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19 September 2013 @ 11:37 pm
[Supernatural RPS] J. || #12. Christmas Call  
Character: Jared Padalecki; Jensen Ackles; Chad Michael Murray; Sandra Mccoy; Joanna Krupa;
Pairing: JensenxJared {j2},
Rating: Nc-17
Genre: Slice of life, Fluff, Romance, Erotico, Melancoly
Word: 3.439
Note: Primo, il capitolo è dedicato ad una tale chiamata Nicole, perchè se finalmente ho avuto la voglia di mandare al diavolo la pigrizia e riscriverlo da capo e come si deve una volta per tutte, è merito suo.
Secondo, in realtà non è migliorato affatto dalla prima stesura, non sono riuscita ad esprimere quello che volevo. Ma sono stanca di avercelo tra le bozze, quindi all'inferno, era ora di andare avanti.
Terzo, ricordo che i personaggi reali inseriti nella fic, sono mossi a mio piacimento e per i miei scopi malvagi, anche quelli che hanno un ruolo spiacevole. In realtà sono sicura che siano assolutamente brave persone e hanno il mio più assoluto rispetto.
Disclaimers: Gli attori appartengono tutti a loro stessi, con questa fic non si vuole assolutamente discutere i loro gusti sessuali, le loro scelte di vita o quant'altro. E' una fic scritta senza scopo di lucro e senza la pretesa di poter dire di "conoscere" i personaggi che qui si muovono perchè no, non li conosco affatto e in questa fic c'è soltanto la loro idealizzazione.
Capitoli precedenti: 01 - 02 - 03 - 04 - 05 - 06 - 07 - 08 - 09 - 10 - 11 - 12



J.
[The amazing guys]


#12. Christmas Call
Anche quell’anno, l’inverno era stato indulgente con San Antonio.
Se Vancouver era andata in contro alle prime nevicate della stagione, che ne avevano imbiancato i tetti delle case e ghiacciato il lago, regalandole la bellezza suggestiva di un paesaggio da cartolina, il cielo di San Antonio era ancora una tavola azzurra macchiata da qualche leggero sprazzo bianco e le giornate erano piacevolmente fresche, illuminate da un sole tiepido.
Il cambio di temperatura aveva colto Jared alla sprovvista, ma era riuscito a sopravvivere anche a quello, riabituandosi piuttosto velocemente anche al ritorno alla vita familiare. Non doveva più sottostare ai ritmi frenetici di Vancouver, con il peso delle sveglie all’alba, i copioni da imparare a memoria, il sangue finto ad imbrattargli la faccia e le nottate infinite passate a girare. L’unica pecca era stata l’assenza di Jensen, ma non si poteva dire che le sorprese fossero mancate.
Quando, la mattina di Natale, la signora Padalecki aprì la porta di casa agli invitati, oltre a Chad e agli amici di Jeff e Megan, Jared spalancò lo sguardo su due occhi enormi e nocciola che credeva di aver dimenticato, un volto ben truccato e morbide onde di capelli corvini che incorniciavano i lineamenti graziosi di una ragazza.
«Sandy?»
Della sua ex-ragazza.
«Ciao, Jared. Mi fai entrare?»

