Caith Vision (caith_vision) wrote,
Caith Vision
caith_vision

[Captain America] What a good boy

Character: James Buchanan Barnes; Alexander Pierce; Steve Rogers;
Pairing: Steve/Bucky { stucky }
Rating: NC-17
Genre: hc; introspettivo; angst;
Words: 5.228
Prompt: "He’ll survive anything I could put him through"

Warning: slash; what if (captain hydra!verse); smut; violenza (abusi impliciti e non);
Disclaimers: i personaggi appartengono alla marvel e a chiunque ne abbia diritto.
Scritta per: La task 5 della 1StuckyADay @till the end of the line - Steven Rogers / Bucky Barnes - Stucky


Il volto dell’Asset è una tela imbrattata di sangue.
Un pugno in pieno volto lo sbatte a terra; l’impatto delle ginocchia è duro contro l’asfalto del cortile murato e in quattro gli sono addosso in un battito di ciglia. Un calcio alla colonna vertebrale fa riverberare il dolore in tutto il corpo, quello allo stomaco gli fa sputare aria e saliva. Qualcuno gli preme un ginocchio in mezzo alla schiena e la suola dentellata di uno stivale gli inchioda un braccio al suolo.
L’Asset ingoia il grido. Mani che non riesce a vedere del tutto sono ovunque, sono un groviglio di carezze sporche che gli si arrampicano sulla pelle, tocchi ruvidi che aprono strappi tra i vestiti e gli grattano la carne livida.
Qualcuno ride, un’alitata gutturale contro l’orecchio e insulti in lingua russa. « Ty budesh' nashey shlyukhoy[1]
Nessuno giunge in suo soccorso.
Lontano dalla lotta, sulle balconate, Alexander Pierce osserva accomodato a una poltrona. Lui e l’uomo biondo al suo fianco, dritto in piedi come l’asta nuda di una bandiera, sono gli unici spettatori.
«Ho promesso che te lo avrei dato come pegno per la tua lealtà e ora sei preoccupato che rompano il nuovo giocattolo prima che possa essere tuo, Capitano?» gli domanda.
L’uomo biondo riconosce l’ironia nel sorriso calmo di Pierce e si accorge di aver stretto i pugni per tutto questo tempo. Distende le dita, le preme su una divisa nera dove tentacoli di un mostro rosso gli si arrotolano addosso, intrappolandolo nel suo stesso ruolo.
Pierce non si sorprende del suo silenzio, lo accoglie con la stessa indifferenza con cui ha accolto la scena qualche metro più in basso.
«Non devi.» riprende laconico «Non esiste situazione che l’Asset non possa gestire. Quando sono arrivato non era che una bestia senza padrone. Ho spezzato ogni osso, l’ho sventrato di ogni ricordo, segando via ogni istinto di ribellione e ogni legame che credeva di avere, fino a lasciare un guscio vuoto che ho ricostruito secondo il mio piacere e la mia volontà. Ora è una bestia a cui ho legato il mio collare e sa che potrei stringerlo più forte, fino a vederlo soffocare, se solo lo volessi. La sua unica ragione di vita, l’unico motivo per cui gli è concesso respirare è per portare a termine i miei ordini. Ti è chiaro questo, vero?»
L’uomo biondo annuisce, anche se il «Sì, signore» ha un suono rauco: risale graffiandogli la trachea, come uno sperone che preme e scava dall’interno.
Pierce se lo fa bastare; lo spettacolo a cui è interessato è, in fondo, più in basso. Solleva una mano e muove un singolo cenno delle dita.
È il segnale per l’Asset. Al Soldato basta sbattere una mano a palmo aperto in terra e il bicipite gonfio carica la risalita, risollevandolo come una molla che si districa dai ganci.
L’Asset si rialza; dietro alla maschera di sangue e capelli incollati alla fronte, ci sono occhi di un lupo. Scatta in avanti, arpiona tra dita di metallo il collo di uno degli uomini e nel tempo di un respiro, gli spezza le ossa con uno schiocco secco.
Dalla balconata, Pierce sorride soddisfatto e si volta verso l’uomo in divisa. «Come vedi, l’Asset è ancora perfettamente funzionante.»
L’uomo biondo ancora tace, gli occhi attraversati da una tempesta e le braccia rigide tremano sotto uno sforzo invisibile. I muscoli guizzanti tirano la divisa, ma quando incrocia lo sguardo della Testa dell’HYDRA, è costretto ad abbassare il proprio.
Riesce a percepire il sorriso di metallo, la gelida noncuranza con cui gli dà le spalle e lo sventolio debole della mano in un saluto dai tratti beffardi: «Mi assicurerò che sia portato nella tua stanza, Capitano.»
Lo percepisce e non c’è nulla che possa fare.
- - -

