Caith Vision (caith_vision) wrote,
Caith Vision
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[Captain America] You had me at Hello || 02. A name is just a name

Characters: Steve Rogers; Tony Stark; Sam Wilson; James Buchanan Barnes; Peggy Carter { nominated };
Pairing: Steve/Bucky { stucky }; si farà menzione della steggy (oneside), eventuali altre coppie saranno segnalate di capitolo in capitolo.
Words: 4.474
Note: Ma porca miseria, quand'è che questa fic è diventata così idiota? Tony & Adolescenza, dovevo immaginarlo che sarebbe finita così. Ma giuro che è una fic seria, con temi più o meno seri (e altri evidentemente no) e che se non lo sembra è solo perché sono i primi capitoli (?) e non ha ancora carburato! Lo giuro! *non ci crede più nemmeno lei*
Come già indicato nel capitolo precedente, la fic è ambientata tra il 2000 e il 2010, in realtà è più vicino al 2000, il che significa che Sebastian Stan non è ancora apparso in Gossip Girl e Gossip Girl nemmeno esiste ancora. Ma vige sempre la regola dell’ I do what I want.Il Gladiatore invece è del 2000, quando Russel Crowe era un figo paura v_v


«Sei una delusione, Rogers» esordisce Tony.
Sono appena le otto e mezzo del mattino e Stark ha già iniziato con gli insulti; ora di mezzogiorno prevede di asfaltare l’ego di almeno mezza dozzina di studenti.
Ha tra le mani un bicchiere d’asporto che deve essersi teletrasportato per magia, perché sono appena entrati in caffetteria e devono ancora ordinare tutti e tre: Steve, Sam e lui.
«Credevi davvero di cavartela con un nascondiglio così patetico? Rintanarti alla caffetteria della tua facoltà per salvarti dalle mie domande su Pretty Voice[1]? Non ti sei nemmeno sforzato» borbotta e fa ondeggiare il bicchiere che spilla gocce di caffè nero bollente tra le sue dita. Le lecca via, nessun suono, nessun dolore – è abituato alle bruciature da saldatori elettrici, alle scosse da circuiti saltati o a progetti personali pronti ad esplodergli tra le mani, un po’ di caffè caldo non è la fine del mondo, è solo un triste spreco.
Steve sospira. «Buongiorno anche a te, Stark.»
Per fortuna questa mattina non ha avuto problemi a svegliarsi; è uscito per correre, ha visto l’alba sorgere ed è fresco di doccia. Affrontare le sparate di Stark non dovrebbe essere un problema – non più del solito.
Accanto a Steve, Sam inarca un sopracciglio. «Homie[2], ti abbiamo avvertito noi che avremmo fatto colazione qui. La nostra lezione inizia tra un quarto d’ora.»
Tony passa un’occhiata sdegnosa dall’uno all’altro ragazzo, e prima di ribattere – non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi di lasciare l’ultima parola a qualcun altro –, avanza di una falcata ampia, infilandosi tra i due per il puro gusto di essere il centro dell’attenzione.
Passa la mano libera tra i capelli, un cespuglio castano, che invece di domare, il gel sembra aver reso più selvaggio.
«E la mia invece è già cominciata, Wilson, ma non per questo mi hai sentito usarla come scusa» afferma.
Steve lo guarda allucinato. «Hai lezione ora?»
«Ho parlato un’altra lingua senza rendermene conto? Sì, ho lezione. E no, non ora.» Tony solleva il polso, guarda un orologio dallo sgargiante cinturino in metallo rosso e dal quadrante rettangolare nero ossidiana con bordo dorato. «Quaranta minuti fa.»
«E che diavolo ci fai qui, invece di essere in classe?»
«Ho già studiato il programma di quest’anno per conto mio, il resto è una perdita di tempo.» Una scrollata di spalle e una smorfia che sembra chiedere ai due come abbiano fatto a non arrivarci da soli. «E, se permettete, preferisco impiegare il mio facendo beneficienza.»
Stark sorride, ma davanti alle espressioni confuse dei ragazzi, realizza che nessuno dei due abbia colto il sottinteso.
