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17 September 2012 @ 02:47 am
[Supernatural RPS] My place at your side  
Titolo: My place at your side
Serie: Supernatural RPS
Characters: Jared Padalecki, Jensen Ackles, Chad Michael Murray (guest star), Misha Collins, Victoria Collins, Milo Ventimiglia (guest star), Alexis Bledel (guest star),
Pairing: Jared/Misha {pre-mishalecki}, vaghi accenni alla Jensen/Jared {j2}
Rating: Nc-14
Genre: Slice of life, fluff
Warning: What if, Slash (vaghi accenni)
Prompt: 05. Incidente fatale
Words: 3.979
Note: Odio questa fic, la odio tantissimo. Ho cominciato a scriverla quasi un mese fa e non ne voleva proprio saperne di scriversi (perché sì, le mie fic si scrivono da sole mentre io guardo e mi limo le unghie!) ed alla fine... non riesco a farmela piacere e non riesco a cestinarla, perché senza questa perdo il mio filone logico per altre fic di Crossroad. Sono un caso disperato, lo so.
Non so perché mi sia venuta questa idea alla Sailor Moon... inizialmente il primo vero incrocio delle strade del trio l'avevo pensato diversamente, ma quando ho visto il prompt della community mi è balenata in testa l'idea dell'incidente che è una cazzata immane ed impossibile, dovessero anche allinearsi i pianeti e i satelliti di Saturno, però sembrava avere un senso... almeno finché non mi sono trovata a penare per concluderla.
L'ambient temporale è di nuovo il 2001 e sì, è lo stesso della fic "Please, be me and let me be you just for a sec" ed entrambe fanno parte di Crossroad, una serie di fic pre-mishalecki e pre-j2 (quest'ultima coppia non del tutto accertata) in cui Misha, Jared e Jensen sono destinati ad incrociare le loro strade anche prima di Supernatural. Da qui il what if nel warning della fanfic.
In questa fanfic, purtroppo, Misha ha una parte marginale (bohoo, perdonami Overlord!), ma ho preferito così sia perché volevo introdurre Jensen, sia perché l'idea che Misha e Jared si "incontrino" senza davvero vedersi mi intrigava.
Ah sì, Alec è il nome del personaggio di Jensen in Dark Angel. Va' quante cose si imparano con wikipedia!
Disclaimers: Gli attori appartengono a loro stessi e qui non sono altro che un'idealizzazione personale, la fic non vuole in alcun modo riportare i loro gusti sessuali e gli avvenimenti sono quasi totalmente frutto della fantasia.
Fic partecipante alla 500themes_ita
Tabella: Here



Il destino è un gran figlio di puttana che si diverte a mettere alla prova il mondo.
Se avesse avuto il tempo di formulare un pensiero più profondo di "Cazzo!", probabilmente gli sarebbe venuto in mente proprio quella frase (o qualcosa sul fatto che sua madre si era raccomandata più e più volte di fare attenzione con quel bestione), ma prima che potesse anche solo aprire bocca, il dolore gli esplose nella testa con una violenza tale da lasciarlo senza fiato.
Spalancò gli occhi, un'ondata di verde che si sciolse in una pozza di sangue, il corpo, sbattuto furiosamente contro l'asfalto su cui aveva rotolato per metri, venne attraversato dagli spasmi e dal gorgoglio di una voce che gli era rimasta intrappolata in gola, mentre spaventato faticava a respirare.
A poca distanza da lui, la Ducati Monster che cavalcava si era rovesciata, schiantandosi contro il guard rail della superstrada, travolta dalla BMW grigio metallizzato che aveva frenato in uno stridore acuto di gomme bruciate.
Sentì le urla nevrotiche del conducente, la frenata di una seconda auto, la voce di una donna che urlava di chiamare il 911 e il pianto di un bambino all'interno dell'abitacolo della BMW. Quando il dolore si fece più acuto, ebbe perfino la sensazione di sentire la voce disperata di Max che urlava "Alec! Alec! Apri gli occhi, dannazione! Alec!", ma sapeva che non c'era nessuna Max e, soprattutto, non esisteva alcun Alec.
Boccheggiò alla ricerca di ossigeno, cercò di chiamare aiuto, ma quando la sirena dell'ambulanza urlò lamentosa in arrivo, gli occhi si stavano già chiudendo.
