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09 December 2012 @ 08:15 pm
[Supernatural RPS] J. || #09. 1200ft^2 of surprise (3° part)  
Titolo: J.
Serie: Supernatural Rps
Capitolo: 9/?
Character: Jared Padalecki; Jensen Ackles; Chad Michael Murray; Joanna Krupa
Pairing: JensenxJared {j2},
Rating: Nc-17
Genre: Slice of life, Fluff, Romance, Erotico, Melancoly
Word: 4.973
Note: Oh yeha, Chad è arrivato e mi sento anche realizzata per la sua presenza, che tra l'altro, ha fatto diventare il capitolo infinitamente lungo... Vabbeh. Mi sono divertita un sacco a scrivere il botta-risposta tra Chad e Jared, non so perché ma quei due mi danno proprio l'impressione di due bambini dell'asilo che si fanno i dispetti l'un l'altro e si offendono per dimostrarsi affetto.
Ma veniamo alle note importanti.
Che io sappia Jared e Jensen hanno davvero convissuto per un periodo, se fossero in affitto, in una villa o in un appartamento non lo so, se non ricordo male in un'intervista Jared parlava di un appartamento, ma potrei sbagliarmi, pazienza.
Altro particolare, la mano rotta di Jared. Se l'è rotta nel periodo delle prime puntate della prima season e a quanto pare è successo davvero in una rissa da bar e, insomma, quando l'ho scoperto non potevo non trarne ispirazione.
Disclaimers: Gli attori appartengono tutti a loro stessi, con questa fic non si vuole assolutamente discutere i loro gusti sessuali, le loro scelte di vita o quant'altro. E' una fic scritta senza scopo di lucro e senza la pretesa di poter dire di "conoscere" i personaggi che qui si muovono perchè no, non li conosco affatto e in questa fic c'è soltanto la loro idealizzazione.
Capitoli precedenti: 01 02 - 03 - 04 - 05 - 06 - 07 - 08 - 09

  
J.
[The amazing guys]


#09. 1.200ft^2 of surprise (3° part)
Il cellulare era squillato un'ultima volta, Jensen aveva risposto di nuovo e aveva lasciato che Chad si convincesse che fosse stato un problema di linea, prima di passare la chiamata a Jared, guardandone gli occhi illuminarsi come luci di Natale, quando gli disse di chi si trattava.
"E' il tuo amico, quel Chad."
"What?!"

Fanculo...
«Yo, Chaddy-boy!» urlò al cellulare, spezzando i timpani del ragazzo, per poi rallegrare il trailer con una risata contagiosa che coprì in parte la voce dell'altro, dall'altra parte della linea.
Non parlarono molto, solo qualche minuto, fatto perlopiù delle risate di Jared e di qualche insulto appena udibile di Chad, intervallato dalle solite domande (Come ti butta? Che stai facendo di bello? Quante te ne sei scopate quest'ultimo mese? Ne hai qualcuna da presentarmi?) fino a che Jensen non riuscì a sentire distintamente la proposta del ragazzo: "Sarò dalle tue parti per un po', arrivo domani, guai a te se non ci vediamo per una birra".
Quando chiuse la chiamata, gli occhi di Jared erano puntati al collega, vispi e pieni di entusiasmo come un bambino davanti ad una montagna di regali.
«Jensen, tieniti libero per domani sera, sei prenotato!»
Aveva avuto pochi secondi per prepararsi una scusa, ma era un attore, si supponeva fosse bravo ad improvvisare.
«Sorry man, ho già dei piani per domani ed implicano tanto sesso con la mia signora.»
«Oh.»
Si stupì dell'espressione confusa di Jared e della sua delusione nello sguardo, dovette impegnarsi per non rimangiarsi quanto detto e accontentarlo, pur di farlo sorridere di nuovo.
«Hai ragione, non avevo pensato alla tua tipa e visto che ormai vedi più me che lei, è meglio se recuperi, prima che ti lasci.»
«Ah, ah, spiritoso.»
Jared tornò a sorridergli e lui tirò un sospiro di sollievo.
«Allora, magari facciamo dopodomani, ok?»
«Yeha.»
«Ci conto, eh?» si era sollevato dal divano, premendo con un pugno leggero contro la spalla di Jensen, in un gesto calcolato per non essere invadente, trattenendosi dall'essere troppo espansivo, per poi raggiungere di nuovo la porta del trailer «Ci tengo davvero a fartelo conoscere.»
