Caith Vision (caith_vision) wrote,
Caith Vision
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[Knives Out] You & Me: Fucking Soulmates

Characters: Hugh Ransom Drysdale; Charles Blackwood;
Pairing: Ransom/Charles
Words: 2.777
Warning: spoilers; crossover; slash; smut; explicit language;
Note: Ieri notte mi sono finalmente lasciata vincere dalla voglia di scrivere su questi due, voglia che mi perseguita fin da quando ho visto il trailer di Knives Out. Quest'anno è stato il film che mi ha dato più soddisfazioni e l'unico che ho amato dall'inizio alla fine e, visto che non aspettavo altro che un Chris Evans versione carogna, eccomi qui, pronta ad avere una scusa valida (no) per accoppiarlo con un Sebastian Stan versione carogna. Entrambi i film li ho visti una volta sola, quindi temo che il chara dei personaggi sarà un po' carente, soprattutto per quanto riguarda Charles Blackwood - ma per lui ho deciso di usare la scusa che sta solo cercando di farsi amico il ricco ereditiere per ottenere il bottino. Un'altra scusa è anche: il POV è concentrato su Ransom, quindi meh, chissà quali sono i veri pensieri di Charles. Ah, che bello iniziare il 2020 con scuse puerili!


Ransom aprì gli occhi al mattino e seppe immediatamente che qualcosa stava cambiando. Fissò un punto del soffitto bianco, lasciando che il sorriso affiorasse alle labbra, assaporando il momento – non così distante – in cui il cellulare avrebbe ronzato e sua madre lo avrebbe messo al corrente della terribile notizia.
Fuori uno.
Avanti il prossimo.
Qualcosa, però, non tornava.
Un buon indizio poteva essere la totale assenza di abiti, seguito a ruota dalla sensazione appiccicosa che gli avvolgeva le cosce e il torace.
Si voltò, notando una nuca seppellita tra lenzuola stropicciate.
«Oh cazzo.»
Non era stata la scontatezza della scena a infastidirlo – non gli sarebbe servito ingaggiare Blanc per arrivare all'ovvia conclusione che la notte prima aveva fatto sesso e si era portato dietro vittima, prove e arma del delitto (naturalmente ben attaccata e ora ammosciata tra le gambe). Aveva piuttosto qualche dubbio sull’atto in sé: ricordava poco o niente del sesso; ma a dirla tutta nemmeno quello era un gran problema, il sesso, come la si metta, è sempre sesso: centri un buco, avanti e indietro per un po’, ti svuoti e voilà, l’unica fatica era quella di ricordarsi di usare un preservativo, le sorprese non gli erano mai piaciute.
No, a seccarlo era proprio la presenza dell’idiota che aveva abbindolato la notte prima e che per qualche motivo misterioso aveva portato a casa propria, invece di darsi alla pazza gioia in qualche hotel. Il proprio letto era sacro, un tempio immacolato creato per ospitare uno e un solo dio, lui.
Aprì la bocca, liberando un verso roco e incarognito.
Nessuna reazione da parte dell'intrusa, se non qualche movimento sotto le lenzuola, gambe lunghe che si distendevano e la punta di un piede che gli sfiorava la caviglia.
Oh tesoro, se erano le maniere forti che voleva, le avrebbe avute! La spinse con una gomitata alla schiena e finalmente ottenne un primo, profondo, borbottio di disappunto.
Guardò meglio la siluette che si sagomava sotto le lenzuola. Non era quella di una donna.
Si era portato a letto un uomo.
Di nuovo, nessun problema – se non fosse che era il suo cazzo di letto!
Lo guardò voltarsi.
Almeno lo stronzo era carino e aveva languidi occhi azzurro cristallo che Ransom fissò a lungo, finché il sorrisetto supponente che gli si stropicciò su mezza bocca non mandò il momento a puttane.
«Buongiorno bellezza» lo salutò l’altro.
Ransom suppose che l’avesse chiamato a quel modo perché si era dimenticato il suo nome; poco male, erano in due, anche lui non aveva la più pallida idea di chi fosse quel tale.