Poco dopo non sentì più niente, neppure il dolore.

«Mi dispiace.»
Era stato il quarto da quando era arrivato con un pacco di M&M's formato famiglia stretto tra le braccia e l'aria colpevole di un cagnolino trovato a fare pipì sul tappeto persiano.
«Mi dispiace davvero.»
Cinque. Pensò, ingoiando l'irritazione e l'odore di disinfettante, così forte da coprire tutti gli altri, compreso quello fastidioso di erba rimasto appiccicato ai propri pantaloni e a quelli dell'amico. Jared Padalecki. Causa di ogni male.
«Mi dispiace.» ripeté (sei), sollevando gli occhi sul letto occupato. La frangia castana era abbastanza lunga da nascondergli in parte lo sguardo, ma non sarebbe riuscito a sfuggire all'occhiata azzurra che gli si piantò in fronte come un pugnale.
Chad continuò a rimanere in silenzio, accanto a lui le infermiere si muovevano in una danza dai passi a loro sconosciuti, vestite alla stessa maniera, le più giovani avevano tutte un sorriso identico che rivolgevano prima al biondo e poi al più alto, ridacchiando giulive ogni volta che ne incrociavano gli occhi.
Non era stato difficile riconoscerli, la parte più difficile era toccata ai membri dello staff della produzione addetti ai contatti con la stampa, per cercare di arginare il casino combinato da Padalecki.
«Scusa, scusa, scusa.»
«Hai rotto il cazzo con le tue scuse!» sbottò Chad, esasperato, con un braccio bloccato dal gesso, un taglio sul labbro e la spazzolata di capelli biondi spettina e senza gel.
«Lo so, ma mi dispiace davvero, non volevo farti male.»
«E vorrei vedere volessi davvero rompermi il braccio, coglione!»
Se il più alto avesse avuto orecchie e coda, si sarebbero abbassate fino a toccare terra, mostrando tutti i sensi di colpa che gli stavano riempiendo il petto, facendogli scoppiare il cuore di fronte agli insulti che l'amico gli sbrodolò addosso uno dopo l'altro, senza risparmiarsi e senza riprendere fiato. Gli occhi del ragazzo avevano acquistato una sfumatura più metallica e la voce era attraversata da scariche di rabbia vomitate dalla bocca, fino a quando, di colpo, non tacque.
Osservò in silenzio Jared, in piedi davanti a lui, seduto invece sul lettino di una stanza d'ospedale dotata di tutti i confort, tra scatole di cioccolatini, giochi nuovi di pacca e psp. Si trovavano lì da quasi tre ore e mezzo ed era già stato tempestato di telefonate dalla produzione, dal regista, dalla sua ragazza, da suo padre; la telefonata più strana era stata quella della signora Padalecki, con in sottofondo la voce di Jeff che dava del cretino a suo fratello, chiedendogli come diavolo avesse fatto a rompere il braccio al suo amico.
Lentamente la rabbia scemò, sostituita invece dalla pena per quell'imbecille tanto alto che ora cercava di stringersi nelle spalle, incassando la testa e strofinando la punta delle All Star nere sul pavimento lucido, nella speranza di venirne ingoiato.
Era difficile rimanere a lungo arrabbiati con lui.
«Da ora sarai il mio schiavo.» sbottò Chad.
Jared risollevò lo sguardo di qualche grado soltanto.
«Non... credi di startene un po' approfittando?»
«Mi hai rotto un braccio, J-Rod. Un braccio. Un. Fottuto. Braccio.»
«Dica padrone, come posso servirla?» chiocciò subito, servizievole.
«Così va meglio. Allora, per prima cosa voglio che...»
«Aspetta, niente baci con la lingua a tizi sconosciuti da postare su youtube.» lo interruppe, con una smorfia disgustata.
«E che cazzo... ma mi hai rotto un braccio!»
«E posso romperti anche l'altro.»
«Jared... se solo ti avvicini a meno di cinque metri da me, chiamo la sicurezza.»
«Oh, c'mon, così però mi stai facendo davvero sentire in colpa, dude
«E' esattamente quello che voglio, stronzo!»
«...grazie tante...»
«Braccio rotto!»
«Ok, basta, dimmi cosa vuoi e falla finita!»
«Vammi a prendere una coca, vah.»
