appena «Ma ne è valsa assolutamente la pena!»
Ed un’ultima risata divertita le vibrò in gola, coronando il perfetto completamento della missione.
L’Angelo la guardava confuso. Non era riuscito a comprendere il motivo per cui gli avesse gettato secchiate d’acqua per tutto il tragitto, doveva averle fatto qualcosa per cui lei aveva voluto punirlo, ma la parte più bizzarra era stata scoprire la curva che piegava le proprie labbra, senza che lui lo avesse comandato.
Scosse il capo, liberando i capelli scuri di qualche goccia d'acqua che li rendeva più pesanti e spettinati, rendendo più giovane l’aspetto del proprio tramite. Era bagnato, ma, a differenza della ragazza, non tremava, non risentiva del freddo e non si sarebbe ammalato.
Quando recuperò il proprio trench, lo tese verso Fuuma.
Lei esitò, guardandolo stupita. Diffidente.
Non provava alcun astio nei confronti dell'Angelo, era una sua fan ed era certa fosse uno dei buoni.
Ma non era Sam.
Scosse il capo, raccogliendo tra le dita quel pezzo di stoffa. Se lo portò sulle spalle e l'odore dell'angelo l'avvolse in un abbraccio caldo e rassicurante, allontanando di colpo tutti i problemi, i dubbi o le paure che si era trascinata dietro in quei mesi passati in una terra straniera.
Gli sorrise, cercando di mostrarsi sincera.
«Grazie.»
«Non c'è di che, Fuuma.»
Non avrebbe saputo dire se Castiel avesse o meno creduto alla propria sincerità, sperò di sì e le sembrò di notare una luce diversa nei suoi occhi blu.
Strinse le dita intorno ai lembi del trench coat usurato e schiuse le labbra, titubante, col bisogno di dire altro. Poteva sentire le proprie parole in bilico sulla punta della lingua, pronte a rotolare giù, per trasformarsi in voce.
L’Angelo le si avvicinò, costringendola a tirare indietro la testa, per evitare di affondare il volto contro la sua spalla.
«C'è qualcosa che vuoi dirmi?» la voce arrocchita in un sussurro basso le scivolò sulla pelle, imporporandogliela.
, era la risposta giusta.
Sapevano entrambi che c'era un segreto che spingeva e spingeva dentro di lei, affinché venisse rivelato e potesse finalmente liberarla di un peso.
Si leccò le labbra, sentendo improvvisamente la bocca secca.
«S-sì...» mormorò, cercando il coraggio di parlare.
Doveva solo trovare le parole giuste.
Si schiarì la voce, abbozzando un sorriso falso e poco convinto.
«Chi bulleggia gli angeli va all'inferno?»
Castiel non si sprecò nel risponderle, deluso dall'occasione sprecata, la fissò con sguardo fermo, più che sufficiente a darle una risposta.
Lei sospirò.
«Oh. Sono fottuta!»
Pestò un anfibio a terra, distogliendo lo sguardo, ma ogni pensiero si ridusse ad un'unica parola.
Vigliacca.
Prima o poi, tutto quel silenzio e quei segreti si sarebbero rivoltati contro di lei.
Quel che non sapeva era che stava già accadendo...

Si erano ritrovati tutti e otto per uno spuntino veloce (a parte Benny, che si era rifiutato di spiegare loro come si procurasse il sangue necessario per vivere) e si erano separati nuovamente, perdendo la cognizione del tempo fino a sera quando, stanchi e storditi dalla musica del luna park, erano stati recuperati uno dopo l'altro da Sam e Ichigo.
L’ultimo giro sulla Ruota panoramica aveva lasciato una strana calma asettica addosso ai ragazzi, soprattutto in Nicole che, rossa in volto, non aveva più avuto il coraggio di guardare Dean se non con la coda dell’occhio o quando era sicura che il proprio sguardo non venisse ricambiato.
Davanti a lei, Sam si stiracchiò stancamente, iniziando a sentire il peso delle ore passate a divertirsi.
