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08 January 2013 @ 07:24 pm
[Supernatural RPS] Yesterday. Today. Tomorrow.  
Titolo: Yesterday. Today. Tomorrow.
Serie: Supernatural Rps
Characters: Jared Padalecki, Jensen Ackles
Pairing: Jensen/Jared {j2}
Rating: Nc-14
Genre: Slice of life, Fluff
Warning: Slash
Words: 111 x 21
Note: Mi ero ripromessa di scrivere una fic sulla J2 ma ogni oneshot che butto giù, finisce inesorabilmente per diventare una mishalecki nel momento stesso in cui scrivo il nome di Misha. Lo so, risolverei tutto se non lo scrivessi, ma come si fa a non pronunciarlo lo stesso? A parte gli scherzi, alla fine ho preso coraggio e mi sono buttata in una raccolta di 21 drabble, una per ogni lettera dell'alfabeto (seah, con tutte le fic che ho da finire, ho il coraggio di cominciare una nuova raccolta... ma non è colpa mia, è l'ispirazione che è una gran bastarda!).
Alla fine di questa sento che dovrò rifarmi con tante di quelle mishalecki da riempire il web, ma anche così va bene, perchè il bromance tra questi due mi fa morire di tenerezza, perchè insieme sono sexydafareschifo e perchè, finchè c'è Jared, io sono più che felice, ah!
Nelle prime drabble lo slash è appena accennato, è proprio più bromance che altro e i J2 non sono ancora intesi come una vera e propria coppia, per diventarlo poi con quelle che seguono.
Disclaimers: Gli attori appartengono a loro stessi, quelli di cui si parla in questa fic sono solo la loro idealizzazione e non si vuole in alcun modo discutere o riportare i loro gusti sessuali.



Aveva perso il conto delle volte in cui, la notte, la porta della propria camera si apriva e Jared compariva sulla soglia, l'espressione colpevole di un cucciolo smarrito e le mani a stropicciare la maglia.
Non l'aveva mai cacciato, Jensen. Neppure una volta.
Si prendeva tempo per guardarlo - morendo silenziosamente per la tenerezza che quel gigante ispirava.
Spostava il lenzuolo, facendogli spazio accanto a sé e, quando Jared gli sorrideva con tanta dolcezza, infilandosi nel letto, era costretto a voltarsi per dargli le spalle, perché non scoprisse il rossore del suo volto.
Ma non importava, era a quel punto che Jared lo abbracciava, poggiando la testa contro la sua spalla.

Buttò la felpa sul pavimento del set, col bisogno di liberarsene insieme al sangue finto che la inzuppava. Aveva voglia di una doccia, ma sarebbe trascorsa un'ora prima di raggiungere il caravan.
Strofinava nervosamente l'asciugamano umido sulla pelle, arrossandola, maledicendo le braccia che non riuscivano ad arrivare dietro la schiena; sentiva ancora il sangue di Sam addosso, nel punto in cui si era aggrappato.
Una mano strinse la sua.
«Lascia, faccio io.»
Jensen si voltò sorpreso, cercando gli occhi di Jared (o quelli di Sam), rincuorato della sua presenza. Lo abbassò per la nuca e lo baciò tra i capelli.
Jared non disse niente, delicatamente, iniziò a passargli l'asciugamano sulla schiena.

Cena a lume di candela.
Sapeva che lui l'aveva immaginata diversamente, in circostanze diverse, con una persona diversa.
Prese coraggio, sollevando lo sguardo su Jensen, pronto ad affrontare il suo disagio e ricordargli che le candele sul tavolo del salotto non nascondevano nulla di romantico.
Si bloccò davanti al suo sguardo attento. La fiammella dorata delle candele si rifletteva nei suoi occhi, illuminandoli di sfumature nuove che si mischiavano al verde dell'iride; ancora una volta si rese conto di quanto Jensen fosse bello. Bello da morire.
«Jared, se ti si fredda la pizza, non ne ordiniamo un'altra.» lo redarguì il più grande, fraterno.
Jared annuì.
Il blackout era stato una benedizione.