Scrollò le spalle – poteva sopravvivere anche senza saperlo.
«Giorno. Te ne devi andare.»
L’uomo incassò la testa confuso.
Oww e aveva anche smesso di sorridere. Povero, povero idiota.
«Eh?»
«Hai sentito bene, bambolina. Abbiamo scopato, sono sicuro che sia stato fantastico… non c’è di che» si sfiorò la fronte con la punta di due dita, fingendo di togliersi un immaginario cappello «E ora, a meno che tu non voglia rinfrescarmi la memoria su quant’è successo ieri, con un pompino di prima mattina, questo è il momento in cui ti levi di torno.»
A questo punto, le opzioni di solito erano tre: urla e insulti (e per gli uomini anche qualche lacrima... già... – pregò non fosse quello il caso); un pugno in faccia o una ginocchiata tra i coglioni (per fortuna la posizione non era favorevole, inoltre lui era fisicamente più grosso di Begl’occhi) o, la sua preferita, lo sguardo ebete.
Se avesse dovuto scommettere, i suoi dollari sarebbero stati sulla prima – l’altro aveva la faccia di uno a cui non piaceva essere preso per il culo. Figurativamente. Perché, letteralmente, Ransom era sicuro di averlo già preso almeno una o due volte; e forse un po’ gli dispiaceva aver dimenticato come fosse stato, i suoi gemiti, le sue grida, la calda stretta delle sue carni.
Aspettò di sentire le urla, ma l’uomo si sollevò seduto.
Le lenzuola gli scivolarono dalle spalle, scoprendo una figura atletica e asciutta, pettorali sodi e fianchi stretti. Sulla spalla sinistra spiccava il marchio di una corona di denti.
Ransom si leccò la punta degli incisivi e quasi gli sembrò di sentire il sapore della sua pelle e del suo sangue.
L’uomo se ne accorse e sorrise – l’espressione supponente tornata su labbra che Ransom gli avrebbe volentieri strappato via a morsi. E poi gli avrebbe leccato per alleviare il dolore, fino a potergliele mordere di nuovo a sangue e succhiarle, come un vampiro assetato.
«Non c'è bisogno di essere così scortese. Se è tutto qui…» iniziò l’altro.
Tutto qui?
Ransom si puntellò sui gomito, sollevando le spalle, il lenzuolo a coprirlo dall’inguine in giù, rivelando una linea di peluria chiara che risaliva sino all’ombelico – peli biondi, come lo sarebbero stati i capelli se non avesse preferito tingerli. Poteva anche essere un idiotico pregiudizio quello di considerare i biondi degli inetti, ma data la presenza di zia Joni ad avvalorare la teoria, Ransom aveva preferito tingere il problema alla radice.
«Continua» gli concesse, con un breve cenno della mano.
L’uomo si sollevò sulle ginocchia. Il lenzuolo cadde, rivelando un corpo nudo e costellato di morsi e lividi che avevano la forma delle dita di Ransom – li inseguì uno ad uno, come un cacciatore dietro la propria preda, soddisfatto di trovarne uno attorno alla coscia destra dell’uomo, dove la propria mano lo aveva stretto con forza, uno al suo fianco, uno perfino che spariva dietro, su una natica soda, insieme al segno rosso di uno schiaffo e il segno di un morso intorno al capezzolo sinistro.
Oh, dovevano essersi davvero, davvero divertiti quella notte.
L’altro si piazzò tra le sue gambe, scacciando le coperte. «Se è tutto qui, non vedo dove stia il problema nel rinfrescarti la memoria.»
Ransom lo guardò abbassarsi tra le proprie cosce e, forse per la prima volta nella sua vita adulta, rimase senza parole – meschine o indecenti che fossero.
E il bastardo lo leccava piano, scivolando con piccole lappate intorno all’ombelico per poi scendere un centimetro alla volta, come fosse una cazzo di caccia al tesoro e si fosse dimenticato dove diavolo si trovasse un pene.