«Dio perché vuoi mettermi alla prova?» Alza gli occhi al soffitto; quando li riabbassa su Steve, con un gesto stizzito sbatte una manata alla sua spalla, pentendosene immediatamente. È solida, scopre, ed è come aver colpito la nuda roccia di una montagna: per un intero minuto, Tony perde completamente la sensibilità della mano. «Cosa ti danno da mangiare la mattina: latte e lastroni d’acciaio?»
Steve si massaggia il setto nasale; al contrario dell’amico, non ha quasi nemmeno sentito la pacca. «Arriva al punto, Tony. Io, alla mia lezione, ho intenzione di presentarmi e di arrivare puntuale, se possibile.»
«Non lo so, è un grosso se
«Faremo tutti uno sforzo per riuscirci, tu compreso. Ora: il punto?»
«Il punto, Rogers, è che sto cercando di informarmi sulla vita sessuale di un mio caro amico. Potrai non averlo notato, ma dietro a tutti quei muscoli, si nasconde un adolescente e come tale hai bisogno di sfoghi e di qualcuno che te la dia, prima che quello tra le tue gambe» la pausa è d’effetto e, anche se non avrebbe bisogno di indicare tra le cosce del ragazzo, con uno sventolio fin troppo teatrale della mano, lo fa ugualmente «Che, a proposito, è un pene, si atrofizzi.»
Per un attimo, in una caffetteria scolastica in pieno orario di punta, cala un silenzio surreale e decine di occhi vengono puntate sul trio o, più precisamente, sul pene incriminato.
Un paio di ragazze in fila incrociano lo sguardo in fuga di Steve e sfarfallano lunghe ciglia su occhioni da cerbiatto, in quello che potrebbe essere un codice morse – prendimi, sono tua.
Sam preme un pugno alla bocca e si impegna per ingoiare le ondate di risa che gli scuotono le spalle. Non vorrebbe – dovrebbe – ridere, ma ha visto la faccia di Steve farsi gradualmente più rossa ed è sicuro che da un momento all’altro dalle orecchie gli usciranno vampate di fumo come in un cartone animato.
«Il… il mio pene sta bene così, grazie…» Nessuna vampata dalle orecchie di Rogers, solo un sibilo e un’occhiata malevola con cui vorrebbe mettere a tacere Stark (per sempre), ma che ottiene l’effetto contrario.
«Questo dovresti farlo giudicare a uno specialista. O a una prostituta. O anche alla Carter, se proprio ci tieni.»
«Finiscila, non dovresti nemmeno dirle certe cose di lei. Portale un po’ di rispetto.»
«Quali cose? È una tirocinante, non una suora di clausura, al giorno d’oggi nessuna donna si sogna più di arrivare vergine al matrimonio. Se la vuoi illibata ti conviene cercare tra le comunità amish, magari sei fortunato.»
«Perché devi sempre comportarti come un coglione?»
Tony scuote il capo, esagerando il disappunto. «Linguaggio, San Rogers. Non vorrai rischiare che ti chiudano in faccia le porte del paradiso?»
Steve decide di ignorarlo.
Sam batte una mano al bancone che hanno finalmente raggiunto. «Se avete finito di litigare come marito e moglie—»
«Dammi più specifiche, in questo scenario la moglie sono io o Rogers?» lo interrompe Tony.
A ignorarlo diventano due e Sam si rivolge direttamente alla giovane cassiera «Ciao, ordino io per tutti: due caffè lunghi e uno ristretto.» Un’occhiata di sbieco a Tony, giusto in tempo per notare il ghigno sardonico e l’occhiolino che ha appena scoccato alla cassiera, distraendola fin troppo facilmente dall’ordinazione. «Molto ristretto…»

- - -

Il discorso non finisce qui, mi devi un racconto gay a luci rosse, Rogers!
Il fantasma della minaccia di Tony gli tiene compagnia per l’intera mattinata, solidificandosi nella presenza di un cellulare di ultimo modello che Steve tiene nella tasca dei jeans, lontano dalla propria vista, ma non dai propri pensieri.
Deve restituirlo al ragazzo.
L’occasione si presenta in pausa pranzo.
Normalmente sarebbe uscito dal campus per cercarlo, diretto all’unica bancarella di shawarma di tutto l’Upper West Side di Manhattan – e probabilmente sponsorizzata direttamente da Stark –, ma con la stagione di football alle porte è più facile trovarlo al campo, a flirtare con le cheerleader. È un mistero come Pepper abbia accettato di ingaggiare una relazione con lui.