A quelle parole Jensen scattò.
«Aspetta.»
Le dita si arpionarono al polso più sottile del ragazzo e, per un lungo attimo, le dita scivolarono in una carezza innocua sul dorso della sua mano. Quando si accorse di quel tocco, allontanò di colpo la mano, con l'imbarazzo che gli bruciava il volto ed il corpo che si fece di un passo più indietro, schiarendosi la voce e facendo finta di niente.
«Non hai bisogno del mio consenso per i tuoi amici, ok?»
Jared si passò una mano tra i capelli, in parte nervoso, non tanto per le sue parole, quanto perché aveva notato l'imbarazzo del collega; avrebbe voluto chiedergli spiegazioni, confessargli che aveva strani ricordi della notte precedente, dopo essere riusciti ad uscire dal Bulldog Bar, ma si limitò ad annuire.
«Lo so, ma mi fa piacere farti conoscere Chad, lui è speciale
Speciale.
Mai parola fu più dolorosa.
Jensen smise di respirare per qualche lunghissimo attimo, anche dopo che Jared se ne fu andato, anche dopo che la porta si chiuse alle sue spalle, lasciandolo lì da solo, mentre il telefono del trailer squillava, facendo scattare la segreteria telefonica e Joanna lasciava un messaggio dopo il bip, riempiendolo di parole dolci, di "ti amo" e di "mi manchi". Eppure, anche con i bisbigli innamorati della sua ragazza che gli raccontava che cosa avrebbero fatto l'indomani sera, lui continuò a guardare la porta chiusa e sentire la voce di Jared che definiva Chaddy-boy speciale.
Chad.
Non Jensen.
Chad.

Era stato impossibile non notare l'entusiasmo di Jared e la carica esplosiva che si era portato dietro già dalle prime luci del mattino.
Aveva annunciato a tutti di essere riuscito a percorrere ben cinque miglia e mezzo di corsa, all'alba, e aveva stupito l'intera crew con una puntualità impeccabile, riuscendo a raggiungere il set perfino prima di Jensen, che aveva accolto con un sorriso a trentadue denti, un cappuccino e un brownie presi da Starbucks, ed un nuovo magazine americano che parlava dei Winchester Brothers e di Supernatural.
Perfino la mano non era più tanto gonfia e gli faceva molto meno male rispetto al giorno prima, cosa che gli permise di lavorare senza grossi problemi. Le riprese finirono relativamente presto e lui decise di anticipare l'incontro con Chad, per il quale, Jensen ammise con rammarico, si vedeva che non stava più nella pelle. Si chiese da quanto tempo non si vedevano quei due, ma la verità è che non gli importava, voleva soltanto che quel tale lasciasse in fretta Vancouver e se ne tornasse da dov'era arrivato.
Sorrise a Joanna quando fece la sua sfilata sotto i fischi d'apprezzamento dei ragazzi della troupe e gli sguardi di sottecchi che Samantha gli tirava dalla zona del parcheggio delle due Impala (una era quella che i Winchester guidavano e l'altra era quella che, beh, Winchester distruggevano). 
«Sei arrivata presto.» gli soffiò lui tra le labbra, quando si chinò per baciarla. Un bacio casto, uno sfiorarsi appena di labbra, preferendo rimandare passione ed erotismo nella camera da letto, lontano da occhi indiscreti.
«Mi mancavi e stavo cominciando a dimenticare come fosse la tua faccia.» chiocciò lei, sbattendo le lunghe ciglia bionde, circondandogli la vita tra le braccia sottili, per poi darsi una veloce occhiata intorno, scorgendo tra gli spettatori anche gli occhi verdi e azzurri di Jared.
Lo salutò con un cenno della mano ed il ragazzo ricambiò, distogliendo in fretta lo sguardo, dando le spalle ai due.
Anche Jensen guardò dalla sua parte, ma non poté vederlo mentre chinava il capo, abbassando gli occhi alla propria mano tornata fasciata, stringendola tra le dita della sinistra, chiudendo gli occhi, sicuro di sentire ancora addosso il corpo di Jensen mentre lo strattonava verso il basso, tirandolo a sé, e gli parlava contro l'orecchio, piano, con la dolcezza di un amante, come se esistessero soltanto loro al mondo e non importasse nient'altro.
