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05 March 2018 @ 06:48 pm
[Original] La lunga estate  
Rating: PG
Genre: fluff
Words: 6.501
Prompt: Missione 3 - immagine
Warning: slash
Disclaimers: I personaggi sono miei

Scritta per la 8° Settimana del Cow-t8 @lande di fandom

Solito parco. Solita panchina. Solita ora.
Richard sollevò le ginocchia al petto, incastrando il tacco basso dello stivaletto stringato di camoscio all'asse più esterna della panca e circondò le ginocchia con le braccia. Sottili, scoperte da una camicia a maniche corte perfettamente abbottonata e coperta da un maglione in lana blu.
In quel periodo dell'anno, i ragazzi iniziavano a frequentare molto meno il parco, il che era un peccato. Di solito la sua attività principale era quella di guardarli, poteva passare ore a guardarli rincorrere un pallone o chiacchierare del più e del meno, di quello che avevano fatto a scuola o della ragazza (o ragazzo) per cui avevano preso una cotta. Gli piaceva pescare uno tra tutti e studiarlo per tutto il tempo in cui si fosse trovato lì; di solito lo faceva con quelli che si portavano dietro un pallone o un frisbie da lanciare. Era capitato, perfino, che desse loro dei consigli (degli ottimi consigli, tra parentesi) o che facesse il tifo per loro, ma questo avveniva solitamente in estate o in primavera. I mesi invernali, invece, erano il peggio.
Richard sospirò sconsolato. Poggiò il mento tra le ginocchia, incurvando in parte la schiena.
Da quel punto preciso della panchina, era difficile per lui notare come i rami rinsecchiti degli alberi si piegassero scricchiolando sotto il peso della neve o come l'erba fosse ormai un pantano bianco e grigio lungo i sentieri e montagne candide sui lati, dove nessuno vi camminava sopra.
In quel punto, in quell'unico punto e su quell'unica panchina del Millennium Park, il sole era ancora una sfera di calore bruciante e luce dorata; i raggi gli incoronavano i capelli biondi e una patina leggera di sudore gli imperlava la fronte.
In quel punto, in quell'unico punto e su quell'unica panchina, l'estate durava dal 1976 e ancora non sembrava voler accennare a finire. Il che gli stava più che bene, se solo non fosse stato l'unico a saperlo.
Una foglia secca scricchiolò sotto il peso di un passo. Richard sollevò lo sguardo oltre uno dei sentieri che attraversava la Lurie Garden, la zona del parco in cui si trovava il ragazzo. A spuntare per primo fu il muso allungato e dalla linea elegante di un giovane dobbermann, che fece scattare Richard con la schiena dritta e l'attenzione focalizzata. Non aveva un buon rapporto con i cani, almeno non dal poco che riusciva a ricordare.
Dietro di lui, un ragazzo alto e dai capelli di un ridicolo mix di blu e viola lo teneva al guinzaglio sbuffando e tirando per cercare di farlo rallentare. Non sembrava funzionare il suo metodo, non appena il dobbermann si accorse di Richard, infatti, iniziò ad abbaiare e si diresse in grandi falcate verso di lui.
«Ma che cazz... Jingle? Jingle smettila di tirare! Ma dove cazzo vuoi andare!» gli urlò dietro il padrone.
Il dobberman – Jingle – lo ignorò, strattonò un'ultima volta il guinzaglio e riuscì a far perdere la presa al ragazzo. Libero di correre, si diresse veloce verso la panchina, mentre Richard scattava in piedi sulla seduta e cercava stupidamente di arrampicarsi sulla cima dello schienale, mantenendo a stento l'equilibrio.
Le zampe del cane si aggrapparono alla panchina e questo continuò ad abbaiare.
«No, stai giù, sta giù! Vattene via! Ma tra tutti proprio un cane doveva venire a darmi fastidio!»
Dietro di lui, il padrone gli era corso dietro, aveva raggiunto il suo cane e aveva allacciato le dita ad un collare di cuoio nero e borchie argentate che, se dovevano farlo sembrare più grosso e pericoloso, allora avevano sicuramente raggiunto lo scopo.
Se Richard non avesse temuto per la propria vita (il che, col senno di poi, lo fece quasi morire dal ridere) avrebbe notato con un certo disgusto che il padrone indossava un collare con le borche molto simile a quello del suo cane. Questi però, tirò indietro Jingle con uno strattone e recuperò la presa al guinzaglio, assicurandosi di mantenerla questa volta e tenere il cane accanto alla propria gamba.
«Che diavolo ti è preso, eh?» gli borbottò.
Richard rimase in silenzio, aveva ancora un piede piede sullo schienale e l'altro sulla seduta, pronto a balzare dietro la panchina da un momento all'altro. Ancora con l'adrenalina che gli pompava il cuore a mille e i sensi più acuti, si concesse di tirare una breve occhiata al padrone di Jingle, senza però abbandonare del tutto l'attenzione dal cane. Gatti e cani erano quelli con cui aveva avuto più scambi – se così si poteva dire – negli ultimi anni, se preferisse meno gli uni o gli altri, però, non l'aveva ancora deciso. Di certo avrebbe preferito stare lontano dai cani, quello ne era sicuro.
«Certo che con dei capelli conciati a quel modo, per forza il tuo cane dev'essere poco educato» borbottò, senza preoccuparsi di abbassare la voce.