Roteò gli occhi al cielo di un viola scuro tappezzato di punti dorati e, diretto verso il parecheggio, lo riabbassò sul fratello maggiore.
«Dean, per l'ultima volta, non m'interessa se hai speso tutti i soldi, non ho intenzione di comprarti alcuna pie
«Bitch.» borbottò l'altro, incrociando le braccia al petto.
«Jerk.»
Voltato per insultarlo, aveva notato per caso la strana donna dai capelli bianchi che guardava con insistenza verso di loro.
Ichigo seguì con lo sguardo la direzione dei suoi occhi. Vide la donna seduta ad un tavolo, oltre l’entrata di una piccola tenda su cui erano ricamate lettere arabeggianti ed il nome “Sòfia”, i capelli erano raccolti in due lunghe trecce unite in una crocchia sulla nuca e addosso aveva un abito orientale, lungo e scuro, che si intrecciava con fili dorati.
«Sembra una veggente.» considerò.
La donna fece cenno di avvicinarsi.
«Credo ce l’abbia con noi.» notò Freyja.
«Chiediamole se ci legge il futuro!» esclamò Nicole.
Le ragazze avevano già abbandonato la strada che conduceva al parcheggio per raggiungere la tenda, veloci quando si trattava di sciocchezze tutte al femminile.
Dean storse il naso, affondando le mani nelle tasche dei jeans.
«Non mi va di prestarmi a ‘ste cazzate mambo jambo di periferia.» borbottò.
«Per una volta sono d’accordo con lui.» si accodò il Vampiro.
Ma, ancora una volta, la maggioranza (e la maggioranza era sempre data dalle ragazze) vinse e, se Freyja pregava Benny con lo sguardo, Nicole tiracchiava Dean per la manica del giaccone.
La donna li invitò ad entrare nella tenda e sorrise davanti alle smorfie del ragazzo e ai suoi “ma guarda te se mi tocca pagare per farmi dir cazzate?”, puntando su di lui l’indice sottile ed adunco.
«Dean Winchester, non dovresti andare in giro a dire certe cose, qualcuno potrebbe maledirti.»
Si freddarono sul posto.
Uno dopo l’altro fecero scorrere le dita verso la cintura, la coscia destra o la schiena, ricordando troppo tardi di non aver portato alcun arma.
Dannazione.
«Come diavolo conosci il mio nome?» chiese Dean, cercando di perdere tempo.
«L’ho letto nella mia sfera, giovanotto. Sapevo saresti arrivato.»
«Da… davvero?»
Guardò il tavolo ricoperto da un panno scuro su cui spiccava il disegno di una stella a sei punte bianca e altri simboli che Sam riconobbe facenti parte della cultura buddista. Nessuna sfera di vetro.
«Certo che no, sciocco. Ho sentito che ti chiamavano così e conoscevo l’uomo che prima di te guidava quella Chevrolet Impala parcheggiata laggiù, il resto è venuto da sé.» indicò verso la zona del parcheggio e i due fratelli la guardarono come se avesse appena bestemmiato «È passato tempo, ma non pensavo che sarebbe stata la tua memoria a fare cilecca, giovanotto.»
«Ci siamo già incontrati?»
Quando si diceva quant’è piccolo il mondo.
«Ormai è stato vent'anni fa, non eri più alto di questa sedia e tenevi ancora tra le braccia tuo fratello.» sollevò gli occhi, sottolineati dal khol e da profonde occhiaie violacee, su Sam e ridacchiò «Adesso sarebbe il contrario.»
Inaspettato, un ricordo si accese nella memoria di Dean. Ricordò dei primi mesi dopo la morte di Mary, di sé e del corpicino di Sam tra le proprie braccia, così piccolo che aveva paura di romperlo e poi della roulotte dai colori sgargianti in cui una donna dai lunghissimi capelli biondi e l’aspetto di un hippy aveva accolto suo padre. Ricordava di essere rimasto affascinato dalle cianfrusaglie che abbondavano in quella roulotte, ma aveva passato l’intero pomeriggio a consolare Sam che piangeva e si aggrappava a lui, cercando consolazione.
«Ora mi ricordo, sei quella megera, Donna Sòfia!»
