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04 November 2012 @ 05:13 pm
[Supernatural RPS] J. || #07. 1200ft^2 of surprise (1° part)  
Titolo: J.
Serie: Supernatural Rps
Capitolo: 7/?
Character: Jared Padalecki; Jensen Ackles;
Pairing: JensenxJared {j2},
Rating: Nc-17
Genre: Slice of life, Fluff, Romance, Erotico, Melancoly
Word: 3.483
Note: Ci ho messo troppo per questo aggiornamento, lo so, ma a parte il fatto che sono sempre schifosamente incostante con le mie fic, sta volta ho la scusa: dovevo sistemare bene le idee dei tre capitoli dedicati a 12k ft^2 of surprise. All'inizio avevo pensato di sbrigarmela con uno solo, poi sono diventati due ed alla fine ho deciso di splittarli in tre per dare più spazio ai feelings e mettere meglio in campo le idee e i png. Ho rimaneggiato talmente tante volte il filone narrativo degli eventi, nella mia testa, che alla fine non sono neppure sicura del risultato e metterlo giù scritto come voglio è diventato un problema. Se fosse un film da guardare e non da leggere, sarebbe molto più facile, così invece... vabbeh, si vedrà.
Ancora una volta ho preso spunto da eventi realmente accaduti, ma che ho ovviamente interpretato e reinventato secondo mio gusto personale, quindi sì ho scoperto che Jared e Jensen hanno davvero partecipato ad una rissa nella prima season (in realtà però è avvenuta ai tempi delle prime puntate) e i rumors che ho letto a riguardo mi hanno troppo commosso per non usarla e non approfondire la cosa nella fic. E sì, c'è davvero stato un periodo in cui Jared condivideva l'appartamento con Jensen, anche se non so davvero quando, ma era ora di riunire quei due sotto uno stesso tetto!
Disclaimers: Gli attori appartengono tutti a loro stessi, con questa fic non si vuole assolutamente discutere i loro gusti sessuali, le loro scelte di vita o quant'altro. E' una fic scritta senza scopo di lucro e senza la pretesa di poter dire di "conoscere" i personaggi che qui si muovono perchè no, non li conosco affatto e in questa fic c'è soltanto la loro idealizzazione.
Capitoli precedenti: 01 02 - 03 - 04 - 05 - 06 - 07

  
J.
[The amazing guys]


#07. 1200ft^2 of surprise (1° part)
Il cellulare squillò di nuovo, annunciando l'arrivo di altri messaggi lasciati sulla segreteria telefonica nelle ore in cui l'aveva tenuto spento.
Jared lo portò all'orecchio, allontanandosi ancora una volta dal set, lasciando completamente libero l'accento texano che si riversò in parole troppo veloci e strascicate. Dopo anni di recitazione, gli veniva più semplice modellare la dizione del proprio americano, ma quando era troppo stanco lasciava semplicemente che le parole rotolassero una dopo l'altra, masticate da quel modo di parlare che avevano i texani e che dava sempre l'impressione avessero una paresi facciale che non permetteva loro di aprirla bene quella dannata bocca.
Jensen lo aveva seguito con lo sguardo anche in quel momento, con un sandwich in una mano e una chiave inglese nell'altra, indirizzata verso le lunghe gambe che spuntavano da sotto la Chevrolet Impala a cui era affiancato.
Una mano raggiunse la chiave inglese, prendendola con un «Thank you.» ovattato e femminile e, quando i piedi si puntellarono all'asfalto per spingere fuori dall'auto il carrello su cui era sdraiata, la nuova stagista neo-assunta si passò la manica della maglia sul volto, sospirando soddisfatta.
Samantha Cox. La produzione l'aveva assunta come aiuto macchinista per un paio di settimane, in sostituzione a quello che si era ammalato proprio in quei giorni.
«E' talmente occupato da non riuscire a pranzare?» domandò la ragazza, seguendo lo sguardo di Jensen e intravedendo la figura di Jared che spariva chissà dove.
Jensen annuì distrattamente, senza degnarla di uno sguardo, il che, in realtà, era abbastanza strano visto come fin dal primo giorno Samantha non fosse passata inosservata. In effetti, le prime volte che lui, sul set, aveva urlato il nome di suo fratello Sam, lei si era sentita chiamata in causa e, rispondendo al posto di Jared, aveva costretto tutti a rigirare la scena. C'era voluto tempo per convincere tutti che, durante le riprese, di Sam ce n'era uno e uno solo, il che faceva ridere considerando che si trattava di qualcuno che di nomi ne aveva già altri due.
