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26 January 2013 @ 11:34 pm
[Supernatural Rps] The shadow man || #04. What about us?  
Titolo: The shadow man
Serie: Supernatural Rps
Capitolo: 4/?
Character: Misha Collins, Jensen Ackles, Jared Padalecki {sullo sfondo}
Pairing: Jensen/Misha {jensha},
Rating: Nc-17
Genre: Angst, Drama, Erotic, Death
Warning: Slash, Contenuti forti, Tematiche delicate, A/U
Words: 3.635
Note: Continuo a ritardare l'arrivo di Jared, shame on me. Da una parte sono quasi intenzionata a mandarla avanti come una Jensha fino alla fine, perché ormai ho ingranato in quel senso e mi sembra giusto continuare, dall'altra l'idea di Jared senza il suo bel ruolo da protagonista mi infastidisce, sob... Tirerò una moneta e deciderò in base a quella. (Umpf, che me ne faccio del libero arbitrio quando posso lasciare che sia un testa-o-croce a decidere per me, ah!
Disclaimers: Gli attori appartengono a loro stessi e qui non sono altro che un'idealizzazione personale, la fic non vuole in alcun modo riportare i loro gusti sessuali e gli avvenimenti qui descritti sono totalmente frutto della fantasia.
Capitoli: 01 - 02 - 03 - 04


#04. What about us?
Misha era tornato a casa con Jensen che, pensata in questo modo, gli diede l'impressione di essersi portato a casa un gattino trovato abbandonato tra i rifiuti, più che un essere umano con la memoria di un groviera.
Soltanto dopo cena si era accorto che la casella vocale del proprio cellulare era piena dei messaggi di Jared e sbrigativamente gli aveva scritto un paio di sms, dicendogli che non doveva preoccuparsi, che sia lui che Misha se l'erano cavata e che, per ora, ci avrebbe pensato lui all'amico.
Lo faceva per Misha, si disse, mentendo a se stesso, lo faceva perché non voleva che Jared si preoccupasse come si era preoccupato lui e che lo obbligasse a farsi vedere da un medico. Ma erano solo cazzate.
L'aveva fatto per sé e per nessun altro, perché aveva desiderato tenere quell'uomo tutto per sé per un'altra notte soltanto e perché quando Misha gli aveva chiesto se poteva davvero approfittare di casa sua e rimanere a dormire da lui, Jensen gli aveva sorriso, aveva annuito e gli aveva detto che, se ci fossero stati problemi, la sua stanza era solo ad una porta di distanza.
Ed ora, Jensen non faceva altro che rigirarsi nel letto, vestito solo da un paio di boxer bianchi e da una maglietta di un giallo pallido che sembrava volerlo strangolare con il suo dannato colletto troppo stretto e il cotone troppo ruvido e l'etichetta troppo lunga. Sbuffò, guardando il soffitto, rigirandosi per l'ennesima volta.
Sapeva che la maglietta non c'entrava niente con il fatto che non riuscisse a prendere sonno.
Masticò un'imprecazione, liberandosi in fretta delle coperte per alzarsi e uscire dalla stanza, sentendo il bisogno fisico di sgranchirsi le gambe e trovarsi qualcosa con cui occupare il cervello, cancellando con la forza il pensiero di Misha ad una porta di distanza. Era già successo, erano amici ed era capitato che dormissero uno a casa dell'altro o che prendessero stanze vicine in albergo, non sapeva neppure perché in quel momento il pensiero si fosse radicato così a fondo nella sua testa.
«Dio, questa storia deve finire...» borbottò, accendendo distrattamente la luce della cucina.
Sobbalzò, impreparato.
Incastonati in una statua di marmo, due occhi blu lo fissavano.
«Misha...» mormorò, quando il proprio cervello riprese a funzionare e il respirò tornò a filtrare tra le labbra.
L'uomo non si mosse, immobile continuava a fissarlo in silenzio.
«Se sei ancora vivo, sbatti le palpebre.»
Piano, molto piano, le ciglia calarono sugli occhi, risollevandosi con la stessa meccanica ed estenuante lentezza.
Jensen sospirò, raggiungendolo.
«Che ci fai qui, buddy? E, per di più, al buio.»
«Non riuscivo a dormire.» fu la risposta semplice, fastidiosamente ovvia «E la luce mi infastidiva.»
