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30 September 2012 @ 03:28 pm
[Supernatural RPS] J. || #04. You, liar! (1° part)  

Titolo: J.
Serie: Supernatural Rps
Capitolo: 4/?
Character: Jared Padalecki; Jensen Ackles; Jeffrey Dean Morgan; Joanna Krupa;
Pairing: JensenxJared {j2},
Rating: Nc-17
Genre: Slice of life, Fluff, Romance, Erotico, Melancoly
Word: 4.720
Note: E pensare che inizialmente non ero sicura di dividere questi capitoli in due pezzi, perchè pensavo mi sarebbero venuto troppo corti... invece alla fine questo si è allungato a dismisura e, pur avendolo riscritto da capo tre volte, non sono sicura mi sia venuto così decente, sob. Comunque sta volta il POV è quello del buon Moose, così, tanto per pareggiare i conti... e anche per motivi di trama, che continua ad essere in corso di cambiamento ogni volta che ci rimetto le mani e mi vengono nuove idee. Mi chiedo se, quando arriverà Misha, non avrò dato fondo a tutte le mie idee, sarebbe il dramma.
Detto questo mi sento di poter esultare perchè sono riuscita a re-infilare Jeffrey e farlo anche parlare con Jared, da quando ho letto una sua intervista in cui diceva che con i J2 se la spassava come fossero fratelli, non riesco a fare a meno di vederli sotto quell'ottica, colpa anche di un paio di gif di un'intervista (che non sono riuscita a trovare, argh!) in cui Jared abbracciava Jeffrey e lo presentava come suo boyfriend. Jaredtiamoquandoseicosìimbecille.
Disclaimers: Gli attori appartengono tutti a loro stessi, con questa fic non si vuole assolutamente discutere i loro gusti sessuali, le loro scelte di vita o quant'altro. E' una fic scritta senza scopo di lucro e senza la pretesa di poter dire di "conoscere" i personaggi che qui si muovono perchè no, non li conosco affatto e in questa fic c'è soltanto la loro idealizzazione.
Capitoli precedenti: 01 - 02 - 03 - 04

J.
[The amazing guys]



04. You, liar! (1° part)
«Ackles! Ackles, ti prego, aspetta. Volevo scusarmi per prima.»
«Non ce n'è bisogno.»
«Sì invece, so di essere stata spiacevole.»
«Non fa niente, davvero.»
«Invece fa tutto per me, non voglio che gli amici di Jared pensino che sia una cattiva persona. Ti prego, dammi solo un altro paio di minuti, rimedierò.»
«D'accordo.»
Era stato un ingenuo.
Aveva avuto tante ragazze nella sua vita, alcune adorabili, alcune un po' meno, tutte bellissime. E ancora non aveva imparato che, se e quando vogliono, le ragazze possono essere crudeli e non hanno bisogno di forza fisica per piantare una lama nel petto di qualcuno, bastava il semplice uso della parola.
Si rese conto troppo tardi, che non avrebbe dovuto concedere quei due minuti a Sue Thompson...

Pessima settimana.
La mattinata dopo il party di Sue, Jared si era svegliato con un mal di testa da campioni -campioni degli imbecilli-; lasciato Jensen sulla terrazza, aveva passato il resto del tempo a bere, ridere, comportarsi come il più infantile degli adolescenti e quindi darci di nuovo dentro con l'alcool. Era riuscito ad ingurgitarne tanto che si convinse di avere rum, gin e vodka a scorrergli nelle vene.
La domenica, fortunatamente, era stata libera dagli impegni, l'unico problema l'aveva incontrato quando, portando a spasso Harley e Sadie, aveva dovuto re-imparare a camminare dritto e alla luce di un sole che sembrava volerlo uccidere. Si era pentito di aver chiesto a sua madre di lasciargli i due cani nel week-end e aveva anche promesso a se stesso Niente più sbronze, non ho più l'età, la cui traduzione più accurata era: Niente più sbronze fino al prossimo party e/o uscita tra amici.