Donna Sòfia, sopravvissuta all’attacco di Pearl Harbor, a tre matrimoni e tre divorzi, al vicino posseduto da un demone nell’88 e, a quanto pare, più longeva di John Winchester.
«L’età non ha migliorato la tua sfacciataggine.»
Sam rifilò un’occhiata di biasimo al fratello.
«Lo perdoni, ha mangiato troppo zucchero filato e ora è sovreccitato e non sa tenere a freno la lingua.»
«Quindi lei è una vera veggente?» si inserì Ichigo, ben più interessata alla professione della donna, con occhi che le brillavano d’impazienza.
«Ovvio che sì, l’ultima vera veggente di Tallahassee!»
«Dobbiamo assolutamente farci leggere il futuro!»
Fuuma storse il naso.
«Io passo.» sospirò teatralmente e si asciugò una lacrima invisibile all’angolo destro dell’occhio «Ho passato tutto il giorno a seviziare Castiel, ormai ciò che mi aspetta è solo l’eterna dannazione.»
Inorridito, Dean strinse un braccio di Castiel.
«Dude, non le avrai permesso di abusare di te, vero?»
Non fu strano che l’Angelo non capisse la battuta.
«No, Dean, se ci avesse provato non sarebbe sopravvissuta.» rispose, lapidario.
La ragazza deglutì, rendendosi conto solo in quel momento di quanto avesse rischiato, abusando per tutto il giorno della pazienza dell’angelo.
Si avvicinò a Nicole, tendendosi verso di lei.
«Ricordami di non prendermela più con Castiel.» le sussurrò.
L’altra ammiccò con espressione allusiva.
«Finalmente hai trovato anche tu il tuo dolce Pan di Stelle, eh?»
«Eh…?»
«Il tuo piccolo “angolo” di Paradiso.» fece perfino il segno delle virgolette con le dita.
«…eh…?»
«Cass!»
Fuuma arrossì, pronta a negare fino alla morte.
«Mi hai chiamato?»
Ma Castiel ebbe la pessima idea di avvicinarsi alle due, fermandosi di nuovo troppo vicino alla più grande, costringendola a balzare di lato.
«Penso che farò un salto a… ehm… sgranchirmi le gambe, sì. Ci vediamo quando avete fatto, eh? Addio.»
Era veloce a darsela a gambe quando l'occasione lo richiedeva, Nicole rise e fece per correrle dietro, urlandole che stava soltanto scherzando, ma l'Angelo la fermò per una spalla. Fu un unico gesto, che nella sua semplicità riuscì a caricare del peso di parole non dette e, in silenzio, la superò seguendo la scia di Fuuma.
«Nicole, ci facciamo leggere il futuro o no?» domandò Freyja e lei annuì.

C’era un intenso odore d’incenso e cera a riempire la tenda, proveniente dai sei candelabri poggiati sulle sei punte della stella disegnata sul panno scuro, dove i segni bianchi la circondavano in formule magiche che, tanto Sam quanto Ichigo, erano convinti di aver già visto da qualche parte, forse in un libro.
Di fronte al tavolino c'era solo uno sgabello e lo spazio all'interno della tenda era appena sufficiente per tre o quattro persone; loro erano in sei, praticamente una squadra di pallavolo e, mentre Ichigo prendeva posto per prima, i rimanenti rimasero in piedi dietro di lei, in attesa e in ansia, per tanti motivi e per nessuno in particolare.
Le mani della ragazza si posarono con il dorso tra i segni bianchi. Il fumo sfilava verso l'alto e, non appena Donna Sòfia posò le dita sui palmi di lei, il suo futuro si mostrò ai propri occhi come le pagine di un libro sfogliato, un destino infausto che non avrebbe augurato neppure al proprio peggior nemico.
Si affacciò alla finestra del futuro di tutte e tre le ragazze e, più raccontava loro cos'avesse visto, più ciò che le attendeva sembrava oscuro e spaventoso e avrebbero dato qualsiasi cosa per scambiare la loro vita con quella di chiunque altro.