Il ragazzo sollevò il capo dal proprio cane a fissare lui, gli occhi grigi si affilarono in un'occhiata poco piacevole che trapassò il cranio di Richard da parte a parte.
«Jingle è un cane educato e, se ti interessa, è addestrato anche a mordere i fighetti stronzi come te.»
«Eh?»
«Inoltre si può sapere che cazzo ti viene in mente di startene seduto con 'sto freddo in maniche corte e calzoncini? Sei scappato di casa e hai deciso di crepare?»
Richard rimase a fissarlo ad occhi spalancati.
«Beh? Cosa sei sordo, oltre che stronzo?»
«Ma... stai parlando con me?»
La domanda cadde tra di loro con una pesantezza sufficiente a tranciare discorsi e, perfino, l'abbiaiare di Jingle.
Il ragazzo fece un passo indietro, perplesso e il suo respiro si condensò in piccole nuvole biancastre che gli appannarono il volto. C'era qualcosa di strano ai suoi occhi, notò Richard... trucco? L'eyeliner nero seguiva la linea inferiore dell'occhio e rendeva il grigio dell'iride perfino più intenso, come due piccoli fari nel candore dell'inverno di Chicago.
«Sai che c'è, lasciamo perdere» fece lui, scacciando ogni interesse con una manata. I guanti erano di pelle, senza dita e le unghie erano dipinte di nero.
Richard si trattenne a stento dal mostrare una smorfia schifata, aveva in effetti altro a cui pensare.
Balzò giù dalla panchina, sulle mattonelle ai piedi di questa e allungò una mano a cercare di fermare il ragazzo. Non aveva intenzione di toccarlo (buon dio, no, non l'avrebbe mai fatto!) ma gli sarebbe bastato farlo rallentare, farlo voltare, sentire di nuovo la sua voce rivolta a sé.
«Aspetta, non te ne andare.»
L'altro storse il naso. Il suo cane, a differenza di lui, era rimasto fermo e ora mostrava i denti e ringhiava verso Richard. Il ragazzo lo guardò confuso «Si può sapere perché fai così, Jingle?» lo rimproverò, prima di tornare a voltarsi verso Richard.
«Che vuoi? Prima insulti me e il mio cane e ora elemosini compagnia?»
«Sì!»
Il ragazzo per poco non si sentì cadere le braccia. Se già aveva pensato che quel tipo non fosse del tutto normale, ora ne aveva la certezza.
«No, scusa, intendevo dire che non era mia intenzione insultarvi. Non pensavo che mi avresti udito.»
«Mi pigli per il culo? Non è che tu lo abbia detto sottovoce, sai? E quelle ai lati della mia testa, se ancora non ti è chiaro, sono delle orecchie.»
Richard sorrise e il ragazzo, per un attimo, si ritrovò a fissarlo stranito. Era stato sicuro di aver visto una sfumatura dorata scintillargli tra i capelli e inondargli il volto, rendendoglielo più luminoso.
Scosse il capo.
Stronzate.
«Chiedo venia, davvero» riprese il biondo, unendo le mani in preghiera e chinando il capo. Aveva tenuto la schiena dritta e, nonostante tutto, manteneva una postura elegante, quasi aristocratica.
Il ragazzo inarcò un sopracciglio.
«Chiedi venia? Ma come parli?»
«Non sai cosa vuol dire?»
«Ma sei scemo? Ora mi dai pure dell'ignorante?»
«No, mi stavo solo informando. Tutto qui.»
«Seah, seah. Allora, che vuoi e che ci fai qui da solo e vestito così di merda?»
Richard abbassò lo sguardo ai propri abiti. I calzoncini arrivavano alle ginocchia, le pieghe, come sempre, erano limitate allo stretto necessario dovuto ai movimenti, ma per il resto erano perfettamente stirati, così come la cravatta che spariva sotto il gilè. Ai piedi, infine, le calze blu erano tese a coprire le caviglie in maniera perfettamente simmetrica.
Cosa ci fosse, quindi, che non andasse nel suo abbigliamento, gli sfuggiva. Poi, quando risollevò lo sguardo sul ragazzo, notò per la prima volta il cinturino borchiato allacciato al collo e che si vedeva a malapena dal bomber nero e gonfio in cui era avvolto.
«Non mi sembra che tu, con il tuo questionabile gusto sul vestire, possa esprimere un qualche giudizio sul mio...»
Il ragazzo rimase interdetto.
«No, serio, perché cazzo parli a quel modo?»
«In quale modo?»
«In quello, genio, in quello! Cazzo sei, un nobile?»
Richard sorrise con espressione tronfia.
«Conte, per la precisione» disse, gonfiando il petto.
E il ragazzo non sembrò apprezzare il dettaglio. O, perlomeno, credervi.
«E i conti non dovrebbero avere almeno una giacca per stagione?»
«Anche più di una a dire il vero, ma io non soffro il freddo.»
«Vabbeh, come ti pare.»
«Come ti chiami?»
La domanda colse il ragazzo di sorpresa. Aggrottò la fronte e resistette all'impulso di voltarsi con il dubbio che non stesse davvero parlando con sé, ricordandosi come prima, quel tale avesse praticamente fatto la stessa cosa.
«Che ti fotte?» gli chiese, schioccando la lingua contro il palato.
Jingle, nel frattempo, doveva aver preso in antipatia il biondino e ancora gli ringhiava addosso, indispettito.
