Caith Vision (caith_vision) wrote,
Caith Vision
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[The man from U.C.L.E.] Prizrak Volgograda || 02

Character: Napoleon Solo; Illya Kuryakin; Gabrielle Teller;
Pairing: Napoleon/Illya { napollya };
Rating: NC-17
Genre: introspettivo; avventura; erotico;
Words: xx
Warning: slash;
Note: 6.151
Disclaimers: I personaggi appartengono a chi di diritto


C’era voluta un notte intera perché Illya riuscisse a innalzare un muro abbastanza solido, dietro cui gettare i resti di un fantasma e scampoli di un passato chiuso con un colpo di pistola.
Da quando, nell’ufficio di Waverly, lui e il direttore avevano discusso della missione – e di Dmitriy, della sua morte, del suo tradimento –, ricordi che pensava di aver seppellito in un buio vicolo di Mosca, erano tornati a tormentarlo.
“Può rimanere in panchina per questa volta, Mister Kuryakin, e lasciare che i suoi due partner se la cavino da soli. Sono sicuro capiranno.” Illya non era riuscito a decifrare l’espressione cucita ad arte sul volto del direttore della U.N.C.L.E., mentre l’uomo lo invitava a mettersi da parte e lasciare che altri sistemassero i casini combinati da lui. Aveva pensato fosse stato un modo per testare la sua lealtà alla causa, il suo impegno verso la U.N.C.L.E., ogni superiore che aveva conosciuto, perfino il capo del cowboy, si era rivelato un uomo manipolatore e meschino, per cui i fini giustificavano sempre il mezzo; era più logico pensare che così fosse anche per Waverly, senza illudersi che dietro alle sue parole ci fosse una genuina preoccupazione umana.
Eppure per quanto Illya si fosse rifiutato di mettersi da parte, fin dall’inizio del viaggio non aveva fatto altro che rivedere innanzi a sé lo sguardo tagliente di Dmitriy e le labbra incrinate in un sorriso storto e sinistro. C’era una pistola nella sua mano, il dito sul grilletto e negli occhi grigi, metallici, la volontà di ucciderlo.

Ya znal chto oni prishlyut tebya, Il’ja[1]

Ma da tempo, l’allievo aveva superato il maestro e Illya aveva sparato per primo. Non c’era stato alcun rumore quando Dmitriy era caduto in terra: la neve aveva attutito ogni cosa, perfino i rumori di una città che, intorno a lui, all’improvviso si era fatta arida e insignificante.
Non ricordava se quella notte avesse piovuto o se a bagnare le sue guance fossero state le lacrime. Contava solo aver portato a termine la missione. Grazie a lui era tutto finito. Doveva esserlo.
Eppure, perfino nell’aria riciclata del bunker, ad ogni respiro di Illya, inghiottiva odore di sangue, neve e polvere da sparo.

Tebe sledovalo by luchshe pritselit'sya, Il’ja[2]

Dmitriy era tornato dall’inferno.