«Oh, vuoi che la spenga?»
Misha scosse il capo.
Il texano aspettò invano qualche secondo, sperando che aggiungesse anche qualche parola a cui aggrapparsi per iniziare un qualsiasi discorso e non dover rimanere in silenzio a guardarsi l'un l'altro. Erano imbarazzanti i silenzio con quel Misha, avevano un peso che faticava a sopportare e spesso era costretto a distogliere lo sguardo dai suoi occhi, troppo blu, troppo intensi, troppo e basta.
Si portò al frigorifero, aprendo lo sportello e buttandoci un'occhiata all'interno, recuperando una bottiglia di birra.
«Ne vuoi una anche tu?» chiese.
«No. Grazie.»
«Vuoi un bicchiere di latte?»
«No.»
Dio, era così difficile.
Tirò indietro il capo, strizzando gli occhi e quando si voltò, aveva abbandonato la bottiglia sul tavolo, per poggiare anche una mano sulla superficie di legno e l'altra allo schienale alle spalle dell'uomo, piegandosi su di lui.
«Mish, ma che ci fai qui?»
Era una domanda che poteva significare ogni cosa (qui nella mia cucina, qui in questa casa, qui nella mia vita, qui...) e che suonava frustrata e preoccupata.
Avrebbe voluto avere tra le mani un manuale che gli spiegasse come maneggiare quel mezzo-sconosciuto che si trovava nella propria cucina, delle fottute istruzioni che servissero a non mandare a puttante il loro rapporto e, soprattutto, a ricostruirne uno, ma continuava a brancolare nel buio.
L'altro lo guardò stupito e in parte confuso, senza capire a cosa si riferisse, convinto di aver già risposto alla sua domanda.
Teneva il volto rivolto verso l'alto, verso quello di Jensen, studiandolo con attenzione, scoprendo che il colore dei suoi occhi gli piaceva, quel verde luminoso in cui pagliuzze di sfumature più scure li rendevano più profondi, facendoli sembrare ancora più grandi.
«Mis...»
Il nome si perse sulla bocca di Jensen, contro quella di Misha, quando l'uomo si allungò per incontrare le sue labbra con le proprie, in un gesto fatto con la naturalezza di un amante. Fu un bacio a stampo, casto, mosso con la curiosità di un ragazzino che si avvicina al mondo dell'erotismo per la prima volta e timidamente cerca di capirne i meccanismi, assaggiarne ogni sapore e imparare come muoversi. Gli bagnò le labbra con la punta della lingua, ridisegnandone il contorno, spingendo per chiedere accesso.
Fu a quel punto che Jensen lo fermò, tirandosi indietro di scatto con gli occhi sgranati e il dorso della mano sulla bocca.
«Che...» boccheggiò. Non poteva essere successo. Era impossibile. Semplicemente impossibile! «...che cazzo... che cazzo ti è preso, Misha?!» domandò, con voce rauca, facendo violenza su se stesso per impedire alla propria lingua di scivolare sulle proprie labbra e raccogliere il vago sapore di lui, trattenendosi malamente dal mandare all'inferno ogni domanda ed ogni parola, per gettarsi su di lui, col rischio di sbattergli la schiena contro il bordo del tavolo, e cercare di nuovo i suoi baci, soffocando nella propria bocca ogni gemito, fino a rimanere entrambi senza fiato, fino a dimenticare chi fossero, fino a perdersi in lui...
Misha reclinò il capo, guardandolo con l'espressione di Castiel. Curioso, tenero, quasi infantile e con una nota di malizia nascosta degli occhi che era invece propria di Collins, di quello originale.
«Ti ho fatto male?» chiese.
«Male? Certo che no, ma che diavolo ti passa per la testa, eh?»
«Credevo fosse già capitato tra noi due, che ti avessi già baciato.»
Agli occhi sgranati di Jensen, si aggiunse il rossore del volto.
«What?!» Lo ruggì ferocemente, incredulo, senza riuscire a nascondere l'ondata d'imbarazzo che gli aveva attraversato tutto il corpo.
«Alle volte mi guardi come se non aspettassi altro. Ho pensato che...»
«Io ti...»
«Sì.»
Oh, Dio... E quante volte lo aveva pensato anche il vero Misha?
«Ma non fa niente.»