James ha percorso corridoi che portano ai laboratori, con una stretta alla bocca dello stomaco che, poco alla volta, ad ogni metro annientato, si è trasformata i nausea. Una volta giunto davanti alle porte di vetro, le guarda con orrore, aspettando di sentire lo sbuffo dell’apertura a scorrimento automatico alitargli tra i capelli; eppure con uno spintone a cui il corpo ha risposto automaticamente abbassando il baricentro e piegando il ginocchio su cui sostiene il proprio peso, lo obbligano a proseguire oltre.
Ha le mani incatenate dietro la schiena quando lo sbattono in una stanza in cui non è mai stato. Ricade in avanti, sbattendo la faccia al pavimento e il sangue incrostato che ancora lo ricopre nasconde la nuova ferita allo zigomo.
Ha la sensazione che le guardie si congelino sulla porta della stanza, guardando dove non gli è concesso vedere. Le sente sussultare e, senza dire una parola, si affrettano a uscire chiudendo la porta dietro di lui.
Non è solo. Ci sono occhi che lo osservano e c’è un uomo seduto al bordo di un letto, tra lenzuola nere e federe rosse.
James non si muove. Per un tempo infinito aspetta un ordine che non arriva. Nessuno gli ha detto quale sia il suo compito o perché si trovi lì, suppone sia una nuova prova o un nuovo modo di torturarlo e, a ogni minuto che passa, nella mente si accavallano nuovi spaventosi scenari.
Spaventato dall’attesa, ruota il capo di lato, tiene la guancia in terra e guarda in direzione del letto. La prima cosa che vede sono gambe lunghe e accavallate, una divisa nera, i tentacoli dell’Hydra e uno scudo con la stessa immagine poggiato ai piedi del letto.
La messa a fuoco del viso avviene dopo, a fatica, col sangue che tinge le immagini di rosso – perfino il colore di capelli altrimenti biondi. Ma quando gli occhi si incastrano in quelli azzurri dell’uomo, James sente il petto schiacciarsi e qualcosa iniziare a strisciargli lungo la lingua: una parola, un nome.
Steve.
Non sa come faccia a conoscerne il nome nonostante lo veda ora per la prima volta.
L’uomo si alza in piedi – è più alto di quanto non apparisse seduto e nei muscoli possiede una forza vibrante che James può sentire perfino da terra, mentre cammina verso di lui e su di lui si china. Lo raccoglie con una mano sola, stritolandogli una spalla. James ingoia in ritardo il gemito di dolore; c’è una macchia di sangue che si apre sulla mano dell’uomo e la sua presa viene meno.
James ricade. È un sacco vuoto che si riaffloscia al pavimento, ma prima che possa toccarlo di nuovo, il braccio dell’uomo lo afferra alla vita e lo solleva in braccio senza alcuno sforzo.
Contro il suo petto, il battito che James percepisce è lento, regolare e, in qualche modo sconosciuto, lo rasserena. Vorrebbe chiedergli chi sia, ma non ha ancora ricevuto alcun permesso di parlare.
Viene sdraiato sul letto; gocciola sangue e sudore tra le lenzuola.
L’uomo gli passa una mano tra i capelli, spostandone una ciocca sporca di terra lontano dagli occhi e il solo contatto con la punta delle sue dita apre sottili brecce nella memoria di James. Due ragazzi, una guerra alle porte e un bacio di nascosto, coperto dal velluto nero della notte.
L’uomo abbassa la mano alla sua spalla ferita, scivola sulla pelle scoperta da brandelli di manica, lungo il braccio destro e si ferma al gomito. Qualcosa lo irrita e quando James lo nota soffermare lo sguardo al suo stomaco, può solo immaginare che la causa siano le manette che gli stanno bloccando i polsi dietro la schiena.
L’uomo digrigna i denti.
«Non ho le chiavi.» ammette. E il solo sentire la sua voce fa innalzare il battito cardiaco di James a livelli insopportabili, come se qualcuno gli avesse infilato la mano nel petto e gli stesse strizzando il cuore tra dita di ghiaccio – ansima, incurva la schiena in un sussulto feroce e ricade immobile, ad occhi sbarrati. Ricorda una voce nel buio e poi scariche nel cervello, buchi nella testa e tarli affamati della sua memoria.
