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29 December 2012 @ 04:58 pm
[Team Free Folly] Dec. 21st || 04  
Note inutili: Benvenuti ai paradossi temporali di Dec21. Col fatto che l'Oscuro Figuro (?) compare nella season 8 e la fic è invece ambientata da qualche parte tra la 5° e la 6°, teoricamente nessuno dovrebbe averlo visto in tv e Dean non potrebbe conoscerlo così come Castiel. Well, i due effettivamente non lo conosco neppure nella fic, per quanto riguarda le puntate essendo il 2012 le hanno viste tutte, storia del purgatorio compresa e blablabla, ma sono comunque finite in quelle prima dove alcune cose non sono mai accadute e mai accadranno. Ecco fatto, ora mi sono ripulita la coscienza delle imprecisioni che non quadravano e mi sento meglio!
E, in tutto ciò, non posso fare a meno di chiedermi se ci sto prendendo con il chara dei pg. Mah.

Dec. 21st - Capitolo #04


«Dov'è Freyja?»

[January 13, 2012]
L'odore di pioggia le stuzzicava l'olfatto e il vento aveva iniziato a soffiare così forte che la finestra del motel doveva aver ceduto sotto i suoi colpi ed essersi aperta, sentiva addosso le sue sferzate gelarla fin nelle ossa.
Stringendosi in un abbraccio, aprì gli occhi.
La prima cosa che vide fu l'oscurità, profonda e spaventosa, un buco nero in cui doveva essere caduta senza rendersene conto.
Tremò.
Poi vennero gli alberi, alti, nodosi, fatti di rami secchi che sbattevano l'uno contro l'altro, contorcendosi in gemiti legnosi. L'acqua sciabordava poco distante da lei, poteva trattarsi di una cascata che si riversava nel ruscello di montagna che avevano visto sulla cartina quel pomeriggio.
L'ombra nera di uno scoiattolo saltò da un ramo all'altro emettendo un verso animale.
Scattò di colpo seduta, scoprendo che le pareti del motel erano sparite e che, intorno a lei, si stagliava il bosco, lo stesso bosco su cui avevano indagato per settimane alla ricerca di indizi sul portale dei Maya, scoprendo che sotto le radici dei suoi alberi secolari si nascondeva un tappeto di morti.
«Oh no, non di nuovo...»
Senza la minima idea di come fosse arrivata fin lì e di come tornare indietro, Freyja si guardò intorno, riscoprendosi da sola in una notte senza luna.
Era già capitato. Quella era la terza volta.
All'inizio ogni minimo rumore l'aveva messa in all'erta, il proprio respiro le sembrava tanto assordante da poter richiamare l'attenzione di qualche animale feroce e l'unica cosa a cui riusciva a pensare era “Perché sono qui? Perché? Perché?”.
Strisciò verso una sequoia californiana importata qualche secolo prima, dall'imponente tronco rosso e profumato. Cercò di farsi piccola, schiacciandosi contro il legno ruvido, trattenendo perfino il respiro e chiuse gli occhi.
«Fammi tornare al motel... fammi tornare al motel...»
Quando riaprì gli occhi, era ancora circondata dai rumori e dagli odori del bosco e, di colpo, si rese conto di non essere più sola.
«C'è... c'è qualcuno?» azzardò, sentendosi stupida nel chiederlo. Se fosse stato un Demone o un Mostro qualsiasi non le avrebbe certo risposto con la cortesia che si aspettava.
«Vi avverto che sono armata!» mentì, tastando il terreno e trovando soltanto una pietra grande quanto la sua mano.
A risponderle continuava ad essere soltanto il silenzio ed i suoi nervi, poco per volta, iniziavano a cedere.
Si alzò in piedi, cercando una via di fuga, sperando in un dannato cartello che le indicasse la strada più veloce per tornare dalle amiche ma, tutto quello che scorse tra le ombre della notte, nascosto dai cespugli, furono due occhi di un giallo cangiante.
«Non... non ti avvicinare!» urlò, agitando la pietra in quella direzione.
Un ruggito acuto attraversò la notte e grosse zanne bianche si mostrarono al di sotto degli occhi felini.
Freyja sentì le gambe pesanti, dei macigni che non sarebbe stata in grado di spostare, ma quando la Bestia balzò oltre il cespuglio, caricando verso di lei, sentì il cervello, l'adrenalina e la paura urlarle tutte la stessa cosa: Corri!
Corse!