Il vero motivo, però, erano le sue mani.
Erano lunghe e sottili, le unghie erano rovinate a causa del lavoro che faceva, per questo quando usciva applicava sempre quelle finte; ma erano mani di fata le sue, se Charlie Buttler, il capo macchinista, era un dannato genio con qualsiasi macchinario, Samantha era la sua dea personale, specializzata in automobili e, quando dicevano "specializzata", lo intendevano fino in fondo.
Fin da piccola aveva aiutato suo padre nell'officina di famiglia dove aveva appreso i primi rudimenti, si era iscritta alla scuola di metalmeccanica dove era stata promossa a pieni voti, per poi passare alla facoltà di Ingegneria dell'università di Boston. Non era solo la più brava del corso, era anche la più bella, non fosse che una vita passata tra macchine e olio di motori, era andata a sfavore della sua femminilità; così arrivata ai ventisette anni, si portava sulle spalle un'ottima carriera scolastica e lavorativa, ma nessuna storia romantica che avesse un senso raccontare.
Giunta sul set di Supernatural, più per caso -era stato Charlie a notarla, mentre la ragazza era in vacanza con i genitori e sistemava l'auto in panne-, aveva subito fatto amicizia con le make-up artist che le avevano dato qualche dritta su come vestire, come truccarsi e perfino su come camminare. Per quest'ultima aveva ancora dei problemi, continuava ancora a tenere le spalle ricurve, ma per il resto aveva già fatto progressi e, preso coraggio -per quanto non le mancasse-, aveva iniziato ad avvicinarsi ad una delle star dello show: Jensen Ackles. Non lo trovava solo carino (bello da togliere il fiato, in effetti, sarebbe stata la descrizione più calzante), ma le piaceva per la sua devozione al lavoro, per il suo essere un perfezionista e chiedere di rigirare anche dieci o venti volte la stessa scena, quando sapeva di poter fare meglio e dare di più al nuovo ciack e poi, ogni volta che per un motivo o per l'altro le sorrideva, era come se le cedesse il mondo sotto ai piedi, anche se doveva ammettere con rammarico che i sorrisi che gli aveva visto rivolgere alla sua co-star, non avevano eguali.
«Wait!» esclamò di colpo Jensen, come risvegliato da un sogno ad occhi aperti, abbassando gli occhi verdi su di lei «Hai detto che non ha pranzato?»
Samantha annuì in conferma.
«Ne sei sicura? Perché Jared che non mangia è praticamente impossibile. E, anzi, visto che sei nuova non ti avrà avvisato ancora nessuno, ma non lasciare del cibo vicino alle sue grinfie o non lo troverai più.»
Lei nascose le mani, sporche di grasso di motori, sotto il carrello e si mise seduta su questo.
«Cercherò di tenerlo a mente.» affermò, con un bel sorriso che riuscì a farla sembrare bellissima perfino con i jeans strappati al ginocchio e la semplice maglietta bordeaux che indossava.
«Good girl.»
Le sorrise e la guardò per qualche istante di troppo, soffermandosi sui suoi occhi grandi ed ambrati, scendendo alle sue curve nascoste in parte dagli abiti per nulla eleganti e dandosi del cretino per la scansione a raggi X che le stava facendo, soprattutto quando il proprio cervello gli suggerì che poteva guardarla e riguardarla, ma che non avrebbe smesso di fare il paragone con le spalle più ampie di Jared, il suo corpo troppo slanciato, i suoi occhi fatti di troppi colori e la curva del suo sorriso.
Doveva ammettere, però, che Samantha era bella, l'aveva notata sin dal primo giorno e, per quanto preferisse le ragazze bionde, piccole e femminili, più di una volta lo sguardo si era soffermato ad ammirarla, specialmente quando la ritrovava al di sotto della carrozzeria dell'Impala, come in quel momento.
C'era qualcosa di sexy, un'aura magico, in una donna che smanettava con un'auto.
«Piuttosto, come sta andando lì sotto?» chiese, con un colpo di tosse.