La sera le cose erano precipitate senza che ne avesse avuto il controllo, Sue si era presentata alla porta del caravan con un pacco da cinquanta fazzoletti di carta in una mano e una vaschetta di gelato vaniglia e cacao nell'altra. Aveva pianto tutta la sera, aveva inveito contro il mondo, contro il suo essere un attore senza cuore, contro Jensen perfino (Ackles, quell'Ackles... perchè? Non mi piace... lui... perchè? Erano state le uniche parole che aveva capito, senza avere la forza di indagare oltre) e lui aveva ritrovato il mal di testa ad accoglierlo.
Lunedì, stordito per le poche ore di sonno, aveva raggiunto il set, salutato i ragazzi dello staff e, incrociando per puro caso lo sguardo del co-protagonista della serie, aveva percepito chiaramente che qualcosa non andava.
Da quel momento, la settimana non aveva fatto che peggiorare e Jensen a malapena gli rivolse la parola, se non durante le scene, quando recitavano - e anche allora gli sguardi del più grande erano diventati duri.
Del Jensen Ackles un po' timido ma sempre amichevole, non era rimasto che occhiate fredde e frasi sbrigative.

«Cazzo!»
Venerdì pomeriggio, alla fine delle riprese, Jared era scoppiato.
La porta del caravan sbatté alle proprie spalle, poggiò la nuca contro l'acciaio rivestito, abbandonando le braccia lungo i fianchi.
Harley e Sadie, una coppia di grossi cani paciosamente sdraiati sul piccolo divanetto sulla sinistra, balzarono velocemente sul pavimento, accogliendolo con un festoso agitare di code, sollevandosi sulle zampe posteriori per poggiare le anteriori contro di lui.
«Dieci minuti.» fece stanco, con un sorriso distante e poco sentito «Datemi dieci minuti e poi vi porto fuori.»
Harley fu il primo ad abbaiare in risposta, esagitato e vivace, molto più di Sadie che, invece, gli premette il muso contro la coscia, guaendo e guardandolo con occhi grandi e nocciola, spintonandolo appena alla gamba, per attirarne la sua attenzione e assicurarsi che il padrone stesse bene.
Non era difficile notarlo: i cani di Jared erano come il padrone, grossi, esuberanti e, più di ogni altra cosa, buoni.
Le poggiò la mano sulla testa, tra le orecchie, in una carezza lenta e affettuosa.
«Adesso usciamo, giuro.» la rassicurò, con voce gentile.
Dieci minuti dopo, i due cani avevano divorato i tre gradini del caravan con un unico balzo e abbaiavano allegramente verso di lui, in attesa che li raggiungesse. Aveva avuto giusto il tempo di recuperare un paio di guinzagli che teneva sempre di scorta, abbanondonati sotto il piccolo tavolino laccato di bianco insieme al mucchio di vestiti lasciati disordinatamente a terra, scarpe gettate ovunque e cd dimenticati fuori dalla loro custodia. Soltanto i copioni riposavano in ordine sul tavolino, accanto ad una matita a scatto con cui gli era capitato più volte di appuntare le proprie note, per discuterne con il regista, con Kripke o con i colleghi.
Non era ancora riuscito a scrollarsi dalle spalle gli sguardi di Jensen e si convinse di averlo fatto arrabbiare involontariamente durante la festa di Sue, forse aveva preteso troppo chiedendogli di venire. Si ripromise di scusarsi non appena l'avesse incontrato, rassicurandosi sul fatto che sarebbe stato sufficiente, il ragazzo lo avrebbe perdonato e loro sarebbero tornati ad essere amici.
Sorrise, abbassando lo sguardo sui due cani, prima di spalancarlo alla vista del grosso mastino già corso verso il caravan del collega.
«Harley, aspetta un attimo!»
Allungò il passo.
«Non andartene per i fatti tuoi. Ehi, mi ascolti? Guarda che non sto scherzando!» gli puntò l'indice contro, proprio come avrebbe fatto parlando ad un qualsiasi essere umano e pretese davvero di essere ascoltato, o meglio, sperò di non ricevere come risposta il suo abbaiare e poi il totale menefreghismo, cosa che invece avvenne.
«Ma che...! E smetti di mangiare la ruota della mia moto!»
Moto era una parola forte, se riferita alla motoretta per bambini che ancora troneggiava parcheggiata tra il proprio caravan e quello di Ackles, con tanto di cartello con il proprio nome, costellato da frasette poco lusinghiere che Pitt e qualcun altro dello staff si era divertito a scrivere dopo averla persa. C'erano anche un paio di frasi di Jeffrey (più che altro minacce sul non mangiare più il suo pranzo) e una firmata da Jensen: "Il colpo della vittoria è stato mio, quindi lunedì, mercoledì e il week-end, la moto è mia".