Lo trova dieci minuti e metà Campus dopo.
Contrariamente a quanto pensava, Tony è solo sugli spalti.
All’altro basta tirargli un’occhiata veloce per capire il motivo della sua presenza.
«No. Tienitelo.» gli dice ancor prima che Steve metta mano al cellulare.
«Preferirei riavere indietro il mio.»
«Se proprio insisti.» Tony infila una mano nella tasca del giubbotto, estrae uno starTAC ridicolmente vecchio (è rigato ovunque e sugli angoli il colore della plastica è venuto via) e lo lancia tra le mani di Steve. «Tieniti anche l’altro.»
Ha dell’incredibile come riescano a essere sempre in disaccordo su qualsiasi cosa.
«Tony…»
«Sturati le orecchie, Matusalemme, ti ho già detto no
Qualsiasi. Dannata. Cosa.
«Come vuoi, allora quando lo rivorrai indietro basta che me lo dici.»
«Te lo dico subito quando: chiamalo di nuovo, stasera e domani sera e siamo pari.»
Steve prende posto sulla panca tra gli spalti, accanto all’amico. A breve cominceranno gli allenamenti e a Stark piace accogliere i compagni di gioco da là sopra, come fosse un talent scout e non, invece, il capitano della squadra.
«Perché ci tieni tanto?» gli chiede.
«Perché l’unica cosa che frequenti è la biblioteca. Assiduamente. O quelle mostre d’arte di artisti squattrinati che nessuno conosce… e per una buona ragione, se vuoi un mio parere.»
Steve sorvola sul parere non richiesto di Stark. «Ho anche degli amici, dovresti saperlo dato che sei uno di questi.»
«Eppure il tuo libro d’arte riesce a passare più tempo in tua compagnia che il tuo non-così-gremito gruppo di amici messo insieme. La mattina sei a lezione, il pomeriggio quando non sei in classe sei in biblioteca, la sera studi, quando non studi fai tutoring, il weekend hai il tuo stupido part-time in centro, durante le vacanze torni dritto da mammina e una volta finite si ricomincia da capo. Ho tralasciato qualcosa?»
Vedere la sua vita venir passata al microscopio Stark fa uno strano effetto, forse lo stesso che ha provato la sera prima tornando in stanza, quando si è sentito svuotato e stanco.
Studia e lavora senza pensare ad altro perché ha un obbiettivo da conseguire – Winter lo ha capito subito e sa che, in fondo, anche Stark lo ha capito, ma preferirebbe che tutti facessero le cose a modo suo.
Se solo lui e Steve non fossero l’uno l’esatto opposto dell’altro.
«Quindi cercavi di farmi adescare un centralinista di Brooklyn, con la speranza che riempissi di pepe la mia monotona vita?»
«Chiariamo subito un concetto: lui avrebbe dovuto adescare te, non il contrario. Senza offesa, ma sei una sega come seduttore. È da quando ti conosco che non fai altro che pensare alla Carter, parlare della Carter, rifiutare tutte le ragazze che ti presento perché vuoi solo la Carter, eppure non hai mai mosso un dito con lei. Sai questo cosa significa?»
«Che sono una causa persa.» afferma Steve, tirando le somme senza alcun entusiasmo.
«No, che sei gay.»
E realizzando, non per la prima volta, che Tony è il peggior essere umano dell’intero creato.
Lascia cadere lo starTAC nello zaino, passandosi una mano sul volto.
«Alle volte mi chiedo ancora perché ti stia ad ascoltare. E sappi che detesto questi tuoi scherzi idioti.»
Il ghigno di Tony sembra dire il contrario: «A-ah. Devi averli proprio detestati durante i tuoi quarantasei minuti di conversazione. Riesco a immaginare benissimo quanto fossi affranto. Dovevi essere proprio devastato.»
Steve ingoia un grumo di saliva che ha rischiato di andargli di traverso e guarda l’amico con occhi che sono diventate enormi biglie azzurro cielo. «C-cos… sei andato a controllare?»
«Ovvio, la bolletta la pago io, pervertito che non sei altro! Speravo anche ti insegnasse a essere meno palo in culo, ma è evidente che una sola sessione non è sufficiente.»