Non ci aveva mai pensato prima di allora, al fatto che Jensen aveva la voce più erotica ed eccitante che avesse mai sentito e, per quanto avesse da subito trovato piacevole abbracciarlo e riempirlo d'affetto, si era sempre imposto di non guardarlo sotto nessun'altra luce che non fosse quella di collega, amico e fratello. Nulla di più. Erano già più che sufficienti quelle.
Scosse con vigore il capo, cacciando ogni pensiero riguardo all'amico.
Niente cazzate sta volta.
E fu felice di poter vedere Chad quella sera e poter parlare con lui delle proprie seghe mentali, come ai vecchi tempi.

L'appuntamento era davanti all'appartamento di Jared.
Il texano era arrivato in ritardo ma Chad era riuscito ad essere più in ritardo di lui ed alla fine era spuntato con un cesto di birre e un orribile mazzo di fiori più devastato che altro, che il più alto aveva scrutato con disgusto, alimentato una volta scoperto che non erano per lui -ovviamente!- ma li aveva comprati per avere la scusa di chiacchierare con la bellissima fiorista a qualche isolato di distanza.
Non si vedevano da un anno circa, ma nessuno dei due era cambiato.
Jared era rimasto il gigante dall'aria da bravo ragazzo dei tempi di Gilmore Girls e l'altro era ancora il casanova di Buffalo dai capelli biondi e gli occhi di un sensuale grigio-azzurro, che cercava di impegnarsi in una storia più duratura con la nuova fidanzata.
Il più alto aveva resistito solo qualche secondo prima di gettarsi su di lui, in un abbraccio stritolante, riuscendo a sollevarlo da terra di qualche centimetro e strofinando la fronte contro la sua spalla, felice come un cagnolino che ritrova, dopo tanto tempo, il suo vecchio padrone.
E lo era, felice, era quel tipo di felicità nostalgica che si accende davanti ad un album di ricordi, ad una canzone che è stata lo sfondo di un momento romantico o al primo amore.
Emozionato, gli aveva fatto vedere la casa, ed in una cascata di domande, posta l'una dopo l'altra, gli aveva chiesto se aveva avuto modo di sentire Alexis e Milo, come andavano le riprese di One Three Hill e come stava Mister Murray.
Alla fine, spaparanzato sul divano del salotto, davanti ad una maxi pizza peperoni, salsiccia e salame piccante e con le birre ghiacciate in mano, era stato il più grande a dare il via al terzo grado sulla vita sentimentale dell'amico, scoprendo non solo che non c'era alcuna amante segreta (e qui erano partiti i "J-rod, ma che razza di sfigato sei?"), ma che anche a numero di ragazzi l'altro stava a zero (e a questo punto le critiche si erano fatte più colorite: "Cristo Santo, devi riempirti di seghe dalla mattina alla sera per resistere all'astinenza").
«Ok, allora che mi dici di quello lì, quel tuo collega di cui mi hai già fatto una testa così?»
Jared perse un battito quando uscì il discorso Jensen, focalizzando lo sguardo sulla propria lattina.
«Che c'entra Jensen?» borbottò, ingoiando un lungo sorso di birra, arricciando le labbra come un bambino che cerca di negare a se stesso la naturale paura infantile del buio.
«Non fare il finto tonto, quel tipo ti piace, no?»
Lo guardò stranito.
«Da quando sei diventato così perspicace?»
Non che volesse davvero suonare come un'offesa, ma Chad non era esattamente un'esempio di intuitività nelle questioni sentimentali che riguardavano i propri amici. Era più bravo a capire quando era lui a piacere ad una ragazza, il resto era ininfluente.
Sorrise, un sorriso canagliesco, di quelli che seducevano in un colpo solo tutte le sue fan.
«Figurati, per queste cose serve l'istinto femminile, infatti me l'ha detto Sue.» annunciò, come se fosse stato un vanto.
«Hai parlato con Sue?»
«Oh yeha, proprio il giorno dopo in cui l'hai cacciata. A proposito nice shot, brò. Era ora che le facessi capire che stava perdendo tempo.»
«...Non...» Jared si grattò la guancia «Non era esattamente la reazione che mi aspettavo visto che anche tu sei suo amico...»
«Sì, ma quando ha finalmente capito di non aveva più chance con te, ci ho provato io e siamo stati insieme per un po'.»
«Tu cosa? Ma sei deficiente?»
Scattò con la schiena dritta, guardandolo allucinato.
