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08 December 2012 @ 08:37 pm
[Supernatural Rps] The shadow man || #03. The man left behind  
Titolo: The shadow man
Serie: Supernatural Rps
Capitolo: 3/?
Character: Misha Collins, Jensen Ackles, Jared Padalecki (nominated)
Pairing: Jensen/Misha {jensha}, accenno alla Jensen/Jared {j2}
Rating: Nc-17
Genre: Angst, Drama, Erotic, Death
Warning: Slash, Contenuti fortiTematiche delicate, A/U
Words: 3.514
Note: Non sono molto furba, anzi, praticamente quasi per niente visto che, ancora non sono arrivata a vedere la quarta serie in cui arriva Castiel, ma in questa fic ho deciso di metterlo in campo -più o meno e con molta parsimonia (?)- e mescolarlo al povero Misha. Sob, spero di non aver fatto una stronzata e di non sputtanarne completamente il chara, ma non potendo ancora sbizzarrirmi in crossover ispirati a French Mistake, ho finito per trovare un compromesso un po' stupido e un po' banale, ma who cares!
Disclaimers: Gli attori appartengono a loro stessi e qui non sono altro che un'idealizzazione personale, la fic non vuole in alcun modo riportare i loro gusti sessuali e gli avvenimenti qui descritti sono totalmente frutto della fantasia.
Capitoli: 01 - 02 - 03


#03. The man left behind
Misha?
Aveva l'impressione che il tempo si fosse fermato solo per poi tornare indietro, con le pareti che si scioglievano intorno a loro e lasciavano spazio al set di Vancouver in cui, per la prima volta, aveva incontrato lo sguardo di Misha Collins, lo stesso che gli stava rivolgendo in quel momento, guardandolo come si guarda qualcuno con cui non hai niente in comune, che non conosci e di cui, fondamentalmente, non ti importa niente.
Indifferente alla sua esistenza.
«Misha?» l'uomo storse il naso, con il fastidio tatuato negli occhi blu «Che razza di nome è Misha
Era una frase di Jensen -di Dean-, ma, per quanto l'avesse ripetuta decine di volte sul set durante la registrazione di French Mistake, in quel momento non ci trovò nulla di divertente.
«C'mon, man, non prendermi per il culo.» lo implorò, con un sorriso tirato.
«Perché dovrei farlo?»
«Perché? Come cazzo credi di chiamarti, eh?»
Misha reclinò il capo verso una spalla, fissandolo a lungo, scoprendo di non avere alcuna risposta a quella domanda.
Le mani si strinsero con forza al lenzuolo, accartocciandolo tra le dita, facendo sbiancare le nocche, tirandolo fino a sentire la stoffa iniziare a cedere e sfilacciarsi tra le unghie.
«Ok, va bene.» la mano di Jensen si posò alla sua, fermandolo in quel gesto, incrociò le dita con le sue, muovendosi con estrema cautela per cercare di non spaventarlo e fargli sentire la propria presenza «Ricominciamo con qualcosa di più facile, ti va?»
Misha annuì, allentando la presa.
«Il mio nome...» propose, impegnandosi con ogni fibra di se stesso per non cedere al panico «Quello te lo ricordi, no?»
E quando il capo di Misha si mosse per annuire una seconda volta, tirò un sospiro di sollievo, liberandosi della tensione.
Grazie a Dio.
«Dean.»
Perse un battito.
«Cosa?»
«Non è il tuo nome?»
No...
«No, Misha, quello è il nome del mio personaggio.»
«Personaggio?»
No... no... no...
«...sono un attore. Come te. Ricordi?»
L'uomo tacque, confuso.
Non riusciva a riconoscersi nel ruolo di attore e a capacitarsi del perché uno come lui avrebbe dovuto recitare.
...per quanto...
Che razza di uomo doveva essere, uno come lui?
Boccheggiò, faticando a respirare, la mano che stringeva il petto ed i polmoni che iniziavano a bruciare per il dolore, per l'ossigeno che non li raggiungeva ed il cuore che batteva tanto forte da sembrar voler uscire dalla cassa toracica.
E più cercava di ricordare, più il petto gli faceva male.
Cosa diavolo c'era di sbagliato in lui?
«Misha?»