«Non viaggiare troppo con la fantasia, Stark. Abbiamo solo parlato.»
«Parlato?» Tony emette un verso che somiglia ad una risata strozzata, un suono perculatorio che prende a calci l’orgoglio di Steve. «E di che? Spero di me, almeno.»
In un certo senso la si potrebbe mettere così, ma Steve scuote il capo e incrocia le dita, poggiando i gomiti sulle ginocchia. Con la schiena curva guarda avanti, sonda il campo, quasi potesse trovarvi la salvezza da quel discorso idiota o il metodo definitivo per chiudere una volta per tutte la bocca di Tony Stark… senza doverlo uccidere.
«A proposito, si può sapere dove l’hai trovato il numero di una linea erotica maschile?»
«Su google.» È la risposta ovvia, che viene accompagnata da uno sguardo di pena più che meritato – la competenza di Rogers nel campo tecnologico è paragonabile a quella di un ottantenne con la demenza senile.
Tony gli sorride, con delicatezza gli appoggia una mano alla spalla e quando parla ha un tono dolciastro e comprensivo che suona così sbagliato da mettere i brividi: «Google è un motore di ricerca che serve—»
«Smettila, lo so cos’è google!» sbotta Steve, scacciandogli la mano con una sberla.
«Scusa, nonno, cercavo di rendermi utile.»
«Cercavi di renderti odioso, come al solito.»
«Nah, lo so che in fondo mi vuoi bene e che prima o poi ti deciderai a entrare negli Avengers. E quando verrà quel giorno, potrò finalmente dire a Rumlow che come quarterback è un fallito.»
Steve evita di fargli notare che il nome corretto della loro squadra è Columbia Lions e che non esiste alcun Avenger, né nulla da vendicare; è un discorso che ha già affrontato chiunque abbia mai parlato di football col ragazzo e che, da come si può dedurre, non ha portato alcun risultato.
«Non dovrebbe essere il Coach Fury a dire certe cose?» chiede invece, abbozzando un sorriso comprensivo; nemmeno lui ha una buona opinione del quarterback.
«Quello è cieco da un occhio, non le dice certe cose perché non vede un cazzo.»
Steve si china di lato e poggia la spalla contro quella di Tony. Il sussurro ha il tono di una confidenza: «Ti ha di nuovo messo in panchina, vero?»
«Ovvio! Lo stronzo! Me l’ha menata perché secondo lui ero ubriaco negli spogliatoi. Ho vent’anni, cazzo, per addormentarmi mio padre mi piazzava in mano bicchieri di whiskey da che ho memoria, lo so reggere un po’ d’alcol.»
«Quanto alcol nello specifico?»
«Metà… uno… non fa differenza.»
«Bicchieri?»
«Bottiglie. Di Vodka…»
«Cristo, Tony…»
«Risparmiati la paternale, Fury ha già dato per tutti. E comunque anche da ubriaco sono più sveglio, più veloce e più in gamba dell’intero branco di ritardati che si è scelto come squadra» Fa una pausa, ingoiando un bolo di rabbia e saliva e guardando la distesa verde del campo su cui una coppia di inservienti sta ripassando le linee con il rullo. «Rhodey a parte. Lui è a posto.»
Steve annuisce. «Ti va di parlarmi del perché eri ubriaco negli spogliatoi?»
«No, voglio tenere la storia in caldo per il mio psicanalista. Dovrà pur avere un pretesto per prendersi tutti i soldi che i miei gli rifilano ogni mese.»
Tony mente e Steve non insiste. Sa che è inutile con lui, che è fatto a compartimenti stagni e quand’anche pare che una parte di lui si apra, il resto rimane sigillato per contenere la falla. Il resto rimane nascosto dietro un’armatura di ferro posta tra lui e il mondo intero.
Pepper è l’unica che finora sia riuscita a interpretare quel casino chiamato Stark.
«Quando vorrai parlare con un amico, invece che con lo psicanalista immaginario, io ci sono.»
«Non trattenere il fiato, Rogers.»