Corse urlando attraverso i sentieri del bosco, con i rami che le ferivano il volto, i capelli che si impigliavano, le gambe che tremavano e gli occhi che bruciavano per le lacrime trattenute a stento.
Corse come non aveva mai fatto in vita sua, odiando con tutta se stessa quella Terra, quella vita e i giorni passati in quel mondo. Desiderava solo tornare a casa, al sicuro.
Corse e inciampò in una delle radici che uscivano dal terreno, cadendo a terra, sbattendo il ginocchio e continuando, disperatamente, ad arrancare verso la salvezza, anche quando sentì le falcate animali giungere subito dietro di lei.
Si voltò, spaventata a morte, incontrando gli occhi sottili di un giaguaro adulto dal manto corvino che avanzava una zampata dopo l'altra, lasciando ombre pesanti sul terreno dietro di sé.
Che diavolo ci faceva un giaguaro in quella zona del nord America?
Lo vide caricare il peso sulle zampe e quando balzò in sua direzione, chiuse gli occhi, urlando.
Nella notte risuonò il suo singhiozzare, quando si rese conto di non essere stata morsa dal giaguaro e di non sentire più il suono minaccioso del suo ringhiare. Aprì gli occhi, stordita, fissò il grosso coltello dalla lama dentellata affondato nel terreno a pochi centimetri dai propri piedi; dell'animale non c'era più alcuna traccia.
«Ma cosa...?»
«Prima o poi dovrai imparare a difenderti, kid
Una voce maschile.
L'ombra di un uomo che si stagliava lunga su di lei, oscurando la pochissima luce delle stelle semi-nascoste dalle nubi.
E due lame azzurrine di un chiarore inquietante. Occhi fatti d'acqua.
Non osò muoversi alla sua vista e l'uomo avanzò, sorridendo divertito, prima di abbassarsi per estrarre con una mano sola il coltello dal terreno, infilandolo nella cintura di cuoio.
Era grosso, il coltello, lui... doveva essere almeno almeno un metro e ottanta, vestito da una maglia bianca e logora che abbracciava pettorali massicci, spalle muscolose e due braccia enormi con cui avrebbe potuto stritolarla senza alcuna fatica, spezzandole le ossa come stuzzicadenti.
Non seppe perché il primo pensiero fu proprio quello, forse per via degli occhi, avevano qualcosa di ferino, di bestiale e per lunghi momenti non avevano fatto altro che scrutarla da vicino.
L'uomo inspirò con forza, sentendo il profumo di buono della sua pelle chiara, doveva essere morbida al tatto e, al di sotto, sentiva l'odore caldo e ferruginoso del sangue, il battito accelerato del suo cuore e lo stuzzicante aroma della paura. Le sorrise, mostrando due arcate bianche e dritte, di denti perfettamente umani, nonostante tutto.
Ma Freyja sapeva che di umano ne aveva solo l'apparenza.
«Allora, piccola, credi che rimarrai a lungo sdraiata nel fango o stai aspettando che ti sollevi in braccio come una principessa?»
Aveva una parlata veloce che trascinava le parole sulla lingua una dopo l'altra, nel tipico accento della Louisiana, dove l'americano sporco era influenzato dal francese e, al pari della gente del vicino Texas, le parole uscivano mezze masticate dalle labbra aperte solo a metà. E le sue labbra erano coperte in parte dalla barba, castana come i capelli corti nascosti sotto un berretto da marinaio.
Aveva avuto una vita da pirata, un tempo.
Freyja scosse il capo.
L'uomo attese qualche secondo, ma lei non si mosse più.
«Quando sei pronta.» la incitò, beffardo.
Il respiro usciva più velocemente dalla bocca della ragazza, pesante, mentre soffiò via per caso qualche ciocca dei capelli rossi che le ricadevano disordinati intorno ad un volto acqua e sapone in cui gli occhi azzurri sembrarono più grandi e più lucidi.
Lui ghignò.
«Tempo scaduto.» annunciò e, nel tempo di un secondo, le fu addosso, un braccio intorno alle spalle ed uno sotto le ginocchia, sollevandola come se non pesasse più di una piuma.
Freyja riuscì solo ad emettere un gemito di sorpresa, un versetto che suonò quasi ridicolo e, poco dopo, l'uomo la rimise con i piedi per terra, socchiudendo gli occhi inebriati dall'odore intenso di sangue che proveniva dalla sbucciatura al suo ginocchio e dai graffi alle guance.