Viale Lenina pullulava di turisti infagottati in abiti pesanti. Tra loro, Gaby e Napoleon passeggiavano a braccetto, scattando foto della zona, degli accessi a possibili vie di fuga e ai palazzi circostanti.
Se non li avesse conosciuti e non avesse mai studiato i loro file, se non avesse saputo che erano spie di governi (un tempo) nemici al suo, anche Illya li avrebbe scambiati per una coppietta di innamorati.
Gaby aveva sulle labbra piene un sorriso ribelle e sensuale, strattonava il braccio del cowboy con la prepotenza di chi l’attenzione la pretendeva e la meritava e, in alternativa, avrebbe saputo come fartela pagare. Ma all’americano non servivano scuse per concedergliela: il braccio le circondava la vita sottile e l’accompagnava in ogni singolo passo ancor prima che glielo chiedesse, con la stessa virile eleganza con cui l’avrebbe condotta in un valzer. Nessuno meglio di Solo sapeva come vendere l’amore a chiunque, con chiunque – era un dannato illusionista, viveva d’inganno e chissà quante altre volte aveva recitato quella parte.
Accomodato fuori, sul terrazzino esterno di un bar della zona, Illya lo inquadrò con l’obbiettivo di una macchina fotografica. Per poco non sobbalzò sulla sedia, quando Napoleon si voltò a fissarlo e sorrise alla camera, con quella sua bellezza da attore mancato.
Con un gesto secco appoggiò la macchina sul tavolino, vicino a una tazza di caffè amaro – che fossero maledetti il suo sesto senso, il suo sorriso e la sua stupida faccia fotogenica!
Ancora piccato, spostò l’attenzione all’uomo di fronte e al bicchierino di vodka che aveva svuotato non appena gli era stato servito: Ivanov.
Seduti allo stesso tavolino, la posa rigida, maglioni neri e cappotti scuri, sembravano due sculture di ghiaccio. Al centro della piazza, il Monumento degli eroi della difesa della Zarina Rossa si innalzava fiero e con sentimenti di speranza per una guerra ormai passata; loro, al contrario, la guerra, i bombardamenti e il sangue versato, se la portavano ancora appresso.
«È tutto pronto per stasera?» chiese, nella loro lingua.
Ivanov rispose con una smorfia.
Illya riconobbe lo stesso profondo disgusto che aveva dovuto sopportare fin dai tempi dell’accademia militare, quando le reclute lo chiamavano traditore alle spalle e, di fronte, il veleno che sputavano era perfino più acido.
Poco male, si era già preso la sua rivincita quando si erano stretti la mano e gliel’aveva stritolata, fino a sentire le ossa scricchiolare sotto la presa – a ricordargli tacitamente che erano dalla stessa parte e combattevano in nome dello stesso Paese.
Ivanov, però, non si era lasciato intimidire.
«Soltanto uno come te avrebbe potuto trovare soddisfazione nell’accompagnarsi a un porco e alla sua sgualdrina» lo disse senza preoccuparsi di tenere la voce bassa, senza alcuna intenzione di tenere l’argomento tra loro, affinché tutti sapessero.
Illya incrociò le braccia al petto.
L’aria innevata di Volgograd gli stemperò colore sulla pelle bianca del volto e le folate lottarono contro la tesa della coppola calcata in testa, in una guerra impari per cercare di farla volare via.
Per un attimo, accarezzò l’idea di afferrare la testa dell’agente tra i palmi e schiacciarla come una noce di cocco; invece si limitò a stringere nella mano sinistra il bicipite, fino a sbiancare le nocche.
«Puoi pensarla come vuoi, ma non cambierà il fatto che noi tre siamo qui per proteggere gli interessi della Russia, mentre il tuo compito è quello di farci da cameriere: noi ordiniamo, tu accorri con quanto richiesto.» si trattenne dall’esibire un sorriso e forse fu un bene, perché non sarebbe durato a lungo.
«Non darti arie, Kuryakin. Sai benissimo che se siamo arrivati a questo punto è solo per causa tua: nelle tue vene scorre il sangue di un traditore, lo ha dimostrato tuo padre e lo hai dimostrato tu. Kiselyov è vivo perché tu non hai portato a termine la missione.»
L’indice destro di Illya picchiettò nervosamente sulla manica del cappotto.
«Qual era il problema, era così difficile sparargli? O è perché non eri solo il suo cagnolino, ma anche la sua puttana? Sei uno di quelli, un inverso a cui piace il cazzo? Per questo non hai problemi a respirare la stessa aria dello yankee. Traditore e depravato.» Ivanov rise. Una risata sottile e tagliente, come il rumore di una lama che viene affilata. «Dimmi, piangerai se qualcosa dovesse andare storto e il tuo nuovo amico succhiacazzi dovesse morire? Gli incidenti capitano
L’indice si fermò sollevato, la falange piegata come quando poggiava sul grilletto – pronto allo sparo.
Si tirò indietro di scatto; le gambe della sedia stridettero sulle piastrelle in legno di rovere del terrazzino – gli avrebbe infilato l’intera mano in bocca e gli avrebbe strappato lingua, tonsille, budella… tutto! –, ma prima che potesse alzarsi in piedi, due mani pesanti gli schiacciarono le spalle verso il basso, rigettandolo seduto.
Dietro di lui – sopra di lui? – Napoleon si tese in avanti. Lasciando Gaby in piazza, si era avvicinato senza essere notato, e ora usava tutto il peso del suo corpo, per riuscire a vincere la forza fisica di Illya. Sorrise divertito, mostrando una dentatura bianca e dritta, ma le dita affondate nel cappotto e nella carne di Kuryakin raccontavano un’altra storia e tremavano per lo sforzo; soltanto per quello Illya evitò di tirargli una testata e abbandonarlo sanguinante in terra. Per nessun altra ragione.
Gli occhi azzurri di Solo si mantennero fissi su Ivanov, quando prese a parlare: «Spero ti sia divertito a ripercorrere il viale dei ricordi insieme a Peril. Posso solo immaginare che i giorni d’infanzia in cui ti ha fatto ingoiare la polvere ancora brucino, ma non te l’ha insegnato la mamma che l’importante è partecipare?»
Ivanov stritolò l’angolo della tovaglietta di plastica a scacchi bianco-arancio che ricopriva il tavolino; l’altra era sparita dietro la schiena, troppo vicina al calcio della pistola nascosta sotto al giaccone. «Non mi provocare, sporco yankee.»
Illya sapeva che non sarebbe stato tanto idiota da usarla in pieno giorno, davanti agli occhi testimoni di un’intera piazza, ma doveva ammettere che le provocazioni del cowboy sapevano sempre colpire nei punti giusti.
«Non lo farei mai.» il sorriso si fece più sfacciato «Ci vediamo stasera. Non fare tardi, Igor
Davanti all’errore sul nome, Ivanov diventò paonazzo. «Verme schifoso…»
Napoleon si tirò indietro con indifferenza, liberando finalmente le spalle di Illya del suo peso e la schiena del calore del suo petto.
L’aveva percepito per tutto il tempo e non l’aveva gradito, così come non aveva gradito il suo intervento.
Non aveva bisogno di aiuto.
Attese che iniziasse ad allontanarsi e continuò a tenere d’occhio Ivanov.
Non aveva bisogno di una balia.
Aspettò di essere sicuro che fosse tornato da Gaby, iniziando ad avviarsi verso l’auto con cui erano arrivati, e che entrambi fossero troppo lontani per sentirlo.
Si alzò, si avvicinò all’agente e appoggiò una mano sullo schienale della sua sedia, trascinandolo indietro di peso, affinché lo guardasse in faccia.
Non aveva bisogno di Napoleon Solo.
«Se durante questa missione, qualcosa dovesse accadere a uno dei miei partner, mi assicurerò personalmente di strapparti il cuore dal petto, Agente Ivanov. E posso prometterti: non fallirò.»
No, non aveva bisogno di lui.
E forse, se l’avesse ripetuto abbastanza a lungo, sarebbe riuscito finalmente a convincersene.
Ivanov trovò la forza di sorridere, le labbra piegate in una curva sinistra, che infastidirono Illya, ma non lo stupirono affatto – non esistevano russi codardi.
Lo abbandonò, senza salutare.
Raggiunse l’auto, in cui Gaby aveva già preso posto.
Napoleon con un braccio piegato sul tettuccio, sembrava in attesa. Illya si aspettò una battuta idiota, un occhiolino spavaldo, il ghigno conquistatore, ma quando ne incrociò lo sguardo, gli occhi del cowboy erano roventi come non li aveva mai visti e le labbra piegate in una smorfia che sapeva di dolore.
Illya deglutì.
Si chiese quanto del loro discorso di Ivanov avesse ascoltato. Se anche lui, come l’agente, credeva che avesse voltato le spalle alla missione.
Preferisco avere nel mio team il russo che sa riconoscere un nemico qualora se lo trovasse davanti.
E in quel momento, Illya non ebbe dubbio alcuno nel riconoscerlo lì davanti a sé: quello era lo sguardo di un nemico.