Jared si affrettò a raggiungerla quando il mastino iniziò a mordere il bordo del cartello, sbavandolo di saliva.
«Sarebbe carino se mi ascoltassi.» borbottò, sollevando il cane per i fianchi ed obbligandolo a spostarsi dalla piccola moto «Guarda Sadie, lei ha capito che il suo padrone è giù di morale e sta...» aggrottò la fronte «Ma che sta facendo?» guardò con curiosità all'indirizzo di Sadie occupata a rosicchiare qualcosa che aveva l'aspetto di una scarpa da ginnastica «E quella quando l'hai presa? Mi hai rubato una scarpa!»
Sbuffò, tornando sui propri passi con un sospiro pesante, fermandosi di fronte a lei con i pugni ai fianchi, gambe divaricate e l'espressione da rimprovero che assumeva tutte le volte che doveva sgridare quei casinari dei suoi cani per qualcuna delle loro marachelle, ma quando Sadie sollevò il muso, reclinandolo di lato e tirando fuori la lingua, non ebbe il cuore di dire niente davanti a quell'aria tanto tenera.
I cani rispecchiano i loro padroni, dicono, e, in quel momento, non c'era niente di più vero.
«Ragazzi, così non aiutate.»
Eppure faticò a trattenere la risata che, poco dopo, esplose in un suono divertito, quasi liberatorio. Dopo cinque giorni di tensione, fu grato a quei due scapestrati di aver avuto la forza di continuare a sopportare un padrone-musone e tirarlo su di morale.
Stava ancora ridendo, quando si accorse del ragazzo che camminava a passo spedito, attraversando la piazzola dei caravan con in mano una rivista. Il berretto di una squadra di hockey americana non era stato sufficiente a nascondere l'espressione allucinata che gli dipingeva il volto, mentre lo sguardo era fermo su uno degli articoli stampati.
Bastò pochissimo perchè Jared riconoscesse i tratti di quel viso.
«Jensen!» il nome gli esplose tra le labbra, in contemporanea con il cuore che cominciò a martellargli troppo forte per l'ansia crescente.
Diede un'ultima occhiata ai cani, per controllare che non corressero via o non si allontanassero troppo e, assicurandosi che fossero troppo occupati (chi a masticare scarpe e chi ad abbattere povere motorette giallo limone), si mosse verso il ragazzo, indossando il sorriso più gentile che possedesse. Non troppo amichevole, piuttosto mesto e con quella punta di dolcezza che non faceva mai male, così che Jensen non potesse pensare che non si sentisse in colpa per quello che aveva fatto.
«Ehi, brò, tutto ok?» fece, affiancandolo e chinando il capo verso di lui.
L'altro non sembrò neppure sentirlo, si passò la mano sulla bocca, disgustato ed incredulo e poi chiuse gli occhi, sperando di aver sognato ogni parola scritta nero su bianco sulla pagina del People che stringeva tra le dita.
«Jensen, c'è qualcosa che non va?»
Sobbalzò a sentire la mano di Jared sulla schiena, sollevò il volto, istintivamente alla ricerca del suo sostegno, sollevato nel sentire la sua voce e nell'averlo vicino, ma nel momento in cui ne incrociò lo sguardo, fu come se gli si accendesse una spia nel cervello e l'espressione divenne dura e fredda come il marmo.
«No, va tutto benissimo.» soffiò, lapidario.
Jared si tirò di un passo indietro, piccato da quell'occhiata.
«Ah, beh, in questo caso...»
Segui il piano e chiedi scusa. Si incitò mentalmente, prendendo un profondo respiro, pronto a elencare le proprie scuse per qualunque cosa avesse potuto infastidire il ragazzo più grande: per averlo invitato ad una festa che non gli era piaciuta, per non essere stato abbastanza con lui, per non aver apprezzato abbastanza la sua tipa, per non aver avuto l'occasione di parlare con lei ed esaltarne il ragazzo, per aver sbagliato le proprie battute durante le scene, per aver riso quando Jensen aveva sbagliato le sue, per aver provato a farlo ridere durante le riprese e anche fuori, per essere così alto, così appiccicoso e così infantile, per non essere mai stato al suo livello e per...