Si sentì male a quella frase, al pensiero di aver creduto di poterne davvero approfittare soltanto perché per lui "non faceva niente", con la sola differenza che Jensen ricordava perfettamente chi fosse, chi fossero entrambi, ricordava la famiglia dell'uomo e quello che era accaduto e no, non faceva niente. Faceva tutto.
Deglutì, ingoiando il disgusto per se stesso e allungò una mano alla sua nuca, raccogliendola nel palmo, chinandosi a posare un bacio alla sua fronte, in un gesto dolce, pieno di sensi di colpa e di "Perdonami, Misha".
«Torna a letto, Misha.» gli soffiò gentilmente contro la pelle, ridicolmente paterno, considerato che fosse più giovane di quattro anni.
Ma l'altro annuì semplicemente, con un'ombra scura nello sguardo, chiedendosi se avesse avesse sbagliato e se il maggiore dei Winchester (o come diavolo aveva detto essere il suo cognome) fosse arrabbiato con lui.
«Buonanotte.» azzardò.
Jensen si sforzò di sorridergli e tornò in stanza, gettandosi sul letto.
Sarebbe stata una notte fottutamente lunga.

Il risveglio fu traumatico.
Faticava a tenere gli occhi aperti e muovere qualsiasi arto del proprio corpo equivaleva ad uno sforzo fisico che lo lasciò senza fiato per i primi quindici minuti, finché non trovò il getto della doccia ad accoglierlo ed il tepore dell'acqua calda che colava in schegge liquide contro la sua pelle nuda. Rimase a lungo con la fronte poggiata al vano della doccia e gli occhi chiusi, l'acqua che gli scorreva sulla schiena, scivolando per la curva perfetta della colonna vertebrale che s'intravedeva anello dopo anello, fino a perdersi nella curva del fondoschiena.
Sollevò una mano, poggiandola al vetro opaco, graffiandolo appena sotto le unghie in un gesto stanco e debole.
Aveva così sonno che sarebbe volentieri tornato a letto.
Finì di lavarsi e di vestirsi con calma, svegliandosi quasi del tutto intorno alle otto e mezzo, quando, infilato in un paio di jeans e una felpa nera con il collo a V, scese in cucina, ritrovandosi davanti il proprio personale angelo del focolare. Letteralmente.
Misha aveva trovato e rispolverato la piccola radio degli anni della guerra fredda o di quella di secessione, quella che mamma Ackles aveva lasciato a suo figlio dopo uno dei tanti traslochi, pregandolo di liberarla da quell'aggeggio infernale prima che suo padre si accorgesse della sua mancanza. Il suo compito era quello di buttarla, ma un giorno, per caso, vi aveva messo mano, smanettando in preda a vaghi ricordi di fisica ed elettronica dalle lezioni di scuola e la radio aveva dato segni di vita. A quel punto, si era sentito troppo orgoglioso per buttare quel reperto storico e l'aveva lasciato a prender polvere su una delle mensole della cucina; alle volte l'accendeva, cercando di sintonizzarla sulle poche stazioni radio che trovava, alla ricerca del canale country, ma per lo più rimaneva spenta.
Non quella mattina.
The Gambler aveva accolto la sua entrata in cucina, fischiettata dalle labbra di Misha che, a ritmo, ciondolava la testa a destra e a sinistra, fermandosi alle volte per muovere le spalle su e giù e far rotolare sulla lingua qualche parola, più che altro fuori tempo, per poi riprendere a controllare il caffè, la padella delle uova e il bacon, ricordando più o meno perfettamente dove erano stati riposti gli oggetti.
Il padrone di casa lo guardò, gli occhi sbarrati, che si soffermavano un po' troppo spesso sul suo fondoschiena e sul modo in cui ondeggiava, agitando piano i fianchi coperti da una camicia bianca.
«Che cosa mi sono perso?» chiese.
Misha si voltò verso di lui e in risposta gli sorrise, mostrando entrambe le arcate dei denti, con l'aria furba di un birbante che sta pensando di distruggere la cucina dopo aver fatto colazione, così, per pura noia.
«Buongiorno.» annunciò, continuando a sorridere.
Jensen lo guardò a lungo.
Sorrideva. Misha sorrideva. Un sorriso di quelli veri, fatti di labbra che si piegano e denti che si mostrano. Non riuscì ad osservarne bene lo sguardo, l'altro si voltò appena in tempo per spegnere i fornelli sotto al pentolino di un paio di salsicce e recuperare le fette di pane tostato dal tostapane appena scattato, ma di riflesso sorrise a propria volta.