Dolci, cibo per cani, bibite gassate e, quando Jared tornò dalla corsia, lo vide stringere tra le braccia altri pacchi di caramelle che rovesciò nel carrello.
«Questa è la tua spesa?»
«Hai ragione...» si guardò intorno «Ho dimenticato i Corn Flackes!»
Jensen si massaggiò le tempie.
«Mi riferivo a qualcosa di più... sai... frutta, verdura, carne, cibo vero...»
Jared sembrò soppesare le sue parole.
«Ma quello è compito tuo pensarci.» affermò, recuperando una scatola enorme di Cheerios «Io, invece, sono quello che pensa a mettere dolcezza nella tua vita.»
Guardando il sorriso raggiante che gli regalò, mentre riprendeva a tirare il carrello della spesa, come si faceva a non dargli ragione?

E se lo baciassi?
Sapeva fosse un pensiero sbagliato - stupido, fondamentalmente, visto che Jensen sottolineava sempre con ostinazione quanto fosse etero e virile.
Ma a che diavolo serviva la consapevolezza, quando tutto quello di cui aveva bisogno era lì, difronte a lui e si schiudeva morbidamente in inviti che la sua mente interpretava nel più erotico dei modi.
Chiuse gli occhi, ma ritrovò dietro le palpebre l'immagine della bocca carnosa di Jensen, pronta a tormentarlo.
«Jared?»
E poi, naturalmente, c'era il proprio nome. Dèi, quanto era sexy quando lo pronunciava.
«Tutto ok, brò?»
Jared sospirò. Ancora una volta, si sentì colpevole nell'assicurargli che non c'era assolutamente nulla che non andasse.

Finse di dormire.
Aveva il cuore in gola, era sicuro che, se avesse aperto bocca, questo sarebbe fuggito uccidendolo all'istante.
Doveva essere un sogno.
Jensen era entrato nella sua stanza, al buio si era seduto sulla sponda del suo letto ed ora gli carezzava i capelli con la dolcezza di un amante.
«Jared, ho un problema.» gli mormorò, chinato su di lui.
Jared aprì gli occhi. I problemi del suo migliore amico erano anche i propri, era la regola. Era giusto così.
Jensen sorrise, il rossore del volto nascosto nel buio. Sapeva che il ragazzo fosse sveglio.
«Credo di amarti.»
L'attimo dopo, le braccia di Jared erano strette al suo collo.

Gli aveva detto di essere pronto (pronto da una vita), ma era stata una cazzata; quello che avrebbero affrontato era un sentiero inesplorato tanto per Jensen quanto per sé.
Muoveva nervosamente la gamba su e giù, seduto sul letto a una piazza e mezzo, mentre Jensen, in piedi difronte a lui, gli chiese nuovamente se fosse pronto.
Cazzo sì. O no... ma il punto è che voleva andare a letto con Jensen!
Il più grande annuì e le dita iniziarono a sbottonarlo della camicia, spingendolo con gentilezza con la schiena contro il materasso.
«Promettimi solo che mi avvertirai se dovessi farti male.»
Ma Jared sapeva che non gliene avrebbe mai fatto.

Ho visto la tua ex oggi, ma sicuramente lo sai, visto che stavi ridacchiando con lei.
Il pensiero aveva preso forma per la decima volta e per la decima volta l'aveva ricacciato indietro, fingendo di ascoltare il racconto di Jensen sulla sua giornata, mordendosi l'interno della guancia per trattenere ogni parola lì, in bocca.
«Oggi ho visto la mia ex.»
Non era stato lui a parlare.
Fissò Jensen.
«Abbiamo parlato.» continuò il ragazzo, ricambiando lo sguardo.
Non voglio sentire. Dicevano gli occhi di Jared.
Jensen si sedette al suo fianco, tiracchiandogli i capelli.
«La prossima volta, però, non scappare.» mormorò, sorridendo. L'aveva visto. «Altrimenti come faccio a presentarle il mio ragazzo?»