Avrebbe chiesto di essere perdonato per qualsiasi cosa, pur di risistemare le cose e tornare a com'erano prima, ma non ebbe il tempo di dire niente.
«Non ora, Jared.» tranciò la voce profonda di Jensen.
«Volevo solo...»
«Please. Lasciami da solo, ora non è il momento.»
«O-ok. Allora magari ci becchiamo dopo.»
«Sì, come vuoi.» Non aveva voluto pronunciarlo con tanta freddezza, ma se ne accorse troppo tardi e, guardando le spalle abbassate del più alto che, mestamente, si affrettava ad allontanarsi bisbigliando un flebile «Scusa.» si convinse di aver fatto la cosa giusta. Si convinse di star facendo un favore ad entrambi, nonostante sapesse bene di star agendo a causa della delusione e della rabbia.
Strinse più forte la rivista, accartocciandola tra le dita e mordendosi con forza il labbro inferiore.
Aveva altri problemi a cui pensare e, stare vicino a Jared Padalecki, non faceva che peggiorare il proprio umore.
"Per lui non sei che una novità di cui si stancherà in fretta."
«Shit.»

Venerdì passato.
Week-end andato.
Più o meno erano trascorsi in modo tranquillo e non era più capitato che i due incrociassero le loro strade.
Jared aveva riportato i cani a sua madre, passando il tempo in famiglia prima che lasciassero la città per tornare in Texas e Jensen... in realtà non aveva idea dei programmi di lui, per quanto avesse passato il tempo a guardare il display del cellulare, digitando le prime frasi di un sms e poi cancellandole o sfiorando in continuazione il tasto "avvia chiamata" per poi riagganciare prima che partisse anche solo uno squillo.
"Jared, metti via quell'affare almeno a tavola." gli aveva detto più volte sua madre, mentre suo fratello maggiore gli piazzava gomitate nel fianco per convincerlo in modo più pratico a dare retta alla donna, con tanto di "Non giocare all'attore super-impegnato e capriccioso con la tua famiglia, non ti conviene, bamboccio."
Infine era tornato il lunedì, con la sua routine, la sveglia all'alba, le hair-stylist, le make-up artist, i ragazzi dello staff che lo guardavano con sospetto chiedendosi chi fosse la prossima vittima dei suoi scherzi, le scene ripetute fino alla nausea, i "Jensen, tutto bene?" del regista e i "Sì, perchè?" dannatamente verosimili, in risposta del ragazzo.
Arrivata la sera, Jared si era lasciato cadere su una delle panchine da pic-nic piazzate in esterna, accanto alle telecamere e alle luci appena smontate; era talmente fredda che gli aveva congelato le gambe anche attraverso la stoffa pesante dei jeans, eppure continuava a starsene lì da solo, mani infilate nelle tasche, capo chino e l'aria di un cagnone bastonato.
E, ovviamente, Ackles era tornato a regnare nei suoi pensieri, divorandone la mente come un tarlo.
«Ehi, kid
Una pacca rude raggiunse la schiena di Jared, che si piegò in avanti con un gemito di dolore e, dietro di lui, Jeffrey Morgan guardò con ammirazione la propria mano, con un sorrisetto storto e divertito.
«Dovresti farti più muscoli, ragazzino, è troppo facile abbatterti.» commentò l'uomo, studiandolo per qualche secondo prima di prendere posto sulla panchina, facendogli un cenno di muto ringraziamento col capo quando il più giovane si spostò un po' di lato, per lasciargli spazio.
«Sono già abbattuto.»
«Ho notato.»
Allarmato Jared si voltò verso di lui, gli occhi diventati di colpo enormi e le mani appese al giaccone in pelle dell'uomo.
«Davvero? E... anche gli altri? Ho... ho fatto così schifo durante le riprese?»
Jeffrey rise, dandogli una sventolata alla nuca.
«Ahi!»
«What an asshole.»