Non era gelosia la propria, qualsiasi cosa provasse per Chad era passata -o almeno così aveva continuato a ripetersi per anni-, ma sapeva il biondo era l'esempio vivente di quanto fosse vera la regola "i maschi -quelli etero- non hanno amiche femmine", non se sono belle, finiranno sempre per volersele portare a letto.
«Tranquillo brò, niente di serio, abbiamo fatto sesso qualche sera e poi lei è tornata in California dai suoi e io sono qui fresco come una rosa e fidanzatissimo con Sophia.»
«Prima o poi ti sposerai e metterai la testa a posto.»
Chad rise.
«Perché, tu invece la testa ce l'hai a pos... Ah, no, aspetta, come non detto, l'hai appena persa per quel Justin Ackles.»
«Jensen. Jensen Ackles.» scandì.
«Whatevà, sono comunque più figo io.»
«Più idiota, di sicuro.» sospirò «Ricordami ancora una volta com'è che siamo rimasti amici, io e te?»
«Perché mi adori e non puoi fare a meno di me.» ammiccò allungando la mano verso i capelli di Jared, spettinandoglieli dispettosamente, per poi recuperare un'altra lattina di birra dal tavolino e riprendere a parlare «Piuttosto, gioca anche lui per la tua squadra o...»
Jared roteò gli occhi al cielo, sbattendogli, senza molta gentilezza, uno dei cuscini del divano in faccia.
«God, il modo in cui riesci sempre a non chiedere direttamente se qualcuno è gay è così...»
«Cool?»
«Stupido.»
«Ahi.»
Gli tirò un'occhiata truce e continuò.
«In ogni caso no, è etero, ha la ragazza e non è che mi piaccia in quel senso, ok? Siamo solo amici.»
«Lo eravamo anche noi, J-rod, ma la tua lingua è finita comunque nella mia gola.»
«...fuck you.» arrossì, pronto a tirargli di nuovo addosso il cuscino che, questa volta, venne bloccato dalle mani del più grande, occupato a sospirare e smorfieggiare teatralmente.
«Ho avuto gli incubi per settimane e tu avresti dovuto pagarmi lo psicologo visto il trauma che mi hai lasciato.»
«Possiamo tornare al mio problema?!»
«Se proprio dobbiamo.»
Scosse il capo, fingendo di non averlo sentito per ritornare al discorso iniziale.
«E' che gli ho detto di... insomma, di noi.»
«Wo, wo, frena i cavalli, bello. Non c'è stato nessun noi
E si ricominciava da capo.
«Fanculo, hai capito cosa intendevo!»
«Sì, ma voglio sentirtelo dire in un altro modo che suoni meno... insomma, hai capito! Non voglio avere una storia mai iniziata con te, sei simpatico, J-Rod, ma rimani piatto come una tavola.»
«...grazie tante. Comunque!» ringhiò, esasperato. Certo, lui era quello che, quando abitava insieme a Chad, lo chiamava alle tre di notte per dirgli che non sarebbe tornato a casa, era quello che gliene combinava di cotte e di crude, che gli colorava la faccia con l'indelebile e che gli riempiva la pizza di peperoncino, ma il biondo di certo non era da meno in quanto a stronzate e infantilismo. Forse era per questo che come team funzionavano bene. «Volevo chiedergli di venire ad abitare con me come coinquilini, sai, finché siamo qui a Vancouver per le riprese e visto che, se va bene, tra qualche mese ci rinnovano il contratto e giriamo la seconda season...»
«E lui sa che sei...»
«Yeha...»
«Akward.»
«Già...»
Rimasero in silenzio per un po', finendo anche le due ultime birre rimaste e spazzolando completamente la pizza, lasciando soltanto il cartone vuoto.
Poi Chad, accartocciò la lattina e la tirò in testa all'amico, ghignando.
«Però sai che m'ha detto Sue, di sto tipo?»
Jared restituì il colpo, recuperando le altre lattine vuote per tirargli anche quelle.
«Che c'entra ora Sue?»
«Beh, lei ci ha parlato con sto Justin.»
«Si chiama sempre Jensen!»
«E chi se ne frega!» gli tirò un calcio, mettendolo a tacere per poter riprendere parola, cercando di ricordarsi che diavolo stesse dicendo prima di venire interrotto «Ah già, mi ha detto che che si vedeva lontano un miglio che Justin» fece una pausa, fissò Jared che tacque ingoiando l'ennesimo "Jensen!" e ghignò «s'è affezionato. E che aveva parecchi dubbi sul fatto che fosse del tutto etero.»