Ransom gli piantò una mano alla nuca e lo spinse in basso.
Lo sentì grugnire e soffiare una risata bassa, che suonò vagamente irritata e gli solleticò il pube. Ma almeno riuscì ad avere la sua dannata bocca su di sé, intorno a sé – lo guardò allungare la lingua e leccargli il membro con un’unica, umida, lappata che gli lanciò scariche di piacere in tutto il corpo.
L’erezione iniziò a crescere direttamente nella bocca dell’uomo, quando la prese tra le labbra. Lo succhiava piano, in punta, a dargli solo un fottuto assaggio, prima del gran banchetto.
Ransom gli premette più forte la mano alla nuca, invitandolo a prenderlo tutto. Strinse tra le dita una ciocca castana di capelli spettinati che, era certo, la notte prima doveva aver strattonato e tirato come redini di un cavallo selvaggio. Ricordava vagamente la sua siluette, la curva virile della sua schiena inarcata, il suo corpo a carponi sul tappeto persiano del salone e il fuoco del camino a disegnare ombre oscene sulla sua pelle chiara.
Ad occhi socchiusi, iniziò ad ondeggiare il bacino, circondato da saliva bollente e da gorgoglii soffocati che gli vibravano intorno all’asta dura ogni volta che il glande si spingeva nella gola dell’uomo, aumentandogli la voglia di farsi ingoiare da lui.
Gli strattonò i capelli, sollevandogli solo la fronte perché potesse guardarlo negli occhi mentre le spinte si facevano più insistenti e Ransom avanzava nella sua bocca, facendosi spazio a forza, riempiendogli le guance, strofinandosi contro il palato e scopandola tutta fino in fondo.
E nel farlo non smise di fissarlo negli occhi.
Dio se brillavano quegli occhi, azzurri come due fottuti lapislazzuli. Avrebbe potuto cavarglieli dal volto e sarebbe stato ricco – beh, più ricco di quanto già non fosse (non oggi, non ancora, ma un giorno, presto, dopo il processo).
Si accorse che l’altro sorrideva mentre lo succhiava, sentì la piega delle sue labbra premute al pube, quel sorriso sfrontato per cui l’avrebbe volentieri schiaffeggiato. Per ora, però, si accontentò di affondare un’ultima volta nella sua bocca, una stoccata feroce, profonda e un gemito gutturale che forse fu tanto suo quanto di Begl’occhi.
Si riversò nella sua gola, aspettando, col capo rovesciato sul cuscino, che ingoiasse ogni goccia del proprio seme. Lentamente lasciò la presa ai suoi capelli, il volto piegato di qualche grado in avanti per tornare a guardarlo.
«Come hai detto che ti chiami?»
L’uomo si allontanò con un suono umido, un pop che quasi lo fece tornare duro a Ransom – in compenso, la sua di erezione, svettava tra cosce tornite, gonfia e pulsante, le vene in risalto e la punta umida.
Con gli addominali che premevano per lo sforzo – non si era nemmeno toccato e bastava il lucore dello sguardo a capire quanto avesse bisogno di venire a sua volta – tornò sdraiato accanto a Ransom, poggiando la testa sul suo cuscino.
«Charles Blackwood.» Si (ri)presentò. Raccolse tra le dita le ultime gocce di seme che gli macchiavano le labbra rosse e gonfie, pulì la mano sul lenzuolo, con la spocchia del cattolico perbenista, quasi la bocca che poco prima lo aveva succhiato avidamente al rampollo dei Drysdale non fosse mai stata la sua.
Il sorriso riapparve quasi subito e con esso l’espressione boriosa e a Ransom tornarono alla mente vaghi discorsi su un qualche castello – la faccia del nobile in decadenza ce l’aveva.
Iniziò a capire il motivo che l’aveva spinto a portarselo a casa: era stata la voglia di vedere quello stronzetto inginocchiarsi ai propri piedi, pregarlo, supplicarlo e poi lasciarsi aprire a metà da lui.