Similmente a Jhon Winchester, non era la tipica figura paterna, lo si sarebbe potuto prendere come un alternativo, se non fosse che non si considerava alla stregua di un padre per Jared o Jensen. Era più un fratello maggiore, uno di quelli che non si facevano problemi a tirare ceffoni o pugni ai fratelli più piccoli per far capire loro quello che pensava e, di certo, non parlava con il tatto di Jensen o la gentilezza di Jared. Era più spiccio e gli piaceva esserlo; superati i trentacinque anni, la gente non ha voglia di perdere tempo con certe cazzate, preferisce arrivare subito al punto.
«Sei andato bene, come al solito. Quello a cui mi riferivo erano i cazzi che hai con Jensen. Com'è che non siete più insieme a ridacchiare come due adolescenti rincretiniti?»
«Guarda che ridiamo anche con te come adolescenti rincretiniti!»
«Sì, ma in quel caso sembriamo più un... mhm... trio di allegri mascalzoni.»
«Comoda visione.»
«Un giorno imparerai anche tu, kiddo
Gli frizionò i capelli con le dita, in una carezza rude e ruvida.
«So, what's up?» riprese subito dopo.
«Ehm... credo che mi odi.»
«Jensen?» lo disse divertito, perfino un po' stupito dall'assurdità della sua affermazione.
«A-ah.»
«Mi prendi per il culo?»
«Te? Mai.»
«Ruffiano.»
«Thanks.»
«Da dove t'è saltato in mente che Mr. Lentiggini ti odi?»
«Ah! Ma non ti sembra che ultimamente stiano aumentando? C'ho fatto caso l'altro giorno, quando mi stava grugnendo contro, ne ha veramente un sacco, per forza le sue fan sono fissate con la storia del "contargliele"!»
«Jared, finiscila di cambiare argomento.»
Il ragazzo sorrise abbassando il capo. Avrebbe dovuto immaginare che l'altro fosse troppo intelligente per certi trucchetti.
Ci mise un po' a riprendere a parlare, il sorriso fece in tempo a spegnersi sulle labbra e l'espressione divenne più seria, rattristata.
«E' che... non lo so, ultimamente sembra quasi che stia male al solo starmi vicino, dopo le riprese non faccio in tempo a chiedergli se ha voglia di farsi una birra con me che se l'è già data a gambe e poi... Aha! Non lo so, man, mi odia, te lo dico io!»
Jeffrey annuì.
«Glielo hai chiesto?» domandò, senza alcun giro di parole, pragmatico come pochi uomini sapevano esserlo e con quel coraggio di dire sempre esattamente ciò che andava detto, serenamente, senza alcun timore di vedere la propria schiettezza fraintesa.
«No...»
«Devo spiegarti io cosa devi fare?»
«...un aiutino sarebbe gradito...»
Lo tirò per un orecchio, obbligandolo a piegare il capo dolorosamente verso di sé, abbastanza vicino perchè la propria voce ruvida potesse scivolargli direttamente nel timpano e, magari, renderlo anche sordo per qualche minuto.
«Jared, muovi il culo, vai dal tuo compare e smetti di fare l'unicorno ferito dei My little pony. Sei troppo alto per certe puttanate.»
«Sissignore!» Si alzò in piedi, scattando sull'attenti con tanto di saluto militare ed un enorme sorriso ad illuminargli il volto.
Fece per correre via, ma prima, si concesse di sfidare la sorte e si gettò su Jeffrey, in un abbraccio affettuoso, in perfetto stile Padalecki.
Bastò questo a convincere il capofamiglia dei Winchester che quelle del ragazzo non erano altro che paranoie: nessuno poteva odiare Jared Padalecki, era umanamente impossibile.

«Ehi, che state facendo?»
La ricerca di Jensen venne messa in pausa quando si trovò davanti un paio delle comparse presenti sulle scene di Shadow girate quel giorno e la solita cricca dello staff che si riuniva per raggiungere insieme il pub più vicino e passare la serata tra birra e chiacchiere.
Spuntando con la testa più in alto di una buona spanna di tutti i presenti, guardò nel punto dove gli sguardi si erano concentrati.
Jake, uno dei ragazzi che ultimamente lo aveva aiutato durante i propri scherzi tirati ai colleghi, gli si fece vicino.
«Se è qui perchè ha superato il provino, spero che non la facciano innamorare di Sam, non può comparire in una puntata sola e poi crepare come Adrianne.» gli bisbigliò, dedicandogli anche un'occhiata torva, come se fosse davvero sua la causa della morte di Jessica, nello show.
