Caith Vision (caith_vision) wrote,
Caith Vision
caith_vision

[Captain America] You had me at Hello || 01. Oh, Pretty Woman say you'll stay with me

Characters: Steve Rogers; Tony Stark { nominated }; Sam Wilson { nominated }; James Buchanan Barnes
Pairing: Steve/Bucky { stucky }; si farà menzione della steggy (oneside), eventuali altre coppie saranno segnalate di capitolo in capitolo.
Words: 3.577
Note: Importante: come si sarà notato non ho definito una data specifica per la fic, ma NON siamo nel 2019. Siamo tra il 2000 e il 2010, questo per vari motivi che non dirò per non perdere la faccia. C'è poi un altro appunto importante da fare sulle linee erotiche. In realtà ho forti dubbi che un centralimista uomo sia più unico che raro, ma per amor del "voglio questa fic e la avrò a qualsiasi costo" ce ne fregheremo tutti! *_*
Questa ho deciso che sarà la fic brainless (?). Ultimamente non riesco a portare avanti nulla di nuovo, ho sette fic iniziate e non riesco a portarle da nessuna parte, o sono bloccata al terzo capitolo (non lo so cos'hanno i capitlo 3 che mi si rivoltano sempre contro!) o quello che ho scritto mi sembra completamente sbagliato e non riesco a farlo funzionare come vorrei. Allora ho deciso di iniziare da capo qualcosa senza troppe pretese, ovvero l'AU che avevo programmato per il Writober e che non sono mai riuscita a scrivere. Non so con che costanza aggiornerò - non c'è cadenza, non lo so, è una di quelle storie che ho deciso di scrivere e pubblicare con il preciso intento di non ossessionarmi troppo dalla ricerca della perfezione (che tanto non ho mai raggiunto), per alleggerirmi un po' dalla pressione che mi sto buttando adosso da sola a causa di tutte le altre minilong che ho in cantiere.
Scritta per la Stucky Bingo 2019; casella: Tony Stark (altre caselle saranno specificate nei capitoli di riferimento)