«Ho quasi finito, Charlie mi ha fatto mettere dei nuovi sospensori e ho sistemato lo sterzo che continuava a dare problemi per via del...» si fermò, portando il pugno chiuso alla fronte, picchiettandosela appena «Scusa, non volevo annoiarti.»
«Eh? No, non mi stai annoiando. E' solo che, you know, una ragazza che ne sa più di me di macchine, è strano.» ammise, ammiccando. Non lo fece di proposito, era l'aria del set che riportava a galla certi atteggiamenti del suo personaggio che, ormai, gli erano entrati sottopelle e non ne volevano sapere di sparire.
«Sono in tanti a dirmelo.» sospirò, allontanando la mano dal volto, dove una macchia nera le aveva sporcato la pelle proprio all'altezza della fronte.
Jensen rise, guardandola.
«Aspetta, hai...» recuperò lo straccio pulito lasciato sul cofano dell'Impala e si inginocchiò verso di lei, pulendole la fronte, notando nell'immediato il rossore imbarazzato che dipinse le gote di lei, rendendola, se possibile, perfino più carina.
Non ritrasse la mano.
Avrebbe dovuto, stava per farlo e alzarsi, per allontanarsi e far finta di niente, ma non la ritrasse.
Continuò a guardarla e a cercare in lei tutti i motivi per cui fosse attratto dalle ragazze: la loro bellezza delicata, i loro occhi grandi, le loro labbra carnose, il corpo piccolo ma dalle forme armoniose, morbide e lisce, le mani sottili, la voce carezzevole, il profumo di buono...
«Grazie.»
Per un attimo non fu chiaro se la voce venisse dalle propria bocca o da quella Samantha ma, quando lui si accorse di aver parlato proprio sulla voce di lei, allontanò finalmente la mano, distogliendo lo sguardo, nervoso.
«Non c'è di che.» borbottò, rimettendosi in piedi.
Iniziava a sentirsi ridicolo se doveva perfino focalizzarsi su una ragazza per convincersi di non sentire una pericolosa attrazione verso la co-star dello show.
Stronzate. E' solo affetto. Si disse, approfittandone per ricordare anche a se stesso di avere una ragazza.
«Joooannaaaa...»
Si irrigidì a sentir pronunciare proprio il nome di lei, che si mischiava al vento e gli soffiava tra i capelli.
Inizialmente pensò fosse la propria coscienza che, bastarda, gli ricordava i suoi obblighi di ragazzo, ma la voce divenne insistente ed al nome della modella si aggiunse la frase «Ricordati di Joaaannaaa, brò.» sussurrata con tono serafico alle sue spalle.
Si voltò, incontrando l'enorme sorriso di Jared ed il suo sguardo che, immediatamente, venne catturato dal proprio sandwich.
«Ehi, quello è per me?» chiese, sfacciato.
Jensen sbuffò, roteando gli occhi al cielo.
Era come avere a che fare con un bambino.
«Toh.» fece e il secondo dopo le fauci del più giovane stavano già divorando il proprio pranzo, sorridendo prima a lui e poi muovendo un cenno col capo verso Samantha, che lo salutò a propria volta.
«Posso rapirti Jensen per un po' o avevi bisogno di lui?» le chiese.
Non che lui, invece, ne avesse davvero avuto bisogno.
Voleva solo la sua compagnia, stare con lui il più possibile e monopolizzare la sua attenzione.
E, più di tutto, avrebbe voluto che a Jensen piacesse stare con lui. A questa speranza la mano libera affondò nella tasca del giaccone, dove qualcosa di metallico tintinnò.
«Tranquillo, me la cavo da sola.»
«Sicura, perché se hai bisogno rimango ad aiutarti.»
Jared si stupì del rossore che si accese sul volto di lei all'offerta di Jensen, la vide scuotere la testa più e più volte, risdraiandosi sul carrello per sparire sotto l'Impala, nascondendosi alla loro vista.
«Andate pure, posso farcela, tanto ho quasi finito e poi voi avete altro a cui pensare.»
Qui gatta ci cova.
Inarcò un sopracciglio, voltandosi verso il collega che ricambiò con uno sguardo piccato, per sottolineare la propria totale innocenza.
«Allora a più tardi, Sam.» fecero entrambi, con una sincronizzazione straordinaria, che li lasciò entrambi piacevolmente stupiti.

Mancava poco alla chiusura della zona mensa e quando arrivarono con il fiatone, furono costretti a raccattare il poco che era rimasto di fretta, per poi cercarsi un posto dove consumare il pranzo.