«Ok.» agrottò la fronte guardando il braccio ingessato per lunghi secondi, sospirando abbattuto «Torno subito.»
Chad annuì e, quando l'altro gli diede le spalle, uscendo, si concesse finalmente di tornare a sorridere, sentendosi stupido nell'aver già perdonato l'amico.

La gomma delle All Star strideva contro il pavimento. Camminava con le mani infilate nella tasca di jeans larghi, con una catenella di metallo allacciata al passante e al portafogli della tasca posteriore che tintinnava ad ogni passo. Il cellulare, nell'altra tasca, non aveva smesso di vibrare per gli sms che aveva continuato a scambiarsi con Alexis.
"Chad è ok. E' ancora incazzato con me, però hanno detto che il braccio tornerà a posto in un mese."
"Ho avvertito gli altri."
"Grazie, meno male che ci sei tu."
"I luv U."
"I luv U too"

E via discorrendo.
Si fermò quando un'intensa essenza floreale si mischiò all'odore già troppo forte di disinfettante, rendendo l'aria ancora più pesante. Osservò la stanza da cui proveniva l'odore e il numero 204 scritto sulla targhetta appesa al muro, senza riuscire a vedere molto nonostante la porta socchiusa. Con finta casualità si avvicinò, il profumo di fiori si fece più intenso, si affacciò alla stanza e incredulo si ritrovò davanti ad un'invasione di mazzi e vasi di rose, viole, gigli, girasoli e altre varietà di fiori che bastavano a riempire tre delle quattro pareti.
Nel mezzo di quella foresta floreale, si trovava il letto ed il ragazzo che lo occupava storceva il naso in continuazione, puntando prima uno e poi l'altro vaso, nella speranza di incenerirli solo con lo sguardo.
«Ehi amico, riesci davvero a respirare con tutta sta roba intorno?»
Non era riuscito a trattenere la curiosità, nè i passi per entrare.
L'altro si voltò di colpo, con lo sguardo spalancato di sorpresa e una smorfia di dolore nascosta dalle labbra stirate in una linea piatta.
Gli ci volle un po' per rispondergli.
«No, man, sto soffocando, credo vogliano uccidermi.» Le parole gli grattarono dolorosamente la gola, uscendo a fatica una dietro l'altra, accompagnate dal respiro pesante.
Aveva occhi chiari, verdi, e in mezzo a tutti quei fiori, venne naturale pensare che fossero proprio del colore dei prati in primavera, quando ancora il sole dell'estate non li ha bruciati, il vento dell'autunno non li ha ingialliti e la neve d'inverno non li ha coperti.
Jared rise, un po' imbarazzato per il pensiero appena formulato, facendosi di qualche altro passo più avanti all'interno della stanza.
«Posso portarti via un paio di vasi se vuoi, ho visto una vecchietta in fondo al corridoio che se ne sta sdraiata in una camera che sembra un mortorio, li infilo da lei, così ci faccio anche una bella figura.»
Una risata stanca si spezzò dalle labbra dell'altro, rovinando poco dopo in colpi di tosse dolorosi che lo fecero piegare in due, costringendolo a serrare le dita intorno al petto, dove le fasciature erano più strette. Ne aveva anche una alla coscia destra e una, che sembrava coprire la ferita più dolorosa, all'altezza dell'addome, mentre il volto era costellato di taglietti ricuciti e lividi violacei. Senza le bende e i lividi addosso, doveva essere un ragazzo particolarmente bello, forse un modello.
Jared lo raggiunse.
«Wo, easy tiger.»
Gli venne spontaneo dirlo, piegandosi su di lui, con la mano a sfiorare la sua schiena ed il timore di far male anche a quello sconosciuto. Non era una frase che avrebbe pronunciato di solito ed era sicuro che non fosse neppure una frase di Dean. Non del suo, per lo meno.
Quando l'attacco di tosse cessò, sulle labbra carnose dell'altro rimase l'impronta di un sorriso macchiato dall'imbarazzo.
«Scusa, non mi fa molto bene ridere.»
«Figurati, colpa mia.»
«Se vuoi prendili davvero i vasi, io li sto cominciando ad odiare.»