«Mi piace conoscere il nome delle persone con cui converso. Il mio è Richard Alexander Wilhelm.»
«Wow, buon per te.»
Richard si incupì.
«Per favore? Non mi capita spesso di trovare qualcuno con cui parlare, tu sei il primo dopo tanto, tanto tempo. Non puoi capire cosa si provi ad essere invisibile al mondo.»
Il ragazzo serrò di colpo la mascella e lo sguardo con cui fissò Richard si caricò di freddezza. Strinse i pugni, tirando la pelle dei guanti sulle nocche.
«Ma che cazzo ne sai tu?»
«Cosa? È capitato anche a te?» la domanda fu lì, davanti al naso del ragazzo, insieme al volto di Richard, che aveva quasi del tutto annientato le distanze e gli stava ora di fronte, addosso, se non per qualche millimetro a separarli. Nel suo sguardo vide una vena di curiosità e una di sincera preoccupazione che gli fecero perdere un battito e poi c'era un oceano di tristezza colorato del verde delle sue iridi che gli aveva fatto male al petto.
Scattò indietro di un passo, combattendo contro il rossore del volto.
«Mi chiamo Rex, va bene?»
«Rex?»
«Sì, come T-Rex» si pentì immediatamente di averglielo detto. Era quello, in genere, il momento in cui iniziavano le perculate o le risate dei ragazzi e quando realizzavano che Rex era solo il soprannome che si era scelto pur di non usare il suo nome vero, era perfino peggio.
Richard, però, tornò a sorridere.
«Va bene, Rex sia. È un piacere conoscere te e il tuo cane Jingle» decretò con un cenno del capo. Tirò le braccia indietro, ad unire le mani dietro la schiena, come la caricatura di un vecchio aristocratico e Rex si chiese se anche i conti quando invecchiavano stessero tutto il giorno davanti ai cantieri, a rompere le palle alla povera gente che lavorava.
Dalla posa di Richard sembrò di sì.
«A proposito, non è che hai qualcosa da mangiare nelle tasche? O non so, Jingle di solito non è così ostile, non scherzavo quando ho detto che è educato. La storia che i dobbermann sono cattivi è una puttanata, ok? Non esistono cani buoni o cattivi, dipende tutto dal loro padrone. Vero Jingle?»
Rex spostò l'attenzione sul cane e questi a sentirsi chiamare in causa sollevò il muso e abbaiò festoso un paio di volte, sollevandosi con le zampe sulle sue gambe, alla ricerca di qualche coccola.
Richard era rimasto in silenzio, stupito e affascinato dalla dolcezza che il ragazzo dimostrò nei confronti del cane quando, inginocchiandosi, iniziò ad accarezzargli il muso giocosamente.
«Che nome bizzarro Jingle» e ovviamente il biondino doveva rovinare tutto.
«Ma hai sempre da ridire tu?»
«No, no, non era mia intenzione dirlo in modo negativo, tutt'altro. È particolare e mi chiedevo da dove fosse nato.»
Rex lo studiò dal basso per qualche lungo secondo, prima di decidere di credergli.
«Gli piace quando suono i jingle della pubblicità, quando suono il suo preferito ulula a ritmo. Tutto qui.»
«Tu suoni?»
«A-ah.»
«Cosa?»
«La batteria.»
«La batteria?»
«Sì, amico, la batteria.»
«Io invece so suonare il violino.»
Rex scrollò le spalle. Chissà perché non aveva alcun dubbio.
«Cos'altro fai di solito?» chiese il biondo, indietreggiando ad incontrare con il retro delle gambe il bordo della panchina – della sua panchina. Si accomodò, battendo sullo spazio rimasto vuoto accanto a sè, in un invito per Rex di raggiungerlo e sedere insieme a lui.
Rex lo studiò diffidente.
C'era qualcosa (ben più di qualcosa, in effetti) in lui che non gli quadrava del tutto.
«Mi capitadi portare Jingle a spasso, come puoi vedere» sbuffò infine, scegliendo però di non avvicinarsi.
Rimase accucciato accanto al cane, trattenendolo per il collare quando questi riprese infastidito da chissà cosa a ringhiare contro il biondino. Davvero, se avesse scoperto che teneva in tasca delle crocchette o dei cosciotti di pollo per attirare a sé i cani dei passanti, lo avrebbe preso a calci. Non che quel tale sembrasse così disperato. Sperò.
«Ora comunque devo andare, mia madre mi sta aspettando e ho il culo congelato» lo avvisò, mentendo. Sua madre era decisamente l'ultima persona a cui potesse fottergliene qualcosa di lui, ma stare troppo con lo zoppo si cominciava a zoppicare ed era meglio, quindi, non rischiare di diventare imbecilli come quel biondino.
Si sollevò in piedi, allentando di poco il guinzaglio di Jingle.
Richard aggrottò la fronte.
«Di già?» gli chiese.
«Sì» rispose, anche se avrebbe voluto dirgli altro, ma l'aria triste che di colpo incupì il volto delicato del ragazzo gli si stampò negli occhi e, in fondo, gli dispiacque mollarlo lì così. Ma non è che fossero amici, non è che gli dovesse qualcosa o si dovesse preoccupare per quello lì... se voleva rimanere su una panchina a concelare non erano cazzi di Rex, no?
Richard annuì mestamente.
Rex era quasi sul punto di mandare al diavolo quanto appena detto e proporgli di stare qualche altro minuto, quando il biondo, tornò a sorridergli e quello, se possibile, gli fece ancora più male.