Da quando erano tornati al bunker, per studiare le foto che Gaby e Napoleon avevano scattato, tutto sembrava tornato come prima.
O quasi.
In piedi davanti alla specchiera della sua stanza, che invece di trucchi e profumi ospitava una valigia e il suo fucile di precisione, Illya infilò un indice nel colletto del dolcevita, allargandolo sul collo. In ogni sfiatata riusciva a sentire la pressione di una mano invisibile che lentamente gli chiudeva la gola, lasciandolo boccheggiante – aveva lo stesso peso della mano che Napoleon gli aveva poggiato sulla spalla quella mattina, ma se fissava tra i riflessi della polvere, poteva scorgere una sagoma diversa. Alta, bionda, il taglio militare e la mascella squadrata…
Prese un profondo respiro.
A breve Ivanov li avrebbe condotti dal compratore.
Doveva assicurarsi solo di avere abbastanza fiato nei polmoni per resistere all’apnea di un’altra notte, poi tutto sarebbe tornato alla normalità, lontano da fantasmi, fallimenti e traditori. Perfino le parole del cowboy sarebbero sbiadite nella neve di Volgograd.
Preferisco avere nel mio team il russo che sa riconoscere un nemico qualora se lo trovasse davanti.
Lui era quel russo.
Aveva ucciso Dmitriy una volta, poteva farlo ancora. E, questa volta, si sarebbe assicurato rimanesse morto.
Bussarono alla porta.
Illya ignorò i colpi, ma quando la voce di Gaby arrivò dall’altra parte: «Illya, puoi venire ad aiutarmi?» qualsiasi pensiero venne scaraventato in un angolo della stanza e allarmato, si precipitò ad aprire. Ancor prima di realizzare quanto stupido potesse essere, gli balenò alla mente ogni orribile scenario: uno dei suoi incubi peggiori, riguardavano Gaby che piangeva ferita alla mano, per aver preso a ceffoni la faccia di Solo – per quanto il cowboy si meritasse quello e molto di più, sapeva bene che avesse la testa dura.
Sul corridoio, ovviamente, Gaby non piangeva e non era ferita.
Con un braccio piegato al seno, unico sostegno dell’abito che indossava, lo fissò imbronciata per aver perso la sua battaglia personale contro la chiusura.
Confuso – più per i troppi filmini mentali che si era fatto in una manciata di secondi e che in ancor meno erano andati distrutti – la guardò voltarsi, mostrando la schiena scoperta: falde di seta nera scivolavano in terra lungo i fianchi, come ali spezzate di una farfalla, e la scollatura era così ampia che scopriva la parte superiore dei glutei.
Illya si affrettò a risollevare lo sguardo, puntandolo parecchio più in su rispetto alla testa di Gaby, verso la parete di fronte. Qualche metro più a destra e avrebbe trovato la porta della stanza di Solo.
Dal basso, la tedesca rovesciò il capo all’indietro e il broncio si sciolse in un sorriso compiaciuto di labbra già dipinte di rosso, come se avesse previsto fin dall’inizio l’espressione sul volto dell’uomo. «Non fare quella faccia, sappiamo entrambi che certe cose non posso chiederle a Solo.»
Illya si strinse nelle spalle, rigettando ogni ondata di imbarazzo che sentiva pizzicarlo sotto al colletto del dolcevita. «Questa è mia faccia normale.»
«Allora muovi le tue mani normali e aiutami ad allacciami, prima che perda quest’affare per il corridoio.»
«Potresti chiedere più gentilmente.»
«Questa è la mia richiesta gentile.»
Illya sembrò rifletterci, ma convenne che per i suoi standard lo era stata anche fin troppo.
Annuì, portò le mani al suo corpo sottile e il ricordo di Dmitriy scivolò via, dietro alle curve sode, alla pelle liscia e alla prepotenza della sua piccola smonta-macchine.