«Cos'è successo?» indagò.
«Ho pensato che avrei potuto cucinare io la colazione oggi.» rispose l'altro, armeggiando con i piatti «Tu siediti, ho quasi finito.»
Fece come richiesto e, dovette ammetterlo, se quella fosse stata la mattina tipo della sua vita, non avrebbe potuto chiedere di meglio, avrebbe potuto affrontare ogni fatica del mondo, solo per godersi il corpo di Misha che si muoveva da uno sportello all'altro della cucina, recuperando un paio di piatti, posate, tazze e tovaglioli, sistemandoli davanti a lui e sfiorandogli ogni volta il braccio con il proprio, casualmente, lasciandogli l'impronta del suo calore ad ogni tocco.
Quando ebbe finito, in piedi accanto alla sedia di Jensen, tirò un sospiro di sollievo, soddisfatto.
Il texano guardò il tavolo.
«Ma... quanta roba hai preparato?»
«Non lo so, l'ho trovata nel frigo.»
«A-ah e hai pensato bene di svuotarlo.»
«Posso avvalermi della scusa che la colazione è il pasto più importante della giornata?»
«Questa lo è di sicuro.» scrollò le spalle, spiando con la coda dell'occhio verso Misha, scorgendo di nuovo quella curva sulle sue labbra e iniziando a credere che forse la storia della sua memoria e tutte le cazzate alla Castiel che gli erano piombate sulle spalle il giorno prima fosse passata e potevano riprendere in modo normale da dove avevano lasciato.
Si rilassò contro lo schienale della sedia, tirando indietro quella accanto.
«Dai, siediti e non stare lì a mettermi ansia, dude.» fece, battendovi sopra «E buon appetito.»
Misha prese posto.
«Buon appetito anche a te, Dean
E la forchetta che Jensen aveva appena preso in mano gli cadde dalle dita.
Cazzo!
Si voltò a guardare l'uomo, ritrovando il sorriso, ma rendendosi conto di quanto fino a quel momento fosse stentato e tirato, mai esteso anche agli occhi che, invece, lo guardavano ancora senza riconoscerlo davvero, estranei all'attore e a quella vita.
Non ci volle molto perché Misha capisse il proprio errore ed il sorriso si spezzò.
«Maledizione...» mormorò, frustrato. Aveva davvero provato a cercare di mettersi nei panni di quel Collins che Ackles conosceva, aveva provato a tornare come prima, a smettere di trovarsi al sicuro negli abiti di un angelo che non esisteva, che indossava un trench coat che non aveva e che era legato a due fratelli che non erano imparentati. Dio solo sapeva quanto ci avesse provato, solo per non essere un dannato peso per Dean ed evitare che lo guardasse con quello sguardo.
«Mi dispiace, per favore, non guardarmi così.»
Con uno sguardo pieno di amara delusione.
«Senti, lo so che ci stai provando, Mish, ma se solo riuscissi a trovare un modo per aiutarti...»
«Vuoi dire a parte mandarmi da uno strizzacervelli?»
«Sì... Cioè, no. Fuck. Lo so che è dura per te, ma cazzo, ascoltati, in qualche modo sei ancora tu... fuori di testa o che so io, ma ci sei.» parlava confuso, senza sapere come spiegarsi, impazzendo a propria volta «Alle volte è come se tornassi il Misha che conosco, ma poi c'è...»
«Castiel?»
«Già ed è ridicolo, devi ammetterlo. Non può funzionare, insomma... Cass? Davvero? Neppure ha un lavoro quello.»
Sorrisero, uno stanco, l'altro frustato, uno debolmente, l'altro a malapena.
«Cosa vuoi che faccia?»
«Non lo so, non sono... non ti sono di nessun aiuto...»
Distolse lo sguardo, con una sensazione di inutilità che gli cresceva nel petto.
Odiava sentirsi inadeguato, quando era piccolo non aveva fatto altro che cercare di rifuggire da questa sensazione che cresceva insieme alla propria stupida timidezza; aveva imparato ad andare a cavallo prima di qualsiasi altro bambino e quando sentiva di non riuscire più a resistere alla pressione, lasciava che la propria mente viaggiasse, tornando in sella, con il vento in faccia e le redini tra le dita. Poi c'era stata la sua parentesi come modello ed alla fine era diventato un attore, grazie a Jared era diventato più spigliato e disinibito e grazie a Misha aveva... beh, aveva ritrovato lo sfarfallio nello stomaco e le cotte da quattordicenni.