Il dolore era tenuto a bada dagli antidolorifici.
Quando si concentrava su altro (come evitare di sbattere la testa contro il tettuccio dell'Impala o ricordare le battute), dimenticava il gesso che avvolgeva la mano ed il polso.
Il problema era il dopo, quando la scena terminava ed i pensieri confluivano tutti prepotentemente alla mano, insieme al flusso sanguigno e al dolore.

«Facciamo una pausa.» Jensen mosse un cenno verso il regista.
«Perché? Ce la faccio.» ribatté Jared.
«Lo so, ma io sono stanco.»
Bugiardo.

Gli antidolorifici tenevano a bada il dolore, ma era Jensen ad assicurarsi sempre che l'ingessatura reggesse e a sistemargli il ghiaccio sulla mano quando questa si gonfiava.

L'aveva sentito urlare, non aveva badato a cosa dicesse, era stata la disperazione nella voce di Jared a spaventarlo.
Attraversò di corsa il corridoio, precipitandosi nel salotto e, lì, osservò con terrore le spalle del ragazzo, tremanti per l'urlo.
Lo abbracciò da dietro, senza riflettere, accorgendosi troppo tardi del copione tra le sue mani.
«Che cazzo, Jared...» irritato per l'imbarazzo, fece per sciogliere l'abbraccio.
«Aspetta.» sussurrò Jared «Abbracciami finché non smetto di vedermi in testa la tua morte, invece di quella di Dean.»
«Stupido...»
Jensen lo strinse dolcemente.
In quelle scene c'era così tanto di Jared e di Jensen, che alle volte dimenticavano che a soffrire erano solo Dean e Sam.

Misha.
Non aveva nulla contro di lui, ma non gli piaceva quando Jared pronunciava il suo nome, anche se la maggior parte delle volte era accompagnato da insulti.
«Jensen, hai visto Misha?»
No, Jared, non ho visto quello stronzo.
«No, perché lo cerchi?»
«In macchina ho trovato metà di una merendina rimasta lì da mesi e volevo sfidarlo a mangiarla.»
Uh, che divertimento, mi chiamo Jared e adoro bulleggiare Mishi-blue-eyes.
«Buon divertimento, fammi sapere se sopravvive.»
«Ci puoi contare!»
Corse via, ma dopo qualche falcata fece dietro-front, tornando di fronte all'altro.
«Adoro quando diventi geloso.» mormorò direttamente sulle sue labbra.
E Jensen decise che Misha gli stava molto più simpatico, ora.

Non era una questione di bellezza. Jared era bello, non c'era alcun dubbio, ma Jensen aveva il fascino del modello, gli occhi di una tigre, le labbra del desiderio.
Non era la bellezza che invidiava a Jared.
Era tutto il resto.
E glielo bisbigliava all'orecchio, la notte, quando il ragazzo dormiva tra le proprie braccia, sbattendogli il fiato contro il proprio collo e alle volte sussurrando il suo nome nel sonno.
Jensen lo guardava dormire, seguendo con gli occhi e con le dita il disegno del suo volto e, con tutto il cuore, pregava per diventare più simile a lui: più spigliato, più esuberante, più dolce. Un ragazzo che tutti amavano.

Osservava il volto addormentato di Jensen, le ciglia lunghe calate a nascondere gli occhi, le labbra carnose, il naso dritto su cui le lentiggini avevano fatto il nido e il modo in cui si strofinava contro il cuscino del divanetto che ospitava il suo corpo, in confronto, troppo grande.
Attendeva, inginocchiato a terra come un fedele cagnolone, le braccia incrociate sul petto del ragazzo e un broncio infantile sulle labbra. Non era mai stato particolarmente paziente.
Si guardò intorno, assicurandosi di essere solo. Quando tornò a Jensen, si abbassò su di lui, rubandogli un bacio, strappandolo al sonno.
«Mhm... Jared.» borbottò «Perché mi hai svegliato?»
«Perché volevo vedere i tuoi occhi.»