L’odore di pioggia si mischiava con quello pungente dell’enorme pino che regnava al centro della sala, avvolto da una cascata di addobbi, luci e colori. Mackenzie l’aveva tenuto d’occhio per tutto il tempo, contando e ricontando i pacchi regalo che mano a mano si aggiungevano con l’arrivo di ospiti, amici, parenti e vicini di casa ed ogni volta si assicurava che i regali a lei destinati fossero i più visibili. Jensen aveva sorriso guardandola appollaiata sul pouf e quando lei lo chiamava, con una scusa banale o solo per supplicarlo di portarle altri biscotti appena sfornati dalla madre, le si avvicinava spettinandole i capelli e ridacchiando all’agitarsi della sorella minore.
Il suo ritorno in famiglia era stato accolto da un abbraccio caloroso di sua madre, le chiacchiere allegre di sua sorella, una pacca sulla spalla da suo fratello maggiore e una stretta di mano da suo padre. Aveva trascorso i giorni precedenti al 25 dicembre ad aiutare il signor Ackles con i soliti lavori di casa che l’uomo aveva promesso di fare dall’estate, ma che aveva sempre rimandato, portando la moglie all’esasperazione come tutti gli anni e tutte le volte in cui Jensen tornava a casa.
Era stato un inizio vacanza esattamente come tutti gli altri, senza alti né bassi, senza particolari novità e aveva ricordato come tante piccole cose ancora gli mancassero, anche se erano passati anni da quando aveva lasciato la casa dei genitori per seguire la propria strada.
La mattina di Natale, Joanna lo aveva raggiunto.
«Mi ami, Jens?»
«Perché me lo chiedi così all’improvviso?»
Con sé, portò anche un senso di pesantezza e un’ondata di novità a cui Jensen non era ancora preparato.
«Perché inizio a non essere più l’unica a pensare che tu e il tuo amico Pindalicki siate una coppia e questo non mi piace.»

Sandra McCoy era la sensualità fatta persona.
Aveva uno sguardo languido e un sorriso sexy. Sempre. Gonfi di una carica erotica che lasciava senza fiato e che traboccava dagli occhi leggermente a mandorla, traccia delle sue origini filippine, o che faceva il nido sulla bocca carnosa e rossa. Il rosso, quello della passione, era decisamente il suo colore.
Jared non si mosse dalla porta, nonostante lo sguardo di rimprovero di sua madre e il pizzicotto con cui lo colpì al braccio.
«Perché sei qui?» domandò, non senza sforzo.
«Perché è Natale e volevo portarti il tuo regalo.»
C’era un sacchetto colmo di pacchi regalo tra le mani di Sandra, ma la sua era stata la prima scusa a venirle in mente, tralasciando le banalità su quanto le fosse mancato, quanto ancora pensasse a lui o quanto male ci fosse rimasta per la loro separazione. Non si sarebbe mai ripresentata nella vita di Jared da sola, il suo difetto più grande era l’orgoglio e quello era stato già abbondantemente calpestato nel momento in cui lui l’aveva lasciata; ma quando la signora Padalecki l’aveva incontrata per caso al Centro Commerciale, per le ultime spese di Natale, avevano passato il tempo a parlare di loro. Di Sandy e Jared. Di come stessero bene insieme. Di come sembrassero fatti l’uno per l’altra. Dei progetti realizzati e di quelli mancati. E, quando la donna le aveva proposto di passare il Natale con loro, nella speranza che suo figlio tornasse sui suoi passi e potessero ricominciare una relazione insieme, anche Sandra aveva iniziato a sperarlo.
«Io non ti ho comprato niente.» mormorò Jared, incapace di mantenere lo sguardo fermo su qualcosa, lasciandolo vagare nervoso da lei al sacchetto, a sua madre, alla sorella minore spuntata dietro le proprie spalle e, perfino, allo stipite della porta.
«E che palle!» a quel punto Chad si era sentito in dovere di intervenire «J-rod, puoi fare le tue scene strappalacrime alla Via Col Vento dopo averci fatto entrare? Sto crepando di freddo e ho fame!»