«Really?»
«Già. Quand'è che me lo fai conoscere, così te lo metto sotto torchio io?»
«Ehm... mai?»
«Fanculo, stronzo! Così mi fai ingelosire, non capisci?»
«A-ah.»
«Penso che sfogherò la mia gelosia facendomi offrire da bere, ho visto un bar qui vicino, il Dobermann qualcosa... o qualche altro nome di cane.»
Jared rabbrividì, stringendosi la mano destra.
«Ahm... facciamo che il bar lo scelgo io e si sta lontani da quelli con i cani nelle insegne.»
«Andata.»

Era già stato all'appartamento di Joanna, un loft elegante arredato con mobili moderni, con un paio di quadri costosi e da snob e una cucina che da sola valeva i dollari che quel posto doveva costare. Non apparteneva alla modella, era di un suo amico (così aveva spiegato a Jensen e lui aveva preferito non indagare oltre) e, a quanto pare, era ben felice di darle le chiavi durante il periodo invernale.
Dopo la cena in un ristorante italiano lì vicino, Joanna aveva passato il tempo a parlare del lavoro a Los Angeles, tenendo sveglio l'interesse del ragazzo con morsetti al lobo dell'orecchio o alla mascella e succhiandolo all'altezza del collo fino a lasciare il segno del proprio passaggio.
Sorridendogli maliziosa, si era allontanata dal salotto in cui si erano accomodati, ancheggiando suadente per rifugiarsi in camera da letto.
Lui aveva continuato a guardare il cellulare abbandonato sul bracciolo del divano, nella stupida speranza che squillasse o che gli arrivasse un sms di Jared in cui gli chiedesse di uscire, di vedersi, di bere insieme, di parlare, di... si erano lasciati da neppure qualche ora e già moriva dalla voglia di vederlo e sapere di non essere stato tolto dal podio dei migliori amici, ora che quel Chad era in città.
«Credi che essere gelosi del proprio migliore amico sia così sbagliato?» domandò distrattamente, forse neppure se ne accorse di averlo detto ad alta voce, e se ne pentì subito dopo. Sollevò lo sguardo sulla soglia della stanza, da cui Joanna gli sorrise, appena uscita con con una scatola nera e lucida.
«Hai detto qualcosa?» chiese. 
Lui scosse il capo, facendo finta di non aver parlato e lei si avvicinò, osservandone perplessa l'espressione distante.
«Tutto bene?»
«Sure, perché me lo chiedi?»
«Non lo so, è che in questi giorni, anche al telefono, sei sempre così distante.»
Si strinse nelle spalle.
«E' solo che ho troppe cose per la testa, ma va tutto bene, davvero.»
«E quel ragazzo non c'entra, vero?»
«Quale ragazzo?» domandò, sentendo il petto avvolgersi nei sensi di colpa.
«Quel... come si chiama? Pindalicki? Alle volte sembra che tu sia molto più preso da lui che da me.»
Non aveva neppure la più pallida idea di quanto avesse ragione, quanto avrebbe preferito essere insieme a Padalecki e guardarlo sorridere e sentire i suoi abbracci affettuosi circondargli il corpo ed il suo respiro sbattergli contro la pelle.
Chiuse gli occhi per un attimo, cercando di ricordare che sapore avesse la pelle di Jared sulle proprie labbra, quando l'aveva sfiorata due sere prima, usciti da quel maledetto bar. Li spalancò nuovamente, pieni di disgusto e di biasimo per se stesso.
Che cazzo gli passava per la testa?
Si alzò e raggiunse Joanna, allacciando le dita intorno alla sua vita sottile, coperta dalla stoffa leggera dell'abito scollato che indossava.
«Ti assicuro che ora che sono qui con te non ho intenzione di pensare a nessun altro, babe.» promise, mentendo più a se stesso che alla ragazza.
Lei gli sorrise, allungando il volto verso il suo e spingendo la lingua oltre le labbra, disegnando con la punta umida il contorno della sua bocca, in un gesto lascivo ed eccitante, così come lo sguardo languido e la voce suadente che gli riversò nell'orecchio.
«Meglio così, perché ho una sorpresa per te.» lo baciò a lungo, per poi aprire il coperchio della scatola e mostrare il pizzo nero di un babydoll trasparente che tanto bastò per far aumentare la temperatura corporea del texano.
«Jo, tu mi vuoi morto...»