«Apri quella bocca, sweetie, ed emetti un suono più articolato di quell'adorabile versetto.»
Aveva un modo di parlare, di ordinare, che suonava sempre canzonatorio e ogni sua frase aveva un ritmo quasi musicale.
«Tu sei...» articolò a fatica.
«Benny. Puoi chiamarmi così, kid
Avrebbe voluto rispondergli “Lo so”, ma non riuscì a credere ai propri occhi.
«Non sei già tornata muta, mhm?»
«N-no...»
«Good kid. Allora, che ci fa una ragazzina carina e appetitosa come te in un postaccio come questo?»
Freyja avvampò.
Ha detto che sono carina!
Aveva detto anche appetitosa, ma decise che non era rilevante e che non valeva la pena leggerlo in maniera negativa. Si era trovata davanti Benny Lafitte, un vampiro secolare con tanto di coltellaccio alla cintura, ma chiunque poteva usare la parola “appetitosa”, no? Non aveva senso fare i razzisti...
«Non lo so, a dire il vero ero con le mie amiche e...»
«Così ce ne sono altre.»
«No! Sì... cioè... forse...»
«Hai battuto anche la testa e ti si stanno confondendo parecchio le idee, eh?»
«Ehm... già...» sorrise, non trovando più così allettante l'idea che le era balenata in mente durante le puntate di Supernatural: “Magari potessi incontrarlo io uno come Benny!”.
Lo sentiva sulla propria pelle l'odore di pericolo che emanava il corpo del Vampiro.
«Credo di essermi persa.»
«Oh yeha, ci puoi giurare.»
«Non... non è che sapresti... ehm... dirmi dove posso trovare l'uscita del bosco e tornare sulle strade della città?»
Benny rise, una risata divertita, sinistra e un brivido gelido le attraversò la schiena.
«Posso fare di meglio, kid, posso mostrarti il Simbolo che tu e le tue amiche cercate.»
«Come fai a saperlo?»
La seguiva.
Ne fu sicura, una sicurezza assoluta. Per tutto il tempo, da quando avevano avuto l'incidente con l'auto e lei aveva quasi rischiato di finire sfracellata in un dirupo, aveva avuto la netta sensazione di essere seguita.
«Prendimi come il tuo Angelo Custode
Se fosse stata una circostanza diversa, senza le ombre nere della notte e i versi degli animali a far sembrare tutto più spaventoso, Freyja avrebbe riso, gli avrebbe chiesto se non avesse sbagliato personaggio e magari avrebbe cercato di flirtare con lui.
In quel momento l'unica cosa che riuscì a fare, oltre a tremare per il freddo e per la paura, fu arrossire. Di nuovo. Cosa che non sfuggì al Vampiro: il calore del sangue era diventato così intenso che quell'umana gli metteva l'acquolina in bocca.
«Perché vuoi aiutarmi?» domandò lei.
Lui spostò lo sguardo azzurrino oltre la boscaglia.
«Perché cerchiamo la stessa cosa...»

[Now]
Un'aula abbandonata, le urla delle guardie di sicurezza che provenivano dall'altra ala dell'edificio, quasi impossibili da sentire, e loro due rimasti da soli.
«I missed you, kitty-cat.»
Erano cambiate parecchie cose dalla prima volta che Benny si era mostrato sulla sua strada, presentandosi nella sua vita come la più randagia e curiosa delle bestie.
L'aveva salvata più di una volta, le aveva perfino insegnato a sparare e, pian piano, aveva conquistato la propria fiducia, convincendola perfino a non dire nulla della sua esistenza alle amiche.
Gli aveva chiesto il motivo, ma non aveva mai ricevuto risposta, se non quella risatina divertita e poco raccomandabile che le rotolò dritta nei timpani anche in quel momento, mentre le sue braccia la circondavano e la sua guancia grattava con la barba contro la propria, cullandola in un abbraccio pericoloso.
Ne spiò il profilo, il collo taurino, l'ovale pieno e gli occhi chiarissimi che ricambiarono immediatamente il suo sguardo, raggelandola e scaldandola. Non aveva una particolare bellezza, ma aveva lo charm del vampiro, il fascino dell'oscurità e l'attrazione del pericolo. Questo lo rendeva spaventosamente eccitante.
Uffa Freyja, contieniti! Pensa a Cass e Fuu che ti crederanno morta!
Mugugnò contro la mano del Vampiro.
«Hai detto qualcosa?» la canzonò lui.