Seduto sulla staccionata che circondava la Casa Maledetta -una delle tante dello show-, Jared guardava con amarezza i due involtini primavera che riempivano uno dei due piatti che aveva raccattato, insieme una frittata ripiena di zucchine e qualche patata arrosto.
«Morirò di fame.» pigolò, tirando su col naso.
Jensen si impose di tacere.
«Vogliono uccidermi, è un complotto contro di me. Maledetti!»
«Ti ricordo che ti sei fatto fuori il mio pranzo!» sbottò il più grande, rammentandogli la fine del proprio sandwich.
Scandalizzato, Jared sollevò lo sguardo verso di lui.
«Era tutto lì?»
Dispiaciuto, recuperò il secondo piatto, in bilico sul ginocchio, e con la forchetta e un po' di pazienza, riuscì a tagliare a metà la frittata, dividendo il tutto in due porzioni, per poi consegnarne una all'altro.
Jensen guardò il piatto, imbarazzato dal gesto, per quanto lui per primo avesse dato il proprio sandwich all'amico.
Potevano dirsi pari, in effetti, non fosse che il sorriso solare col quale Jared aspettava che raccogliesse il piatto, aveva un effetto devastante su di lui: gli scioglieva il cuore, gli rendeva le gambe molli e, cazzo!, a che era servito ricapitolarsi mentalmente i motivi per cui gli piacevano le ragazze se poi bastava un solo fottuto sorriso di Jared per farglieli dimenticare tutti quanti?
«Che stai facendo?» borbottò, apparendo quasi irritato.
«Facciamo a metà.»
«Non ce n'è bisogno, stupido.»
«Non fare storie e prendi il piatto o mi sentirò in colpa per tutto il pomeriggio e farò schifo durante le riprese.»
Jensen sospirò, afferrandolo.
«Thanks...»
«Dovere, brò
Infilzò un boccone, notando Jared sistemarsi meglio sulla staccionata e controllare che il cellulare fosse ancora nelle tasche.
«Piuttosto che stai combinando?» indagò, puntando con la forchetta di plastica proprio in direzione dei pantaloni dell'altro.
Non ci voleva un genio per capire a cosa si riferisse. Ci pensò su qualche secondo, leccandosi le labbra e arricciandole, come se fosse in dubbio su cosa dirgli.
«Segreto.» chiosò alla fine.
«E da quando ci sono segreti tra noi?»
«Brò, brò, le relazioni più forti e durature sono basate sui segreti, non lo sai?»
«Non dire cazzate.»
«No, è vero... metti... uh, Superman e Loise Laine. O... ah! Sam e Dean.»
«... perché hai messo Sam e Dean vicino ad una coppia di amanti?»
Jared scrollò le spalle.
«Non lo so, m'è venuto naturale.»
Preferì non commentare.
«C'mon, dude, spara, di che si tratta? E' una ragazza?»
«Nah. Se lo fosse ti avrei già chiesto di coprirmi 'sto pomeriggio mentre lo passavo a pomiciare.»
«Già ed io avrei convinto Robert a farmi recitare con una sagoma di cartone con la tua faccia.»
«Teniamolo come piano per la prossima volta.»
«Ci sto, ma ora confessa.» Non avrebbe desistito tanto facilmente «Era un ragazzo?»
Jared inarcò un sopracciglio, studiando l'espressione dell'amico nel dirglielo.
Era tranquilla, calma, curiosa, nulla a che vedere con il disgusto che aveva avuto il timore di vedergli addosso, una volta scoperta la sua bisessualità.
Scosse il capo.
«Nop.»
E Jensen si sentì perfino felice della risposta. Ancora nessuna ragazza e nessun ragazzo nel cuore di Jared.
Sì, fu stupidamente ed egoisticamente felice di poterlo avere ancora tutto per sé.
«Allora di che si tratta?»
Fu a quel punto che, piatto sollevato per evitare che cadesse, Jared balzò giù dalla staccionata, piegandosi verso di lui, rimasto in piedi, e lo guardò fisso negli occhi, con l'aria di chi serba il segreto più importante della propria vita e si sta preparando a condividerlo.
Ci mise perfino più tempo del dovuto a parlare, perdendosi a rimirare il volto del più grande e i suoi occhi e il modo in cui il respiro scivolava oltre le labbra, facendole vibrare appena, prima che la lingua vi passasse sopra, rendendole più lucide.