«Ok, Charles, io sono—»
Il sorriso arrogante si allargò (Ransom si sentì invadere dalla voglia di riempirgli di nuovo la bocca della propria erezione e tenerlo così per sempre: muto e attaccato al proprio cazzo). «Hugh Drysdale, lo so.»
Ransom aggrottò la fronte. Lo stronzetto ricordava il suo nome… si chiese cos’altro ricordasse.
«Chiamami Ransom, soltanto la servitù mi chiama Hugh.»
«Significa che posso rimanere, Ransom?»
«Per ora.»

*

“Per ora” doveva avere un significato tutto particolare per Charles, doveva essere suonato come un “Fai come se fossi a casa tua” perché un’ora dopo, doccia fatta e vestiti raccattati (almeno quelli del non così gradito ospite), l’uomo si era presentato in cucina infilato in abiti che non aveva la notte precedente e che Ransom conosceva benissimo.
Il maglione bianco a collo alto era troppo largo per la figura di Charles, le maniche – che già normalmente coprivano fino a metà dei palmi di Ransom – erano troppo lunghe, ma nel complesso smussava la sua personalità boriosa e lo rendeva quasi tenero, in modo appetitoso.
Ransom abbandonò sul bancone della cucina il solito pacchetto di biscotti che la domestica lasciava a portata di mano apposta per lui. Finì di sgranocchiare l’ultimo, leccandosi le dita.
«Cosa sei, un ladro? Una puttana che sogna il colpaccio alla Julia Roberts?» Si rabbuiò all’istante. «Oh cazzo, non avrai l’aids, vero?»
Charles si fermò davanti al frigorifero, le spalle contratte e la mascella a serrarsi per un momento. Prese fiato e sorrise con una dolcezza che Ransom trovò quasi stucchevole, rimpiangendo i sorrisi taglienti da signorotto di buona famiglia – se c’era una cosa che la sua famiglia gli aveva insegnato era saper cogliere la falsità di un sorriso e non c’era nulla che urlava “al falsario” più di quella curva che Charles si era piazzato in faccia.
«No, non ce l’ho e comunque abbiamo usato il preservativo» gli ricordò l’altro. Lo aggirò e raggiunse il frigorifero.
Ransom si godette tutto il panorama quando l’altro si chinò a prendere il cartone del latte. Aveva sentito un calore lavico percorrergli con prepotenza il bassoventre e assaporò l’idea di farsi ridare tutti i vestiti e tenerselo lì nudo, a propria disposizione.
Charles bevve direttamente dal cartone del latte.
«Le tazze sono dietro di te.»
Charles scrollò le spalle e continuò a bere direttamente dal cartone. «Non mi serve una tazza.»
«Lo dicevo per me. Visto che ti stai scolando il mio latte, almeno renditi utile e preparami il caffè.»
Ransom ghignò dell’espressione sdegnata che attraversò in un lampo il volto dell’uomo, gli ricordava un po’ quella dei suoi parenti e quasi gli venne il dubbio che potessero essere fratelli o cugini.
Avrebbe dovuto aggiungere incesto alla lista dei propri peccati.
Charles però si riprese quasi subito, avanzò verso di lui, portandosi dietro il cartone del latte e si fermò con il petto premuto contro il suo.
Il profumo di bagnoschiuma si mescolava in una piacevole fragranza fruttata con l’odore della sua pelle.
«Se ne volevi un po’ anche tu, non avevi che da chiedere.»
Ransom rise con gusto quando lo vide prendere un sorso di latte e tirarlo verso il basso, afferrandogli i lembi della sciarpa abbandonati sul petto. «Sei disgustoso.»
«Mhm-mhm.»
Ma quando Charles fece per baciarlo, Ransom gli afferrò il mento tra due dita, glielo reclinò a proprio piacere e aprì la bocca, lasciando che il latte si riversasse oltre le sue labbra, che colasse dagli angoli e macchiasse il mento di entrambi. Più interessato al bacio, gli succhiò la lingua, gli diede battaglia con la propria, gli circondò la vita in un abbracciò e gli afferrò i glutei, stringendoli tra le dita.