- - -

Ha passato l’intero pomeriggio in biblioteca con Sam e anche dopo che il ragazzo se ne è andato, Steve è rimasto a studiare, per portarsi avanti il più possibile con il programma.
Quando torna in dormitorio, stravaccandosi sul letto, ha gli occhi gonfi di stanchezza e un buco nello stomaco che ha intenzione di riempire con i due tristi tramezzini acquistati alla mensa del campus.
Siede a gambe incrociate in mezzo al letto e addenta il primo tramezzino. Il cellulare con il numero di Winter è rimasto in tasca, dove lo ha lasciato per tutto il giorno, confortato dalla sua presenza. Lo estrae e, come il giorno prima, avvia la chiamata verso l’unico numero presente in rubrica.
Al primo squillo il cuore sale in gola e fatica a tirarlo giù insieme al boccone. Si sente come prima di un esame importante, anche se sa che andrà bene e che ha studiato più che a sufficienza, non riesce ad impedire ai nervi di vibrare sottopelle.

«Sono Winter, come posso aiutarti, dolcezza?»

No, si corregge – la voce del centralinista che scivola deliziosamente tra i timpani e vi fa il nido con leziosa sensualità –, non è come prima di un esame. È molto, molto meglio.

«Ehy, Winter.»

Basta un attimo.
Steve ha come l’impressione di riuscire a distinguere l’esatto momento in cui Winter si ricorda di lui – riesce a percepire il respiro che cambia ritmo, la sfiatata un po’ più lunga, la piega di labbra morbide che poggiano a un microfono integrato alle cuffie e la punta della lingua che passa a umettarle.

«Che mi venga un colpo se non è Steve!»
Non gli importa che faccia parte della sceneggiata, Winter è un attore fottutamente credibile e Steve si lascia conquistare dal suo entusiasmo.
«Sono io» conferma.
«Hai ucciso il tuo amico e ti sei impossessato della sua eredità?»
«Solo del cellulare, a quanto pare.» Ride piano, trattenendosi senza che ce ne sia motivo. «Me lo ha lasciato per altre due sere.»
«Fortunello; tu paghi pegno e lui le bollette. Non ci sa proprio fare con le penitenze. Lo sa, vero, che ho una voce da stupro ed è un piacere poterla ascoltare?»
«Per non parlare della tua umiltà.»
«O della mia generosità innata.»
«Un cuore d’oro come il tuo è così raro.»
«E non hai visto il mio fantastico culo!»

Steve si lascia cadere sdraiato tra le coperte, quel che rimane del tramezzino abbandonato sul piccolo comodino. Copre con le dita un volto che ha già iniziato a prendere colore e contro il palmo spinge un sorriso a metà tra l’imbarazzato e il divertito.
Almeno, questa volta, non è del proprio culo che si sta parlando.

«Ti crederò sulla parola.»
«Bravo. E comunque sono felice che mi abbia chiamato di nuovo, avevo voglia di sentirti.»
Scommette che è una delle frasi di repertorio che usa con tutti i suoi clienti abituali, ma gli fa ugualmente piacere che abbia deciso di dirglielo. «Siamo in due. Ho anche finito di studiare per oggi.»
«Significa che stasera ti ho tutto per me, baby doll?»

La risposta si riduce a un patetico balbettio, instupidito non tanto dall’irriverenza del centralinista, quanto invece dai toni caldi del rosso che dipingono la domanda, privandola di ogni intento innocente.
Poi, come niente fosse, dall’altra parte della linea scoppia una risata divertita.

«Dio, Stevie, è fin troppo facile metterti in imbarazzo.»
«C-cretino, non sono in imbarazzo. Ero… ero solo impreparato alle tue stronzate.»
«Sicuro. Quindi quando sei in imbarazzo mi insulti? Carino. E cosa ne pensa tua madre di questo tuo linguaggio?»
«Possiamo cambiare discorso?»
«Solo perché me lo chiedi con quel tono disperato. Quanti anni hai?»
«Diciannove. Tu?»
«Quanti me ne dai?»
«Non lo so, diciotto… diciannove… hai la voce di un ragazzo della mia età.»
«Ne ho venti.»

Ha un anno in più. Steve lo memorizza – così come ha memorizzato ogni altro piccolo dettaglio del centralinista: la sua voce, il suo accento, il modo in cui ride quando lo prende in giro, il tono vivace delle sue domande e quello cauto e pacato delle sue risposte.
Vent’anni. Uno più di lui. E Steve vorrebbe non avergli detto la propria età, anche se sa che non sarebbe stato capace di mentire.
È stupido pensarlo, ma vorrebbe fosse il contrario, vorrebbe essere lui quello più grande.
Vorrebbe…

«Cosa studi?»
La voce di Winter trancia a metà il pensiero.
«Arte alla Columbia. Tu? Studi?»
«No, non più.»
«Come mai, se posso chiedere?»

La domanda cade nel vuoto, il silenzio che li circonda graffia le pareti della stanza di Steve e cola in terra.
Ha sentito Winter muoversi, è un lieve frusciare il suo, come se avesse stretto la stoffa di qualcosa – della sua maglia, crede – tra le dita.