Il riscaldamento sotterraneo attraversava le pareti in un intreccio di tubi in cui passava acqua e aria calda, ma il mosaico di mattonelle che ricopriva il pavimento del corridoio era gelido.
Gaby dondolava sulle gambe e si teneva in punta di piedi, nudi, raggelati, piantando occhiate ostinate dietro di sé, all’indirizzo di Illya, affinché non osasse mettere in discussione la sua resilienza – ma dopo Berlino, dopo Roma, dopo l’isola dei Vinciguerra, era l’ultima cosa che il russo si sognava di fare.
Raccolse invece i lembi di seta nera tra le mani, iniziando ad allacciarli.
L’abito era nuovo di boutique – lasciato da Ivanov insieme alla strumentazione, immaginò; le asole erano strette e dovette fare pressione col pollice, strattonando la stoffa per far entrare il primo bottone.
Gaby incurvò la schiena con uno sbuffo infastidito.
Illya allentò la presa quasi immediatamente e la tedesca sbuffò di nuovo, questa volta contro di lui. «Ti assicuro che se mi stessi facendo male te lo direi. Prendendoti a schiaffi.»
Illya serrò la mascella.
Era straordinario come quella ragazza riuscisse sempre a mettergli addosso un’irritazione elettrica: aveva voglia di farla tacere a forza, voglia di sbatterla al muro e voglia di baciarla, tutto insieme, ed era sicuro che dietro alle ciglia infoltite dal mascara e al sorrisetto da gazza ladra, lei lo sapesse perfettamente. Era una maledetta piccola strega che aveva in sé il fascino multietnico di chi il mondo non l’aveva mai girato, ma l’aveva respirato da altri, appropriandosene di prepotenza: era forte come una donna russa, piccola come una bambola francese e bella come una regina dell’antico Egitto. Gaby Teller era il ritratto di ogni donna; innamorarsi di lei sarebbe stato naturale.
Eppure…
Illya sforzò l’ingresso di un altro bottone, ricucendo lentamente le ali di quella splendida farfalla velenosa.
No, non c’era alcun eppure, essere attratti da lei era quanto di più logico e naturale ci si potesse aspettare da lui e così era. Senza eppure. Senza forse. Senza dubbi.
Gaby allungò una mano dietro di sé, a tentoni cercò il fianco del russo, colpendolo con la punta delle dita.
«Quando la missione si sarà conclusa, voglio visitare la città.» pronunciò in russo – accento tedesco e tono pretenzioso compresi nel pacchetto.
Per Illya non era stato un problema intuire la richiesta di farle da guida, e il tentativo di abbindolarlo usando la sua lingua nativa era solo da apprezzare.
Sorrise.
Piccola strega.
«Ti mostrerò, ma altre città russe più belle di questa» le rispose in americano.
Gaby scrollò le spalle sottili, su cui lui terminò di avvolgere le ali di seta. «Possiamo visitare anche le tue preferite, se ci tieni. Mosca per esempio; ma in quel caso sarà meglio rimettere Solo su un aereo per New York.»
Le stirò le pieghe invisibili dell’abito: una carezza delicata che seguì la curva dolce della schiena e si fermò parecchio prima del fondoschiena.
Un bolo d’ansia si era formato all’altezza dello stomaco all’ida di visitare Mosca senza il cowboy. Era la cosa giusta da fare, il KGB aveva troppi conti in sospeso con il pupillo della CIA, e anche se avrebbe assaporato sbattere su quella faccia arrogante le meraviglie dell’architettura russa e di quello che la sua patria poteva offrire, sarebbe stato come trascinare la volpe davanti alla canna del fucile del contadino. Volgograd era già abbastanza pericolosa per il cowboy. Ivanov era già abbastanza pericoloso.
In lui Illya aveva rivisto il se stesso di un tempo, la stessa voglia pruriginosa di aprire il petto dell’americano in due e mettere in mostra l’abominio che doveva essere il suo cuore nero. Le minacce velate dell’agente non servivano a dare aria alla bocca, sapeva bene che oltre al recupero dei progetti e la loro restituzione alle casseforti del KGB, Ivanov aveva altri ordini – con tovarishch[3] Oleg c’era sempre qualcosa di più, qualcuno di cui liberarsi, meglio se figlio della Terra Libera.
E non solo.
La Russia era la sua casa, il KGB la sua gente. Una volta tornato dal suo padrone, nessuno poteva assicurargli che lo avrebbero lasciato di nuovo tra le braccia della U.N.C.L.E..
«Mosca è città regina, non sono sufficienti due occhi e vita intera per ammirare tutti gioielli che veste, tempo potrebbe non bastare» mormorò.
«Ne troveremo altro. Possiamo chiedere a Waverly qualche giorno in più di vacanza, comprenderà.»
Illya aggrottò la fronte, disorientato dal concetto di vacanza. «No, se ci sarà altra missione importante.»
Gaby sollevò le mani alla nuca, all’anulare la perla di Tahiti spiccava su un anello di fidanzamento che tornava di nuovo utile[4], e tra le dita stringeva un’elegante spillone in oro bianco. «Prima di essere agenti, siamo esseri umani, Illya… e… Oh, dannato affare!» s’interruppe, imprecando contro lo spillone e i rivoli castani che continuavano a sfuggire dallo chignon, costringendola a raccoglierli da capo – era più brava con macchine e motori, che non con le acconciature.