«Mi hai fatto dormire a casa tua e mi hai accompagnato a fare shopping.» tentò l'uomo «E sono sicuro che abbia pagato tu perché io non ricordo neppure se ho una carta di credito da qualche parte.»
Jensen scosse il capo, sollevando il pugno per poggiarlo contro la spalla di Misha che c'era e non c'era, che alle volte tornava a galla con le sue battutine idiote ed altre veniva di nuovo sommerso dalle espressioni di Castiel, in un continuo mescolarsi di personalità.
Batté la punta delle dita contro il manico della forchetta.
«Ti va di fare un tentativo dopo colazione?» chiese, prendendo fiato.
Misha ci pensò a lungo.
«Che hai in mente?»
«Fidati di me.»
Annuì.
Ormai non era rimasto più nessuno di cui potersi fidare, il proprio passato era fatto di facce sfocate o personaggi fittizzi che confondeva con la realtà, non poteva fidarsi neppure di se stesso e dei propri pensieri, gli venne naturale, quindi, concedere a Jensen la propria fiducia.

Il divano era grande, occupava la maggior parte dello spazio della stanza, ricoperto di pelle bianca e posto di fronte ad un televisore da 47 pollici, un paio di metri di fronte all'enorme parete di vetro che accoglieva la porta finestre nel mezzo e dava sul terrazzo.
Sul tavolino di cristallo erano stati poggiati un paio di bottiglie di vetro di succo di frutta all'albicocca tirate fuori da poco dal frigorifero e, mentre Jensen aveva imprecato contro l'armadio della propria stanza prima, lo sgabuzzino poi e infine il sottoscala, senza riuscire a trovare ciò che cercava, Misha si era offerto di lavare i piatti.
Erano appena tornati vittoriosi tutti e due e, seduti tra gli enormi cuscini del divano, Jensen aveva piazzato sulle proprie gambe un paio di grossi album fotografici. Uno dei due, sfortunatamente quello che venne messo da parte, aveva una copertina rigida in pelle e una semplice parola dorata in sovrarilievo: "Photographies".
L'altro ottenne uno sguardo astioso da parte del texano e uno disgustato da parte di Misha.
«Un unicorno rosa?» domandò, scandalizzato per la copertina di cuoio bianca in cui un orrendo unicorno rosa sbriluccicava con tanto di scritte "sparkle sparkle" intorno e il titolo fuxia "My lovely memories".
Dèi, sperò con tutto il cuore di poter dimenticare quella cosa insieme alla propria identità.
Jensen arrossì, forse più per la rabbia che per l'imbarazzo.
«E' stato un regalo di Jared.» sibilò, ripromettendosi di prendere a calci il ragazzo appena si fossero rivisti «Ha pensato che fosse una buona idea regalarmi quest'obbrobrio per il mio compleanno.»
In realtà l'idea era stata buona ed apprezzata, avevano passato un'intera serata a ridere e a ricordare uno per uno gli eventi immortalati nei rettangoli plastificati delle fotografie che il più giovane aveva scelto apposta per Jensen (e ancora una volta avevano scoperto che il tempo che passavano insieme era troppo), la parte obbrobriosa era stata la scelta dell'album. Se pensava a quanto Jared avesse riso guardando la sua faccia mentre lo scartava dalla carta regalo.
Sospirò, scuotendo il capo.
«Lascia perdere l'unicorno.» intimò, scoccandogli un'occhiata minacciosa «Ho pensato che le foto potessero servire a farti scattare qualcosa...»
«Come nei film.»
«Già.» Era un tentativo disperato, ma non aveva molte altre idee «Sei pronto?»
Misha annuì.
E Jensen iniziò a scorrere le pagine e a mostrargli le fotografie scattate.
Erano tante, la maggior parte si trattava di scatti rubati a lui insieme a quelli del cast di Supernatural, ce n'erano un paio in cui Jared era riuscito a catturarlo con sua sorella quando era andato da loro nella tenuta di famiglia in Dallas e qualcuna l'aveva scattata anche con Mister Ackles, suo padre. La maggior parte però erano foto -stupide i meno- fatte con il co-protagonista e con l'Angelo più famoso della serie.