Si chiese come diavolo facesse Jensen a rendere sempre maledettamente erotico ogni più piccolo gesto che faceva.
Deglutì e si concentrò su quello che aveva da dire, un'unica frase, un unico sussurro enigmatico.
«Te lo dico se stasera mi accompagni in un posto.»
«Ok...»
E Jensen, in quel momento, avrebbe accettato qualsiasi cosa, pur di farlo allontanare ed impedire al proprio corpo di spingersi contro quello del più giovane, che sentiva attrarlo come una calamita.
Non va bene, non va per un cazzo bene...

A causa della location fuori mano in cui avevano girato alcune delle scene di quel pomeriggio, erano stati costretti ad attraversare tutto il Burrard Bridge per raggiungere la mèta segreta di Jared.
Per quanto Jensen, seduto accanto a lui nel taxi, non avesse fatto altro che chiedergli spiegazioni maggiori in merito a dove stessero andando, il più giovane aveva risposto solo con sorrisetti, pacche sulla spalla e "Vedrai, brò, vedrai", finché non erano giunti nella strada che correva parallela a Burrard Street, fermandosi davanti ad un edificio in mattonelle grigie, parecchio più basso rispetto ai grattacieli della zona.
Jared pagò il tassista e si fermò davanti ai portoni dell'edificio, guardando Jensen, pieno d'aspettativa.
«Carino.» mormorò il più grande, perplesso «Che ci facciamo qui?»
Un enorme sorriso fu la risposta.
«Inauguriamo casa mia!» e, recuperate dalla tasca del giaccone un mazzo di quattro chiavi, lo fece tintinnare davanti agli occhi stupiti di Jensen.
«What?»
«Beh, sì, l'ho affittata, ovviamente, ma sarà sempre meglio che starsene in albergo o nelle roulotte. Volevo fossi il primo a saperlo, per avere un tuo parere.»
«Non hai bisogno di un mio parere, sarà sicuramente bellissima.»
«Sì, beh, ci tengo. Lo sai che quello che pensi è sempre importante per me.»
Incantato.
Era la parola giusta.
Jensen rimase letteralmente incantato dalla sua frase, dalla spigliatezza con cui la pronunciò e dallo sguardo fatto di totale devozione che vide negli occhi di Jared. Solamente per lui.
«Fa vedere, vah.» borbottò, dandogli una pacca alla spalla, per incitarlo ad aprire la porta d'ingresso e smettere di guardarlo a quel modo.
L'appartamento era situato al primo piano e, aperta la porta, si aveva subito la panoramica dell'enorme salone dal pavimento in parquet.
I mobili erano pochi, ma anche così la casa aveva un aspetto caloroso, dalle ampie finestre, i muri imbiancati da poco e qualche scatolone che il più giovane aveva già cominciato a portare, abbandonato contro la parete laterale.
Jensen fischiò.
«Niente male.»
Si guardò attorno, superando l'ingresso, seguito da Jared che gli fece da guida.
Si trattava di un bell'appartamento non troppo distante dal set, ad una mezz'ora di macchina e anche meno, niente giardino, ma abbastanza grande da ospitare un gigante casinista e disordinato come l'amico e, come se non bastasse c'era anche una taverna che il padrone di casa aveva precedentemente sistemato in modo che potesse fungere da appartamento a se stante, con un bagno, un'ampia stanza da letto e una piccola cucinotta.
«Niente male davvero.» riprese.
Allo stupore iniziale per la sorpresa, però, si sostituì presto una stilla d'invidia e amarezza per non esserne stato messo al corrente prima.
«Volevo fosse una sorpresa...»
Lo sentì mormorare dietro di sé e, quando tornò a guardarlo, lo ritrovò con le mani tuffate tra i capelli e l'espressione nervosa sul volto.
«What?» chiese, senza registrare davvero la sua frase.
«No, è che, volevo chiederti se ti andava di aiutarmi a spostare la mia roba qui.» mormorò, sommessamente.
Jensen annuì.
«Ok, ma ti costerà un bel po' di birre, buddy
«We have a deal!»
«Good, allora visto che hai già svuotato il frigo, usciamo e offrimela, vah.»
«Non è che l'ho svuotato, è che non l'ho ancora riempito!»