Potevano dire quello che volevano, fare gratuite illazioni, giudicare; non sarebbero stati degli stupidi articoli su di loro a fargli smettere di amare Jensen.
Troneggiò, difronte al più grande, che aveva fatto sprofondare le mani tra i capelli e, ad occhi chiusi, cercava di capire cosa fosse giusto fare.
«Posso essere meno appiccicoso.» mormorò il più giovane, torturandosi le mani «E smettere di abbracciarti…»
Jensen sollevò lo sguardo su di lui.
«E, se vuoi, durante i panel, mi siederò più lontano.»
«Jared…»
«Don’t break up with me….» lo implorò anche con gli occhi «Please…»
Jensen lo tirò per il polso, per farselo cadere addosso.
«Lasciarti non è tra le opzioni, stupido.»


Quando il tabellone degli arrivi annunciò l’atterraggio imminente dell’aereo da Los Angeles, le labbra si piegarono in un sorriso carico di dolcezza. Gli occhi verdi, colmi di un’impazienza quasi infantile, continuarono a puntare l’uscita del gate, finché la figura slanciata di Jared spuntò tra gli altri passeggeri.
Jensen trattenne il fiato.
Aveva quasi dimenticato come ci si sentiva ad incrociare lo sguardo vivo e intenso del ragazzo e cosa si provasse a vederselo correre in contro, incurante del resto del mondo, come se esistessero solo loro due sul pianeta.
Travolto dal suo corpo, per quanto imbarazzato e restio a dare spettacolo, ricambiò un abbraccio che diceva più di qualsiasi parola.
«I miss you too.»

Rimase immobile. Fermo. Con il fiato trattenuto ed il cuore che batteva in gola.
La mano di Jared scorreva lenta sul suo petto, assaporando con le dita la perfezione del suo corpo nudo, percorrendo i muscoli ben modellati e lasciando baci umidi sulla pelle, quando la bocca sostituì la propria mano.
Jensen si morse il labbro, prima di leccarlo.
Lo guardò scendere sempre più in basso, sul torace, ancora più giù, sistemandosi tra le proprie gambe.
Allungò la mano verso i suoi capelli, carezzandoli, cercando infine di sollevargli il volto, perché i propri occhi si specchiassero nei suoi.
«Sei...» mormorò roco.
Jared gli sorrise, gli occhi lucidi, le guance arrossate.
«troppo.»

Sospirò, sollevando l’ennesima scatola e infilandola nel furgone che avevano noleggiato, guardandone l’interno riempito dalla propria roba, diligentemente impacchettata.
Jared gli si fece accanto.  
«Ripensamenti dell’ultim’ora?» chiese, il tono sommesso.
Jensen si voltò verso di lui.
«Dovrei?»
«Non lo so, a me piace l’idea di abitare con te. Ma non voglio che per te sia un obbligo.»
«Abbiamo già abitato insieme, Jared.»
«Sì, ma questa volta è diverso. Questa casa sarà tutta nostra. Quindi… Insomma…» abbassò lo sguardo alle proprie scarpe, stringendosi nelle spalle.
Jensen sorrise, tirandogli i capelli per tirarne il volto verso di sé, rubandogli un bacio.
«Non riesco a immaginare un coinquilino ed un compagno migliore di te.»

Ti amo.
Era tra le frasi più semplici da pronunciare, ma Jensen non ne aveva mai abusato, centellinava i suoi "ti amo", quasi fossero preziosi diamanti da conservare e proteggere in cassaforte.
Poi, quando Jared non se l'aspettava, li tirava fuori, facendone dono a lui, guardandolo negli occhi e stringendolo a sé.
«Ti amo.» sussurrò contro le sue labbra, affondando nell'ennesimo bacio.
E anche se Jared avrebbe desiderato sentirglielo pronunciare un po' più spesso -non quanto glielo diceva lui, ma quasi-, gli sorrise e, ancora una volta, seppe per certo che era vero, che Jensen gli aveva dato il suo cuore e che lui era l'uomo più fortunato del mondo.
«Grazie.»