Annuì.
Benny la liberò, tenendola bloccata contro di sé con il braccio alla vita, mentre l'altra mano si portò ai suoi capelli, scostando ciocche dietro la nuca, liberando una spalla da quella cascata cremisi.
«Che cosa ci fai qui?» domandò lei, prima di irrigidirsi e gemere di dolore.
«Sei ferita.»
«Eh?» Solo in quel momento, con le dita di Benny che sfioravano la ferita sanguinante sulla spalla, si rese conto che le guardie di sicurezza dovevano averla colpita di striscio con una pallottola «No, non è niente.»
«Sanguini.»
«...»
Lo guardò, aspettandosi di vedere spuntare orribili denti appuntiti al di sopra di quelli umani, ma il Vampiro si limitò a tenere gli occhi fissi sulla ferita. Affamato.
«Benny?» lo chiamò, debolmente.
«Freyja.»
«Perché sei qui?» chiese, di nuovo, cercando di allontanarsi dalla sua presa. Fallendo.
«Ti cercavo.»
«Oh.» fece, ma nella sua testa risuonò più come un “Awww, cercava me!” fangirleggiante, mentre si sentiva la ragazza più fortunata del mondo. Poco importava che fosse ferita e sanguinante ed un Vampiro la stesse abbracciando mentre fissava famelico la sua ferita!
«Volevo assicurarmi che stessi bene e, a quanto pare, sono arrivato giusto in tempo.» continuò e, ad ogni parola, il cuore di Freyja saltava un battito per poi riprendere più forte di prima, sentendolo martellare in gola.
Si sentì in dovere di dirgli qualcosa, di ringraziarlo perché arrivava sempre al momento giusto, pronto a proteggerla, illudendola davvero di avere un angelo custode che vegliasse su di lei, ma sentì il suo corpo tendersi contro il proprio, i suoi muscoli irrigidirsi contro la propria schiena ed il suo respiro -per quanto non fosse sicura che un vampiro avesse davvero bisogno di respirare- farsi più lento e più freddo.
«E' arrivata la cavalleria.» annunciò, scoccando la lingua contro il palato.
Lei aggrottò la fronte.
E, alle loro spalle, la canna lunga e argentata di una 41 Magnum si puntò alla schiena del succhiasangue, stretta tra le dita sottili di Fuuma.
«Conto fino a tre, se non la lasci sparo.» affermò, lapidaria.
Aveva un tono strafottente la ragazza, un americano sciolto dai mesi passati da uno Stato all'altro macchiato dai resti, non del tutto dimenticati, di accenti del sud del Missisipi, del Wisconsin e di quello più forte di New York.
Il vampiro, dovette ammetterlo, aveva fegato quella fastidiosa mosca, ma lo sentiva chiaro come se fosse il proprio, il suo cuore batteva all'impazzata e, per quanto lo nascondesse bene, aveva paura di sbagliare mira.
«Sei tanto brava da colpire me ed evitare la tua piccola amica, babe
«Fanculo.»
«Lo prendo per un no.»
Clic.
Piccola stronza, aveva fatto scattare il cane della pistola.
«Fuu, aspetta.» pigolò Freyja, bloccata ancora tra le braccia del Vampiro, coperta dal suo corpo massiccio e nascosta alla vista dell'amica.
«Stai bene, Frè?»
«Sì, è tutto ok. Puoi mettere giù la pistola.»
«Appena Big-Jim ti avrà liberato.»
«Ma...»
«Uno...»
«Fuu, no.»
«Due...»
Benny si incurvò maggiormente sulla rossa, per un attimo l'abbraccio divenne più stretto, carico d'intimità.
«Non lasciare che le ombre ti prendano, mi hai capito, kid? Qualsiasi cosa accada, non fidarti della loro Regina.» sussurrò, enigmatico.
«Tre!»
Puntò la testa del Vampiro.
L'indice premette sul grilletto.
Fu veloce, inumanamente veloce, tanto da lasciare dietro di sé soltanto una follata di vento che odorava di sangue e, quando il proiettile esplose, Benny era già scomparso.
«Bastardo.»
«Fuu, ti avevo detto di non sparare!» la rimproverò Freyja, girandosi verso di lei ora che poteva vederla in faccia. Si fermò stupita, strofinandosi gli occhi e guardandola di nuovo, per un attimo aveva avuto la spaventosa sensazione che i suoi occhi fossero diversi, dimenticandosi che li aveva sempre avuti di un colore nero fumo.