Tra le righe vi lesse la supplica di uscire e lasciarlo da solo. Non era difficile immaginare quanto si sentisse a disagio, infilato in una ridicola vestaglietta ospedaliera, bloccato in un letto, prigioniero di una stanza tappezzata di fiori ed incapace perfino di respirare regolarmente.
Annuì, sorridendogli con calore.
«Affare fatto! E poi è meglio che torni a vedere come se la cava il mio amico, prima che creda che sia stato investito da qualche paziente sulla sedia a rotelle.»

Un quarto d'ora dopo stava ripercorrendo il corridoio per tornare sui propri passi, lattina di coca alla mano -recuperata dal distributore di bibite del piano inferiore- e l'aria di chi si stava conducendo al patibolo, quando il debole grugnire di un animale ferito ne attirò l'attenzione.
Era stato stupido pensare che ci potesse essere un animale in un ospedale, ma quei rantolii bassi e sofferenti non gli avevano fatto venire in mente altro. Quando si avvicinò alla fonte del rumore, aprendo la porta della stanza numero 204, gli si strinse il cuore.
Raggomitolato su se stesso, con le braccia ad avvolgere il busto ed il volto che strofinava in continuazione contro il materasso, il ragazzo dagli occhi verdi borbottava in preda ad un incubo. Gli effetti della morfina dovevano essere al limite e, a breve, si sarebbe svegliato di nuovo in preda agli spasmi.
Uscì dalla stanza per attirare l'attenzione di una delle infermiere occupate a sistemare qualche cartella dietro al bancone e le fece un cenno, indicando la porta lasciata spalancata.
«Scusi, infermiera, c'è il mio amico che sta male, qui alla 204, non può fare qualcosa?»
Seguì la donna, una rossa dall'aria gentile che armeggiò con il tubicino della morfina e, pochi istanti dopo, il ragazzo smise di contorcersi, emettendo un sospiro di sollievo, basso e appena spezzato dalla fatica.
Sospirò anche Jared.
«Thanks lady.»
Lei annuì e tornò in corridoio, riprendendo in mano le cartelle.
Al contrario, Jared rimase accanto al letto dello sconosciuto, osservandone l'espressione più rilassata, i capelli corti di un bel colore dorato e le lentiggini spruzzate sul naso che venivano messe in risalto dal pallore del volto.
Allungò istintivamente la mano verso la sua fronte, solleticandogli i capelli con la punta delle dita.
Secondo sconosciuto biondo abbordato in una settimana; Chad l'avrebbe preso per il culo in eterno e Milo avrebbe sicuramente convinto Alexis a mollarlo, perchè era ovvio che gareggiasse per la squadra opposta.
Sorrise al nulla, prima di notare lo sfarfallare delle ciglia dell'altro. Erano lunghe, folte e si sforzavano di sollevarsi, mentre le labbra carnose venivano accarezzate dalla lingua.
Si affrettò ad allontanare la mano da lui, appena in tempo per vederlo aprire gli occhi e puntare uno sguardo vago ed opaco in sua direzione.
«Ehi, bensvegliato Sleeping Beauty
Lo sguardo confuso del biondo gli fece tenerezza, gli sorrise, avendo cura di precisargli «Non ti ho baciato, giuro.»
L'altro fece per dire qualcosa, ma una scarica di dolore al petto lo svuotò di tutto l'ossigeno e, a parte un rantolio dolorante, non arrivò altro dalle sue labbra.
Stritolò con forza il lenzuolo, accartocciandone la stoffa tra le dita, fino a far sbiancare le nocche.
La mano di Jared si posò sulla sua, cercando di incrociarne le dita, per obbligarlo ad allentare la presa, piano, gentilmente.
Fu caldo il contatto. Fu calda anche la sua voce.
«Calmo. Ehi. Calmo.» gli mormorò «Non ti sforzare, ok? Va tutto bene, buddy, pensa solo a respirare.»
Rimasero così per quella che parve un'eternità, ma che fu solo una manciata di secondi in cui Jared continuò a stringergli la mano, infondendogli senza volere un senso di tranquillità e protezione che ben poche persone sarebbero state in grado di trasmettere. Non così giovani, non con lui.
«Visto, non è difficile?»
«Sto... sto bene...» riprese a parlare, tra una boccata d'aria e l'altra che, mano a mano, si facevano sempre meno ravvicinate.
«Great!»