«No, Jen, mi basta averti eccitato.»
Se era solo quello ciò che desiderava, poteva dire: Missione Compiuta.

Tre del mattino ed un cellulare che squillava. Il suo.
Jensen imprecò, allungando in fretta la mano, per recuperarlo e rispondere, prima che Joanna, accanto a lui, si svegliasse.
«Chi cazzo è?» ringhiò a bassa voce, ma quando la voce mesta dall'altra parte rispose, scattò seduto sul letto, facendo scivolare le coperte sulle gambe, rivelando il corpo completamente nudo.
«Sono Jared... scusa, lo so che è tardi. Mi dispiace.»
«Jared? Cos'è successo?» chiese, la voce ammorbidita, il tono dolce e preoccupato, mentre scivolava con i piedi sul pavimento gelido, recuperando a tentoni i pantaloni di una tuta grigia «Stai bene?»
«Sì, sì, sto benissimo. Scusa se ti chiamo a quest'ora ma è che è da giorni che te lo voglio chiedere, e sai con la storia del bar... e Chad che è venuto a trovarmi... insomma finalmente mi sono deciso e se aspetto domani finisce che cambio di nuovo idea.»
Aggrottò la fronte, capendo poco o niente del suo discorso.
«Di che si tratta? Non farmi preoccupare.»
«Ehm... ok... ehm... ecco... ehm...»
Gli fecero tenerezza quei continui "ehm" imbarazzati ed i suoi tentativi di recuperare il filo di un discorso che veniva spazzato via ad ogni sospiro.
«Buddy, quando sei pronto, non c'è fretta.» gli sussurrò, rassicurante.
Era in quei frangenti che si rendeva conto che neppure con Joanna era mai così dolce e spontaneo.
Le voleva bene, si riteneva un bravo ragazzo -o almeno così sperava-, ma non era mai arrivato al punto di pensare che avrebbe voluto regalarle la luna soltanto per vederla sorridere, o che sarebbe stato capace di uccidere pur di proteggerla.
A questo pensiero abbassò lo sguardo, colpevole, risollevandola alla voce di Jared nel proprio orecchio:
«Vuoi... ti va di venire ad abitare con me?»
Sbatté le palpebre, incredulo, capendo soltanto in quel momento quello che aveva cercato di dirgli due giorni prima, nel suo appartamento.
«Era questa la sorpresa?»
«...Beh... lo so che è una cosa stupida e che avrei dovuto chiedertelo prima, ma... insomma l'hai vista la casa, no? Ognuno starebbe per i cazzi propri e non verrei mai a disturbarti se non vuoi, te lo giuro sulla mia vita.»
Jared aveva affittato casa e voleva condividerla con lui.
E lui non l'aveva capito subito, l'aveva biasimato per non averglielo detto, c'era rimasto male ed era geloso di un appartamento.
"Alle volte sembra che tu sia molto più preso da quel Pindalicki, invece che da me."
Lo era?
«Ho tempo per pensarci?» mormorò, ancora un po' stordito dalla notizia.
Dall'altra parte della cornetta Jared sembrò dispiaciuto ma annuì comunque, rendendosi conto soltanto dopo di essere al telefono e che l'altro non avrebbe potuto vederlo.
«Sure, tutto il tempo che vuoi.»
«Ok.»
Passò un secondo.
Due.
Tre.
«Ci ho pensato.» annunciò «Mi sta bene.»
E la risata di Jared si riversò allegra nei suoi timpani, deliziandolo per tanta felicità.
«Great, allora appena ti va ti aiuto a spostare le tue cose!»
«Aspetta, prima devi promettermi una cosa.»
«Giuro che non aprirò mai il tuo frigo e non mangerò mai la tua roba!»
Jensen ci pensò su.
«Giusto. Allora devi promettermi due cose.»
«Non si gira nudi a casa?»
E che cazzo.
«...tre cose.»
«Dude, iniziano ad essere un po' troppe.»
«C'mon, questa è seria.» si umettò le labbra, stringendo con entrambe le mani il cellulare, infine sospirò «Promettimi che non farai più una cosa del genere.»
«What?»
«Sono serio 'sta volta, Jared. Non devi mai più farmi una cosa del genere, non voglio che ti succeda qualcosa per...» non continuò la frase, si morse la lingua, stringendo così forte il cellulare che sentì la plastica dura scricchiolare.
«Jensen io...»
«No. Promettilo o non vengo.»