Illya le raccolse le dita tra le sue, più grandi e più esperte. C’erano state volte – rare, ma di cui serbava con gelosia il ricordo – in cui aveva fatto lo stesso per sua madre, quando ancora la sua famiglia era la benvenuta ai galà di Stalin e l’onta del tradimento non insozzava il nome dei Kuryakin.
Una volta terminato, Gaby si voltò. Il “grazie” scivolato dalle labbra quasi come una gentile concessione, mentre riprendeva il filo del discorso: «Quello che voglio dire è che abbiamo bisogno di una pausa. Perfino tu.»
«Sciocchezze. Tu sei donna e cowboy è cresciuto ingozzandosi di dogmi di società debole. Ma io, al contrario –»
«Non te l’hanno insegnato che è da zotici vantarti con una signora di quanto ce l’hai lungo, Peril?»
Illya sbuffò. Doveva immaginare che parlando del diavolo, Solo avrebbe fatto la sua aggraziata apparizione.
Lo guardò uscire dal bagno e sfilare davanti a loro come in passerella, vestito solo di un’elegante vestaglia che dubitava potesse essere appropriata per un uomo – e l’avrebbe trovata indecente perfino indosso a una donna. La cintura in seta blu che Napoleon aveva allacciato alla vita, era più che bellezza che altro e non serviva assolutamente a niente: i lembi della vestaglia scoprivano quasi interamente il torso nudo e villoso, su cui minuscoli gocce d’acqua rotolavano lungo la pelle tracciando strade che conducevano troppo in basso. L’unica fortuna è che aveva avuto abbastanza decoro da infilarsi un paio di boxer; Illya ne intravide solo la banda del’elastico, ma se lo conosceva bene, poteva immaginare fossero di marca, di cotone e – considerato che lui li avrebbe preferiti neri – dovevano essere bianchi.
Napoleon si fermò innanzi a Gaby; ammirò l’abito, la donna e la bellezza in cui l’uno risaltava grazie all’altra.
«Sei uno spettacolo per gli occhi, mia cara» le disse, la voce ammaliante e il sorriso da maschio alfa e sciupa femmine che riusciva a strattonare i nervi di Illya, tirandoli fuori dalla pelle, all’aria, dove bruciavano scintille.
«Faccio quello che posso, Solo» miagolò lei, leccando il sorriso, bella e felina.
Napoleon rise a bocca chiusa. «Ora c’è solo da sperare che non diventi una distrazione per Peril e il suo compagno rosso.»
«Qualcosa mi dice che l’unica distrazione per loro sarà quella di decidere chi avrà l’onore di spararti per primo.»
«In questo caso, punto tutto su di te, Peril, non mi deludere.»
Illya non si accorse che Napoleon aveva cambiato bersaglio ed era passato a guardare proprio lui, finché non lo vide alzare lo sguardo in alto, ai suoi capelli, per poi abbassarlo con estenuante lentezza fino ai suoi piedi, scandagliandone il corpo un centimetro alla volta, come se avesse posseduto infrarossi in grado di superare la barriera degli abiti.
Si sentì nudo ed esposto – e, per qualche motivo, sporco. Strinse i pugni, resistendo all’impulso di voltarsi e andarsene altrove, così come a quello di sbattere le nocche sul suo grugno e spalmarne la sagoma al muro.
Napoleon sospirò sconsolato, come se quanto avesse trovato in lui non fosse stato poi granché. «Spero mi perdonerai se, invece, tralascio i complimenti per te. Preferisco che il nostro rapporto non si basi sulle menzogne.»
Il bolo d’ansia di poco prima si avvolse di rabbia, Illya lo buttò giù, sul fondo dello stomaco. «Invece di preoccuparti di mio abito che nessuno vedrà, pensa a ritrovare tuo pudore e tuoi vestiti. Missione prevede che tu vada a teatro, non tra lenzuola di prostituta.»
Napoleon sorrise, allargò le braccia e si mise in posa.
Lui e quella sua dannata vestaglia. Lasciava davvero troppo poco all’immaginazione, cosa che Illya avrebbe preferito più che volentieri. Non ne aveva mai posseduta una particolarmente vivida: era un uomo pratico, imparava in fretta, ma imparava guardando, provando, sperimentando, sentendo sulla pelle il fuoco del fallimento e imponendosi di non provarlo mai più. Perfino negli scacchi la sua abilità era frutto di studio e preparazione mentale.
Se non avesse mai visto Napoleon in certi atteggiamenti, non sarebbe mai stato in grado di capire con quanta arroganza sapeva presentarsi a una donna, alla conquista di un posto tra le sue cosce; se non ne avesse mai ascoltato la voce, non ne avrebbe mai immaginato la nota roca, incendiaria come whiskey invecchiato e se, in quel momento, non ne avesse visto il corpo statuario, non avrebbe mai neanche lontanamente pensato di poterlo trovare così fastidiosamente eccitante.