«Ma credevo... non ti stava attaccando?»
«No!»
«...Non era un demone?»
«No!»
«...uno Spirito?»
«Nemmeno!»
«E allora come diavolo ha fatto a sparire a quella velocità impressionante?!»
Freyja aprì la bocca e subito la richiuse, rendendosi conto di non poter rispondere.
«Forse hai ragione tu...» considerò, lasciando la più grande perplessa «Ma, dov'è Cass?»
«Ci siamo separati per cercarti, lui dev'essere andato nell'altra...»
Non finì la frase che degli spari e delle urla maschili la interruppero, provenendo dall'ala opposta a quella in cui si trovavano le due e che potevano scorgere oltre la finestra dell'aula, rotta da qualche vandalo. Sbarrarono gli occhi quando, subito dopo gli spari, videro una luce intensa illuminare l'intera stanza in cui, presumibilmente, Castiel si era trovato bloccato dalle due guardie.
«Non li...» iniziò Freyja.
«...avrà uccisi...» continuò Fuuma.
«...Vero?» si guardarono l'un l'altra.
«CASS!»

Sam guardò l'orologio in basso a destra, sullo schermo del laptop, per la quarta volta nel giro di mezz'ora.
«Non ci stanno mettendo troppo?»
«Forse si sono fermate a mangiare qualcosa.» azzardò Ichigo, iniziando in realtà a preoccuparsi per il ritardo delle amiche, cercandole oltre la finestra, dove il vetro rifletteva la sua immagine e, al di là, il minuscolo parcheggio del motel, riempito dalle loro due auto e da quella del proprietario dell'edificio.
Dean aveva abbandonato il letto di Nicole, una volta svuotati tutti i sacchetti di carta, li aveva appallottolati per gettarli in tiri verso il cestino, centrandoli tutti quanti. A quel punto aveva iniziato a sbuffare annoiato come un bambino irrequieto, aggirandosi per tutta la stanza.
«Dovremmo andare a cercarle.» propose.
«Non sono delle sprovvedute, staranno sicuramente arrivando.»
Nicole aveva piena di fiducia nelle ragazze, credeva davvero che potessero cavarsela perfettamente anche senza l'aiuto dei Winchester e non riusciva a smettere di sentirsi in dovere di dimostrarlo a Dean. Senza una ragione, se non quella di spingersi verso il piedistallo su cui aveva messo il ragazzo e potergli stare accanto senza essere un peso.
«C'mon, siete delle ragazzine, praticamente ce l'avete scritto nel DNA.»
Sam si batté il palmo contro la fronte; alle volte faticava a credere che lui e Dean avessero lo stesso sangue, per quanto il proprio era stato infettato da quello demoniaco. Bell'affare.
«Finora siamo sopravvissute benissimo senza il tuo aiuto!»
Una spina si conficcò dritta nell'orgoglio ed un sorriso poco carino piegò le labbra del ragazzo.
Zitto, chiudi la bocca! Diceva il suo cervello, ma l'aveva già spalancata e la voce bassa aveva già pronunciato le prima parole.
«Vi è andata così bene che il vostro mondo è praticamente esplo...» tranciò la frase a metà, accorgendosi della cattiveria che le stava vomitando addosso, maledicendo la propria dannata abitudine di non pensare mai alle conseguenze dei propri commenti stupidi.
«Non dicevo sul serio.» ammise, mordendosi la lingua quando vide lo sguardo accusatore di lei, aveva  occhi grandi Nicole, enormi, di un nocciola caramellato che l'aveva stuzzicato fin dall'inizio e che, in quel momento, lo fissarono sfidandolo a ripetersi.
Fuck. Pessima uscita, Dean.
Nessuno dei quattro ebbe il tempo di aggiungere altro.
La porta della stanza sbatté con violenza e sulla soglia comparve Fuuma, con tanto di «Ragazze, l'abbiamo trovato!» e posa da mancata eroina: sguardo al soffitto e braccio teso verso l'alto.
Dietro di lei spuntarono, perplessi quanto gli altri, Castiel e Freyja.
Aggrottò la fronte, riabbassando gli occhi sul resto del gruppo, avanzando e studiando i quattro occupanti della stanza, prima Dean e Nicole, poi, più a fondo, Ichigo e Sam.
«Non eravate impegnati a pomiciare?» sfacciata e senza alcun pudore, lo chiese come se l'avesse ritenuto ovvio e le due ragazze chiamate in causa arrossirono come pomodori maturi «Strano.»