Che tu sia maledetto, Stark!
Tony lo ha abbattuto a colpi di Tequila Boom Boom e Steve si sente stupido per il solo motivo di avergli dato corda. Dopo una settimana passata a tirarsi fuori da tutte le stronzate che Stark gli ha proposto, si è ritrovato senza scuse, armato solo di una patetica verità: devo studiare e, non importa quello che dirai, preferirò comunque la compagnia di un buon libro a qualsiasi festino organizzato dalla tua confraternita.
Ovviamente l’amico ha avuto molto da ridire.
Come l’intera Columbia University ha già avuto il dispiacere di scoprire, l’unico modo per far tacere Tony Stark è cedere ai suoi dannati capricci.
Cedere, soccombere, pentirsene e strisciare lungo il corridoio di un dormitorio che, per il poco che la testa martellante di Steve può capire in quel momento, potrebbe perfino trattarsi di quello delle ragazze.
Spera di no. Spera che quel sadico di Stark abbia avuto pietà di lui per una volta tanto e lo abbia scaricato davanti alla porta giusta. Spera che la chiave, che sta cercando di infilare nella toppa da cinque minuti buoni, prima o poi troverà il buco della serratura.
Non è stanco, è svuotato. Ha nelle orecchie gli eco della musica ad alto volume che da qualche parte nel campus ancora rimbomba, ha in gola il sapore dell’ultimo shottino che Tony lo ha sfidato a mandar giù, ha sugli abiti il puzzo di fumo e spinelli. Eppure, quando all’ottavo tentativo riesce ad aprire la porta della stanza, si sente esattamente come quella camera: vuoto.
Finché il primo conato non gli ingarbuglia lo stomaco, risalendo per l’esofago e costringendolo a una corsa furiosa fuori dalla stanza, in direzione dei bagni.
Che tu sia stramaledetto, Stark!
Non è che Tony non si sia offerto di tenergli compagnia fino al mattino (eventuali allusioni sessuali le ha scartate in automatico), ma se non è un ragazzo facile da gestire da sobri, figurati ora che le vene di Steve pompano tequila e le gocce di sudore che gli imperlano la fronte e gli ghiacciano la schiena odorano di alcol.
E poi c’è la scommessa.
Quella persa.
«Non sono costretto a farlo…»
Parlare: grosso errore.
Tra le mattonelle verde lime, il sussurro rimbomba come il trillo di una sveglia che gli perfora le orecchie.
Si preme la testa con le mani, strizzando gli occhi finché dietro le palpebre non esplodono fuochi d’artificio bianchi che lo costringono a riaprirli.
Indossa ancora il giaccone e dal braccio sinistro penzola lo zaino. Porta i tuoi libri se ci tieni, Secchia, gli aveva consigliato Stark – e lui, bravo idiota, ci ha creduto. Ci ha sperato. O forse no, a pensarci – anche se preferirebbe non farlo, perché nel momento in cui le poche cellule grigie rimaste si mettono in moto, il dolore lo schiaffeggia con forza – si è lasciato convincere perché, in fondo, non gli dispiaceva l’idea di una notte lontano dagli studi, dalle preoccupazioni, dalla vita da bravo ragazzo.
Una notte di svago.
Non sarebbe stata male, se non fosse finito tutto in alcol & rock’n’roll.
Ci sarebbe il sesso, ma quella, se vogliamo è la parte su cui Steve preferirebbe sorvolare. Non è sicuro che andrà a finire bene.
Lascia ricadere la mano destra a peso morto nello zaino, alla ricerca del cellulare. Quando lo estrae, occhi liquidi guardano il display alla ricerca di una rubrica che in un anno deve aver riempito di appena una decina di numeri.
Storce il naso, non sa se è per la nausea o perché può quasi sentire il fantasma di Stark dargli contro: “Come fai ad essere così popolare e contemporaneamente avere così pochi amici? Sei l’Anticristo del divertimento, Rogers!”
Non è che lo faccia apposta. Ha altro da fare: ha una borsa di studio da mantenere, tanto per fare un esempio. Non tutti possono vantare genitori miliardari, un QI più alto dell’intera facoltà di legge messa insieme e una laurea già presa all’MIT.
Lui, a differenza di Tony non si trova lì per passare il tempo tra una laurea e l’altra.
Al massimo si trova , con un cellulare che ricorda ora non essere il suo, perché non ha ancora imparato a evitare di dare retta alle cazzate dell’amico.
Ma ormai è troppo tardi. Gli ha dato la sua parola e, potrà essere un secchione squattrinato che ama l’arte più delle donne (parole di Stark, ovviamente), ma una promessa di Steve Rogers conta più di ogni altra cosa.
Ecco perché alla fine decide di darsi una ripulita.
Non ha la forza per una doccia, anche se è decisamente quello che gli serve. Si accontenta di tenere la bocca attaccata al rubinetto, inghiottendo acqua come un assetato e, quando ha ritrovato abbastanza equilibrio, ritorna traballante in stanza.
A luce spenta lascia cadere in terra giaccone e zaino e si sdraia su un letto che non gli è mai sembrato così comodo.
Il sonno è a portata di mano. Lo scaccia con una smorfia e il display del cellulare che gli ha prestato Tony, quando lo ha costretto a fare a cambio, è un alone bluastro sospeso sul letto.
Scopre che la rubrica è perfino meno fornita della sua: un unico numero abbinato a un unico nome.
Ce la può fare. Via il dente, via il dolore.
«No. No. Non posso.»
Oppure no.
Esce dalla rubrica e getta il cellulare ai piedi del materasso.
È una follia.
Inoltre sono le due di notte, nessuno sano di mente chiamerebbe una perfetta sconosciuta a quell’ora. E per dirle cosa? Ciao, scusa il disturbo ma ho un amico scemo e a causa di una scommessa, se non ti avessi chiamato avrebbe gettato il mio cellulare nella baia.
No, decide, se deve farlo, lo farò per bene, ad un’ora consona. È il minimo che può concedere alla poveretta che dovrà disturbare dall’altra parte della linea.
Con quel pensiero, crolla quasi subito addormentato.