Sapeva che avrebbe dovuto chiedergli che diavolo ci facesse ancora nella sua stanza e perchè avesse l'impressione che, nonostante tutto, si trovasse esattamente dove sarebbe dovuto essere, ma ebbe paura della risposta.
Il rumore al di fuori della finestra arrivò con un tempismo perfetto. Schiamazzi, motori di auto che andavano e venivano, urla di nomi già sentiti sulle reti della televisione locale, per quanto ci fosse stato fermento nell'aria per tutto il pomeriggio, in quel momento il caos era diventato assordante.
Inutilmente, il biondo cercò di guardare oltre oltre il davanzale.
«Che cos'è questo casino?» chiese.
Jared lasciò la sua mano per affacciarsi alla finestra. Il giardino circondava l'ospedale tra aiuole, panchine ed un paio di dondoli occupati da una coppia di anziani e da una bambina con la madre che continuava a tenere d'occhio le sue stampelle abbandonate tra l'erba. Sul lato destro dell'edificio, la strada era riempita di troupe televisive: giornalisti, paparazzi e fotografi appostati ormai da qualche ora.
Gonfiò le guance.
«Sono qui per Chad...» E per me, ma questo lo pensò soltanto; non c'era niente di lusinghiero in domande come "Raccontaci Padalecki, hai rotto volutamente il braccio al tuo collega? C'erano degli screzi tra voi ultimamente?" poste dai media.
Fanculo.
Storse il naso, voltandosi.
«Oh e poi ho sentito dalle infermiere che c'è un altro tipo famoso; hanno scoperto che un tale ha fatto un incidente in moto. E' uno degli attori di... uhm... Buffy... o Angel... o...»
«Dark Angel?» azzardò il più grande, buttando lì il nome dello show di cui faceva parte con finta casualità.
Jared aggrottò la fronte, annuendo poco convinto e, supito dopo, scuotendo il capo.
«Non lo so, man, non ho ascoltato una parola quando me l'hanno detto.» ammise.
Il biondo abbozzò un sorriso stanco. Non commentò, fin dall'inizio non era sembrato un tipo molto chiacchierone, era più quel genere di ragazzo che pensa tanto, è attento ai linguaggi del corpo e sa ascoltare.
Il più alto tornò accanto al suo letto, con espressione curiosa.
«Ma tu, com'è che hai tutti questi fiori e ancora nessuna visita?»
«Ho litigato con la mia... ehm...»
«Ragazza?»
Scosse il capo, lentamente.
«Non esattamente.» rabbrividì, anzi, all'idea di dover sopportare Jessica anche come ragazza. I loro problemi sul set erano più che sufficienti senza aggiungere implicazioni romantiche «I miei amici sono già passati a cercare di uccidermi con i fiori, come puoi vedere, e i miei sono...»
«In Texas?»
«Già.» affermò, stupito.
«Lo sapevo! Texano anche tu, di dove?»
«Dallas.»
«Cool. Io invece sono di Sant Antonio. E, a guardarti, non sembri neppure molto più grande di me, quanti anni hai, venti? Ventuno?»
«Ve-ventitré.»
Sbattè le palpebre, stordito dalla morfina che gli era ormai entrata in circolo e da quell'uragano che si era ritrovato in camera. Da quando era diventato un interrogatorio?
«Non è un po' strano starsene nella camera d'ospedale di un perfetto sconosciuto?» domandò, dopo aver preso fiato.
Jared sorrise nervosamente.
«Beh, l'altra settimana ho fatto amicizia con un disperato accasciato su un marciapiedi, direi che dopo di lui posso cavarmela con chiunque.»
«Tu sei fuori.»
«Sono socievole.» si giustificò, stringendosi nelle spalle, affondando il collo nel colletto a V di una camicia larga e rossa, dalle cui maniche corte spuntavano quelle lunghe e bianche di una felpa.
«Lo vedo.» commentò. E sei anche maledettamente carino.
«E la gente sana non ha molto da fare in un ospedale, sai com'è.»
«Vuoi fare a cambio?»
«Magari la prossima volta... o con qualcuno che è ridotto meno male di te. Senza offesa.»
Il biondo scosse il capo, cercando di mettersi seduto con la schiena contro il cuscino, sollevato alla testata del letto.
«Il tuo amico che ha?» chiese, dirottando il discorso altrove.