Entrare nella sua vecchia camera da letto era stato come entrare in una macchina del tempo e tornare indietro ai diciassette anni. Una mazza da baseball e una di lacrosse si incrociavano, appese alla parete di sinistra, accanto alla finestra spalancata su una scrivania pulita di recente, che ancora ospitava vecchi libri scolastici di educazione fisica e anatomia. Li guardò con nostalgia, sentendoli parte di una vita diversa, in cui avrebbe dovuto frequentare l’università per diventare fisioterapista.
Quando Joanna richiuse la porta dietro di sé, si ricordò perché l’aveva portata lì: non voleva che suo padre li sentisse. Più volte era uscito il nome di Jared nei discorsi con la famiglia, era capitato che parlasse di lui in quanto collega, che raccontasse le loro marachelle sul set a sua madre o buttasse lì l’idea di invitarlo a casa dei suoi; ma erano sempre state parole che lo vedevano in una veste d'amicizia. Nulla di più. Quello che non poteva fare, però, era cancellare la luce che gli illuminava gli occhi ogni volta che ne parlava.
Era stata sua madre a farglielo notare, lo aveva preso da parte, gli aveva chiesto di raccontarle altro e lui, lontano da suo padre, si era sbilanciato di più, le aveva confidato di volergli bene come ad un fratello e di sentirsi felice con lui.
Felice.
E che diavolo significa quando con una persona ci si sente felici, più di quanto avvenga con la propria ragazza?
Jensen incrociò le braccia al petto, impegnandosi per mantenere un tono neutro:
«Spiegami che cosa c’entra Jared.»
Joanna scrollò le spalle, lo sguardo vagava intorno alla stanza e le mani scivolarono sullo schienale della poltroncina girevole tirata sotto la scrivania.
«Non volevo farti arrabbiare, Jens.» mormorò, apparendo sinceramente dispiaciuta; non le piaceva litigare con Jensen.
«Non sono arrabbiato, Jo, voglio solo capire perché hai tirato fuori Jared.»
«Per la prima volta mi è capitato di vedere le vostre interviste.» iniziò lei, arrotolandosi una ciocca di capelli biondi sull’indice, per poi sistemarla dietro l’orecchio e allungare le mani a cercare quella di Jensen, stringendola affettuosa «Ti assicuro che non sto mettendo in discussione quello che provi per me e non dubito di quello che c’è tra noi, ma ho visto il modo in cui ti guardava e anche Guy è d’accordo e mi ha raccontato di quello che i fan dicono di voi
Il nome di Guy gli fece ribollire il sangue delle vene.
«Sono fan, Jo, dicono tante cose, che importanza ha?»
«Dicono anche che state insieme!» sbottò lei.
Non fu il fatto di sentirglielo pronunciare ad alta voce a colpirlo, quanto più il tono d’accusa e quello si conficcò nella testa, pungolandogli l’orgoglio, infame e bastardo, portandolo a pensare per un solo colpevole istante che una loro relazione non sarebbe mai stata possibile, perché era sbagliata. Si pentì subito di averlo pensato, disgustandosi di se stesso e allontanando di scatto la mano dalle dita della modella.
«Jesus! Ti rendi conto di cosa stai dicendo? Capisco che i fan siano bravissimi nel farsi sempre l’idea sbagliata, ma tu lo sai che siamo solo amici.»
«E lui lo sa?»
Fu una secchiata gelida in faccia.
Lui lo sapeva? Certo che lo sapeva. Doveva saperlo...
Irritato, l'aggirò, raggiunse la porta e la spalancò con un colpo secco.
«Jens… aspetta, dai, parliamone.»
«Jo.» la zittì, solo pronunciando quel soprannome che di solito aveva sfumature dolci, ma che, ultimamente, si era troppo spesso caricato di asio «Non mi interessa quello che tu e Guy dite. Jared è mio amico, in questo momento il mio fottuto migliore amico e se questo non ti sta bene, mi dispiace, ma non è un mio problema.» sibilò, voltandosi con una determinazione bruciante negli occhi verdi «E un'ultima cosa: il suo nome è Padalecki