«Fuu!» esclamarono in coro.
«Che ho detto?»
«Lasciate perdere Fuu.» Freyja prese parola.
Più focalizzata dell'amica sulla missione, si avvicinò ad Ichigo per mostrarle un pezzo di carta di giornale sul quale aveva ricalcato l'impronta di strani simboli antichi: geroglifici dell'epoca Maya.
«Castiel dice che è lingua Maya, ha saputo tradurre solo la parte che parla del ritorno di un Dio, ma il resto non lo conosce.»
«Tepeu?» s'intromise Sam.
«Credo che si parli di lui.» confermò l'Angelo; avanzò con elegante lentezza nella stanza e, curioso, si fermò davanti al cestino, osservando con cipiglio il sacchetti di carta che riportavano la marca del fast food, sentendo ancora forte l'odore di hamburger.
Sam e Dean lo guardarono, erano stati ingenui a pensare che non si sarebbe accorto di nulla, considerato l'olfatto sensibile che la sua razza possedeva.
Si scambiarono un'occhiata lunga ed intensa, una di quelle in cui le parole non servivano per esprimere quello che pensavano, bastava guardare il modo in cui Sam spalancava gli occhi inarcando entrambe le sopracciglia e serrando i denti, il modo in cui Dean gli rispondeva affilando lo sguardo smeraldino e arricciando un po' il naso e il modo in cui il fratello completava lo scambio silenzioso, scuotendo la testa.
Per tutto il tempo, nessuna delle quattro ragazze aveva osato battere ciglio, incantate a guardarli, avevano perfino dimenticato il discorso iniziale di simboli e Maya.
«A quanto pare c'era anche il “vostro” simbolo.»
Era stato Castiel a spezzare il silenzio, abbandonando il cestino per voltarsi e puntare l'indice all'angolo più in basso del pezzo di carta, dove un simbolo conosciuto spuntava sopra le scritte del vecchio giornale; l'avevano rubato da una pigna trovata in una vecchia e malridotta libreria che occupava una stanza del dormitorio femminile dell'Università di Tallahassee.
Se non fosse stato per le ricerche di Sam e i volantini sugli antichi ritrovamenti Maya fatti di recente nella zona accanto all'università, non sarebbero mai arrivati a scoprire i geroglifici della stanza sotterranea, quella che Castiel aveva spiegato fosse l'ingresso di un'antica Sala Mortuaria.
«Il resto che cosa vuol dire, secondo te? L'hai mai visto, Ichi?» chiese Freyja.
C'erano altri simboli rimasti senza traduzione; speranzose, le ragazze attesero il verdetto dell'amica.
Studiò per qualche minuto il foglio, i simboli, il modo in cui le curve si incrociavano con le linee.
Avrebbe voluto possedere una risposta, trovare la soluzione che le avrebbe riportate tutte a casa, ma la verità è che ne sapeva esattamente quanto le altre e quel poco in più sembrava insufficiente.
Sospirò, indicando il simbolo più grande.
«C'è solo questo che ho già visto... Somiglia alla parola “Regina”, ma non dovrebbe avere questi segnetti lì sopra.»
Freyja rabbrividì.
«Regina...»
Aveva smesso da un pezzo di credere alle coincidenze ed il fatto che Benny avesse menzionato una “regina”, decise, doveva c'entrare qualcosa.
«E da qualche parte si parla di ombre?»
«Mhm, no, non mi sembra, perché?»
«Non lo so, mi sembrava di aver sentito da qualche parte di una Regina delle ombre o cose così.» mentì.
Dean ridacchiò.
«Dovresti smettere di riempirti la testa di libri di Anne Rice, ti assicuro che i vampiri veri non sono così carini.»
La rossa tacque, ma lo sapeva. Eccome se lo sapeva.

Per quanto Dean desiderasse ardentemente entrare in azione da subito, Freyja e Fuuma lo convinsero a rimandare la visita ai sotterranei del dormitorio l'indomani notte. Avevano già messo in all'erta troppe guardie per quella sera e due svenuti sulla coscienza (per fortuna Castiel non li aveva uccisi, ma aveva solo fatto in modo che perdessero conoscenza) erano più che sufficienti, in più Fuuma informò tutti dell'incontro romantico -si faceva per dire- tra la rossa e l'oscuro figuro di cui non era riuscita a vedere il volto.
«Stai bene?» le chiesero in un coro preoccupato.