«Non c’è bisogno che rispondi se non vuoi.» anche se la verità è che Steve vorrebbe sapere tutto di lui. Forse è perché è figlio unico e in Winter vede il fratello che non ha mai avuto.
«Grazie.»
«Nessun problema. Posso chiederti da quanto tempo fai questo lavoro?»
«Da un po’. Qualche anno credo.»
«E ti piace?»
«La paga è buona e c’è di peggio.»
«Hai avuto brutte esperienze?»
«Alle volte, non possono essere tutti ufficiali gentiluomini come te.»
Steve si rabbuia. «Mi dispiace.»
«E di cosa? Su con la vita, Stevie, lo stipendio me lo becco lo stesso e gli insulti, in fondo, fanno parte del pacchetto, così come le teste di cazzo. In fondo a me va quasi bene, dovresti sentire quello che dicono alle ragazze.»

Il silenzio torna all’improvviso, Steve riesce a sentire il rumore di una manata; non è forte ed è quasi convinto che sia perché Winter l’abbia usata per tapparsi la bocca – anche se malamente, distingue un mugolio irritato e poi uno sbuffo.

«Winter? Tutto bene?»
«Cazzo, no, scusa, troppe informazioni, eh? Di solito non mi fanno certe domande e non sono abituato a parlarne. Ho dimenticato di mettere il filtro cliente, scusa.»
«Non scusarti, sono contento che tu non l’abbia fatto, mi piace quando mi racconti di te.»
«Questo perché sei troppo buono per dire che hai già i tuoi problemi e non hai bisogno di sentire quelli degli altri.»
«No, sono serio. E poi la domanda l’ho posta io.»
«Ma non pensavo fossi davvero interessato alla risposta… insomma… di solito funziona al pari del “come stai”. Lo sanno tutti che la risposta corretta è “bene e tu?”. A nessuno fotte mai davvero come stai.»
«A me sì.»
«A te cosa?»

Gli sembra di sentirlo tentennare e lo immagina giocare nervoso col microfono delle cuffie o arricciare sull’indice il cavo collegato al telefono. Scommette che ha dita lunghe, maschili ma ben curate – e, per quanto lo faccia sorridere, le immagina come quelle di un ladro, agili e capaci.

«A me fotte. Non lo chiederei altrimenti, quindi non scusarti di niente, ok? Ci tengo davvero che tu ti senta libero di parlarmi. E, anche se non rientro in quella categoria, ti chiedo scusa a nome di tutti quei clienti stronzi che non ti hanno trattato come meriti e ti hanno fatto sentire sminuito.»

Il sospiro di Winter che attraversare la linea è una lunga sfiatata a bocca aperta. Steve ricorda un dipinto erotico che un giorno ha visto in un’esposizione amatoriale – una ragazza nuda, dalla testa rovesciata all’indietro e labbra rosse spalancate e sfiorate da una pioggia di petali; ricorda i piccoli seni e i capezzoli nascosti dalle onde lunghe e bionde, disegnate con spennellate morbide ed eleganti; ricorda cosce bianche e schiuse, steli d’erba e intrecci spinati a coprirne le vergogne. Ricorda di averla trovata bella al di là del nudo, al di là del sesso, solo perché c’era in lei una vulnerabilità che avrebbe voluto toccare con mano e perché, in quel quadro, quella vulnerabilità, lei la stava affidando a lui e agli occhi di chiunque la stesse ammirando.
Se avesse dovuto dare un suono a quel quadro, vi avrebbe dato proprio il sospiro di Winter in questo momento.

«Cazzo, Steve, ma ti senti?» un altro sospiro, più corto e contenuto «Non posso crederci che tu non abbia nessuna gonnella che ti viene dietro. Sei sicuro di guardare dalla parte giusta?»
«Che cos’è questa moda di cercare di accoppiarmi?»
«Dico solo che è strano.»
«Non c’è niente di strano. C’è stata qualche ragazza che mi ha chiesto di uscire, ma non era quella giusta per me.»
«Lo sapevo! Con una voce così dovevi per forza essere un bel pezzo di carne!»
«Continuerai a dire sciocchezze per tutta la sera? Sono normale, ok? Come qualsiasi altro ragazzo. Anzi, perché ne stiamo parlando?»
«Perché mi piace metterti in imbarazzo.»
«Ah sì? Allora sentiamo: tu come sei?»
«Io?»