«Potresti avere un po' di tatto, era la mia ragazza.» bofonchiò Jared, con tono teatrale ed un sospiro pesante accompagnato dalla mano portata all'altezza del cuore, enfatizzando le proprie parole «Stavo per chiederle di sposarmi, prima di vederla bruciare appesa al soffitto. Sono cose che ti segnano.»
Ridacchiarono entrambi, ma quando Jared riuscì a vedere la ragazza di cui parlava Jake, spalancò lo sguardo stupito.
Non era bella, era uno schianto e camminava lungo la strada asfaltata che conduceva agli edifici dei set chiusi con l'eleganza di una modella che sfila in passerella ed il portamento fiero di una regina, in grado di far cadere ai propri piedi qualsiasi uomo e qualsiasi mortale.
Jared la guardò stordito da tanta femminilità, sorridendole a fatica, quando si ricordò che quella ragazza non si era accontentata di far cadere un uomo qualsiasi ai suoi piedi, ma aveva fatto precipitare Jensen Ackles.
«Chiudi la bocca Jared, hai la mascella che tra un po' tocca terra.» scherzò Jake.
Lui finse di non sentirlo e, in compenso, si fece largo tra i ragazzi, sotto i loro sguardi stupiti -e tra l'invidioso e l'ammirato- per andarle incontro, sorridendole gioviale.
«Sei, Joanna, vero?» domandò, ricordandosi di averla vista alla festa di Sue.
Difficile dimenticare una bellezza del genere, soprattutto se affiancata a Jensen.
Lei annuì, sollevando gli occhi chiari su di lui e passando le dita tra i capelli biondi, tirandoli dietro le spalle con un gesto delicato.
«Sì e tu sei il ragazzo della festa di settimana scorsa, vero? Jared Pidalchi
Perfino la sua voce era piacevole, nonostante l'accento straniero a sporcarne l'americano e il proprio cognome sbagliato. Si stupì, comunque, del fatto che Jensen le avesse parlato di lui.
«Yeha, Jared Padalecki. E spero ti abbia detto solo cose belle su di me.»
«Oh sì, parla sempre bene di te. Siete molto amici.»
Lo siamo? Non ne era più tanto sicuro, ma le parole di Joanna sembrarono bastare a rincuorarlo.
«Jensen è qui?» riprese lei.
«Yep. Stavo andando anche io da lui, posso accompagnarti se vuoi.»
«Thank you.» chiocciò lei, trattenendo un sospiro di sollievo per aver evitato il pericolo di dover bussare ad ogni caravan o infilarsi nei set col pericolo di rovinare le riprese del ragazzo «E' sempre così difficile raggiungere voi attori, quando ho superato i cancelli non mi aspettavo un posto così grande.»
«Già, beh, dobbiamo girare in parecchie location
Mentre Joanna si guardava ammirata intorno, lui ne approfittà per voltarsi verso gli altri, facendosi aria e mimando col labbiale un "wow" e quindi indirizzò i primi passi verso il trailer della co-star, assicurandosi di venir seguito dalla bionda.
Non fecero molta strada, abbastanza per allontanarsi dal gruppo di ragazzi in cui qualcuno commentò con un "E ti pareva se tutte le fortune non le aveva Ackles!", ma quasi subito vennero raggiunti proprio dal diretto interessato, affiancato da Nicki Aycox che gli aveva indicato la coppia, avvertendolo dell'arrivo della sua ragazza.
«Ehi, hai visto chi ho trovato?» fece Jared, indicando Joanna e muovendo un saluto verso Nicki che ricambiò allontanandosi poco dopo, augurando un generico ed educato "Buona serata".
Jensen non calcolò neppure la domanda del ragazzo, fu come se per un attimo lui non esistesse e con occhi fatti di un impetuoso verde scuro che sembrava volersi abbattere contro chiunque, raggiunse Joanna, sollevando verso di lei una rivista, la stessa che Padalecki gli aveva visto leggere qualche giorno addietro.
«Jò.» sibilò, poco interessato al sorriso seducente della modella.