«Potresti sempre aiutarmi, come hai aiutato la nostra Gaby» chiocciò l’americano, come se sapesse perfettamente l’effetto che la sua voce aveva sul prossimo, come se conoscesse ogni battito del cuore di Illya e potesse chiamarli per nome, affinché rispondessero a lui, ogni dannata volta.
Illya distese le dita sulle cosce. «O potrei prendere te a calci e insegnarti strada per tua stanza.»
«Messaggio recepito: sarà per la prossima volta.»
«Sarà per mai» Sibilò. Doveva pensare ad altro – ai progetti rubati, alla missione, a… no, non a Dmitriy. Masticò un insulto a denti stretti e, prima che il cowboy aggiungesse altro, lo interruppe con un gesto della mano «Aspetta qui. Ho cosa per te.»
Si voltò, sparendo in camera, ma non troppo in fretta – o troppo lontano – da potersi evitare di sentire il commento idiota che ne seguì: «Aww, Peril, cosa festeggiamo? Io non ti ho fatto alcun regalo, ma posso darti qualche lezione di moda maschile.»
Si pentì di non aver sbattuto la porta, dando alle cazzate di Napoleon modo di entrare e seguirlo. Raggiunse la specchiera e la sua valigetta, fece scattare la chiusa e ne afferrò due oggetti piccoli, della grandezza di un bottone.
Quando tornò sui suoi passi, Napoleon sorrideva, ma lo studiava con un certo timore che Illya accolse con piacere, allungando la mano chiusa verso di lui.
Un paio di piccole cimici caddero sul palmo della mano dell’americano.
Gaby tese il collo per guardare e di riflesso accarezzò la perla del suo anello.
Napoleon inarcò un sopracciglio. «Sono cimici di fabbricazione russa.»
«Hai un dono naturale, cowboy, per notare sempre ovvio.»
Si grattò il setto nasale con una punta di sdegno. «Peril… Perché mi stai dando le vostre cimici, quando sai benissimo che ho già le mie?»
Illya lo sentì pesare con cura ogni parola e per un attimo si godette il dolce sapore della rivicinta: «Perché avevi, Cowboy. Ora sono in cestino di spazzatura.»
Napoleon sgranò gli occhi. «E di grazia, cos’avevano che non andasse?»
Illya incrociò le braccia al petto, lasciando che la risposta gli salisse agli occhi azzurri e nella smorfia disgustata. Avrebbe potuto dirgli a chiare lettere che era una gara che lui e l’America avevano già perso, quando la sonda Luna 2[5] aveva attraversato l’immensità dello spazio, per atterrare a ovest del Mare della Tranquillità[6], là dove nessuna tecnologia americana era mai riuscita ad arrivare. Ma trovò il silenzio molto più soddisfacente.
Napoleon incassò il colpo. «Non c’era bisogno di essere così drastici» mormorò, mentre si passava una mano tra i capelli.
La doccia ne aveva accentuato le onde ribelli. In un colpo solo la rivincita di Illya non gli sembrò più così dolce e si trovò a combattere contro l’istinto di toccare uno dei ciuffi che si arrotolava con arroganza sulla fronte di Napoleon, quasi a mettersi in mostra, a dirgli che la tentazione sarebbe stata sempre lì.
Si tirò indietro di un passo. Per fortuna il cowboy era troppo impegnato a rigirarsi tra le mani le piccole microspie e borbottare dello spreco dei soldi dei contribuenti, per accorgersene, e andò in stanza a vestirsi.
Illya lo tenne d’occhio, finché non lo vide sparire in stanza, chiudendosi la porta alle spalle.
Gaby gli sfiorò un braccio. «Qualcosa di interessante, Illyabär[7], o è unicamente il fondoschiena di Solo?»
Arrossì. Non gli piacque il modo in cui lo guardò e ancor meno gradì la sua allusione, ma con lei ogni minaccia era un sasso caduto nel vuoto di cui non rimaneva nemmeno l’eco. «Nyet[8]
«Suvvia, sarà anche una spina nel fianco, ma almeno Solo sa essere onesto su una cosa così semplice come il trovarti attraente.»
Illya tossì, le parole di Gaby andate di traverso. «Cosa… cosa c’entra questo ora?»
«È solo un complimento ed è la verità: siete entrambi uomini molto affascinanti. La cosa non ti renderà meno uomo.»
«No-non so di cosa tu stia parlando.» Sperò che il tono aspro e lo sguardo affilato bastassero per mettere un punto alle parole di Gaby, ma aveva sottovalutato la sua tenacia.
«Ripensandoci, quando la missione sarà finita, possiamo rimandare Mosca a un'altra volta e tu potresti passare un po’ di tempo con lui.»
Illya sentì la lingua annodarsi in bocca. «Perché dovrei sprecare mio tempo libero con cowboy?»
«Sa essere una piacevole compagnia. E lo sai.»
«Sua compagnia è volgare, come suo atteggiamento e suoi tentativi di…» la voce si spense, ma lui non era sicuro quale fosse la parola su cui si era interrotto. L’aveva accartocciata sotto la lingua, masticata e deglutita, l’aveva pensata, ma era sembrata così sbagliata.
«Sedurti?» completò Gaby per lui.
Le vene del collo di Illya pomparono sangue troppo velocemente al cervello e gli sembrò che il mondo si stesse per capovolgere.
La verità è che non sapeva più se fosse Napoleon a sedurlo o lui a volerlo…
Scosse il capo. «Non sono deviato.»
Le diede le spalle e tornò in stanza.