Chiude gli occhi, sopprimendo un singhiozzo. Non di nuovo, non di nuovo, non di nuovo.
Qualcosa di umido gli ricopre le palpebre. È qualcosa di caldo, di morbido ed è accaduto così troppo tempo prima che qualcuno lo baciasse, che ha bisogno di tempo per rendersi conto che si tratta delle labbra dell’uomo.
«Apri gli occhi» gli sussurra piano. C’è una dolcezza pacata, paziente. Gli dà tempo di combattere la paura e di socchiudere lentamente gli occhi e quando accade, l’uomo biondo annuisce. «Bravo.»
James passa la lingua sulle labbra spaccate, lecca il sangue e il sapore di quella parola. Bravo. Bravo. È  stato bravo.
Il sorriso è piccolo, è uno spasmo delle labbra che immediatamente tornano distese. L’uomo lo nota lo stesso e con il pollice ne accarezza la curva sottile, si macchia di sangue e lo porta alla propria bocca, leccandolo via.
«Conosci il mio nome?» gli chiede.
James annuisce.
L’uomo aggrotta la fronte. «Puoi parlare.»
«Steve.» risponde obbediente. Ha un suono così naturale che gli sembra di aver chiamato quel nome da tutta la vita, come se fosse stato fatto apposta per rimanere tra le proprie labbra.
Vorrebbe chiedergli perché lo conosce, perché prova l’incontrollabile voglia gettargli le braccia al collo e piangere contro il suo petto, cullato dal suo respiro, ma all’improvviso nella testa esplodono centinaia di aghi.
Urla. Si ripiega su se stesso, travolto dalle fitte e occorre tutta la forza di Steve per mantenerlo sdraiato, finché il dolore non si dirada, lasciandolo inerme, con la testa rovesciata sul cuscino alla stregua di un bambolotto svuotato dell’ovatta che lo riempiva.
Steve gli sfiora le labbra con un bacio. Il tocco è così leggero che sembra inesistente. Quando si sposta, lo fa per salire sul letto e puntellare le ginocchia ai lati del suo corpo. È una colonna di muscoli erta su di lui, che lo guarda dall’alto e gli sorride tiepido. «Va tutto bene, oggi mi prenderò cura io di te.»
James lo guarda smarrito. La frase ha un sapore strano sulla bocca di Steve, suona reale, premurosa e non come l’inizio della storia dell’orrore che notte dopo notte gli hanno raccontato una volta immobilizzato alla sedia, con cinghie di cuoio e metallo a scavargli la pelle. ( C’era una volta un uomo senza braccio, il dottore gli sorrise con occhi da topo e con voce stridente gli disse: mi prenderò io cura di lei. )
Una bacinella, una cassetta del pronto soccorso e una pila di asciugamani sono appoggiati sul comodino. Se ne accorge quando Steve si allunga per intingere un asciugamano pulito nell’acqua e inizia a passarglielo sul volto, ripulendo lentamente croste di sangue e sporcizia.
James non ha il coraggio di abbandonarsi al sollievo.
Ogni volta che la mano dell’uomo si sposta in una nuova zona, trema, si aspetta che questa sarà la volta in cui lo colpirà, in cui tornerà a provare dolore – perché mai lo dimentichi – e invece non avviene.
È l’attesa, è sempre l’attesa a terrorizzarlo. Il non sapere cosa verrà dopo e quanto oscuro sarà il pozzo in cui lo trascineranno.
«È… è un test?» si costringe a chiedere, pur di farla terminare.
Steve scuote il capo. «No.»
«Allora cos’è?»
«Sei il mio premio.»
James non capisce. Se è solo un premio, non c’è alcun bisogno di tutta quella premura, dovrebbe prenderlo, usarlo e farla finita.
Eppure Steve lo bacia ancora e più a lungo. Gli imprime sulla bocca il ricordo di un vecchio amore, di una vecchia promessa di esserci sempre l’uno per l’altro, di due ragazzi e due cuori che battono come uno.
Posa uno sguardo fugace allo scudo rimasto a terra. Non prova nulla nel guardare la colata nera che ha cancellato la bandiera, la testa dell’Hydra che ha divorato la stella. Steve non ha più spazio per la colpa, l’ha strangolata costringendola al silenzio e nella rigida calma che è seguita, ha udito solo il pulsante bisogno di riavere il suo Bucky.