Non poteva credere che Chad lo avesse mollato da solo, senza nemmeno sprecarsi in qualche giustificazione. Oh no, non sarebbe stato nello stile di Murray, che aveva invece preferito spintonarlo nella sua vecchia stanza, chiuderlo dentro e urlare oltre la porta: «Parla con Sandy e non rompermi i coglioni!»
Ma che razza di amico era uno così?!
Il letto ad una piazza e mezzo ospitava entrambi, lui e Sandra; avevano parlato di qualsiasi cosa, tranne che di loro due. Quando Jared aveva preso coraggio ed era stato pronto a farle le proprie scuse per come era andata la loro relazione, il volto di Sandra si era fatto troppo vicino al proprio.
Avvertì il suo respiro sfilargli in bocca, il profumo intenso ed esotico della sua pelle avvolgerlo e, allora, smise di resistere alla tentazione delle sue labbra. La bocca ritrovò quella di lei come aveva fatto tante altre volte prima di quella, avidamente, stringendo la sua vita sottile tra le dita. Conquistò ogni centimetro dei suoi fianchi in carezze urgenti, sovrastandola con la propria altezza e poi tirandosela addosso, in un bacio che si faceva più umido e più vorace. Sentì le sue braccia sottili stringersi al proprio collo, la morbidezza del seno premere contro il proprio petto ed il cervello iniziò a far viaggiare la fantasia, rigettandogli contro i ricordi del corpo nudo di lei che si muoveva nel letto, ricercando il suo calore, delle prime volte in cui l’aveva vista parlare e ridere con le amiche, dei bikini che sfoggiava in spiaggia o delle sue risate vibranti.
Ricordò di tutti i modi in cui Sandra riusciva a pronunciare – o gemere – il suo nome.
Jared. Jared! Ja-red.
Ma quando lo udì di nuovo, soffocato direttamente nella propria bocca, fu come sentire la nota stonata di un pianoforte scordato. Non somigliò minimamente al suono che, invece, era nato nella propria testa, dalle note meno morbide, la voce più roca, il timbro maschile... e le mani grandi, le unghie più corte che avrebbero lasciato graffi più larghi sulla sua pelle, il profumo più virile, il corpo più duro, i capelli più corti, il loro colore più biondiccio, gli occhi più verdi...
Oh cazzo!
Sciolse il bacio, scivolando più lontano, con gli occhi spalancati sulla ragazza.
Sandra distolse lo sguardo.
«Non c’è più nessun noi, vero?» domandò, in un sussurro rassegnato.
Jared ansimò, passandosi il dorso della mano sulla bocca, intrappolato nei sensi di colpo verso di lei e in quelli verso il protagonista delle sue fantasia.
«Scusa. Lo sai che mi piaci da morire, mi sei sempre piaciuta, ma…»
«Odio i tuoi ma, Jared. Questa volta potresti inventare una scusa che non mini la mia autostima?»
«Sono… gay?»
Doveva essere una battuta. Non rise nessuno dei due.
Non aveva mai confidato a Sandra di essere attratto anche -soprattutto- dai ragazzi, ma non sarebbe cambiato niente, nemmeno se lei fosse stata un maschio; in quel momento, non sarebbe cambiato nemmeno se fosse stata Chad.
«È qualcuno che conosco?» chiese lei. Sapeva che, anche questa volta, c’era qualcun altro.
Jared scosse il capo, ma Sandra non demorse.
«State insieme?»
«Cosa? No, no, certo che no… E poi quello che provo è complicato e questa persona è off limits.»
«Jared, non stiamo parlando di un testimone della mafia, vero? Oddio, aspetta, non sarà una donna sposata?»
Si irrigidì, scuotendo nuovamente la testa.
No, non era una donna sposata. Era solo un ragazzo fidanzato. Il che non era, necessariamente, meglio.
Afferrò l'unico cuscino del letto, tirandoglielo addosso senza particolare forza, solo per distrarla dal mezzo sorriso tirato che gli piegava le labbra.
«Che ti viene in mente, sciocca! È solo un gran casino.»
Lei rise e per un attimo fu come tornare ai tempi dei San Valentino passati al ristorante, i viaggi a Parigi, il calendario con gli impegni lavorativi di entrambi e i giorni in cui avrebbero potuto passare le vacanze insieme. Prima che tutto finisse tra le lacrime di Sandra e le telefonate e gli sms di scuse di Jared.
«Esattamente quello che ci si può aspettare da te.» affermò «Almeno posso sapere il suo nome?»
«Lasciamo perdere, è solo una cotta passeggera.»
Una di quelle pesanti, che gli stava riempiendo la testa con prepotenza e che aveva cominciato ed essere un'ossessione, come il desiderio di un corpo maschile contro il suo, il rumore della stoffa dei jeans che si strofinava contro il suo bassoventre, la lampo che si abbassava e la sua voce roca che lo chiamava, ancora e ancora.
E non riusciva nemmeno a ricordare come ci fosse arrivato a quel punto.
«Eddai,» sbuffò, Sandra «solo il nome!»