«Domani possiamo vederci e parlare di nuovo? Mi trovi qui.»
«O-ok...»
«Meraviglio. Allora a domani e passa una buona serata, mi raccomando!»
«Uhm... anche tu?»
Ok, sì, c'era qualcosa di davvero strano in quel biondino, qualcosa che lo confondeva ma che, insieme, lo inteneriva.
Rex gli fece un cenno del capo come saluto e si incamminò per ritornare sui propri passi, al di là del sentiero che lo avrebbe poi condotto fuori dal Millennium Park di Chicago. Prima che potesse sparire dietro l'ombra degli alberi, però, Rex urlò sventolando la mano in saluto «Non dimenticarti del nostro appuntamento di domani!»
Rex per poco non inciampò.
Che diavolo c'entravano gli appuntamenti?!

Solito parco. Solita panchina. Solita ora.
Richard si era seduto nella posa plastica che tanto sarebbe piaciuta a suo nonno: schiena dritta, spalle in fuori, mani sulle cosce e ginocchia in un perfetto angolo di 90 gradi. Era arrivato con le prime luci dell'alba e aveva passato il tempo a guardare le gocce d'acqua ghiacciata che gocciolavano dalla neve sui rami degli alberi dove la luce del sole – del suo sole – non arrivava.
Durante la mattina una coppia di donne aveva si era azzardata a portare fuori il figlio in carrozzina, ma la passeggiata era durata meno del previsto quando il tempo si era imbruttito e la neve aveva ricominciato a cadere. E gli inverni di Chicago erano freddi, crudeli, il vento ti tagliava la faccia e ogni boccata ti incendiava i polmoni.
Ora del pomeriggio sul sentiero si era formato uno strato di neve tanto alto che, Richard pensò, le zampe del povero Jingle sarebbero sprofondate e il cane si sarebbe congelato al primo passo.
Quando si fecero le quattro e mezzo del pomeriggio, l'ora esatta in cui aveva incontrato Rex, Richard non si stupì di non vedere arrivare nessuno.
Non sarebbe venuto.
Alle quattro e quaranta, un rumore di foglie scricchiolanti si accompagnò ai passi pesanti di qualcuno.
«Fanculo a 'sta neve di merda! Quando cazzo torna la primavera, eh? Dio, se mi ha rotto i coglioni 'sto freddo... che cazzo sono uscito a fare... che poi figurati se quello sarà arrivato, come minimo è nel suo castello a bersi tea e cioccolata e ridere di me!»
«Rex?»
«Oh, cazz... sei qui pure tu?»
Era difficile capire chi tra i due fosse il più stupito della presenza dell'altra.
Richard guardò il ragazzo con occhi enormi, verdi, lucenti e mano a mano che l'altro si avvicinava, il proprio sorriso si allargava e sentiva il cuore galoppare come mai aveva fatto prima d'ora. Emozionato, contento, non pesava che Rex si sarebbe davvero presentato al loro appuntamento.
Rex, invece, era arrossito, beccato in fragrante, ma non era stato solo per quello. Si era ritrovato col cuore in gola per tutto il tragitto a chiedersi se il biondino si sarebbe presentato o meno e a dirsi che no, non valeva la pena illudersi, perché la gente finisce sempre per deluderti. Invece...
Si scoprì aumentare il ritmo delle falcate per raggiungere il ragazzo più velocemente, piazzandosi davanti a lui e frenando di colpo quando, di nuovo, vide com'era vestito. Aveva gli stessi abiti del giorno addietro.
«Cazzo, Richard, ma sei pazzo? Mi hai aspettato vestito così?»
Richard aveva raddrizzato di più la schiena se possibile e l'unico accenno di freddezza era stato nelle mani che si strofinavano l'una con l'altra, ma più che per il freddo, pareva lo facesse per compiacimento.
«Sei venuto davvero, che bellezza!» esclamò e il suo intero volto brillava come un piccolo sole e il suo sorriso era così delizioso che Rex sentì perfino l'acquolina in bocca.
«Non cambiare discorso, genio. Non ce l'hai una giacca?»
«No, ma non sento freddo.»
«Certo, perchè sarai arrivato allo stadio in cui non senti niente e stai per morire.»
Richard si incupì. Un attimo solo, in cui si fece pensoso, poi scosse il capo e sospirò «Non c'è Jingle?»
«Cazzo c'entra Jingle, ora?»
«Pensavo fossi uscito insieme a lui.»
«Ma lo vedi quanto cazzo sta nevicando? Se lo porto fuori come minimo mi crepa dopo mezzo metro e tu... no, ok, non ti posso proprio guardare così!»
Rex si spogliò del bomber e lo lanciò in testa al biondo.
Aveva una felpa al di sotto, un cappuccio che si affrettò a tirare sulla testa per coprire i capelli e guanti che quest'oggi gli coprivano tutte le dita.
«Ficcatela su prima che cambi idea.»
Sotto il peso della giacca, Richard si sentì arrossire. Per la prima volta dopo tanto tempo, riuscì a sentire l'odore di qualcun altro così vicino a sé. Infilò la giacca, chiudendosela addosso e tenendo il colletto con entrambe le dita, chiuso in quell'abbraccio che ancora manteneva in parte il calore di Rex.
Socchiuse gli occhi, sorridendo al ragazzo. Il «Grazie» divenne un sussurro dolciastro e, per la seconda volta in un pomeriggio, Rex arrossì di nuovo.