«Certo, Fognalecki, certo.»
«...quel soprannome fa schifo.» mugugnò, infantile, ricevendo una pacca sulla schiena dall'amico, che, dopo un ultimo sguardo ammirato all'appartamento, si apprestò ad uscire.
Jared lo guardò uscire e, per un attimo, fu sul punto di fermarlo. Ancora. Ci aveva provato per tutto il giorno e per tutti quelli precedenti, da quando aveva iniziato a prendere accordi per quell'appartamento, poco dopo la sera dell'intervista con Jensen. Si ripeté mentalmente il discorso che si era preparato per l'occasione, era perfetto, perfino lo specchio davanti a cui l'aveva provato e riprovato era rimasto convinto e affascinato ma, ancora una volta, quando si scontrò con gli occhi verdi dell'amico ed il suo «Jared, ci sei?», le parole rimasero bloccate in gola.
Strinse più forte le quattro chiavi che aveva in tasca ed infine annuì, seguendolo.
Sono un idiota.

Dovevano solo festeggiare lo stupido appartamento di Jared.
«So, sei in crisi con la tua tipa o l'atmosfera romantica che ho letto oggi tra te e Sam era un caso?»
Doveva solo ignorare le battutine dell'amico e quel colpo al cuore che gli era esploso nel petto quando, al nome di Sam, il proprio cervello aveva pensato subito a Jared.
«Pensa a pagare la mia birra.»
Doveva solo farsi pagare la birra, seduti al tavolo del Bulldog Bar, un locale che avevano frequentato qualche volta con gli altri colleghi per bere una birra e imprecare durante le partite di hockey e football della lega minore (perché quelle di serie A si vedevano allo stadio o comodamente seduti sul divano a ingozzarsi di hot-dog e pop-corn).
«Era solo per chiedere.»
Dovevano solo approfittare di aver fatto abbastanza colpo sulla cameriera che Jared si era ritrovato il tavolo pieno di stuzzichini e lui il numero di cellulare di lei scritto sul tovagliolo.
Non c'era nient'altro che importasse.
E sarebbe stata una maledettissima serata piacevole come tante altre.
Se solo quelle stupide ochette non si fossero avvicinate a loro...

«Kyaaaa! Vi ho visti in tv l'altra sera!»
«Siete quei due ragazzi di Supernatural!»
«Cariniii e dal vivo siete ancora più belli!»
«E come siete alti! Guarda, May, anche Dean è alto!»
«Ed è sexy!»
«Sì, ma l'ho visto prima io!»
Sorpresi, i due attori non erano riusciti ad aprire la bocca, quando quattro ragazze, ormai piuttosto brille, avevano circondato il loro tavolo e urlavano quasi all'unisono, sovrastando il volume della televisione appesa alla parete che stava mandando in onda una vecchia puntata di un qualche show poliziesco ambientato a Miami.
«Possiamo avere il vostro autografo? Non abbiamo dove scrivere, ma potete farlo qui!»
Quando due di loro si sollevarono il maglione, la maglia al di sotto e il reggiseno, per mostrare il seno prosperoso, trovare qualcosa da dire fu decisamente l'ultima cosa a cui entrambi pensarono.
Piuttosto intimiditi dal gesto delle due, si scambiarono uno sguardo allucinato, portando la mano al volto e sorridendo davanti a tanta faccia tosta.
«Ok, ok, magari l'autografo possiamo farvelo da un'altra parte.» azzardò Jared, ancora ridendo e distogliendo lo sguardo, impegnandosi a tenere gli occhi chiusi.
«Tu, baby, puoi farmelo dove vuoi.» chiocciò quella a lui più vicino, stuzzicandogli l'orecchio con la lingua e trovando lo sguardo duro di Jensen a puntarla, come a tenerla lontana da una proprietà che non le apparteneva. Ma che non apparteneva neppure a lui.
Ah, ragazze! Croce e delizia.
Ma quando i tre grossi uomini che le avevano accompagnate al Bulldog Bar, uscirono dal bagno, trovando le rispettive ragazze occupate con una coppia di attoruncoli pidocchiosi, non ci fu più alcuna delizia.
Solo croci...
«Fuck...»

Due ore dopo, Jensen camminava nervosamente avanti e indietro per il corridoio del reparto di pronto soccorso del Vancouver General Hospital...

 
 
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