La voce di Jensen arrivò ovattata alle sue orecchie, non si rese neppure conto della sua mano alla propria schiena e del suo sguardo preoccupato piantato addosso.
Poi un flash bianco lo investì con la violenza di un fulmine.
Odore di bruciato.
Qualcuno che urlava davanti ad un'appartamento poco distante dal centro di Los Angeles.
Lui?
Il fumo.
Il fuoco.
E...
«Misha!»
«NO!»
Spalancò gli occhi, muovendo con violenza il braccio di lato per scacciare quelle immagini. Senza volerlo, aveva spintonato anche il più giovane, sbattendolo giù dal letto, a terra, dove l'altro lo guardava stupito e stordito, incapace di capire che cosa gli stesse accadendo.
Misha sbatté le palpebre, abbassando lo sguardo alla propria mano, chiudendola nel pugno.
«Scusa.» mormorò. Solo quello.
«Non fa niente.»
«Forse è meglio che vada.»
«Cos... No.» Jensen si rialzò in piedi, rimanendo ad una distanza di sicurezza, così da non imporsi su di lui «Puoi rimanere qui quanto vuoi, ok? Non mi dai fastidio.»
L'uomo lo fissò a lungo, gli occhi blu adombrati dal dispiacere, ma non c'era più nessuna traccia di quel calore cameratesco che era abituato a rivolergli ogni volta che ne incrociava lo sguardo.
«Ti ho fatto male?» chiese, il tono fastidiosamente appiattito; se avesse ascoltato bene, sarebbe riuscito a sentire le corde vocali vibrare un po' più del solito, per rendere la voce di una nota più bassa, non roca come quella di Castiel, ma neppure più acuta quanto poteva essere quella di Misha.
Era una via di mezzo. Una fottuta via di mezzo tra l'angelo e l'attore.
Scosse il capo, sorridendo a fatica.
«Umpf, ne devi mettere su di muscoli, per farmi male, Mish.»
«Ok.» fece una pausa, continuando a puntargli gli occhi addosso, con un'insistenza invadente «Posso chiederti solo un favore?»
«Sure, buddy.»
«Puoi smettere di chiamarmi Misha? Non mi trovo a mio agio con quel nome.»
«Mish...»
«Per favore.»
Si morse a sangue il labbro inferiore, trovando la forza di annuire prima e dargli le spalle, uscendo dalla stanza poi.
«Se vuoi la colazione, mi trovi di là in cucina.»

Si aggirava a disagio nella propria cucina, mentalmente stanco per la scoperta appena fatta, muovendosi tra i fornelli ed il tavolo apparecchiato per due su cui stava sistemando la colazione, poggiando un paio di tazze di caffè italiano preparato con una di quelle macchinette che un gruppo di fans avevano voluto regalargli durante la convention di JIB a Roma e spegnendo il gas sotto le uova ed il bacon.
Per tutto il tempo, due occhi penetranti lo avevano osservato in religioso silenzio dalla porta della cucina, sobbalzò quando se ne accorse.
«Fuck! Misha, mi hai fatto prendere un colpo!»
Per un attimo la mascella di Misha si serrò. Rimase in silenzio, facendo finta di non aver sentito il nome con cui era stato chiamato, ignorando la stilla di dolore che gli aveva fatto tremare il cuore.
Mosse un passo in avanti. Lento.
La maglietta bianca di Jensen era troppo lunga, arrivava a metà coscia e gran parte del petto glabro era messo in mostra dallo scollo troppo largo che scivolava continuamente verso la spalla, per quanto continuasse a risistemarlo, testardamente. Dopo aver trovato la spuma da barba del padrone di casa, ne aveva approfittato per rasarsi, dandosi una sistemata anche ai capelli che sfoggiavano un taglio ribelle e disordinato, più adatto ad un adolescente. Infine venivano i boxer, troppo larghi ovviamente, era costretto a tenere le mani intorno all'elastico per impedire che gli cadessero ai piedi, denudandolo.
Jensen deglutì, sentendo la bocca improvvisamente secca.
Piccolo. Fu la prima parola a venirgli in mente, seguita da: bello, irresistibile e ho voglia di sbatterti al muro.