Solo dopo aver annuito a una parete e a una lavagna di sughero piena di volantini di mostre, disegni e un paio di fotografie che ritraggono lui e sua madre, si rende conto di provare una curiosità irrequieta.

«Ok, ok, ci sono: pensa a Russell Crowe incontra Sebastian Stan.»
«Chi?»
«Ma dai! Hai vissuto congelato nei ghiacci dell’Antartico, finora? Passi il tipo di Gossip Girl[3], ma non puoi non sapere chi sia Russell Crowe. “Al mio segnale scatenate l’inferno!”» scimmiotta il centralinista, con voce grossa. «Niente?»
«Il… Gladiatore?» tenta Steve, e quasi teme ad aprir bocca, come fossero a un gioco a premi e quella fosse l’ultima possibilità di portare a casa il bottino.
Ma Winter batte le mani e decreta la vittoria: «Vedi che allora non sei così fuori dal tempo come pensi! Quindi, scoperto che io sono bello da mozzare il fiato e tralasciando le domande sul mio lavoro, perché non ti ci voglio a farmi concorrenza–»
«Aspetta un attimo, questa da dove salta fuori?»
«Salta fuori da me. Non ti voglio qui, devi rimanere così come sei: puro e integerrimo.»
«Ti assicuro che non sono così integerrimo, né così puro come pensi.»
«È vero, dimenticavo che la sera vai a caccia di gattini da affogare.»
«Continua così e sarai tu l’unico che affogherò!»
«Devi prima prendermi, pal.»

Ridono entrambi, anche se per motivi diversi: a far ridere Steve, a contagiarlo, è la risata allegra di Winter.

«Senti, ti è mai capitato di avere… sì, insomma… clienti che volessero solo parlare?»
Nel sospiro del centralinista legge il rimprovero. «Cosa ho appena finito di dire? Fregatene dei miei clienti, tu sei tu, loro sono loro.»
«No, lo so, è solo che non voglio annoiarti.»
«Scherzi, vero?»

No, certo che non scherza.
Non vuole annoiarlo, non vuole che una volta terminata la chiamata, Winter storca il naso e ringrazi Dio che sia finita o, peggio, che domani guardi con orrore le lancette dell’orologio, temendo il momento in cui lui lo chiamerà per l’ultima volta.

«Non mi annoi, idiota.»
«Davvero?»
«Ora pigoli?»
«Non ho pigolato!»
«No? E allora cos’era quel versetto tenero e spaurito di prima?»
«Dio… non sarai imparentato con Tony? Inizio a pensare che voi due abbiate lo stesso neurone della stupidità in comune.»
«Nope, ma se è il nome del tuo famigerato amico, devo ringraziarlo per averti dato il mio numero. Non ricordo l’ultima volta che mi sono sentito così bene, parlando con qualcuno al telefono.»

Steve sorride e non commenta, così che le parole di Winter aleggino il più a lungo possibile nel silenzio della propria stanza.
Sono stato io a farlo sentire bene, vorrebbe dire ai vecchi e nuovi clienti del ragazzo – ai suoi amici, al mondo. Io. Io. Io.

«Troppo sdolcinato?» gli chiede Winter, un borbottio quasi udibile che Steve interpreta come imbarazzato e che trova maledettamente tenero.
Scrolla le spalle giocoso. «Un po’, ma cercherò di sopravvivere.»
E adora il fatto che Winter torni a ridere per lui, anche se questa volta la risata dura troppo poco, prima che il centralinista torni a parlare.
«Parlami di lei.»
«Di chi?»
«Della ragazza giusta, quella per cui non cedi alle attenzioni delle ammiratrici.»
Steve sorride e scuote il capo.
«E non dire che non sono ammiratrici.»
È esattamente quello che stava per dire.
«Dai, raccontami.»
«Si chiama Peggy. Peggy Carter. È una tirocinante nella facoltà di Scienze Politiche qui alla Columbia.»
«Quindi tu e questa Peggy Carter…»
«Oh, no, nononono. Non c’è nessun noi. Ho parlato più con te in questi due giorni che con lei in un anno intero.»
«Perché?»
«È complicato.»
«Le pene sugli amori idealizzati sono complicate, parlare con una ragazza invece è semplice. Vuoi che ti dia qualche dritta?»
Steve scuote il capo, solo uno come Winter potrebbe trovare semplice parlare con una ragazza. «No grazie, preferirei piuttosto sapere cosa piace a te.»
«Cosa mi piace di Peggy?»
Anche se il ragazzo la sta trattenendo, Steve riesce a sentire la risatina beffarda di Winter. «No, stupido, cosa di piace in generale!»
«Oh, adesso ha un senso. Non saprei, ma andando sul banale: mi piace la musica. Qualsiasi tipo di musica, la mia preferita però è…» si schiarisce la gola con un colpo di tosse. «Il rock.»
Steve si risolleva a sedere, allontana il cellulare dall’orecchio e ruota il capo a guardare il display. «Non è vero, stavi per dire un’altra cosa.»
Sarà arrogante da parte sua, ma è sicuro di poter capire quando Winter mente.
«No, mi sono solo impappinato.»
«Bugiardo.»
«Fammi causa.»
«Eddai, volevi dire il country?»
«Il rock, Steve. Volevo dire il rock.»
«La musica sacra?»
«Ora ti stai rendendo ridicolo.»
«La musica classica?»