Erano le sue preferite, ovviamente.
E presto si ritrovò a parlare di quando erano state scattate e degli episodi ad esse collegate, cercando di ricordare a Misha di quella volta in cui loro due erano rimasti chiusi nello stanzino degli attrezzi nel set numero quattro e lui aveva dovuto prenderlo sulle proprie spalle per fargli rompere la finestra e fare in modo che uscisse da lì (ovviamente dopo essere uscito Misha aveva pensato bene di twittare la notizia del proprio salvataggio sul cellulare, invece di muovere quell'adorabile culo che si ritrovava e cercare aiuto); o di quando, nella stanza d'albergo di Jared avevano ingaggiato una sessione di wrestling finita male per tutti e tre, o quando...
«Parli un sacco di Jared.» lo interruppe Misha. O Castiel. Ormai aveva deciso di smettere di considerarli due entità separate, non sarebbe servito a riportare indietro la memoria dell'attore, quindi tanto valeva fingere che ogni suo fottuto sguardo non facesse così male, così come la mancanza di battutine stupide o a sfondo sessuale, di frecciatine sarcastiche o frasette sulla conquista del mondo.
Jensen incrociò le braccia al petto, riflettendo su quanto potesse essere vero il commento dell'altro.
«E' inutile che fai il geloso, Mish, visto come ve la intendete tu e lui.» borbottò, storcendo il naso, come se la cosa gli desse fastidio. Un po'. Perchè Jared era il suo migliore amico e perchè Misha... beh, avrebbe voluto fosse suo in ben altri modi, fatti di corpi nudi avvinghiati tra le lenzuola di un letto, delle proprie dita intrecciate alle sue mentre si spingeva dentro di lui e faceva l'amore con lui ogni notte.
«Mhm.»
«Oh no, non ci pensare. Niente "mhm" e togliti dalla faccia quell'espressione da "Questa la devo twittare".»
L'altro si stupì di come, in effetti, il pensiero che gli era scivolato leziosamente nella testa riguardasse davvero Twitter, minions e qualche battuta che, tuttavia, era sfumata nel momento in cui aveva cercato di darle un senso.
«D'accordo, in compenso parlami di noi.»
«What?»
«Vuoi che ti faccia un disegnino?»
«Spiritoso.»
«Preferisci che te lo spieghi a gesti?»
«Ah. Ah.»
«Te lo traduco in russo?»
«Misha!»
Era stato istintivo, automatico, Jensen aveva sentito quel nome spingere contro la propria gola e l'aveva ruggito esasperato, come se avesse davanti un bambino capriccioso e poi aveva taciuto davanti alla risata di Misha; non c'era stata, non l'aveva davvero sentita, ma istintivamente sapeva che era lì, intrappolata dietro le labbra dell'uomo che si erano piegate in un sorriso. Finalmente uno vero. O almeno così sperò.
«Per favore.» aggiunse il più grande, più serio e Jensen non se la sentì di negarglielo, si sarebbe strappato anche il cuore dal petto, se glielo avesse chiesto.
«Noi siamo colleghi e amici.» mormorò, senza sapere che cos'altro dirgli.
Loro erano erano una questione complicata, almeno per lui.
«E poi?»
«E poi niente.»
Niente.
Sentì una fitta nel momento stesso in cui terminò di pronunciarlo.
«Allora credo di avere un problema.»
Jensen tacque. Era una frase troppo fraintendibile perché potesse riuscire a dire qualcosa che non suonasse come la speranza di una dichiarazione o... Dio, perfino il solo pensarlo suonò idiota.
Attese qualche lungo secondo, Misha arricciò le labbra, aggrottò la fronte con un'espressione infastidita e poi tornò a parlare:
«So che mi piacciono le donne, ma non riesco a fare a meno di sentirmi attratto da te. Mi...»
Tacque e si passò una mano tra i capelli, cercando la parola giusta.
Forse avrebbe dovuto tenerselo per sé, evitando di sbilanciarsi troppo, ma quando trovò l'unica parola che descriveva appieno quel che provava, non riuscì a trattenerla sulla lingua:
«Ecciti.»
 
 
Current Mood: calmcalm
Current Music: A drop in the ocean - Ron Pope