«E' qui per un braccio rotto.» la voce di Jared si era abbassata, divenendo un triste mormorio a malapena udibile «Gliel'ho rotto io.»
«Oh.»
«E' stato un incidente, insomma, Sadie tirava come una bestia... oh, è il mio cane, mi è sfuggita di colpo, io sono inciampato e Chad si trovava troppo vicino.» torturò il bordo della maglietta, per poi giocare con la catenella argentata dei jeans «Il destino alle volte è un gran bastardo.» borbottò, teatralmente.
No, non era carino. Adorabile era la parola giusta.
«Quindi ti nascondi qui perchè hai paura di affrontare il tuo amico?»
Sì. «No.» Forse. «Non esattamente.»
Il biondo aggrottò la fronte.
«Hai proprio le idee chiare.» Non c'era sarcasmo nella voce, era un commento sincero, in parte curioso e in parte, forse, addolcito dall'espressione del più alto.
Trovò strano pensare che, fin'ora, tra tutti quelli che erano venuti a trovarlo, con le loro facce da funerale e i loro "Vedrai, ti rimetterai presto", l'unico in grado di strappargli una boccata di tranquillità fosse proprio quello sconosciuto che sorrideva e gli parlava come fossero amici di vecchia data. Se avesse creduto alla reincarnazione, forse si sarebbe convinto di aver avuto un legame con lui in un'altra vita, un legame fraterno.
«Già...» mormorò Jared.
«Puoi rimanere se vuoi.»
«Davvero?»
«Sì.»
Lo vide illuminarsi.
«Oh grazie, brò, se non fossi conciato così male giuro che ti abbraccerei!»
L'aveva esclamato con un sorriso genuino, la voce allegra e due occhi così chiari e vivaci che l'altro rimase a guardarlo a lungo, in silenzio ed impettito dall'imbarazzo.
«Jerk.»
Si rese conto dell'insulto quando fu troppo tardi e preoccupato che il ragazzo potesse offendersi annaspò alla ricerca di giustificazioni, qualcosa che risultasse meno ridicolo di uno "Scusa, è che mi sento così a mio agio con te che ti insulto come faccio con i miei amici, ma non era per cattiveria".
Eppure Jared rideva come niente fosse, per nulla colpito.
«Non mi hai detto come ci sei finito tu, qui dentro.» riprese, con naturalezza.
«Sfortuna, credo.»
«E i medici cos'hanno detto, ti rimetterai senza problemi, no?» sembrò davvero preoccupato.
«Yeha, non morirò.»
«Mhm.» ravanò nelle tasche, riscoprendo il tubo di latta della lattina di coca-cola che avrebbe dovuto portare a Chad. Lo guardò per un po', scrollando le spalle. Gliene avrebbe comprato un altro.
«Tieni, non saranno fiori, ma almeno il suo odore non ti soffocherà.»
Colpito dal gesto, la accettò con piacere, in silenzio, anche se probabilmente l'avrebbe poggiata sul comodino per berla in un altro momento, quando non ci sarebbe stato pericolo che le bollicine gli grattassero la gola dolorosamente.
Gli sorrise anche, nulla di serio, una mezza curva stanca, ma più sincera di molte altre. Bella.
«Sono Jensen.»
Qualcuno urlò il nome di Jared in corridoio, coprendo la propria voce, e facendo scattare il ragazzo in piedi, allarmato, pronto a far spuntare la testa al di fuori. Un paio di ragazzi -stupiti di trovarlo in quella stanza- agitavano il braccio facendogli segno di sbrigarsi, riconobbe Alexis e Milo e, dietro di loro, occupato a firmare un mucchio di documenti per il rilascio dei pazienti, Chad era seduto su una sedia a rotelle.
«Devo andare.» sospirò, rientrando «Jason, hai detto? Allora ci si vede.»
Gli sorrise, ma prima di andarsene allungò la mano per sfiorare la sua nuca con le dita lunghe, in una delicatezza che si sarebbe detta impossibile poter appartenere ad un ragazzo tanto alto -lo stesso che gli aveva detto di aver rotto il braccio all'amico- e si chinò su di lui, posandogli un bacio alla fronte.
«Guarisci presto, buddy
Se ne andò sotto lo sguardo sbarrato del più grande ed un «...Jensen... non Jason...» boccheggiato a malapena che cadde nel vuoto.

