?

Log in

No account? Create an account
 
 
09 March 2018 @ 10:50 pm
[Original] Cadere. Soffrire. Rialzarsi.  
Rating: PG-16
Genre: angst;
Words: 844
Prompt: Missione 5 - ira
Disclaimers: I personaggi sono miei

Scritta per la 8° Settimana del Cow-t8 @lande di fandom

Tra tutti i posti che avrebbe potuto scegliere, trovare rifugio proprio tra quelle pareti era stato come ritornare nel ventre materno. Durante tutto il tragitto che lo aveva portato sino a lì era stato picchiato, insultato, illuso, deriso e rifiutato, era stato abbandonato due volte e aveva abbandonato a propria volta e tradito e mentito. Ma, inginocchiato sul velluto nero della panchetta, aveva chiuso gli occhi e, finalmente, tutto il rumore che aveva in testa (le urla durante la notte per gli incubi che lo tenevano sveglio, i litigi con chiunque per qualsiasi motivo anche il più stupido, le ingiurie contro Dio e il suo operato) era cessato.
Era rimasto solo con il proprio silenzio.
Aveva avuto così tanta rabbia dentro per così tanti anni, che, a un certo punto, semplicemente, aveva smesso di guardarsi in giro e il suo mondo si era fatto nero. Buio. solitario.
Nemmeno si era reso conto di essere stato lui ad allontanare Chrissie, il suo piccolo amato batuffolo di neve. Era così umano, Dio (no, non aveva imprecato, non questa volta, rivolgendosi direttamente al Padre), che lo aveva disgustato fin nel profondo e gli aveva fatto ribollire l’energia di un cosmo che ancora rifluiva dentro di sé. Poco e lento, ma riusciva a sentirlo ogni volta che provava vergogna, ira, invidia, lussuria; lo sentiva ogni volta che si trovava vicino a Chrissie e ogni volta che gli stava lontano e, ogni volta, invece di scaldarlo e rassicurarlo come quando dal cielo poteva ancora permettersi di guardare in basso verso i mortali, lo bruciava da dentro.
Le ali erano appassite, erano scheletri fragili senza più alcuna piuma. Aveva perso l’ultima quel giorno, quando Chrissie lo aveva guardato in lacrime e gli aveva detto di essere stanco di quella vita e lui non lo aveva fermato. Aveva sollevato l’ennesimo bicchiere e giù in gola, qualsiasi fosse stato lo schifo a riempirlo.
L’alcol non aveva mai aiutato. Lo aveva creduto perché Mark glielo aveva insegnato e Mark aveva una lingua lunga e dita che sapevano sempre trovare il suo cazzo per massaggiarglielo, aveva una bella auto d’epoca e sedili in pelle su cui scopavano come conigli.
Anche se lui aveva Chrissie. E diceva di amarlo. Ed era vero. E ci credeva. E Mark puzzava tanto di umano quanto di peccato. Chrissie invece no, Chrissie era umano, era un errore dopo l’altro, uno “scusa se ho bruciato la bistecca, non sono bravo a cucinare, ma sto imparando” e un “scusa, ho fatto tardi perché il treno era così pieno che non sono riuscito a scendere alla fermata giusta” che gli impedivano di essere arrabbiato con lui – anche se avrebbe dovuto, lo era stato, e come lo vedeva Chrissie con i suoi occhi enormi e lucidi di lacrime, smetteva di esserlo.
Il singhiozzo rimbombò nella piccola chiesetta.
Si rese conto di essere stato lui, solo quando un secondo singhiozzo gli sconquassò il petto con violenza, ricordandogli di avere ormai un corpo umano, fragile, che avrebbe rotto e rovinato come rompeva sempre.
«Qualcosa ti turba, figlio mio?»
Dall’altro lato del confessionale, occhi umani lo guardarono con tristezza tra la grata che li separava. L’uomo indossava una toga e il colletto era chiuso dal collarino ecclesiastico.
Lui abbassò gli occhi, vergognandosi delle proprie lacrime. E forse non solo. Aveva un’intera vita costellata di peccati e brutture di cui vergognarsi, un’intera vita passata a non capire quanto fortunato fosse.
Era caduto ed era stato trovato. Era caduto e Chrissie aveva curato le sue ferite. Era caduto e si era innamorato.
Era caduto e ne aveva dimenticato il motivo.
«Ho peccato, padre» ebbe appena il coraggio di pronunciare con voce sommessa, stringendo i pugni e sentendo le eco di una rabbia che era stata sua compagna da così tanto, che quasi aveva dimenticato come si respirasse senza sentire quell’oppressione al petto.
Il prete sospirò «Non lo facciamo forse tutti?» gli chiese.
Si voltò a guardarlo, cercando di mettere a fuoco la sua immagine tra le lacrime. Con una spazzata della manica della giacca se le asciugò e tirò su il naso rumorosamente. Pateticamente.
Il prete sospirò, si alzò dalla panca e uscì dal confessionale, aprendo la porta al suo lato.
«Michael…» lo chiamò piano «Dov’è Christopher?»
Le lacrime tornarono con prepotenza a rigare il volto di lui.
«Mi ha lasciato. Ho un fatto un casino… l’ho tradito, l’ha scoperto e se ne è andato… se ne è andato e non so come fare ammenda e come riprendermelo e meritarmelo questa volta.»
Il prete si inginocchiò accanto a lui, passandogli gentile una mano tra i capelli rossi come il fuoco, anche se il fuoco, ormai, non ce l’aveva più dentro. Non gli era rimasto più niente, se non il vuoto.
Si piegò verso il prete, fino a poggiare la fronte alla sua spalla.
«Mi racconti una storia, padre. Una che non finisca in tragedia» chiese, con voce supplicante.
Il prete sorrise, gli circondò le spalle in un abbracciò e iniziò a raccontare.
«C’era una volta un angelo del Signore…»
E Michael sperò di non conoscere quella storia.