«Sì, sto benissimo e poi Castiel mi ha curato ed ora la spalla è come nuova.»
Sorrise mostrando il giaccone lacerato nel punto in cui doveva esserci una ferita ormai sparita.
Erano fortunati ad avere un Angelo dalla loro parte.
«E tu, tutto ok?»
Fuuma sollevò lo sguardo scuro su Sam e sui suoi occhi verdi, ambra, grigio e azzurri; se avesse avuto una qualche dota artistica, avrebbe venduto l'anima pur di riuscire a ricreare perfettamente le loro sfumature. Ogni volta che li guardava si sentiva morire per la loro bellezza.
«Certo, tutto ok.» affermò, annuendo più volte, stupidamente imbarazzata.
Lui le sorrise, uno di quei suoi sorrisi caldi, che non significavano niente di particolare, ma che dicevano tutto semplicemente perché Sam era quel genere di ragazzo in grado di esprimere ogni cosa con un sorriso o con un'occhiata soltanto. E, per un attimo, lei si convinse di aver trovato la sua fetta di paradiso.
Idiota, infantile, romantico, per nulla da lei... ma, dannazione!, se mai fosse dovuta morire per qualcuno, giurò a se stessa che quel qualcuno sarebbe stato Sam Winchester.
Si fece cadere sul letto di Nicole, ancora troppo felice per poter dire qualcosa, almeno finché Sam non tornò a guardare Ichigo facendole segno di mostrarle il giornale che ancora aveva tra le mani e le regalò un sorriso che, se possibile, sembrò perfino più bello.
Che stupida.
Il materasso si abbassò appena sotto il peso della ragazza, si spinse più vicina al cacciatore, intimidita dalla disparità d'altezza che le pesava addosso ogni volta che si trovava accanto al giovane Winchester. E l'altezza non era l'unico problema, c'era anche il modo in cui allungava le mani verso di lei, per raccogliere tra le dita il foglio, sfiorando con casualità il dorso della sua mano, ed ogni volta che si protendeva in sua direzione, lei riusciva a malapena a pensare.
«Qual è il simbolo che significa Regina?»
«E'...» si concentrò sui geroglifici, cercando di non pensare al volto del ragazzo abbassato sul proprio e i suoi capelli che le solleticavano l'orecchio e la guancia «E' questo, vedi?» spostò il braccio per indicargli quello di cui parlava e lui sollevò il proprio, poggiandole la mano alla spalla, spingendola contro il proprio fianco, per farla stare comoda, con una confidenza che la stava quasi uccidendo.
«M-ma questi... ehm... questi segnetti non so cosa... vogliano dire.» balbettò.
«Mhm. Non potrebbe essere la forma contratta di una combinazione di parole? Magari il nome di quella Regina.»
«Non ci avevo pensato. È possibile. E trattandosi di una regina nata nel nostro mondo, è logico che Cass riconosca quel simbolo! Sei fantastico, Sam!» sollevò lo sguardo su di lui, entusiasta, piena di tenera adorazione, per riabbassarlo subito dopo, avvampata dalla vicinanza.
«Thank you, ma non credo di aver fatto sto granché a questo giro.»
Si portò una mano tra i capelli, stringendosi nelle spalle, cercando ancora gli occhi di lei, ammirando come anche nei suoi il verde si mescolava con l'ambra.
Una pallina di carta lo colpì dritto in testa.
«E prendetevi una stanza, voi due!»
Dean sbuffò sonoramente, incrociando le braccia al petto, per poi rivolgere la propria attenzione a Nicole. Per un attimo fu tentato di aggiungere altro, forse la proposta di prendere il posto del fratello minore nella propria stanza, anche nel proprio letto, ora e subito, per lasciare gli altri ai loro affari mentre lui avrebbe potuto farsi perdonare il fatto di essere sempre così privo di tatto. Gli sarebbe bastata una notte soltanto, per farle dimenticare perfino di averlo guardato con rabbia e delusione.
Oh c'mon Dean, smetti di pensare con l'uccello!
Le scoccò un occhiolino, intimamente gioì per il rossore che le vide colorare le gote, e, infine, si lasciò  distrarre dalla presenza di Castiel.
«A proposito, Cass, com'è che tu sei ancora qui?»
L'Angelo non trovò particolare interesse nella sua domanda.
«Devo assicurarmi di una cosa, prima di andarmene.»