- - -

La sveglia ulula puntuale, cogliendolo completamente alla sprovvista.
Col doposbronza, il cuore è un pesce esagitato che risale la corrente del sangue e pulsa in ogni vena.
Nasconde la testa sotto al cuscino, illudendosi di sfuggire all’irritante “pipipipi” che risuona come una sventagliata di proiettili da un mitra.
Vorrebbe aver dato retta a Sam, quando ha criticato la sua sveglia a comò e gli ha fatto notare – più gentilmente di quanto non ci abbia pensato Stark – che i cellulari hanno una funzione sveglia incorporata. Se lo avesse fatto, a quest’ora, non avrebbe sentito niente se non il silenzio.
È un buon segno che, almeno, si ricordi ancora di non avere più il proprio: significa che l’alcol non si è mangiato tutto il suo cervello.
A tentoni cerca quello che ha gettato la notte prima sul materasso.
Il display gli mostra l’orario in un lampeggio che fa male agli occhi. Non ha tempo di chiamare l’amica di Tony, ha una lezione a cui andare.
Spera solo che il ragazzo non inizi a mandargli parti del cellulare che ha in ostaggio per mettergli fretta… anche perché non saprebbe da che parte cominciare per rimetterlo insieme.

- - -

Le lezioni si sono protratte fino a tardo pomeriggio.
Sono le sei passate quando Steve rientra in dormitorio. Il doposbornia ammansito grazie a Sam e a un intruglio miracoloso che sapeva di suola di scarpe.
Accomodato alla scrivania, davanti a un libro di Storia dell’Arte a cui finge di prestare attenzione, continua a tirare occhiate al cellulare che ha abbandonato sul ripiano. È un modello non ancora uscito sul mercato, tecnologia Stark ovviamente, con riconoscimento facciale, vocale e altro che, se gli è stato spiegato, Steve non si è curato di memorizzare. Tanto preferisce comunque inserire il pin manualmente.
3 – 2 – 5 – 5
La rubrica non si è magicamente arricchita in quelle ore; sotto la lettera V. spicca l’unico nome registrato.
Vivian Ward.
Chissà perché gli sembra di averlo già sentito. Forse è vero che si tratta di un’amica di Tony, forse, dopotutto, scommesse a parte, il ragazzo vuole davvero aiutarlo a modo suo a conoscere qualcuno di nuovo.
Gli ha già organizzato appuntamenti al buio in passato – finiti miseramente e di cui non parlerà mai, nemmeno sotto tortura –, ormai non dovrebbe più stupirsi.
«Ok, facciamola finita» borbotta tra sé.
Prende coraggio e, cellulare all’orecchio, avvia la chiamata.
Dopo due minuti il cellulare squilla ancora a vuoto.
Al terzo minuto Steve lo allontana dall’orecchio e lo guarda come se l’oggetto facesse parte di una cospirazione atta a prenderlo per il culo, finché, all’improvviso, in risposta detonano le note provocanti di un jingle e una voce dalla particolare nota metallica lo accoglie da lontano.
«Oh cazzo!»
Quando riporta il cellulare all’orecchio, musica e voce tacciono.

«Pronto?» tenta, perplesso.

All’inizio non sente altro che silenzio.
Poi…

«Hey, baby doll.»

Steve ingoia parole, respiro, cervello.
Per un lungo attimo l’unica cosa che riesce a fare è guardare il vuoto, con il cellulare tra le mani e, nel petto, un cuore appena esploso.
Dall’altra parte della linea non devono aver gradito la pausa; la voce si fa impaziente.

«Sei ancora in linea?»

Poco per volta esce dal torpore in cui l’intero corpo si è rinchiuso, ritrovandosi avvolto dai toni bassi e suadenti di una voce sconosciuta che sente per la prima volta e per la prima volta lo lascia col culo tremante d’anticipazione su una seggiola in dormitorio.

«Chi parla?» chiede.

Una voce –
«Winter.»
«Winter… chi?»
«Soldier.»
—Maschile.

Non ha idea di cosa si aspettasse in risposta e la propria, obbiettivamente, è stata una domanda idiota. In compenso, se dall’altro capo della linea volevano confonderlo, ci sono riusciti benissimo.
Scuote il capo contrariato, cercando di dare un senso a quella chiamata.

«Scusa, credevo che questo fosse il numero di… uhm… Vivian Ward?»
«Chi?»
«Vivian Ward.»

Quello che ottiene è una risata vibrante e calda. Se la sente riverberare nel petto, come le fusa di un gatto che gli si sia appena accoccolato addosso.
Cosa ci sia di tanto divertente, però, non lo capisce.