Attraverso il binocolo, lo Tsaritsynskaya Opera Theater, appariva come la copia in miniatura della Casa Bianca di Washington DC. Era come se qualcuno avesse tralasciato volutamente le ali laterali dell’edificio per incastrarla meglio tra le strade di Volgograd, innanzi al Viale Lenina.
Il piano era semplice: Illya sarebbe rimasto sul tetto di uno degli edifici di dirimpetto, per offrire copertura ai suoi partner, Gaby avrebbe recitato il ruolo della donna un pesce grosso del crimine, che, stanca del marito aveva deciso di mettersi in proprio vendendo progetti di un’arma rubata, Napoleon era la sua guardia del corpo, nonché l’ovvio toy boy di una donna troppo ricca e annoiata, e Ivanov li avrebbe presentati al compratore, che avrebbero catturato e usato per risalire a chi i progetti li aveva davvero.
Semplice. Forse troppo.
Illya prese postazione sul tetto. Osservò la strada dietro a un binocolo, riaggiustando il canale radio, per sintonizzarsi sulle riccetrasmittenti indossate dai due partner.
Li inquadrò fuori dalle porte del teatro, nascosti alla vista dei più: Gaby, con il suo abito, sembrava una nera falena posata con delicatezza al braccio solido di Solo, e il cowboy, in smoking, sembrava come al solito nel suo elemento.
Ivanov raggiunse i due, biascicò un saluto che suonò più come un insulto e spiegò loro che lo scambio si sarebbe tenuto durante l’opera. Si guardò intorno con aria circospetta e alzò una mano alla schiena nuda di Gaby, perché si affrettasse ad entrare.
Illya stritolò il binocolo. Tra i gracidii della radio che scoppiettavano nelle ingombranti cuffie alle orecchie, riuscì a distinguere la spruzzata di acido in lingua russa e tinte rosa: «Puoi farti un po’ più in là? Non mi piacciono gli uomini che mi stanno addosso.»
Non provò alcuna pena per l’agente finito sotto il mirino della sua piccola serpe velenosa.
«Yankee, tieni al guinzaglio la tua donna!»
Il fatto che Ivanov avesse cambiato lingua, scegliendo quella di Solo, lo rese più odioso.
Con una mano tenne il binocolo e con l’altra tastò in terra, trovando la familiare durezza lucida della canna di un fucile di precisione.
In strada, Napoleon sfiorò la vita di Gaby, tirandola indietro e muovendo contemporaneamente un passo in avanti, mettendola in ombra. «L’agente grande e grosso del KGB ha paura di una donna? Al tuo posto mi preoccuperei del tuo di guinzaglio; tienitelo stretto perché se Gaby dovesse usarlo per strangolarti, da questo lato di Volgograd non avrai alcun aiuto. Non ho l’abito adatto.»
Ben detto, cowboy. Illya sorrise, ma il sorriso si spezzò in due, quando la mano di Ivanov si fiondò al collo dell’uomo.
«Solo!» Gaby urlò e si aggrappò alla manica dell’abito di Ivanov.
Illya si irrigidì; lo sguardo fisso sul cowboy, sotto la stretta di mani che non erano le sue. Il pantano di collera in cui era cresciuto e che gli si era ormai appiccicato addosso come una seconda pelle, gorgogliò così forte da assordarlo.
Abbandonò il binocolo, raccolse il fucile e puntò la canna d’acciaio nero sulla testa di Ivanov.
Con una manata, Ivanov allontanò la mano di Gaby. «Non pensate che io sia come quel verme di Kuryakin, lui vale quanto la merda sotto le vostre scarpe – ma io potrei uccidervi ora e una volta tornato a Mosca, otterrei una medaglia.»
Illya serrò la mascella, serrò la presa al fucile. Gli insulti erano un suo problema, erano la sua eredità e poteva ingoiarli, ma alzare luride mani su Gaby e sul cowboy, missione o non missione, era un invito alla morte.
Prese la mira.
Oltre il mirino, vide Napoleon sollevare l’angolo destro delle labbra, in un sorriso sfacciato. «E come pensi di ritirare la tua medaglia, con le cervella saltate?»
Con un cenno del capo indicò in alto.
Ivanov seguì il gesto e solo allora notò il bagliore del fucile imbracciato da Illya.
«Ora possiamo tornare a essere amici, vero?» ironizzò Napoleon.
«Cane.» sibilò Gaby incattivita.
Ivanov lo lasciò e Napoleon si rassettò il colletto della giacca. «Era quello che pensavo.»
Illya, ancora perfettamente in posizione di tiro, lo vide rilassarsi e si rilassò a sua volta. Non si stupì nemmeno quando Napoleon guardò apertamente verso il tetto, schioccandogli un occhiolino.   Pensò sarebbe finita lì, ma le sue labbra si mossero piano a formare parole che non riusciva a sentire, finché non si rese conto che non stava parlando a voce alta e che la frase era solo per lui: va tutto bene, Peril, sto bene.
Stupido cowboy.
«…s-suka[9]…» borbottò.
Lo vedeva con i suoi occhi che stava bene, non c’era bisogno di sottolinearlo!
Ma per qualche motivo, si sentì arrossire.