La televisione in salotto faceva da sottofondo al chiacchiericcio della famiglia e agli strappi della carta dei regali scartati.
Jensen aveva trovato rifugio in cucina, dove una montagna di piatti da lavare riempiva il doppio lavello ed il tavolo ricoperto da una tovaglia di plastica con una fantasia country. Alla porta, appeso a due chiodi, c'era ancora il ferro del suo primo cavallo, una Bretone dal manto nocciola che apparteneva ad uno di vicini di casa e che usava per arare gli ettari di campo in suo possesso. Era su quello che aveva fissato il proprio sguardo, sebbene i suoi pensieri vagassero altrove.
Come ad ogni interruzione pubblicitaria, aveva evitato calcolatamente di assistere ad eventuali spot di Supernatural e ai sospiri della sorella che, dal nulla, aveva deciso di voler sposare Sam; in alternativa era pronta a cederlo solo a Jensen perché "siete così carini insieme". E scusa tanto Joanna, ma cosa poteva farci lei se stanno così bene insieme e l'ultima volta che ho chiamato Jensie ho sentito in sottofondo Sam che rideva e oh, oh, devi farmi avere la sua foto con autografo e poi ho promesso alle mie amiche che ti saresti fatto vedere su skype!
Sorelle! Un'adorabile spina nel fianco con cui non erano servite a niente le sue suppliche di smettere di chiamarlo Jensie.
Ma poi, che diamine di nome era Jensie?!
«Jensen?»
A differenza del resto della famiglia, suo padre non usava soprannomi, con nessuno dei suoi figli.
Jensen spostò l'attenzione su di lui e l'uomo avanzò fino al tavolo, battendo le mani sullo schienale della sedia, in un'implicita richiesta di accomodarsi. Era il suo modo per chiedergli di fare quattro chiacchiere, sebbene raramente si sbilanciasse in frasi di più di quattro parole, a meno che non fosse previsto da un qualche copione.
Si sedettero entrambi.
«Pa’, qual è il problema?»
Suo padre si schiarì la gola.
«Tu e Joanna...»
«Io e Joanna siamo il problema?»
Sarebbe stata una menzogna, non ammettere a se stesso di sperare che fosse davvero tutto lì.
Ma suo padre aveva il tipico cipiglio che assumeva nei discorsi che si affrontano almeno una volta nella vita; aveva avuto quell'espressione quando Jensen gli aveva detto di voler diventare un attore e ce l'aveva avuta anche quando gli aveva detto di volersene andare di casa.
«Volevo chiederti come andava tra te e Joanna.» chiarì, l'uomo «A tavola ci siete sembrati un po' distanti.»
Distante da Joanna descriveva pienamente il modo in cui lui si sentiva, negli ultimi tempi.
«Abbiamo avuto solo qualche screzio, nulla di importante.»
«E questa storia di te e del tuo amico collega, non c'entra niente, vero?»
Non era stata un'accusa, ma sul fondo degli occhi, tra le sfumature dello sguardo incorniciato dalle rughe, Jensen ebbe la netta sensazione che suo padre volesse dirgli altro. Che sperasse che suo figlio non si rivelasse gay.
Non era bigottismo. Era sangue texano.
«Quelle sono solo cazzate dei fan, lo sai meglio di me come funzionano questi rumors.» affermò, con una convinzione che gli faceva male e lo faceva sentire colpevole, senza neppure sapere di cosa.
«Ai miei tempi era diverso, Jensen.»
«Va bene, allora diciamo che mi conosci e sai che sono attratto dalle ragazze. Meglio?»
Mai avrebbe creduto di doversi giustificare, con la sua famiglia, di qualche stupido pettegolezzo.
Suo padre si concesse un lungo sospiro, accontentandosi della risposta. Batté una pacca sulla spalla di suo figlio e indicò con un cenno la porta della cucina, che dava direttamente sul salotto.
«Sarà meglio che torni da tua madre, prima che pensi che stia cercando di convincerti ad aiutarmi anche con la staccionata rotta.»
Jensen gli sorrise, in parte sollevato, in parte no.
«Io arrivo tra un po'.»
Aspettò che suo padre uscisse dalla cucina e si raccolse la testa tra le mani.