Richard indietreggiò per riprendere posto sulla panca, tenendosi ancora avvolto nella giacca e sprofondando nell'odore di Rex che la impregnava e nel calore quasi soffocante che gli dava maggior colore al volto.
«Credi di poter rimanere un po' di più quest'oggi?» gli chiese, facendogli segno di sedersi accanto a lui, sulla panca.
La neve si era ammonticchiata lì intorno, qualche fiocco era caduto sulle mattonelle ai piedi della panchina, ma la seduta era rimasta sgombra e Rex pensò che doveva essere stata opera di Richard. Che doveva averla tenuta pulita affinché potessero sedere lì e scambiarsi più di qualche casuale parola, com'era avvenuta la volta prima. Al pensiero sentì il proprio cuore iniziare a tamburellare e il freddo che gli pizzicava fin sulla punta del naso sciogliersi, come la neve a contatto con le sue spalle, mano a mano che si faceva più vicino a Richard. Era strano, in effetti, come, avvicinandosi al ragazzo, gli sembrasse di percepire l'odore dell'estate.
«Non tantissimo, però, o mia madre mi uccide» gli rispose.
Richard annuì «Si preoccupa tanto tua madre?»
Rex aggrottò la fronte, sbuffando e scuotendo il capo.
«Nah, figurati. È che oggi è il mio turno di preparare la cena e se non lo faccio quella mi urla dietro.»
«Quella? Che brutto modo di rivolgerti a tua madre.»
«Bah, non è che a lei gliene freghi molto» si pentì di averlo detto, a maggior ragione quando, alzando lo sguardo su Richard lo trovò rattristato e a capo basso, a guardare le sue scarpe, come già il giorno prima gli era capitato di fare. Ora che lo guardava meglio, tra l'altro, notò lo stemma di una scuola privata sul gilè. Non che gli venisse in mente di quale scuola potesse trattarsi, ma, in effetti, non se ne stupì nemmeno così tanto.
Avrebbe dovuto immaginarlo.
«Lascia perdere, ok? Parliamo d'altro» bofonchiò.
Richard tornò a sorridergli e quello servì anche a Rex per sentirsi meglio e, per la prima volta dopo parecchio tempo, ritrovare il buonumore.
Non era abituato a parlare per così tanto tempo con qualcuno, di solito c'erano insulti di mezzo, spintoni, cattiverie. Di solito quello a subire era lui e, più spesso, si ritrovava da solo a covar una rabbia che gli grattava da dentro e non sapeva più come fare per far sparire. Ora, invece, gli bastava semplicemente stare di fronte ad una panchina, vestito di una misera felpa con cappuccio e sotto un cielo innevato a guardare quel biondino figlio di un conte o chissà che cosa per sentirsi... libero.
Sorrise.
Richard se ne accorse e lo puntò con l'indice.
«Ma allora anche tu sai sorridere. Dovresti farlo molto più spesso, hai un sorriso così incantevole!»
«E-eh? Ma ti pare una cosa da dire?»
«Perchè? Non è un'offesa... credo... non lo è, vero?»
«N-no... non è quello, idiota... è solo da gay...»
«Oh. Scusa. Non volevo.»
Rex sollevò gli occhi al cielo, storcendo il naso quando uno dei fiocchi di neve si depositò sulla punta del naso, scivolando giù per le labbra sottili.
«Non fa niente» concesse dopo parecchio, cercando di mettere da parte l'imbarazzo che, invece, sentiva crescere. Era come se, più stava con quel biondino, e più si sentiva... attratto da lui, avrebbe detto.
«I tuoi, piuttosto, lo sanno che sei qui fuori così?» si decise a cambiare argomento.
Richard si strinse nelle spalle.
«Non credo si ricordi più nessuno di me, ormai.»
«Che vuol dire? Sei un riccone, no? La tua famiglia non si preoccupa di dove passi i tuoi pomeriggi?»
«No, non è questo...» di nuovo abbassò gli occhi ai propri piedi, sollevandoli in un dondolio pigro con cui batteva il tacco dello stivaletto contro la pavimentazione a mattonelle «Piuttosto, che scuola frequenti? Qual è la tua materia preferita? E la musica, ti piace? Quale ti piace? Aspetta, cosa devi cucinare questa sera? Sei bravo a cucinare?»
Rex non si era aspettato la tempesta di domande, lo travolse una dopo l'altra come a voler alimentare una bufera di neve.
Rimase in piedi stordito da tutte quelle paorle e gli ci volle parecchio per mettere insieme una risposta, che finì, ridicolmente, per essere un'altra domanda: «Parli sempre così tanto, tu?»
E Richard rise e la sua risata era il suono più bello che avesse mai sentito e l'estate sembrò davvero aver appena bussato alla porta del ragazzo.
«Non è colpa mia, hai detto che non hai tanto tempo da dedicarmi, giusto? Quindi sto cercando di non sprecare nemmeno un secondo, altrimenti non riuscirò mai a conoscerti.»
Non era abituato all'idea che qualcuno volesse conoscerlo, di solito, anzi, era il contrario. La gente lo evitava, i ragazzi lo prendevano in giro e gli adulti lo guardavano da capo a piedi e l'unica cosa su cui erano in grado di soffermarsi era il colore strambo dei suoi capelli, il fatto che fossero lunghi e gli arrivassero alle spalle, l'eyeliner che gli contornava gli occhi o i piercing che gli bucavano naso e lingua.