«...d'accordo. Mai più. Ma non è stata colpa tua, ok?»
«Ok.»
«Ora è meglio se me ne vado a dormire, notte buddy e scusa per averti chiamato così tardi.»
«Non importa. Notte, Jared.»
Sorrisero tutti e due al vuoto, anche se sapevano entrambi che Jared aveva mentito.
Jensen sperò soltanto che non ci fossero più occasioni per il ragazzo di infrangere la promessa, non avrebbe sopportato di sentirsi così inutile e impotente come dopo quanto era accaduto al Bulldog Bar.

2 giorni prima. Sera. Bulldog Bar.
Erano grossi, tatuati, puzzavano d'alcool e avevano la peggiore espressione minacciosa che potessero vedere addosso ad un trio di camionisti incazzati.
Se, durante la serata, Jensen si era chiesto che ci facessero i tre grossi tir parcheggiati fuori dal bar, in quel momento avrebbe preferito continuare ad ignorare anche a chi appartenessero.
«Ci stai provando con la mia ragazza, stronzetto?» domandò il più grosso di loro, all'indirizzo di Jared.
Màma. Sembrava ridicolo come nome, ma nessuno osava ridere davanti a lui; lo chiamavano così in onore del tatuaggio sul bicipite destro: una picca nera con la scritta "I fuck your mother" nel mezzo.
Se solo avesse sorriso di più -e non sorrideva affatto-, sarebbe sembrato la parodia di uno dei tipici personaggi cattivi da tv show, in una delle tipiche scene di risse nei bar.
Jared sollevò le mani in segno di resa.
«Non voglio guai, ok? Non sappiamo neppure chi siano queste ladies e non siamo qui per provarci con nessuno.»
L'altro ghignò ed un forte tanfo di alcool investì il ragazzo.
«Tu guardi le tette alla mia "lady" e non vuoi guai?»
Jensen si alzò in piedi, spostandosi accanto al più giovane, con il braccio teso e appena un po' sollevato, spostato davanti a lui, in quell'atteggiamento protettivo che apparteneva a Dean, ma che sentiva anche proprio, soprattutto nei confronti di quello che era il suo Sam: Jared,
«Hai solo frainteso la situazione, man. Anzi, ce ne stiamo andando, ok? Così potete tornare a fare quello che volete.» suggerì, indicando la porta con un cenno del capo «Jared, c'mon, leviamoci di torno.»
«Ecco bravi, coglioni, toglietevi dal cazzo.»
Un secondo uomo, più basso ma più tarchiato del primo gli fece eco.
«Sì, sì, abbiamo capito, ce ne stiamo andando.» mormorò Jared, con una scrollata di spalle, senza dare troppo peso alle parole dei tre che catalogò come ubriachi fradici.
Ma non furono abbastanza veloci nel lasciare il bar.
Uno degli uomini cambiò idea troppo in fretta e, prima che i due ragazzi arrivassero alla porta, riuscì ad afferrare una spalla di Jared, e lo spintonò con violenza contro il muro. Cadde a terra, i polmoni svuotati per la forza dell'impatto. Le scene di lotta che gli era capitato di girare nello show, erano lontane anni luce da quella.
Màma si avventò contro Jensen; ebbe appena il tempo di vedere il collega a terra, prima di notare il pugno del bestione sfilargli davanti agli occhi, a pochi millimetri dal proprio naso. Troppo ubriaco, l'uomo aveva sbagliato a prendere le distanze, ma quando la sua mano trovò il bordo di uno degli sgabelli di legno, l'attore si rese conto che sarebbe stato difficile, questa volta, schivare il colpo. 
Lo sgabello sollevato su di lui.
I muscoli del bestione gonfiati per colpirlo.
Dritto verso la testa.
Il primo istinto fu quello di chiudere gli occhi e piegare il capo.
Il secondo quello di portare le braccia ad incrociarsi davanti al volto, per proteggerlo, imprecando a denti stretti.
«Cazzo.»
L'impatto fu duro, ma molto meno di quanto avesse previsto: sentì il proprio corpo venir spintonato indietro e poi non sentì niente.
«Fanculo, stronzo! God... Cazzo! Cazzo... fanculo...» senza coerenza, difronte a sé, una voce vomitava ringhi e imprecazioni, giovane, maschile, familiare quanto quella di un fratello di sangue.