«Ti prometto che nessuno ti porterà più via da me» gli sussurra e lecca via il sangue dal suo labbro spaccato.
Immobile, James non reagisce. Non tenta più di ricordare, si accontenta di sentire sotto la pelle lo stesso calore che sente al di sopra, a contatto con la mano di Steve che passa a pulirgli le ferite e spogliarlo degli abiti stracciati.
Rimane nudo tra le sue cosce, sotto il suo peso, con la pelle costellata di cicatrici, lividi, tagli – marchi che sono segni di possessione, più che trofei di battaglie.
Steve è gentile quando ricuce le sue ferite; le sigilla con le labbra, mordicchiando lembi di pelle in cui sbocciano impronte rosse, bagnate di saliva. Le sue mani lo toccano con una grazia che nessuno ha mai avuto nei suoi confronti – l’asciugamano bagnato serpeggia sul suo petto, dipinge arabeschi d’acqua che la lingua di Steve non manca mai di inseguire.
Lentamente, ogni nervo di James si scioglie, perfino i meccanismi del braccio sinistro rilasciano un sospiro mansueto quando si ridispongono per disegnare muscoli a riposo.
Il ricordo della lotta si allontana, scivola via dalla sua mente e dalle sue spalle. Come una macchina messa a riposo, l’Assassino si spegne; denudato dell’istinto omicida, di James rimane la fragilità dell’uomo.
Steve lo raccoglie tra le braccia e schiaccia il petto sul suo.
Tra le costole, il cuore di James danza furioso. Boccheggiante, allunga il collo alla ricerca della sua bocca mosso da un istinto che nessuna tortura è riuscita a cancellare.
Il corpo si muove per incollarsi a quello di Steve, i fianchi dondolano sbattendo contro le sue anche, strofinando erezioni calde di voglia.
Non ricorda se mai ci sia stato un loro o un prima, ma si sente trascinare in un sogno ad occhi aperti, come se già conoscesse il piacere delle unghie che scavano solchi dietro la sua schiena, il peso delle mani che gli aprono i glutei e la vischiosità fresca del lubrificante.
«Bucky…» il sospiro di Steve gli riempie la bocca, insieme alla lingua che insegue la sua e gli insegna un nuovo piacevole modo di soffocare.
James non si riconosce in quella parola, non è nemmeno sicuro di averla sentita realmente tra i propri gemiti sempre più alti e scomposti che riempiono la stanza, mentre Steve si seppellisce tra le sue natiche come se da sempre quello fosse stato il suo posto.
Gli affondi sono lenti, ritmici, il tempo si dilata all’infinito, finché i battiti e le spinte non si fanno più veloci, cavalcando un’urgenza che lascia James supplicante.
L’orgasmo è caldo, lungo, risucchia via gli ultimi residui di autocontrollo e le loro urla si fondono nella bocca l’uno dell’altro. Steve viene baciandolo un’ultima volta e James gorgheggia il suo nome.
Rimangono nudi nel letto, le cosce imbrattate di seme e il contenuto del kit di pronto soccorso disseminato tra le lenzuola.
Steve inverte le posizioni, se lo rovescia addosso, disteso su di sé e gli fa poggiare la fronte al proprio collo. Passa le dita sui solchi che le manette ai suoi polsi hanno lasciato alla base della schiena e pianta lo sguardo in occhi acquosi. «Dormi, ora.»
«L’ho superato?»
«Cosa?»
James ingoia pezzi di realtà e se ne costruisce una nuova intorno, che sia in grado di sopportare. «Il test.»
Steve lo fissa a lungo. Il capo si muove in un cenno secco, un «Sì» che gli rivolta le interiora. «Sei stato bravo.»
«Bravo…» James se lo ripete, assapora l’idea e ci si aggrappa con tutte le forze, finché il sonno non lo avvolge.
È stato bravo. Bravo. Bravo…
E se continuerà ad esserlo in futuro, forse, quel ricordo chiamato Steve tornerà da lui, per tenerlo al sicuro.

[1] Sarai la nostra puttana.
Tags: [1stuckyaday], [challenge], [oneshot], character: alexander pierce, character: james buchanan barnes, character: steven rogers, fandom: captain america, pairing: stucky
Subscribe
  • Post a new comment

    Error

    Anonymous comments are disabled in this journal

    default userpic

    Your reply will be screened

  • 0 comments