«Chi è che ti avrebbe detto che questo numero è di Vivian?»
La traccia di sottile ironia nella voce sconosciuta spinge Steve alla cautela. «Un mio amico.»
«Il tuo amico deve avere un pessimo senso dell’umorismo.»
«Non immagini quanto.» Curva la schiena in avanti, poggia la fronte sulla scrivania e il borbottio rimbalza contro il piano di legno su cui si è spalmato: «Ma, nello specifico, questa volta cosa mi sono perso?»
«Vivian Ward è il nome della protagonista di Pretty Woman. Il film con Julia Roberts in cui lei è una prostituta, hai in mente?»
«Non ci credo… io… scusami, sono mortificato, ti giuro che non ne avevo idea!»
«Non fa niente, non è nemmeno un brutto film.» È l’equivalente di una scrollata di spalle.

Steve si ripromette di strangolare Tony non appena l’avrà a portata di mano.
Giura che gliela farà pagare.

«Comunque forse non hai chiaro che questa è una linea erotica.»
«Una… cosa?!»

Gliela farà pagare molto cara!
Eppure la linea torna a riempirsi della risata dello sconosciuto; crepita giovane e allegra come il fuoco di un falò sulla spiaggia, e fiammeggianti lingue invisibili si allungano in calde carezze in grado di scaldare il volto di Steve.
Potrebbero avere la stessa età, riflette.

«Il tuo amico è proprio riuscito a fregarti alla grande, eh?»
«Dopo questa non sono più sicuro di volerlo ancora come amico» sbuffa. «Nemmeno credevo esistessero linee erotiche maschili.»
«Siamo una specie rara, come gli unicorni. Esprimi un desiderio.»

Per un momento, il falò si trasforma in incendio.
L’ultima frase è appena un sussurro. Lo sconosciuto – Winter? – lo soffia al cellulare e, al di sotto, Steve riesce a sentire anche il suono del suo respiro arrivargli all’orecchio, come se fosse in quella stanza insieme a lui. Come se il centralinista fosse seduto al suo fianco e, chinato su di lui, gli avesse appena alitato sul collo.
Subito sotto il lobo dell’orecchio destro si apre una macchia di calore e il rossore, che prima aveva interessato le guance, si trasferisce sul collo e sulle orecchie.
Esita.
Dall’altra parte, il centralinista riprende a parlare come nulla fosse, ma Steve ha la sensazione che sia perfettamente conscio dell’effetto che fa su chi lo ascolta.

«Ho clienti donne e clienti uomini, non faccio distinzioni. Tanto sono bravo in ogni caso.»

Non sa cosa quelle parole gli causino.
Senza distinzioni.
È come se all’improvviso si fosse aperto uno spiraglio da una porta, da qualche parte dentro di sé, che non aveva mai notato prima d’ora. Sente lo spiffero d’aria alitargli sulle caviglie, rabbrividisce, ma non sa da dove provenga.

«Ti ho perso?»

La porta sbatte e Steve torna alla realtà.

« No, no, sono ancora qui.»
«E hai anche intenzione di starci?»
«In che senso?»

Un sospiro. Winter non sembra infastidito, sta, piuttosto, facendo scorta di fiato e pazienza e, quando riprende a parlare, Steve lo immagina sorridere.
Non sa perché. Sa solo che insieme alla voce giovane e a un accento che gli ricorda casa – è di Brooklyn, quel tipo deve essere di Brooklyn! –, c’è un sorriso mesto e dolciastro che percorre l’intera linea telefonica e con tenerezza gli accarezza l’orecchio, la guancia, ovunque si posi, quasi fosse lui, ora, l’unicorno.

«In linea, amico. Con me.»

Oh.

«Sì.»

Si acciglia. Pensa ai vari motivi per cui dovrebbe riattaccare, ma nessuno, per ora, pare abbastanza sufficiente da convincerlo a chiudere la chiamata. In fondo, non stanno facendo nulla di male.

«Stiamo solo parlando, no?»
«Sei gay?»

La domanda, però, non se l’aspetta.

«Cosa?»
«Tranquillo, non è il preludio di un terzo grado, né una domanda a trabocchetto e se l’inquisizione dovesse beccarti ti proteggerò io, baby doll. Te lo chiedo perché di solito ai ragazzi etero fotte sega di rimanere al telefono con le fate. Non so se mi segui.»

Forse. No. Non è sicuro.
A dire il vero non si è mai fatto troppe domande sulla propria sessualità. A diciannove anni, una vita passata col naso in mezzo ai libri, nessuna storia importante e una cotta spudorata per la tirocinante più intelligente e più bella che abbia mai messo piede in università, dai quasi per scontato di essere etero. Almeno fino a prova contraria.