Avevano scoperto che le ombre non si sarebbero fermate e ancora si moltiplicavano nel buio, che Ichigo le attirava a sé come il miele con le api, quasi ci fosse stata una maledizione a penderle sulla sua testa.
Non era mai facile comprendere con chiarezza gli avvenimenti futuri, Donna Sòfia spiegò loro che apparivano confusi, che alle volte erano fatti di simboli, altre di immagini ed altre ancora di avvertimenti. Ne diede uno in particolare ad Ichigo: le disse che grazie a lei avrebbero potuto usare la chiave che cercavano, ma questo l'avrebbe messa in grave pericolo e, l'unico modo per avere salva la vita, sarebbe stato rimanere con l'Ombra dagli occhi neri e le ali bruciate.
Arrivata al turno di Freyja non ci fu alcun avvertimento, soltanto porte che si aprivano davanti agli occhi della veggente, miriadi di strade che la ragazza avrebbe potuto percorrere, miriadi di destinazioni, più di quante una persona sarebbe stata in grado di vedere in una vita intera. Le disse che c'era qualcuno vicino a lei che, di nascosto, la stava aiutando a scegliere il percorso, che non era sicura fosse quello giusto ma che, continuando su quella strada, avrebbero scoperto chi fosse la Regina.
Infine, quando le mani si posarono sui palmi piccoli di Nicole, Donna Sòfia esitò.
Non riuscì a vedere niente, non un bagliore, non un'ombra, né sentì voci o respirò odori. Nel futuro di Nicole non c'era niente se non il nulla, come se la ragazza, in realtà, non fosse mai esistita.
Quando lasciarono la tenda, avevano tutti l'amaro in bocca e un senso di vuoto nello stomaco ma, poco prima che Nicole riuscisse ad allontanarsi, le dita sottili della donna si arrampicarono alla sua spalla, fermandola. Trovò strano il fatto che fosse la stessa spalla a cui Castiel aveva posato la mano, lo stesso gesto e, guardando la donna, si rese conto che perfino gli occhi erano quasi dello stesso colore, di un blu che sfumava in un azzurro chiarissimo mano a mano che si avvicinava alla pupilla.
«C'è un'altra cosa che non ti ho detto per non allarmare anche le tue amiche e il tuo...» uno sguardo sbrigativo verso Dean, occupato a discutere con Sam qualche passo più avanti, frustrati entrambi per come le cose continuavano a volgere al peggio.
Nicole rabbrividì.
«Se c'entra con Dean voglio saperlo.» affermò, la voce ferma, lo sguardo deciso, pronta a farsi carico di qualsiasi peso.
«Arriverà un momento in cui lui si ergerà davanti ad assassini umani e dovrà scegliere tra la tua vita e la propria.» iniziò la donna «Se sceglierà te, avrà condannato non solo se stesso e i vostri compagni, ma anche l'intero genere umano.»
Nicole tremò.
«Qualsiasi sia il prezzo da pagare, Dean Winchester non deve morire.»
«Lo impedirò.» mormorò. Sentiva le lacrime pungerle gli occhi, ma nonostante tutto, questa volta, avrebbe impedito a qualsiasi costo che Dean rischiasse di nuovo la vita.
«E, un'ultima cosa...» Donna affondò le mani nell'ampia gonna, tirando fuori un sacchetto di velluto nero grande un paio di pollici «C'è un'altra cosa che il tuo Dean cercherà di fare.» le sussurrò, sorridendole comprensiva «A quanto pare è un tipetto che si dà da fare, eh?» rise e posò il sacchetto tra le mani di lei, chiudendo le sue dita intorno al velluto, ritornando con un cipiglio serio che aumentò le rughe della sua fronte «Cercherà di uccidere la Regina. È un'entità che ha in sé troppe sfumature oscure e tanto la sua morte, quanto la sua vita, un giorno si ritorcerà contro di voi. Quale che sia il caso, tu consegna questo all'Angelo, lui saprà cosa fare.»