Dovette piantarsi le unghie nel palmo per impedirsi di gettarsi su di lui, travolgendolo con il proprio peso e spingere il suo corpo contro la parete, spingendoglisi addosso fino a che non avesse sentito la sua pelle strofinare contro la propria e la sua voce gemere nei propri timpani.
Normalmente, in una situazione come quella, si sarebbe aspettato di vedere una smorfia schifata sul volto di Misha, gli occhi si sarebbero assottigliati in due lame zaffirine e, mostrando l'ombra dei denti, quasi a volergli soffiare contro, gli avrebbe sibilato uno "Shame on you" che sarebbe suonato come il più malevolo degli insulti.
Invece, l'uomo lo guardava impalato, dandogli l'impressione che neppure lo vedesse.
«Che diavolo hai fatto ai capelli?» chiese, cercando di focalizzare l'attenzione in piccoli ed innocenti particolari, tenendo gli occhi alti sul suo volto e sulla sua testa.
«Erano troppo lunghi e mi davano fastidio, così li ho tagliati.» Misha si strinse nelle spalle, le labbra si piegarono all'ingiù in una smorfietta appena accennata, quasi infantile e, cazzo!, sembrava farlo apposta a diventare così tremendamente adorabile, a dispetto dei suoi trentasei anni e del suo metro e ottanta.
Ancora una volta fece violenza su se stesso per trattenersi dall'impulso di fotografarlo per avere una prova da mostra a Misha una volta tornato in sé, sfidandolo a pubblicarla su Twitter sotto la voce #jensendiscovery.
«Se il tuo obbiettivo era quello di entrare in una boy-band sei a cavallo.»
«Non sono abituato a tagliarmi i capelli da solo.» fece una pausa, riflettendo «Credo.»
Jensen gli sorrise appena, annuendo, evitando di infierire ancora e quando lo vide avanzare, impacciato a causa dei boxer, il sorriso si fece più affettuoso.
«Ringrazia che ti abbia portato a casa io, da quel bar, e non Jared.»
Sarebbe stato davvero ridicolo vestito con gli abiti enormi del collega più alto.
Misha lo ascoltò, ma non rise.
Si fermò davanti al tavolo, accanto all'altro, dove una tazza di caffè sembrava aspettare soltanto lui.
«Grazie.»
«Eh?»
«Grazie. Per avermi portato qui.»
«Non... shit... ti stavo prendendo in giro, non parlavo sul serio.»
«Oh. D'accordo.» aggrottò la fronte, di nuovo confuso «Che cosa ci facevo al bar?»
«...»
Jensen allungò la mano alla sua spalla, stringendola tra le dita, con il bisogno di toccarlo e assicurarsi che fosse davvero lì con lui. In realtà avrebbe voluto scrollarlo e urlargli addosso di smettere di riempirlo di stronzate, di smettere guardarlo come se non fossero amici e di ritornare in sé, perché non era divertente e lo stava soltanto spaventando a morte.
«Dean?»
Dannazione...
Qualcosa gli esplose nel petto. Forse fu il proprio cuore.
«Mi chiamo Jensen. Misha. Jensen Ackles, ho anche un secondo nome, ma ti assicuro che non è Dean. Non esiste alcun Dean. Ieri sera ti sei ubriacato, ti ho portato a casa mia e ora ti è andato in panne il cervello e... Cristo, te lo giuro, se non la smetti con l'imitazione di Castiel, io...»
Le dita si erano strette più forte alla sua spalla, Misha trattenne un gemito di dolore, sollevò lo sguardo sul ragazzo e quello che vide furono due occhi di un verde liquido, lucido, e un'espressione supplicante che lo fece sentire in colpa.
«My apolog...»
Bloccata dalla mano di Jensen, premuta contro la propria bocca, la voce gli morì in gola.
Rimase immobile, le braccia distese lungo i fianchi, le dita che si erano allentate sui boxer, afferrandoli appena in tempo, prima che scivolassero del tutto sulle gambe, scoprendo solo l'inguine e la linea di peluria scura del pube.
«No. No. No.» continuava a ripetergli l'altro, in una nenia soffiata contro il suo volto.
Non poteva accettare di ritrovarsi un Angelo del Signore in cucina invece di Misha, senza i suoi dannati ricordi, senza le sue battutine ed il suo sarcasmo, senza i suoi ghigni tentatori o i suoi sorrisi allegri.