«Jens, te l'avevo detto che ti avrei fatto una sorpresa, no? Tadan!» Sollevò le braccia in sua direzione, ma lui scosse il capo, rifiutandole il contatto fisico.
«La tua sorpresa l'ho letta sui giornali e vista alla tv e non mi è piaciuta.»
«Di cosa parli?»
«Lo sai di cosa parlo.»
E quando lei individuò la rivista capì davvero di cosa parlasse il ragazzo. Continuò a sorridergli, cercando di rimediare in qualche modo a quello che avevano scritto di lei e di Jensen in quell'articolo; non aveva creduto di sbagliare e di aver detto troppo fino a quel momento, non aveva neppure riflettuto sulla riservatezza del proprio ragazzo, nonostante ormai lo conoscesse da parecchio.
«Non devi prenderla male, Jens.» tentò di spiegarsi «Era un modo per parlare di te.»
«Per parlare di me
Perfino Jared, che si era chiuso nel silenzio e aveva pensato bene di allontanarsi lentamente, per lasciare ai due la dovuta privacy, riuscì a percepire la nota di doloroso sarcasmo nella voce del ragazzo. Si impose di rimanere fermo, continuare a tacere e fingere di non esistere.
«Se racconti in giro certe cose di me, non puoi aspettarti che io ne sia felice.»
«Te lo giuro, Jens, non pensavo te la saresti presa tanto... mi dispiace da morire.» allungò le mani raccogliendo le dita di lui tra le proprie, stringendole e tirandolo un po' verso di sè «Mi perdoni?»
«Jò, non funziona così...»
«Please.»
Chiuse gli occhi, annuendo debolmente.
«Ne riparliamo più tardi, da soli.»
Uno dopo l'altro, la troupe aveva pensato di allontanarsi, andandosene. Era rimasto solo Jared, che dava loro le spalle, una decina di passi più in là, troppo distante perchè sentisse davvero quello di cui stessero parlando, ma non per questo aveva intenzione di dare spettacolo pubblicamente.
«D'accordo, allora ci vediamo più tardi. I love you.» fece lei, schioccandogli un bacio sulle labbra, che Jensen ricambiò appena, stancamente.
E il rumore dei tacchi di Joanna si fece più lontano, permettendo all'attore più giovane di voltarsi lentamente, con circospezione, per assicurarsi di non stare effettivamente per interrompere niente.
Vide Jensen, rimasto da solo, lui, una rivista tra le mani e la rabbia sulle spalle.
«Ehi, man, non volevo ascoltarvi...» azzardò verso di lui, tornandogli vicino, un passo alla volta.
«Ma l'hai...» si morse il labbro inferiore, senza concludere la frase, scuotendo invece il capo per cancellare quello che avrebbe voluto dire e Jared ne approfittò per prendere coraggio e tornare a parlare.
«Senti c'è... posso fare qualcosa per te?»
«No.»
Fu secco. Un colpo di pistola piantato in fronte. Riuscì a sentire il dolore quasi fisicamente.
«Scusa.»
Jensen strinse le labbra tra loro, stirandole in un'espressione enigmatica, in bilico tra il senso di colpa per il trattamento che aveva riservato al ragazzo, l'orgoglio ferito, l'umiliazione inaspettata e tante di quelle cose che i suoi occhi sembrarono stati staccati dai ghiacci dell'antartide, per essere ricolorati di verde e poi incastonati nel suo volto.
Per la prima volta, Jared si rese conto che l'ira di Jensen sapeva essere crudele. Chi non lo conosceva si sarebbe aspettato una furia animale e uno sguardo ardente più in stile Dean Winchester, ma lui si ritrovò davanti ad una rabbia silenziosa, intrappolata nel corpo del ragazzo e resa tanto fredda e pesante, che fece fatica a tenersi in piedi di fronte a lui. Fu come sentire tanti piccoli aghi penetrare nella propria pelle.
«Jensen... non so cosa io ti abbia fatto, ma...»
«Smettila.»
Tacque.
Era più alto di Jensen, ma non aveva la stessa forza e i suoi muscoli erano certamente più sviluppati dei propri, forse fu anche per questo che, per un attimo, ebbe paura di lui.
Chinò il capo, fissando il terreno sotto ai propri piedi, cercando ancora una volta di capire dove avesse sbagliato, cos'avesse fatto per meritarsi l'odio del ragazzo e se esistesse un modo per riparare ai propri errori. Doveva esistere.