Jensen.
Era stato un sussurro, nulla di udibile.
«Come?» domandò Sandra, tesa verso Jared, nella speranza di sentirgli pronunciare il nome che gli aveva chiesto.
Lui si alzò in piedi, abbandonando il letto con un sorriso furbo e le mani nelle tasche.
«Pensavo che ho ancora un sacco di gente a cui fare gli auguri.» affermò, raggiungendo la porta.
Quando la aprì, Chad e Jeff fecero un balzo all'indietro, colti in fragrante ad origliare e a fare scommesse su quanto stesse accadendo nella stanza.
Sorrisero nervosi, guardando verso il fondo del corridoio, dove le scale portavano al piano di sotto.
«Ehi, ma non è la voce di tua madre, questa? Credo che mi stia chiamando, sì, mi sta definitivamente chiamando!» esclamò Chad, optando per una fuga strategica.
«Toh, sta chiamando anche me!» si aggiunse Jeff, affrettandosi a seguirlo.
Jared evitò ogni commento, lasciandoli a quando li avrebbe raggiunti, più tardi. Preferì prendersela con calma; annuì quando Sandra gli disse che l'avrebbe trovata in salotto, dove la signora Padalecki stava, effettivamente, chiamando a rapporto i ragazzi per il dolce e rimase da solo sul corridoio.
Le dita della mano destra avevano ritrovato il cellulare.
Tra le bozze era rimasto un sms mai inviato, che aveva scritto il giorno prima, dopo troppi bicchieri di champagne.
Si morse il labbro, leggendolo.
«Cazzo...»
Per la prima volta, realizzò che quella sua cotta passeggera era reale, tangibile come il cuore che gli batteva nel petto ogni volta che parlava con Jensen.
Gli venne quasi da ridere, mentre, selezionato il nome del ragazzo dalla rubrica, avviò la chiamata.

Ancora in cucina, Jensen si era ritrovato il telefono tra le mani, con il bisogno di sentire la voce di Jared.
Gli avrebbe parlato delle prime stronzate che gli sarebbero venute in mente (i regali ricevuti, le cartoline dei suoi amici migrati sospettosamente tutti alle Maldive, alla faccia sua e della pioggia di Dallas, la staccionata che sua sorella aveva distrutto nel suo primo tentativo di guida...), dopo qualche risata leggera gli avrebbe raccontato degli interrogatori che gli erano toccati a causa degli assurdi pettegolezzi che Supernatural aveva fatto nascere sul loro conto, l'amico ci avrebbe fatto su qualche battuta e, infine, la sua coscienza ne sarebbe uscita alleggerita.
Ancor prima di raggiungere la lettera "J", nella rubrica, il cellulare iniziò a vibrare con il nome di Jared che lampeggiava sul display.
Lo guardò a lungo, il pollice che sfiorava il tasto verde per accettare la chiamata, senza mai toccarlo veramente.
Dopo quasi un minuto e mezzo, il cellulare smise di colpo di vibrare.

Con una smorfia delusa, Jared terminò il tentativo di chiamata.
Il display si accese di nuovo sul messaggio non inviato.
Si convinse che fosse stato un bene che Jensen non avesse risposto o chissà quali cazzate avrebbe potuto dirgli.
Digitò il comando per eliminare il messaggio, ma, guardandolo sparire dalla memoria della scheda, capì che non sarebbe stato altrettanto facile cancellare quello che provava per il ragazzo.
"I miss you, buddy."
Message deleted.

Ci volle qualche altro lungo minuto per convincere Jensen a smettere di fissare il cellulare; lo poggiò sul tavolo, con il display capovolto.
Quando si allontanò, per tornare insieme dalla famiglia, nella sua mente aveva preso forma un'idea a cui si era sempre rifiutato di credere.
Fino a quel momento.
"Tu lo sai che siamo solo amici!"
"E Lui, lo sa?"
 
 
Current Mood: listlesslistless
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