Un passo alla volta, si disse.
«Non ti mangerà.» gli sussurrò Jensen, spingendolo delicatamente a superare la soglia di una casa che profumava di dolce al caramello e polpettone.
Jared prese coraggio, accolto dallo sguardo curioso della madre del più grande. La conosceva, le aveva parlato più d’una volta, ma presentarsi a cena dai genitori del proprio ragazzo era diverso.
«Buonasera.» salutò, con un sorriso caloroso; sperava potesse andare bene.
La donna sorrise di rimando e Jensen prese parola.
«Mom, ti ricordi di Jared?» il sospiro che si concesse sapeva d’imbarazzo e decisione «E’ il mio ragazzo.»
E Jared morì, felice nel sentirsi appellare, per la prima volta, a quel modo.

Veloce! Più veloce!
Flesse le gambe, balzando oltre una pila di bagagli.
Il cuore in gola.
Il respiro pesante.
Uno dei treni fischiò, avanzando pigramente sui binari.
Si gettò in quella direzione.
«...aspetta... ASPETTA!»
Nel sentire una voce familiare, Jensen si affacciò al finestrino del vagone.
Lo guardò stupito, non credeva avrebbe fatto in tempo ad arrivare.
«Jared, che diavolo fai?»
«Dovevo...» ansimò, mantenendo a fatica il passo «Dovevo salutarti!»
«Starò via solo una settimana, stupido.»
«Non significa che non mi mancherai!»
Il treno prese velocità, lasciandolo indietro.
Non seppe neppure se Jensen l'avesse sentito, ma quando il cellulare annunciò l'arrivo di un sms, sorrise leggendolo.
I luv ya, dumbass.
J.

Zitto!
Le dita di Jared coprirono la bocca di Jensen; per qualche lungo secondo, nel minuscolo stanzino non ci fu altro che il suono del loro respiro e il battito all'unisono del loro cuore.
«Jared, non possiamo nasconderci per sempre.» gli aveva detto, liberandosi della sua mano.
Lui lo aveva guardato in quel modo che adorava e, insieme, odiava, perché era in grado di fargli fare tutto quello che voleva.
«Lo so, ma rimaniamo qui ancora un po'.»
Per l'appunto...
Il “Jared, ci pagano per lavorare” svanì nel vuoto e Jensen lo abbracciò.
Se solo gliel'avesse chiesto, sarebbe potuto rimanere con lui in quello stupido stanzino per tutta la vita.

Jared…
Jared.
Jared!
Amava rigirarsi il suo nome sul palato, carezzare ogni lettera con la lingua, assaporandone poi il suono e sorridere intimamente dello sguardo pieno d’affetto (e di vita e di dolcezza e di attenzione e di tante di quelle cose che Jared riusciva a rivolgere solo a lui) del ragazzo. Del suo ragazzo.
«Jared.» lo chiamò. Di nuovo. Godendo nell'accorgersi perfettamente del momento in cui il cuore del più giovane perdeva un battito.
«Sì?»
«Guardami.»
I suoi occhi nei propri.
«What's up, Jensen?»
«Niente. Vorrei solo che mi guardassi sempre.»
Jared gli sorrise intenerito, riversando nello sguardo tutto se stesso: «Lo sai, che non ho occhi che per te.»

Jensen.
La prima volta che ne aveva pronunciato il nome, l’aveva trovato strano. La seconda volta ne aveva scoperto il fascino ed il brivido di piacere che gli scatenava pronunciarlo, sapendo che gli occhi verdi di Jensen si sarebbero rivolti a lui.
A dispetto degli abbreviativi usati nelle fan-fiction, preferiva pronunciarlo per intero, prendersi tempo per giocare con i suoni delle lettere, sospirandolo, sussurrandolo, urlandolo o soffiandolo in una risata.
«Jensen. Jensen. Jensen.»
«Jared, se devi dirmi qualcosa dilla, ma smetti di rovinare il mio nome!» sbottò l’attore, imbarazzato per tutta quell’attenzione.
Jared arricciò le labbra, cercando qualcosa da dire.
Sorrise raggiante.
«Jensen?»
«Jared!»
«Grazie di esistere.»
E Jensen tacque, sconfitto.
 
 
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