«Devi vedere un medico, Mish. Non è normale quello che ti sta succedendo...» mormorò, con voce arrochita.
Misha abbassò lo sguardo, annuendo contro la sua mano e, quando la allontanò da sé, si sedettero a tavola.
Per tutto il tempo in cui fecero colazione, nessuno dei due parlo più.

Il piano della giornata era semplice: prima di tutto avrebbero fatto un salto in centro per comprare qualche abito che Misha potesse indossare senza sembrare un ragazzino vestito con gli abiti rubati del padre e poi avrebbero chiamato la dottoressa Palmer, la psicologa che aveva seguito per un po' Jensen e Danneel, prima del crollo definitivo della ex-fidanzata.
La conosceva abbastanza bene da potersi fidare della riservatezza della donna. Dopo che Danneel lo aveva lasciato, si era presentato da solo nel suo ufficio, dando la colpa a lei, alla sua incompetenza e alle stronzate che aveva rifilato loro durante le sedute e lei lo aveva ascoltato in silenzio, fino alla fine, per poi raggiungere l'interfono e chiedere alla segretaria di portare una tazza di tea alla cannella e biscotti al cioccolato per il signor Ackles.
Non lo aveva detto a nessuno, neppure a sua madre o suo padre, ma si erano frequentati per un paio di mesi, in senso professionale, e lui le aveva raccontato di aver chiesto a Danneel di sposarlo solo per mettere a posto la propria coscienza, le aveva detto che amava Danneel, ma che non sarebbe mai riuscito ad amarla completamente perché c'era qualcun altro nella propria vita che, per quanto irraggiungibile, non riusciva a smettere di desiderare. Le aveva parlato di quella persona, del suo modo di arricciare il naso e mostrare i denti quando rideva, delle sue acide occhiate di biasimo che aveva imparato ad amare perché la maggior parte delle volte erano solo una facciata e degli scherzi che gli faceva insieme al proprio collega di lavoro. Poi, un giorno, aveva smesso di presentarsi alle proprie sedute e l'aveva chiamata per dirle che stava meglio, che non aveva più bisogno di niente e qualche altra cazzata inventata sul momento, con un bicchiere di rum on the rock nella mano e la bocca di Jared che lo succhiava, portandolo all'orgasmo.
Chiodo schiaccia chiodo. Doveva aver pensato, dopo essersi ritrovato l'amico davanti alla porta di casa, bagnato fradicio e con l'aria da cucciolo abbandonato, mollato dall'ennesima ragazza sbagliata. Non sapeva neppure come ci era finita la bocca bollente di Jared intorno al proprio cazzo, forse pensava a Misha e al fatto che lo conosceva da mesi e che da mesi non riusciva a togliersi dalla testa la voglia di portarselo a letto.
Dopo quella sera aveva desiderato ogni fottuta notte che Misha non fosse mai stato sposato e non avesse mai avuto un figlio.
Non era passato molto tempo che la famiglia Collins era stata spazzata via...
Il destino sa essere un dannato figlio di puttana.

Jensen si affacciò alla camera degli ospiti, aveva lasciato sul letto dei vestiti che potevano andare a Misha, ma il tempo era passato e lui non aveva sentito più alcun rumore provenire dall'interno della stanza. 
«Sei ancora vivo?»
Non arrivò risposta.
Cazzo, non di nuovo.
Entrò cercandolo con la vista, trovandolo davanti all'armadio alla parete di sinistra.
Incapace di muoversi, l'uomo guardava il proprio riflesso allo specchio.
Respirava a malapena, occhi blu in occhi altrettanto blu, fatti di vetro, un volto che ricordava a malapena di aver già visto, dalla pelle di un pallido rosa, reso più scuro sotto gli occhi per le occhiaie di chi non dormiva da settimane.
Dietro di lui, Jensen avanzò di un passo, raggiungendolo più in fretta quando si rese conto delle lacrime che avevano iniziato a rigarne il volto, colando lungo le guance e perdendosi oltre il mento.
Senza pensarci, lo abbracciò da dietro, spingendoselo contro il petto ampio che accolse con calore la sua schiena, mentre la bocca affondava tra i suoi capelli.