Era una risposta un po' del cazzo, avrebbe dovuto farci il callo ormai, ma lui era Dean, quello era il suo fottuto angelo e se voleva delle risposte intelligenti, che cazzo!, poteva sempre strappargliele con una pinza dalla bocca.
«Che cosa?»
«Non posso parlartene, se prima non ne sono sicuro.»
Provare a strappargliele con una pinza dalla bocca...
«Cass, meno pare, più spiegazioni.»
L'angelo rimase in silenzio, gli occhi blu fissi in quelli verdi di Dean.
Troppo a lungo.
E l'umano fu costretto a distogliere lo sguardo, esasperato.
«Fanculo, fai come ti pare.»
Castiel annuì; senza apparente motivo, si voltò verso Fuuma, scivolata giù dal letto.
«Dove stai andando?»
La ragazza si sorprese nel sentire la domanda, ma era stata abbastanza veloce da pensare ad una scusa.
«A cercare cibo, non è rimasto più niente dopo il passaggio delle Cavallette Winchester.»
«Ops. Scusateci, Dean era più affamato del solito.» Sam si piegò di lato, schivando una seconda pallina di carta «Vuoi che ti accompagni?»
Abbozzando un sorriso, Fuuma scosse il capo, maledicendo la sua voce, la sua cordialità e il fatto che gli bastava aprir bocca e pronunciare una frase qualsiasi -qualsiasi!- perché lei gli perdonasse tutto. Avrebbe potuto pugnalarla alle spalle, dicendo di averlo fatto per puro divertimento e lei l'avrebbe accettato come la più stupida e la più patetica delle ragazzine innamorate.
Dèi, era ridicola!
Aprì la porta, ritrovandosi l'Angelo accanto, distante meno di mezzo passo da lei, mandando al diavolo il proprio spazio personale.
«Vengo con te.»
«Preferirei andarci da sola.»
Non era dell'umore adatto per giocare a fare la fangirl.
«Capisco.»
La seguì comunque, a passo fin troppo ravvicinato, fin oltre la porta che si richiuse alle loro spalle.
«Avevo capito che avessi capito.» fece notare lei.
«Infatti. Ho capito, ma preferisco accompagnarti.»
«Angeli.» commentò.
Gli anfibi strascicavano con la suola contro l'asfalto, si fermò dopo qualche passo soltanto. Non serviva tenere lo sguardo davanti a sé, poteva sentirsela addosso la presenza dell'Angelo, come una carezza invadente che le colava sulla pelle con una prepotenza quasi spaventosa.
Si voltò temendo quello che avrebbe incontrato.
Gli occhi di Castiel. Avrebbe potuto lanciare una moneta in quei pozzi blu e avrebbe visto il riverbero dell'acqua, leggendo tra le onde la storia degli angeli, la loro eternità e le guerre che avevano affrontato.
Deglutì, sostenendo a fatica il peso del suo sguardo.
Lui avvicinò le dita alla sua fronte, soppesando ogni movimento, assaporandolo nel corpo umano che il giovane Jimmy gli aveva concesso.
Si prese il tempo per rovistare nella sua mente, tra pensieri che domandavano che diavolo stesse facendo e se fosse intenzionato a bruciarla viva, sulla superficie di qualche ricordo di una vita passata in un altro mondo, fino a trovare le tracce di ciò che cercava e che lo sbatté violentemente fuori dalla sua menta, chiudendogli l'accesso con una sensazione d'irrequietezza. Eccola. Era stata la stessa sensazione che aveva sentito nel momento in cui l'Umana si era presa la libertà di abbracciarlo insieme all'amica, durante il rito d'esorcismo dei Winchester.
Non riusciva a capire se ritenerla sgradevole o solo incomprensibile.
Forse il problema era la mancanza di abitudine al contatto fisico, si ripromise di chiedere spiegazioni in merito a Dean.
«Vuoi uccidermi?» non lo pensava davvero, o non sarebbe stata così tranquilla.
Castiel sbatté le palpebre. Doveva essere la prima volta che Fuuma glielo vide fare.
«No. Non ora.» rispose enigmatico, riabbassando la mano «Adesso è meglio che vada.»
«Ok, non preoccuparti, ti saluterò gli altri.»
«Salutarli non è tra le mie preoccupazioni.»
«Sì, beh, era tanto per...» sospirò, scuotendo il capo «Vai, Cass. Vai pure.»
L'Angelo era già scomparso.
 
 
Current Mood: indifferentindifferent
Current Music: Pain - Three Days Grace