Nessuno aveva voluto conoscerlo. Nemmeno suo padre...
«Perché?» si ritrovò a chiedere.
Richard lo guardò dal basso, reclinando la testa in modo buffo, quasi come faceva Jingle quando gli poneva una domanda troppo difficile per gli standard di un cane.
«Come perché? In che altro modo potremmo diventare amici, altrimenti?»
Oh. Amici. A quello, ammise, non ci aveva pensato.
«Vuoi diventare mio amico? Ma nemmeno mi conosci...»
«Per l'appunto! Dai, dai, rispondi alle domande! Sono impaziente di sapere tutto su di te. E devi anche dirmi se pratichi sport. Ad esempio il calcio, quello è il mio sport preferito, oh se mi avessi visto allora!»
«Allora?»
Richard si incantò, per un attimo sembrò un disco rotto che ritornava con la punta del grammofono indietro sulla traccia precedente, saltando pezzi importanti. Poi scosse il capo e si riprese «No, no, le domande le ho già fatte io, questo è il tuo turno di rispondere, poi, se vorrai, potrai farne di tue.»
«Eccerto, comodo comodo lui.»
«Comincia dagli sport, prego.»
«Viziato.»
Richard gli mostrò la linguaccia spuntare da un sorriso, eppure non riuscì a trovarlo fastidioso, forse perché aveva anche lui sorrisi incantevoli.
Rispose ad ogni sua domanda ed ogni volta Richard gliene faceva di nuove a cui lui dava altre risposte e così via, fino a che i minuti non divennero ore e la felpa che indossava non fu un pezzo di ghiaccio che gli bruciava le braccia, strette in un abbraccio intorno al busto, a cercare quel poco di calore che ancora poteva darsi.
«Stai tremando!» fu Richard ad accorgersene. Avrebbe potuto farlo da un pezzo, in effetti, ma era così preso dall'idea di poter conoscere meglio Rex, di poter finalmente far parte della vita di qualcuno invece che esserne solo uno spettatore, che non si era posto minimanete il problema che forse non sarebbe stato così facile.
Nulla arriva per nulla. Suo nonno gliel'aveva insegnato e lui lo aveva imparato nel più duro dei modi, quando aveva cercato un po' di pace dalle responsabilità e dal peso della propria famiglia e aveva trovato un'intera eternità ad aspettarlo su di una panchina.
Scattò in piedi, spogliandosi in fretta della giacca per restituirla al suo legittimo proprietario.
Le dita si sfiorarono per un solo istante. Rex non si accorse di nulla, sentì più che altro la propria circolazione ritornare a scorrere e ripartire proprio dal punto di contatto delle dita, ma stava congelando e tutto quello a cui pensava ora era di infilarsi la giacca il più velocemente possibile.
Richard, invece, aveva sentito la neve. Un unico fiocco di neve era scivolato là, sulla panchina, attraversando le fibre del tempo e posandosi su una delle ciocche bionde della sua frangia, prima di sciogliersi alla luce che lo inondava.
«Wow...» mormorò.
«Wow, un corno, mi stavo ibernando!»
«Oh, no, perdonami, non parlavo di quello. Mi dispiace che tu soffra il freddo, non mi ero reso conto che fosse così brutto il tempo, per te.»
«Perché tu dove stai, in un altro pianeta?»
Richard rise e Rex finalmente capì che era il suo modo per evitare di rispondere, il che lo fece diventare solo più curioso in merito alle tante stranezze che il biondo gli aveva detto in soli due giorni da che si conoscevano.
«No, sul serio, qual è il tuo problema?» domandò, abbottonandosi il bomber per chinarsi in avanti con il busto. Era più alto del biondo, non tantissimo, forse tre o quattro centimetri al massimo, ma bastava per potersi concedere il lusso di torreggiare su di lui.
Richard si strinse nelle spalle e, per l'ennesima volta, si guardò la punta delle scarpe.
«Ti ho raccontato i cazzi miei, ora tocca a te, giusto?» insistette Rex.
Richard sospirò.
«D'accordo» pronunciò con un cenno elegante del mento che dava alla sua decisione una nota solenne, quasi sacra. E quando sollevò gli occhi verdi su Rex, questo si sentì incatenato ad essi e arrossì di colpo, stupidamente «Torna domani, sempre alla stessa ora e ti racconterò un segreto.»
«Che c'entrano i segreti, ora?»
«C'entra, perché si tratterà del mio segreto.»
«Oh.»
Rex non ne parve convinto, ma scrollò le spalle con un «Ok» stiracchiato tra le labbra e si diedero appuntamento per il giorno dopo.

Solito parco. Solita panchina. Solita ora.
Richard si era svegliato nervoso, anche se "svegliarsi" non era un concetto a cui era più abituato. Lui, al massimo, compariva. Spuntava con l'alba e se ne andava dopo il tramonto, seguendo il ciclo infinito del sole e del giorno. Accadeva così, da che avesse memoria e, ormai, con tutti gli anni passati e lui rimasto immutabile su quell'unica panchina che formava il suo piccolo mondo solitario, quello che ricordava di sé era sempre meno.
Di Rex, invece, ricordava tutto.