«E' tutto ok, Mish.» mormorò, baciandone la nuca con dolcezza.
Misha dovette impegnarsi per riuscire a pronunciare il nome giusto, in una supplica disperata:
«Jensen...»
«Sono qui.»
«Ho...» prese un profondo respiro, passando la mano sugli occhi, nascondendosi per qualche istante alla vista del proprio riflesso. Scappando da se stesso. «...paura di quello che posso ricordare.» ammise, girandosi nell'abbraccio e sollevando gli occhi sul volto del texano, bagnati dalle lacrime.
«Lo so, man
«Va bene, per te, se ci provo un altro giorno?»
Oh Mish...
«Certo che va bene, non c'è fretta. E non devi farlo per me, ok? Non devi preoccuparti per me.»
«Ok.» chiuse gli occhi, stupendo il più giovane quando abbassò la fronte contro la sua spalla, rimanendo a lungo in quella posizione, respirandogli addosso con una confidenza che il vero Misha si era mai preso. Erano concessioni che aveva permesso e che si era preso solo Jared, ma il proprio rapporto con lui era particolare, erano fratelli.
Sperò con tutto se stesso che l'uomo non si accorgesse di quanto il proprio cuore avesse cominciato a battere all'impazzata, mentre le proprie braccia, poco convinte allentavano la stretta dell'abbraccio, timoroso di starsi spingendo troppo in là.
Forse non aveva il diritto di toccarlo così.
Poco dopo, Misha si scostò da lui, regalandogli un sorriso appena accennato, una mezza curva tremolante che gli fece diventare il cuore di burro.
Si avvicinò al letto e cominciò a vestirsi, sotto lo sguardo di Jensen, pieno di confusione, di domande e di perchènonpossoavereMishasoloperme?

Avevano passato la mattinata in centro, tra Foot Locker e negozi di scarpe maschili più eleganti, facendo un salto anche dal parrucchiere per sistemare la zazzera disordinata di Misha. Avevano preso un hot-dog al volo pieno di senape per Jensen e con ketchup e maionese per il più grande e avevano ricominciato il giro di negozi, nella speranza che l'uomo non si fermasse di nuovo davanti alla vetrina della Samsung guardando con cipiglio le repliche mute di Supernatural.
La visiera del berretto dei Dallas Cowboys era abbassata sugli occhi verdi di Jensen, una sciarpa verde scuro lo avvolgeva al collo ed il proprio giaccone era finito addosso a Misha, che continuava a sbuffare ogni volta che le maniche finivano per superare le dita, costringendolo a tirarle di nuovo su.
Rise, guardandolo combattere una battaglia persa in partenza e controllare per l'ennesima volta che la cintura ai jeans non fosse troppo larga.
«Dude, seriamente, devi ricominciare a mangiare come si deve, riesco quasi a vederti attraverso.»
«Ricordati queste parole quando ti chiederò di offrirmi la cena, stasera.»
Si fermò, sgranando gli occhi.
Cos'era stato, sarcasmo?
Misha avanzò come niente fosse, cercando di evitare il via-vai di persone che riempivano la via, dedicando qualche pigro sguardo alle vetrine.
«Dov'è tuo fratello?» chiese, dal nulla, tornando a rivolgersi a Jensen,
Lui lo guardò perplesso, chiedendosi perché si interessasse a Joshua, prima di capire che non parlava del fratello di Jensen Ackles, ma di quello di Dean Winchester.
«Jared non è davvero mio fratello.»
«Jared?» non riconobbe quel nome, doveva esserci una sola spiegazione «E' l'attore che interpreta Sam
«Sì.»
«Ah.»
«E io?»
«Tu cosa?»
«Hai detto che sono un attore anche io, chi interpreto?»
«...un angelo.»
Aggrottò la fronte, sorpreso.
«E sono sexy?»
Jensen ebbe un brivido.
Rivide di nuovo il vero Misha affacciarsi al suo volto e quel mezzo ghigno nascere e poi sparire dalle sue labbra.
Si morse la lingua, ingoiando il "Sì" e scosse il capo, fingendo una smorfia schifata dalla sua domanda.
«Ora non fare domande di cui potrebbe non piacerti la risposta.»