Fissò il sacchetto, cercando di memorizzare tutte quelle informazioni che la confondevano soltanto e, con un sorriso sbrigativo, salutò la veggente, bisbigliando ringraziamenti che si mischiavano ai propri pensieri e alle urla della propria mente: Salva Dean! Qualsiasi cosa accada, salva Dean! Non conta nient’altro!
Infilò il sacchetto in tasca, guardando verso il ragazzo che, proprio in quel momento imprecava per la mancanza di Fuuma e Castiel; quando incrociò lo sguardo con lei, le fece cenno di raggiungerlo, con un sorriso più morbido ed uno sguardo più dolce. Lei attese, continuando a mantenere gli occhi su di lui, a memorizzarne fino in fondo ogni minimo dettaglio e giurò a se stessa che, anche a costo della propria vita, lo avrebbe protetto.

Aveva notato Fuuma avviarsi verso il parcheggio, prima di cambiare improvvisamente direzione, in vista di una cabina telefonica. Vi si era infilata, aveva cercato nelle tasche dei jeans qualche spicciolo e aveva lasciato cadere le monete nel telefono, digitando un numero sulla tastiera.
Castiel si era avvicinato al vetro alle sue spalle, consapevole di non poter essere visto mentre lei portava la cornetta all'orecchio e rimaneva in attesa, trattenendo il fiato.
Non era la prima volta che la vedeva entrare in uno di quegli affari, capitava anche che rubasse dalle tasche della gente con cui si scontrava il loro cellulare -e, se erano meno fortunati, anche il portafogli- ed era sicuro che il numero composto fosse sempre lo stesso e la risposta dall'altra parte della cornetta sempre la stessa.
Il numero da lei chiamato è inesistente...
Lo fu anche quella volta.
«Fanculo!»
Fuuma sbatté malamente la cornetta che ricadde in terra e quando fece per solcare la porticina, sorprese l'Angelo guardarla oltre il vetro.
«Si può sapere perché continui a seguirmi?» domandò, seccata più per la telefonata andata a vuoto che per la presenza di lui.
«Cerco di capire.»
«Cosa?»
Castiel fece una pausa, prima di rispondere con un'altra domanda.
«Chi chiami così ostinatamente?»
Non seppe per quale motivo, ma, in qualche modo, lei comprese che non era ciò che avrebbe voluto chiederle. Lo preferì.
«Fuuma?»
«Non... non sono affari tuoi.»
«Sarebbe più facile per me raggiungere la persona che stai cercando, se mi dicessi di chi si tratta.»
La meraviglia si accese nei piccoli pozzi neri che erano gli occhi di lei, lo guardò incredula, stupita nel realizzare che l’unico motivo per cui gliel’aveva chiesto era per aiutarla, perché Castiel aveva cuore e, nei suoi gesti non c’era solo forza di un soldato, ma anche una dolcezza quieta e disinteressata.
«Castiel...»
Dal parcheggio urlarono il nome di Fuuma e quello dell'Angelo, interrompendo la ragazza.
Sorrise timidamente, superandolo per avviarsi verso il gruppo che li aspettava e si passò il dorso della mano sugli occhi diventati lucidi.
«Sei un angelo.»
Castiel non comprese il perché di quell'ovvietà, l'accettò passivamente e la seguì verso le due auto.

Nell'oscurità, troppo lontano per essere percepito dai sensi dell'Angelo o del Vampiro, ma abbastanza vicini da poter ammirare quello strambo gruppo di razze diverse e straniere provenienti da un altro mondo, qualcuno li aveva tenuti d'occhio per tutto il giorno.
Un sorriso macabro distorse la bocca dell'uomo e gli occhi si abbassarono al calice riempito di sangue ancora caldo. Ai propri piedi, uno dei custodi del parcheggio era riverso a terra, con la gola recisa.
«Ho trovato la Marchiata, mio Signore. Avevamo ragione, Lei li accompagna.» sibilò l'uomo.
Il sangue gorgogliò.
«Come desiderate, mio padrone, farò in modo che sia Lei a consegnarla al vostro Re.»
Rise, scomparendo tra gli alberi, pronto a realizzare i desideri del proprio padrone.
 
 
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