Winter tace e Steve trova in quel mutismo una stretta di spalle e occhi che, se fossero faccia a faccia, fuggirebbero verso il basso.
Passa la punta dell’indice sul dorso del cellulare, in una carezza lenta che segue il marchio di fabbrica Stark Industries e che vorrebbe invece toccare il suo mento, pinzarglielo tra indice e medio e sollevarlo perché torni a guardarlo a testa alta.

«Quand’ero piccolo mia madre mi ha insegnato a suonare il piano. Il nostro vicino di casa ne aveva uno e la domenica, dopo la messa, ci permetteva di usarlo. Chopin è il mio compositore preferito.»
Dall’altra parte sente Winter rianimarsi, riprendere coraggio.
«…è anche il mio.»
«Perché non volevi dirmelo? Non c’è niente di male.»
«Lo so, scusa, è la forza dell’abitudine, preferisco evitare di parlare dei miei gusti da checca.»

Steve serra le labbra e stringe la presa al cellulare. Questa forse è l’unica cosa di cui non sentiva la mancanza.
Anche Winter lo intuisce, perché lo incalza con un’altra domanda, gli impedisce di ribattere e Steve finge di dimenticarsi del modo in cui il ragazzo parla di se stesso.

«Hai smesso di suonarlo il piano?»
«Sì, da parecchio. Tu, invece, sai suonare qualche strumento?»
«Me la cavo col violino; non sono un granché, ma mi è capitato di prenderlo in prestito da mia sorella. Lei, al contrario, era una angelo quando suonava, anche se ormai ha superato quella fase e si è appassionata ad altro.» la voce di Winter scivola verso il basso, per un attimo Steve teme di perderla nel rumore bianco di sottofondo, ma non è così. «Mi piacerebbe andare avanti a parlarti per tutta la notte, ma il mio turno è finito e io devo tornare a casa.»

La sensazione, però, gli rimane addosso, come uno strano presentimento a cui non sa dar voce.

«Prima che vai posso sapere almeno il tuo vero nome?»
Winter doveva aver già intuito la domanda, perché la risposta si presenta già in punta di labbra «A quale scopo? Così è meglio e in questo modo potrei essere chiunque.»
«Riconoscerei la tua voce.»
«In quel caso, mi chiederai di persona come mi chiamo.»
«È quello che dici ai clienti che te lo chiedono?»
«No, è quello che dico a te, Steve.»
Steve si rassegna.
«Stessa ora domani?»
«Sì.»
«Allora ci sentiamo.»
«Buonanotte, Winter.»
«Buonanotte.»

Eppure, quando riattacca la chiamata, quel brutto presentimento è ancora lì, accovacciato sulle spalle di Steve.

[1] Bella voce
[2] Amico
[3] Come già indicato nel capitolo precedente, la fic è ambientata tra il 2000 e il 2010, in realtà è più vicino al 2000, il che significa che Sebastian Stan non è ancora apparso in Gossip Girl e Gossip Girl nemmeno esiste ancora. Ma vige sempre la regola dell’ I do what I want.Il Gladiatore invece è del 2000, quando Russel Crowe era un figo paura v_v
Tags: [challenge], [longfic], [stucky bingo 2019], character: james buchanan barnes, character: steven rogers, character: tony stark, fandom: captain america, long-fic: you had me at hello, pairing: stucky
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