«Lo prendo come un sì.»
«Era un no, Mish. Un no.»
«Lo prendo come un .» insistette con un sibilo minaccioso, prima di venir distratto dal frusciare di stoffa marrone e da una ragazza che rideva poco distante da loro, urlacchiando il nome di Castiel e annunciandosi come l'Angelo del Signore, tra flash di macchine fotografiche, smarphone ed i-phone e cori di "Ora spicciati a baciare Dean, che poi lo pubblichiamo su tumblà e deviantart!".
Stava per avvicinarsi, incuriosito dalla familiarità dei loro vestiti e della scena che stavano imitando, magari ispirata a qualche fanfiction che lui aveva dimenticato -insieme a tutto il resto-, quando Jensen lo fermò.
«Andiamo, prima che ci vedano.» afferrò il suo polso appena in tempo, tirandolo indietro e trascinandolo il più lontano possibile, trovando rifugio in un centro commerciale dove l'aria era calda e le commesse troppo indaffarate a sistemare gli scaffali per dar bado a tutti i clienti entrati.
«Questa volta non metterti a guardare l'intero centro commerciale alla ricerca della camicia perfetta, ok?» lo avvertì, memore delle ore passate a scegliere un semplice paio di scarpe.
«Ci proverò.»
Qualcosa gli disse che sarebbe stato un lungo, lunghissimo pomeriggio.
In effetti le previsioni non furono così lontane dalla realtà.
Erano passate due ore e Misha aveva lasciato tra le mani di Jensen due paia di pantaloni scuri, un paio di jeans, una camicia e due pullover, ma ancora si aggirava per il reparto maschile alla ricerca di una giacca, trotterellando per tutto il tempo con addosso quella del ragazzo, che non si era tolto nonostante i ventuno gradi dell'interno. Gli piaceva averla addosso, c'erano ancora tracce dell'odore di Jensen e, ogni volta che la coda dell'occhio finiva sull'immagine dello sconosciuto dagli occhi blu riflessa allo specchio, lui si stringeva maggiormente in quel giaccone, inspirava profondamente e riprendeva a camminare.
Era una cosa stupida, eppure aveva funzionato per tutto il tempo, finché, finalmente, non trovò qualcosa che gli piacesse.
Sorrise.
Qualche secondo dopo si era spogliato del giaccone per indossare il capo appena trovato, andando alla ricerca di Jensen, perso nella zona dell'intimo maschile.
«De... Ehm, Jensen.»
Sommerso dagli acquisti di Misha, Jensen lo cercò con lo sguardo quando ne sentì la voce.
Lo individuò mentre avanzava, avvolto dalla stoffa marrone di un soprabito.
Irrigidì la mascella, fissando con cattiveria il dannato trench coat che lo rivestiva alla perfezione, come se fosse stato creato apposta per lui.
«Togliti quell'affare.»
«Ma...»
«Misha!» ringhiò, rendendosi conto troppo tardi di averlo urlato «Merda... scusa... è solo che...» si guardò intorno, indicando una serie di giacche a vento appese poco distante da dove l'uomo aveva preso il soprabito «Che ne dici di quella, eh?»
«Se ti piace, va bene.»
Se ti piace.
«Cazzo, Mish...»
Chinò il capo, cercando le parole giuste, frustrato da quell'uomo che non era Misha, che non era Cass, che non lo riconosceva come Jensen, che a malapena si ricordava come si sorrideva e che gli rendeva difficile stargli vicino, senza cedere alla voglia di stringerlo e baciarlo e spogliarlo di quello stupido trench mentre lo divorava e gli lasciava i segni dei propri denti sulla pelle.
Si concesse un lungo sospiro.
«Non deve piacere a me, ok? Non siamo una coppia di fidanzatini e non devi avere il mio permesso... l'unica cosa che ti chiedo è di non...»
Misha sembrò capire.
«Niente angeli.»
«Esatto.»
«Gotcha.»
«Thanks buddy. Scusa se ho urlato.»
L'altro annuì.
«Non fa niente. E poi, ora ho una scusa valida per farti pagare la cena.»
Jensen sorrise, ma non riuscì ad evitare di chiedersi per quanto ancora avrebbe potuto sopportare lo sguardo estraneo di quel Misha.