E quando aprì gli occhi, l'ombra di Jared si stagliava alta tra lui e Màma, come una torre erta a sua difesa, con i denti serrati e gli occhi ridotti a due lame ambrate screziate da un azzurro ghiacciato e da scaglie di un verde bollente e minaccioso.
Jensen fece per dirgli qualcosa, ma con orrore, si rese conto che il suo non era stato solo un urlo di rabbia: il braccio destro gli tremava attraversato da spasmi violenti e le dita della mano erano aperte in modo strano; aveva fatto appena in tempo a proteggerlo malamente dallo sgabello, ora caduto in terra senza una delle gambe, e, sotto il colpo, le ossa della mano destra avevano scricchiolato per poi rompersi.
«Jared!»
Sentì la rabbia salirgli in bocca con un sapore amaro.
Come un toro che carica alla vista di un drappo rosso sangue, aggirò il più giovane, avventandosi con tutto il proprio peso contro l'uomo, il gomito caricato indietro e il pugno colpì violento la sua mascella. Lo sentì imprecare e gemere di dolore, senza dargli il tempo di reagire, gli piantò la suola dello stivale nello stomaco sbattendolo a terra con un calcio.
Qualcuno tornò troppo vicino a lui e Jared.
Si voltò, con occhi pieni di accecante odio.
«Se lo tocchi ti ammazzo!» ruggì, ripetendo istintivamente una delle battute di Dean.
Non avrebbe saputo esprimersi in modo migliore e, in futuro, avrebbe ringraziato mentalmente il maggiore dei Winchester per avergli dato il coraggio e la forza di lanciare una minaccia del genere, nel mondo reale (dove la gente va in galera per certe cose, dove la gente non resuscita quando muore e dove i bravi ragazzi finiti nelle risse da bar si rompono le mani per salvare il culo degli amici...).
Intorno a loro, la gente continuava a colpirsi, un uomo era stato sbattuto sul tavolino rotto sotto al peso eccessivo, qualcuno urlava, il suono di bottiglie di vetro era diventato la colonna sonora della rissa e c'era chi già sanguinava per un naso spaccato o peggio.
Non avrebbe saputo dire come ma, quando vide la via per la porta liberarsi, circondò la schiena di Jared con il braccio, spingendolo verso l'uscita e, alla male-peggio, si ritrovarono a respirare l'aria gelida, in strada, ansimanti, con i sensi ancora all'erta e gli occhi sbarrati.
Camminarono per svariati metri prima che Jensen decidesse che erano al sicuro e, fermandosi con il cuore ancora in gola, si voltò di scatto verso il più alto, guardandolo allucinato.
«Come ti è... a che diavolo... che cosa...» qualsiasi frase gli si bloccava in gola, rendendolo incapace di pronunciarne una di senso compiuto.
Tutto quello che riusciva a fare era guardare, nel panico, la mano di Jared e darsi la colpa per quanto era accaduto.
Idiota. Idiota. Maledetto idiota!
«Ti porto in ospedale.»
«No, aspetta, non è così...»
«Jared, non ci provare neppure!»
Non si rese conto di averlo urlato, fin quando non vide il più giovane sussultare e richiudere immediatamente la bocca.
«...Io... scusa...» abbassò la voce, cercando con le dita il suo braccio, quello sano, risalendolo alla spalla, tastandogli il petto, scorrendo con le dita al collo e poi raccogliendogli la nuca nel palmo, per tirarne il capo a sé ed obbligarlo a poggiare la fronte contro la propria spalla «I'm sorry, buddy. I'm sorry... I'm sorry...»
Lo strinse con forza contro il proprio corpo, cercando di nascondere quello più alto di lui alla vista di chiunque, continuando a bisbigliargli contro l'orecchio e tra i capelli (Mi dispiace, Jared. Scusa, Jared. Non volevo, Jared. Perdonami, Jared.), ed ogni volta che ne pronunciava il nome le labbra si posavano al suo volto, in baci soffici, delicati, premendo contro la sua fronte, agli zigomi, alla guancia, al mento, sfiorando l'angolo delle labbra, le palpebre, la mascella, finché non divenne naturale trovare rifugio contro il suo collo.
E, mentre Jared gli respirava addosso stanco e confuso, con gli occhi chiusi, la mano destra tremante stretta nella sinistra e le spalle strette nel dolore, come un grosso cucciolo ferito, Jensen si convinse che non avrebbe mai, mai, perdonato se stesso per quel che era accaduto all'amico.
Mai...


 
 
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