A che cazzo gli servivano quelle gambe lunghe? Si domandò Chad quando lo vide camminare lentamente verso di sè, con le mani affondate nelle tasche e la testa tornata ad abbassarsi, seguendo il gruppo fino all'ascensore e poi giù, verso la hall dell'ospedale.
«J-Rod.» ringhiò, sperando di velocizzarne i passi.
L'altro lo guardò mesto, gli occhi fossilizzati sul gesso, le labbra distese in una linea piatta e l'ennesimo "mi dispiace" trattenuto sulla punta della lingua, contro i denti.
Sollevò il braccio sano, abbandonando qualche istante la sedia a rotelle per afferrargli una ciocca di capelli, tirandogliela con forza.
«C'mon, asshole, non ce l'ho con te, ok? Mi hai fatto incazzare perchè mi sono fatto male, ma è passata.»
«Serio? Non stai per dirmi che preferisci Milo a me?»
«Milo è qui accanto a te e ti sente.» sibilò il diretto interessato, con una smorfia fatta solo a metà bocca.
«Dude, per favore.» affermò, allungnado la mano verso di lui «Sto parlando con il mio amico, ok? Rispetto. E non interrompere i discorsi altrui.»
«Fanculo.» gli tirò un amichevole pacca e Jared tornò a guardare Chad, che annuiva riprendendo posto alla sedia a rotelle in dotazione dell'ospedale, pronto ad uscire finalmente da quel posto e passare il prossimo interminabile mese con un gesso al braccio destro.
Piegato sullo schienale della sedia, Jared si spostò di lato per far passare una coppia appena entrata, dando una distratta occhiata alla donna seduta a sua volta ad una sedia a rotelle, facendo appena in tempo a notare le spalle del ragazzo che la spingeva. Aveva capelli di un castano scuro e, quando per un attimo il proprio sguardo si incrociò con i suoi occhi di un blu intenso, gli venne in mente un ragazzo biondo incontrato pochi giorni prima, con occhi altrettanto profondi e l'aria di un gatto ferito.
Trattenne il fiato, sorridendo inconsciamente.
«E ora che ti prende, Jay?»
«Eh?» tornò a guardare l'amico «Ah, niente, niente.»
Chad sospirò.
Sarebbe stato un mese lungo.
«Ehi, posso fare un giro sulla sedia a rotelle?»
«Io sono moribondo e tu vuoi fare giri sulla mia sedia a rotelle? Fanculo, trovatene una tua, idiota!»
«Ma la tua sembra comoda!»
Un mese infinitamente lungo...

Ferma con la sedia a rotella una volta entrata in ascensore, Victoria sollevò lo sguardo verso la pulsantiera contro cui le dita del ragazzo che l'aveva accompagnata continuavano ad accanirsi nervosamente. Sorrise di lui, nascondendo la bocca dietro alle dita piccole della mano.
«Non c'è niente da sorridere, Vic, non siamo qui in gita.» sbottò, storcendo il naso «Non ti accompagno più ai tuoi stupidi esami della tiroide.»
«Non fare così e sii carino una volta tanto.»
«A-ah. Piuttosto, se la tiroide si trova all'altezza del collo e le tue gambe funzionano più che decentemente... che ci fai su quella sedia?»
«Oh niente, volevo stare comoda.» chiocciò, liscinado la gonna sulle cosce.
Lui fece finta di non averla sentita e non aver posto la domanda.
«...odio gli ospedali...» Sbottò.
Spinse lo sguardo oltre le porte dell'ascensore e, per un attimo, prima che queste si richiudessero, ebbe la netta sensazione di aver visto occhi di un verde mischiato al grigio e all'azzurro che brillavano al di sopra di un sorriso familiare, sbarazzino, già visto prima di allora.
Reclinò il capo, curioso, un passo in avanti e le labbra dischiuse a pronunciare un nome che, scoprì amaramente, non conosceva.
«Misha?» lo chiamò lei.
Misha scosse il capo.
Doveva essersi sbagliato, le probabilità di ritrovarsi quel ragazzino tra i piedi proprio in quell'ospedale erano troppo basse.
«Ho già detto che odio gli ospedali?»
E Victoria rise, annuendo.

 
 
Current Mood: hothot
Current Music: Fake Empire - The National