Sì, doveva assolutamente obbligarlo a ridargli i vestiti. Tutti quanti. Nudo era meglio, molto, molto meglio.
«Stringi i denti, Ransom, perché dovrai sopportare la mia presenza ancora per un po’.» La voce roca di Charles arrivò dal collo di Ransom, che aveva iniziato a graffiare con la punta dei denti, mordendogli il mento di quando in quando, assaporando la rasatura perfetta. «Almeno finché non mi avrai dato il quarto di eredità che mi spetta, alla morte del vecchio.»
Ransom lo staccò da sé di scatto. «Che cazzo hai appena detto?»
«Mi hai sentito benissimo.»
Lo guardò cupo, le dita strette alle spalle di Charles, che avevano iniziato a stritolarle in una morsa dolorosa da cui l’altro non si era mosso, ma sorrideva con una tranquillità falsa ed irritante. Doveva decisamente avere il suo stesso sangue, piccolo serpente merdoso che non era altro.
Deglutì.
E all’improvviso ricordò tutto: il piano, il bar, l’uomo dalla giacca grigia e la camicia immacolata a cui aveva offerto da bere, il pompino da sogno che gli aveva fatto in macchina, il modo in cui miagolava e gemeva come un gatto in calore mentre lo scopava, le sue unghie piantate nella schiena e il suo sorriso (oh quel suo stramaledetto sorriso) spezzato dalle lacrime mentre implorava ancora e ancora e ancora.
Ransom si era assicurato di fargli male ad ogni spinta, di spaccargli quel meraviglioso culo in cui si era seppellito solo per il gusto di sentirlo piangere e quando poi era accaduto, quel bastardo lo aveva colto di sorpresa baciandolo e chiedendogli di più.
“Scopami ancora, non ti fermare, voglio sciogliermi su di te. Fammi godere.”
Ransom gli aveva raccontato tutto poco prima di addormentarsi.
“La vuoi sentire una storia divertente? Ho intenzione di uccidere mio nonno.”
No, non gliel’aveva detto per farlo ridere, ma perché aveva guardato nei suoi occhi e aveva scorto lo stesso pozzo nero e melmoso che aveva percepito dentro di sé, quando suo nonno lo aveva buttato fuori dall’eredità. Aveva scorto in lui un’amina affine. E perché condividere quel peccato con qualcun altro, quello, sarebbe stato uno spasso.
“Aiutami e ti darò un decimo di quello che mi spetta.”
“La metà.”
“Ora non sparare cazzate e non t’allargare, bambolina.”
“Un quarto” aveva ribattuto Charles, nudo e bellissimo davanti al fuoco del camino, avvolto solo dal soprabito di Ransom. E prima che il padrone di casa avesse potuto ribattere, lo aveva zittito con un bacio lungo e profondo e nella sua bocca aveva sospirato “E potrai continuare a scoparmi ogni volta che vorrai.”
Cazzo, era stato perfetto.
“Affare fatto.”
Infine Charles si era guardato intorno con una curiosità pigra, poco attenta, quasi conoscesse già la risposta: “Dove dormo io?”
E Ransom lo aveva tirato a sé, gettando lontano il soprabito e rivestendolo della propria pelle “Con me,nel mio letto. Ormai mi appartieni.”

Ransom sorrise e aprì una mano alla sua guancia.
«Puoi rimanere, almeno finché non mi verrà voglia di ammazzare anche te.»
Charles schioccò la lingua contro il palato e usò la punta per spennellare le lettere del proprio nome sul suo mento. «Non se ti uccido prima io.»
«Uhu, stronzo come piace a me.»
Ransom si chinò a baciarlo, proprio mentre, nella tasca, il cellulare aveva iniziato a vibrare con la fastidiosa perseveranza delle chiamate di sua madre.
Spinse un sorriso sulle labbra di Charles.
I giochi potevano avere inizio.
Tags: [crossover], [oneshot], character: charles blackwood, character: hugh ransom drysdale, fandom: knives out, fandom: we have always lived in the cast, pairing: ransomxcharles
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