Aveva trascorso con lui solo qualche ora, eppure gli erano sembrato un tempo molto più lungo, perfino più l'unico dell'estate perenne che si portava dietro. Gli era bastato incontrarlo due volte – soltanto, un numero ridicolo, ne era conscio – per sapere che, forse, era tutto quello di cui aveva avuto bisogno.
Che forse, finalmente, avrebbe trovato ciò che cercava.
Non nevicava quel giorno, anche se l'inverno aveva ingrigito presto la giornata e sul sentiero erano rimasti mucchi di neve ghiacciati durante la notte.
Rex arrivò puntuale, avvolto come i giorni precedenti nel proprio bomber e, con tra le braccia, un altro giaccone.
«Hey!» lo salutò, con un sorrisetto furbo, mentre gli lanciava il giaccone tra le braccia «Questo è per te, ormai si può dire che conosco i miei polli.»
«Mi stai dando del pollo, per caso?»
«Te ne stai a maniche corte in gennaio a Chicago... eccome se ti do del pollo! E sii grato che potrei dire di peggio.»
Richard rise senza ribattere e si infilò la giacca. Anche quella sapeva di Rex.
«È una di quelle che non metto più, ma almeno fa il suo sporco lavoro» gli spiegò l'altro e Richard fu grato anche solo di avere il suo odore addosso. Lo aiutava a pensare o, più che altro, lo aiutava a sentirsi meno solo e basta, come la presenza del ragazzo.
«Allora, forza, sputa il rospo!»
«Promettimi prima che non darai di matto, ma mi ascolterai fino alla fine.»
«Sei davvero scappato di casa?»
«Prometti, Rex.»
Rex incassò la testa tra le spalle. Guardò il biondo di traverso, poco certo sul da farsi, ma troppo curioso, ormai, per tirarsi indietro. E poi era la terza volta che si lasciava convincere da lui a morire congelato, no? Non ci sarebbe stato nulla di male a promettergli di non dare di matto, era abituato a tutte le stranezze del mondo.
«Promesso, promesso.»
Richard accennò un sorriso, uno più piccoli di quelli che gli aveva visto fare le volte precedenti, timido quasi. Si chiuse il giaccone addosso, affondò il naso nel colletto e inspirò una grossa boccata d'aria prima di buttarla fuori in un colpo solo, in un sospiro lungo e in due uniche parole attaccate tra di loro «Sonomorto».
«Eh?»
Rex aggrottò la fronte. Gli era parso di sentire qualcosa sul fatto che Rex fosse morto. Che idiozia.
«Sono... morto...»
«Che cazzo stai dicendo?»
«Da, ormai, quarantadue anni. Proprio su questa panchina.»
«Mi stai prendendo per il culo? Guarda che non è divertente!»
«No, certo che no, perché dovrei prenderti in giro dicendoti una cosa del genere?»
«Non lo so, ma mi stai già facendo girare il cazzo. Potevi almeno avere la decenza di inventarti qualcosa di meno idiota, cazzo! Ed io che sono pure venuto fino a qui... che stronzo che sei... che idiota che sono... non ci posso credere che–»
Rex iniziò ad indietreggiare, con lo sguardo amareggiato e deluso, come se gli avessero appena tirato un pugno in faccia.
Richard balzò giù dalla panchina. Aveva solo due metri per sè, non di più, una panchina e quell'unico passo davanti a sè che compì per riuscire ad afferrare il braccio del ragazzo prima che uscisse dal proprio raggio d'azione.
«Rex, per favore, ascoltami!»
«No che non... che... cosa...»
Rex spalancò gli occhi quando, con le dita di Richard allacciate intorno al polso, la neve iniziò a sparire davanti ai propri occhi. Si voltò, notando come, dietro di sé, il sentiero era ancora ghiacciato, gli alberi ancora secchi e senza foglie.
Richard, però, brillava illuminato dai raggi di un sole dorato, giallo come l'estate.
«Non ti sto prendendo in giro. Fidati, per favore...» rincarò il biondo.
«Cosa... perché c'è il sole lì?»
«Perché il tempo si è fermato. Credo. Non lo so, ma è qui che sono morto, nell'estate del '76 e da allora torno sempre qui, tutti i giorni.»
«Sei... sei un fantasma?»
«Sì...»
«E come cazzo fai a toccarmi?»
«Non lo so, sei però il primo che mi abbia mai visto.»
«Ma... ma anche Jingle ti ha visto...»
«Per gli animali è diverso. Loro hanno un sesto senso particolare, i gatti generalmente mi stanno lontano e mi soffiano spaventati, mentre i cani... loro sono i peggiori e non fanno altro che abbaiarmi contro e cercare di azzannarmi.»
«E ti capita spesso?»
«Era da un po', invero, che non mi accadeva. Durante l'inverno la gente che si spinge fino a questa zona del Millennium Park è molto meno. Con la bella stagione è meno noioso.»
Rex tacque. Non aveva ancora digerito la notizia. Non era ancora certo di credere a quello che l'altro gli stava dicendo e a quello che i suoi occhi stavano vedendo. Ma con le sue dita allacciate al polso, presto la neve si era andata sciogliendo e il bomber gli faceva così caldo che aveva voglia di toglierselo. Almeno, ora, capiva perché quel ragazzo se ne stesse sempre in maniche corte.
«Ora mi credi?» gli chiese Richard.
«Non lo so... ammetterai che non è una cosa normale...»
«Te l'avevo detto.»
«Come sei morto?»
Richard sorrise «Prima sediamoci, vuoi?»