«Tu non c'entri.» lo sentì dire, dopo parecchio.
Bugiardo.
«Sono io.»
Bugiardo!
«Da quando è uscito quel dannato articolo non riesco a pensare ad altro e mi sono comportato come uno stronzo.» ammise, con un sorriso accennato che somigliò più ad una smorfia sofferente.
«Ho capito.»
«Jared.» inspirò profondamente, sentendo la tensione che abbandonava lentamente le spalle «Guardami.»
Il ragazzo sollevò lo sguardo su di lui.
«Lo so che è una puttanata prendersela e che ho sbagliato a sfogarmi su di te, ma... è andata a raccontare di quando...» aveva fatto vagare lo sguardo intorno a sé, alla ricerca di qualche appiglio, prima di rendersi conto che l'unica cosa a cui riusciva ad aggrapparsi erano gli occhi di Jared, la sua preoccupazione e il suo corpo, che, quando parlavano, era sempre proteso in modo quasi impercettibile verso di lui, pronto a tendergli la mano e tirarlo fuori dai propri casini.
Si passò una mano davanti alla bocca, sollevando la nuca prima di riabbassarla e riprendere a parlare.
«Durante un'intervista ha raccontato di quando... facciamo sesso. L'ha... raccontato in tv. Che, tradotto, significa a tutti
Il modo in cui disse quell'unica parola, tutti, disperatamente, come se si sentisse da solo contro il mondo intero, giudicato dal mondo intero, e non importava se le critiche fossero sempre state più che ottime nei suoi confronti, certe notizie rimanevano umilianti.
Serrò il pugno. Forte. Il muscolo gonfio, le nocche sbiancate, il tremito attraversò il braccio.
«Magari per te non è nulla, dovrei esserne lusingato che la mia ragazza si metta a sparare puttanate di questo genere ma, cazzo!, che diritto aveva di farlo?!» ruggì, frustrato.
«Lo capisco invece.» riprese parola il più giovane «E so che per te non è per niente facile.»
«Shit, non mi daranno tregua adesso!»
L'immagine del Jensen riservato, quella del ragazzo cool, dell'attore troppo bello per essere vero e perfino quella da duro di Dean, vennero cancellate da questo nuovo volto in cui Jared ne vide tutta la fragilità, scoprendolo indifeso.
«Non esiste!» sbottò, stringendogli le spalle tra le dita «Se qualcuno prova anche solo ad avvicinarsi a te con un microfono, ci penso io a farglielo ingoiare, brò
Avesse anche dovuto fargli da scudo umano, non avrebbe permesso che qualcuno gli facesse del male.
«Thank you, man.»
«Non devi ringraziarmi, siamo amici, è normale che ti guardi le spalle.» Sorrise e si sforzò di mantenere il sorriso intatto anche nel momento in cui, chiara come il sole, vide una crepa aprirsi sull'espressione di Jensen, un lampo di rabbia attraversargli lo sguardo e niente sarebbe riuscito a convincerlo, questa volta, che quella rabbia non fosse rivolta proprio a sé.
C'era dell'altro e Jensen non aveva voluto dirglielo.
«Allora noi siamo a posto?» tentò di indagare.
Jensen annuì, guardando la mano della co-star alla propria spalla.
Ne sentiva il calore, il peso, la grandezza, sentiva il suo sincero dispiacere e, invece di essergli grato e scusarsi per il modo meschino in cui si era comportato con lui in quella settimana, aveva finto che non fosse successo niente. Si era nascosto dietro ad un altro problema, evitando di buon grado Padalecki, i suoi sorrisi da eterno Peter Pan, i suoi abbracci da Teddy Bear e...
"E' una storia già accaduta Ackles, non credere di essere poi così speciale per Jared."
Odiò Sue Thompson per avergli parlato dopo la festa, odiò ogni sua stupida parola e, soprattutto, odiò Jared.
«Ci vediamo domani, fellow
Jared gli sorrise annuendo, sollevò due dita alla fronte, muovendole poi in una sorta di saluto militare e continuò a guardarlo, finchè non divenne un'altra ombra nera nel buio della notte e allora il proprio sorriso si spense del tutto.
«...bugiardo...»