Sul tetto dell’edificio non c’era riparo dal freddo, la sera profumava di neve e il vento gli azzannava la pelle esposta, sibilando tra le pieghe del giaccone.
Illya liberò i capelli biondi dalla coppola, la incastrò sotto la valigia con cui era arrivato e sciolse muscoli indolenziti dall’attesa.
Nonostante la tensione iniziale, Gaby, Napoleon e Ivanov erano entrati tranquillamente a teatro e avevano preso posto al palchetto di cui l’agente russo aveva prenotato i biglietti.
Di quando in quando, giungevano le loro chiacchiere a fargli compagnia, ma forti della sua solitudine, i pensieri avevano iniziato a mordicchiare i confini in cui li aveva rinchiusi, zampettando nella sua testa come topi usciti dalle loro tane.
L’Opera gli aveva impedito di scacciarli: l’apertura della serata dedicata a Vivaldi e alla sua Opera Sacra sfrigolava tra le cuffie e rimbombava nella testa.

Gloria, gloria, in excelsis deo[10]

Erano le stesse note dell’allegro, la stessa identica musica, che piovevano sulle reclute, col tono metallico e gracchiante degli altoparlanti dell’Accademia, ravvivando un mondo di ghiaccio e acciaio.

«Compagno Kiselyov, non pensate sia il caso che torni a unirmi agli altri in cortile? L’addestramento...»
«Non ora, Illya. Prima ascolta la musica.»

Schegge d’adolescenza, la sua voce di ragazzo e un uomo in divisa che ammirava come un eroe. Lo seguiva in ogni passo e sognava il giorno in cui sarebbe diventato come lui.

«Sissignore.»
«E rilassati.»
«Sissignore.»
«Lo sai cosa dicono?»
«No, signore.»
«È latino, vuol dire “gloria a Dio, nell’alto dei cieli”. Un giorno, quando sarai pronto per servire la Madre, faremo suonare questa musica per te.»
«Per me, signore?»
Si era aspettato di vedere sul volto dell’uomo tracce di beffa, ma a Dmitriy Kiselyov l’ironia e le sciocchezze non erano mai piaciute – quando mentiva, lo faceva in nome della Russia.
Aveva aperto le dita alla nuca di Illya e aveva poggiato la fronte alla sua.
«Gloria in excelsis deo.» Le sue parole erano filtrate dalla sua bocca a quella del ragazzo, soffiandogliele addosso, come ossigeno da respirare.
E Illya, troppo giovane e troppo sciocco, gli aveva creduto.
Di Dmitriy aveva ingoiato ogni parola e ogni sillaba, senza sapere che con esse ci sarebbero stati anche gli aghi e dall’interno lo avrebbero ferito, senza che lui potesse farci nulla.

Gloria
Gloria

«Avete portato i progetti?»
Illya riaprì gli occhi sulle strade di Volgograd.
Sprazzi di una voce sconosciuta stracciarono i ricordi, si tuffarono dalle cuffie ai timpani e lo trascinarono fuori dal passato, per scaraventarlo dove ora c’era bisogno di lui.
«Dipende. Lei ha portato i miei soldi?»
Non aveva occhi all’interno del teatro, ma il russo zoppicante di Gaby suggerì che i negoziati erano cominciati.
Portò l’attenzione più in basso davanti alle porte del teatro; nonostante fossero ancora a metà atto, qualcuno stava già uscendo.
Si tese meglio con la schiena dritta, in uno scrocchiare di vertebre e muscoli che si gonfiavano sotto agli abiti. Aggiustò il fuoco del mirino e, incorniciati da lunghi capelli biondi, scorse i tratti decisi, gli spigoli duri e gli occhi feroci di un volto che non avrebbe potuto dimenticare.
Strizzò gli occhi. Li riaprì.
Nulla cambiò: sul volto di una donna appena uscita dallo Tsaritsynskaya aleggiava lo spettro di Dmitriy.
Alla ricetrasmittente, Gaby smise di parlare proprio in quel momento.
Con lo sguardo concentrato sulla donna, Illya si premette le cuffie all’orecchio e attese, finché non giunse un sussurro scosso.
«È uno di loro.»
Un brivido gli attraversò la schiena e fu sicuro che anche Solo l’avesse notato – Gaby l’aveva sibilato con un’inflessione rabbiosa, con una nota tremante che fin dall’inizio cercava di nascondere davanti all’agente Ivanov, ma che a nessuno dei due era mai sfuggita.
Loro erano gli uomini che l’avevano tenuta sottocontrollo per mesi, per anni.
Erano il pugno di ferro che stritolava la Berlino est e che tingeva di rosso le strade della Russia.
Erano Illya e Ivanov e Oleg.
Erano il KGB.
«È una trappola—» la voce di Napoleon.
Ci fu il rumore di una colluttazione, poi più nulla.
Illya batté una mano contro le cuffie, ma sapeva benissimo non fosse un problema di ricezione.
«Gaby?! Cowboy?!» Chiamò allarmato.
Fu inutile. Le trasmittenti funzionavano in un’unica direzione, se voleva sapere cosa fosse successo, doveva raggiungerli.
Qualcosa brillò alla finestra di uno dei palazzi vicino.
Lo notò con la coda dell’occhio, mezza frazione di secondo prima che un colpo d’arma da fuoco venisse sparato contro di lui.
Illya cadde a terra.
Nello stesso istante, il feroce ruggito di una granata spezzò le colonne bianche del teatro.
Sulla strada, solo polvere e grida.
Tags: [longfic], character: gabrielle teller, character: illya kuryakin, character: napoleon solo, fandom: the man from uncle, long-fic: prizrak volgograda, pairing: napollya
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