«Sono sicuro che esistano un sacco di ragazzi etero confusi su quello che vogliono e quello che piace loro.» azzarda, per portare avanti la conversazione. Gli piace parlare con quel tipo e se fosse uno studente del campus, etero o no, lui non sarebbe affatto confuso su cosa volere: vorrebbe farselo amico. Assolutamente.
«Sicuro, ma gli etero confusi non pagano cinque dollari al minuto per schiarirsi le idee.»
«La tariffa è cinque dollari al minuto? Ma è un furto!»
«A-ah, è un lavoro amico. E tu sei ancora in linea.»

Si rende conto di non avere una scusa e allora dice la prima cosa che gli viene in mente e che, conoscendolo, potrebbe perfino non essere così lontano dalla verità:

«Mi sembrava rude attaccarti in faccia.»
«Che gentleman.»
«Però a dire il vero non è il mio cellulare…»
«Non sarà il cellulare del tuo amico spiritoso?»
«Sì. Ho perso una scommessa. Per pagare pegno avrei dovuto chiamare Vivian,» storce il naso in una smorfia. «con la scusa che secondo lui passo troppo tempo da solo. Il resto lo conosci.»

Per un attimo gli sembra che la linea sia caduta: il centralinista non parla e Steve non capisce se è perché stia ancora digerendo il fatto che Tony gli abbia dato il nome di una donna (lo ucciderà, lo ucciderà, lo ucciderà, quel cretino!) o perché lui è stato così idiota da non arrivarci prima.
Ma quando l’altro riprende a parlare, non è per dire nulla di quello che Steve si aspetta.

«In questo caso che ne dici di prenderti una rivincita e rimanere al telefono finché non gli finiamo il credito?»

Winter deve avere una brutta influenza su di lui, perché Steve preme la lingua sul palato e assapora l’idea. Non è convinto che sia sufficiente a pareggiare i conti – né, dopotutto, ha davvero intenzione di vendicarsi delle bravate infantili di Tony – ma non gli dispiace poter continuare a parlare con lo sconosciuto.

«Purtroppo è ricco, non credo gli importerebbe molto.»
«Motivo in più per approfittarne e fare diventare un po’ più ricco il sottoscritto!»

Steve ride.
Deve ammettere che quel centralinista ha faccia tosta. Non è come Stark che non vede l’ora di sbattere in faccia al mondo l’odiosa superiorità da geniale-rampollo-annoiato-incontra-plebei-ordinari, Winter ha la sfacciataggine della canaglia di quartiere, del ribelle che ruba ai ricchi per dare ai poveri. O, in questo caso, per tenere per sé.

«Hai una bella risata.»
«Ah… grazie…» balbetta, preso in contropiede.
«Rilassati, è solo un complimento, non diventerai gay all’improvviso. Anche fosse contagioso, siamo al telefono, sei al sicuro dai miei bacilli froci.»

Aggrotta la fronte. Per la prima volta, da che ha iniziato quella chiamata, abbassa lo sguardo infastidito da qualcosa che non dovrebbe nemmeno toccarlo, che non riguarda lui e per cui non ha alcun diritto di stizzirsi. Eppure il fastidio è una spina che affonda nel fianco e gli impedisce di rimanere in silenzio.

«Hey, stavo scherz –»
«Non chiamarli froci» lo interrompe bruscamente. «I tuoi bacilli, intendo… È  una richiesta idiota, ma anche se so che scherzavi, preferirei davvero che non lo facessi.»

La pausa che segue è infinita.
Steve teme di aver detto troppo, di essersi addentrato in fatti che non lo riguardano e aver sparato sentenze gratuite e non richieste. Ma lo scrosciare leggero di una risata soffice e appena accennata, come il suono di una cascata nascosta in lontananza, gli suggerisce che Winter non se l’è presa ed è disposto ad accontentarlo.

«Ok, non lo dirò più.»
Steve sospira e, sollevato, se ne rallegra. «Grazie.»
«Di niente, sugar.»
«Ora mi stai prendendo per il culo, vero?»
«Yup. Ma mi piaci, amico. Dalla tua voce di velluto non ti darei più di diciannove o vent’anni top, eppure hai un animo antico da cavaliere.»
«Ok, ora devi venirmi in aiuto: era un complimento?»
«Sì, genio, lo era.»