«Non è che se mi siedo, poi crepo pure io, vero?»
Richard rise e questa volta non si trattenne e il cuore di Rex si riempì di calore. Nemmeno gli importò più di ricevere una risposta, si fece trascinare seduto alla panchina, al fianco del biondo e quando sollevò gli occhi al cielo lo trovò azzurro, limpido, senza nemmeno una nuvola ed illuminato da un sole caldissimo.
Si voltò verso Richard e, seduto accanto a lui, lo trovò vicinissimo. Avrebbe potuto sporgersi e sarebbe riuscito a baciarlo, pensò.
«Sei davvero un conte?»
«Sì. O, almeno, lo era mio padre, il che, immagino, faccia comunque di me un conte. Da grande avrei dovuto ereditare la casata e tutti gli oneri che venivano con essa...»
«Oneri? Credevo che essere ricchi da far schifo fosse un bell'affare.»
«Sì... se non sei il figlio di mio padre. Per lui era solo lavoro, profitto, ricchezze e, ovviamente, il buon nome della famiglia. Non gli è mai importato quello che volessi io o con chi volessi stare... ogni giorno era come essere in gabbia, intrappolato dalle sue regole, dal suo modo di vivere e dalle sue scelte per me... così un giorno, appena giunta l'alba sono scappato e sono venuto qui. Non ci ero mai venuto da solo, ma mi è subito piaciuto... allora non esisteva il Millennium Park. C'era solo un sentiero e questa panchina. Non mi ricordo come sono morto... so solo che volevo... che tutto finisse. Volevo essere lasciato in pace e quando è arrivato il tramonto...»
Rex lo ascoltò fino alla fine, con occhi sbarrati e lo stupore che lasciava spazio a qualcosa di più pesante nel petto, al dispiacere per quel ragazzo che sembrava avere la sua età e che non aveva avuto nessuno con cui affrontare tutta quella tristezza. Forse, se fossero stati insieme non sarebbe finita quel modo...
Forse.
Si sporse unendo le labbra con le sue, in un bacio dolce, caldo, casto ad occhi socchiusi.
Richard smise immediatamente di parlare e Rex temette di essersi spinto troppo oltre, ma quando le mani del biondo gli circondarono le guance, l'altro ricambiò il bacio e lui si azzardò a spingere la lingua tra le sue labbra.
Aveva uno strano sapore, non sarebbe stato in grado di riuscire a descriverlo, ma nemmeno gli importava. Gli piaceva e questo era tutto quello che potesse contare.
«Quindi ora sto baciando un fantasma?» gli sussurrò Rex direttamente sulle labbra.
Richard arrossì «Temo di sì».
«Figo.»
E non sembrava nemmeno voler smettere. Il baciò si sciolse dopo parecchio, lasciando Rex senza fiato, mentre Richard lo guardava con un sorriso imbarazzato ma felice e si spingeva seduto più vicino a lui, coscia contro coscia.
«Non hai mai provato ad allontanarti da qui?» chiese l'altro.
«Non posso, nel momento in cui supero la panchina, scompaio e ritorno in questo stesso punto».
«Quindi, se io volessi, non so, rimanere con te. Che devo fare?»
Richard spalancò la bocca, incredulo. Ma ben presto il panico per quello che avrebbe implicato la notizia lo pervase.
«Perché... perché dovresti rimanere con me? Vuol dire morire, te ne rendi conto?»
Rex sembrò rifletterci su. Poi annuì.
«Ok.»
«Ok? Fino a poco ti preoccupavi di morire ibernato e ora rispondi ok? Non è qualcosa su cui scherzare, Rex. Una volta morto... è finita. Sei morto. Finirai bloccato in due metri di terreno, seduto per l'eternità su una panchina. O forse nemmeno...»
Rex lo abbracciò d'istinto, stringendolo forte nel momento in cui le prime lacrime iniziarono a bagnare gli occhi del biondo.
«Ma sarei con te.»
Richard singhiozzò.
«Mi- mi conosci da tre giorni a malapena...»
«E avrò il resto dell'eternità per confermare quanto già tu mi piaccia e conoscerti meglio. Sempre meglio di quello che sto vivendo ora... e poi non è che mancherei a qualcuno se morissi... forse giusto a Jingle...»
«Non dire così.»
«Però è vero.»
«È... è meglio che vai... prima che...»
«Prima che cosa?»
Richard strizzò gli occhi, stringendosi a Rex con tutta la forza che possedeva, come se avesse avuto paura di perderlo da un momento all'altro.
«Prima che cosa?» ripeté l'altro.
«Prima... prima che cambi idea e ti voglia con me per sempre...»
E Rex non ebbe bisogno d'altro, se non di desiderare di rimanere su quella panchina per sempre, abbracciato a Richard, sotto un bellissimo cielo d'estate.

Solito parco. Solita panchina. Solita ora.
Richard sollevò le ginocchia al petto, incastrando il tacco basso dello stivaletto stringato di camoscio all'asse più esterna della panca e circondò le ginocchia con le braccia. Si fece cadere di lato, picchiettando con la spalla, quella scoperta di Rex. Il ragazzo gli passò un braccio intorno alle spalle e gli baciò la tempia.
Una giacca e un bomber riposavano sullo schienale di una panchina, mentre intorno, il giardino era una distesa di neve.
«Lo sai, si sta così bene qui, che potrei rimanerci per sempre?»
«Lo so.»