Steve ride ancora.
Ha raddrizzato la schiena, tirandosi a sedere meglio, rilassato.
All’inizio non pensava che quella telefonata sarebbe durata così a lungo, non pensava nemmeno avrebbe voluto niente a che fare con chiunque avesse trovato al di là della linea. Ora, invece, si schiaccia così forte il cellulare contro l’orecchio da lasciarsi lo stampo rettangolare sulla guancia, pur di non perdere nemmeno una parola pronunciata dal ragazzo.

«Allora, come vuoi che ti chiami?»
«Steve?»
«Steve.»
«Sì.»
«È il tuo vero nome, Steve?»
«S-sì… perché, Winter non è il tuo?»
«Facciamo che ti lascio un momento per riflettere sull’imbecillità della domanda che hai appena posto.»
«Ok, ok, lo so che no è il tuo vero nome!»
«Però! Sei un tipo sveglio.»
«Fanculo, hai finito di sfottere?»
«Oww, Stevie, non essere così sboccato!»

Allontana il cellulare dalla guancia solo per tirare un’occhiata malevola su un display in cui il nome “VIVIAN WARD” è scritto tutto in maiuscolo, sotto l’icona di una cornetta sollevata.
Tace e Winter, oltre ad essere una canaglia dalla faccia di bronzo, è anche sveglio, perché intuisce, anche senza vederlo – anche senza conoscerlo – il significato del suo silenzio.

«Va bene, ho finito, quella era l’ultima perculata.» mormora, col tono di un animaletto che cerca perdono dal suo padrone. «Torniamo amici?»
Steve sorride. «Vorrai dire che torni a prenderti i miei soldi.»
In qualche modo, sa che anche Winter lo sta facendo. «Quelli me li prendo ugualmente e, se non ricordo male, abbiamo già appurato che fossero del tuo amico simpatico. Però, ora che ci penso… ormai siamo in linea da parecchio e mi sembra strano che il credito della tua sim non si sia ancora esaurito.»
«Dici?»
«Non avrà un abbonamento che finiscono direttamente sul conto corrente?»
«Oh no…»
Winter sembra pensieroso. «Vuoi stare al telefono finché non raggiungiamo i mille dollari?»

Dio! Lo conosce da dieci minuti appena e lo sta già portando su una pessima strada!

«Non credo sarebbe una buona idea.»
«Quindi è arrivato il momento di salutarci?»
«Direi di sì, si è anche fatto abbastanza tardi e io devo studiare.» dice, più per convincere se stesso.
«Sì, in effetti ti facevo per uno ligio al dovere.»
«Per non dire secchione, eh?»
«No. È per dire che sembri uno con la testa sulle spalle, che studia perché ha un obbiettivo da raggiungere e si impegna per conseguirlo.»

Steve arrossisce.
Winter ridacchia e deve aver capito di aver colto nel segno in più di una maniera.

«Ti avevo detto che me la cavo bene sia con le ragazze che con i ragazzi. E pensa a quanto ti sarei piaciuto se avessi dovuto farti raggiungere l’orgasmo.»
«…Gesù…»

Steve apre e chiude la bocca, instupidito; qualcuno deve aver acceso il riscaldamento a palla o aver dato fuoco all’intera stanza, perché all’improvviso il caldo lo sente sopra e sotto la pelle, sul volto, nello stomaco e parecchi centimetri più in basso.
La risata di Winter ritorna, un’onda leggera che gli sfiora l’orecchio e quasi subito si ritira.

«È stato un piacere, Steve. Dico davvero, sono stati i Benjamin più dolci che mi sia mai guadagnato.»
«Lo stesso vale per me.» Pausa. «Benjamin[1] a parte.»

Non vuole lasciarlo andare, ma ha finito le scuse per trattenerlo – e,  a essere sinceri, non ne ha mai avute.
Steve si morde l’interno della guancia e lentamente rilascia tutto l’ossigeno raccolto nei polmoni, con un sospiro lungo e lento che si abbatte al microfono del cellulare.

«Buona serata, Winter, grazie per la chiacchierata.»
«Ci si vede in giro, Steve.»

No che non si vedranno in giro.
E quando la chiamata si conclude, il cellulare torna muto tra le mani di Steve.
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