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03 March 2018 @ 05:18 pm
[Original] Il racconto del Cowboy  

Characters: Arashi; Declan; Cassius Veritas (nominated); Ronan Blackscythe (nominated); Other;
Pairing: Ronan/Arashi { sottinteso }; Cassius/Declan;
Rating: PG-14
Genre: Slice of life;
Words: 2.220
Warning: slash;
Prompt: missione 1 - rivelazione
Disclaimers: I personaggi appartengono tutti a me.
Scritta per la 2° Settimana del Cow-t8 @lande di fandom


Il Cowboy immortale lo chiamavano. Duecento anni suonati, un reticolo di rughe su una pelle ruvida come carta vetrata, così sottile che il colore non era più rosa, ma quello verdastro e rosso di capillari sottili e quasi completamente svuotati di sangue.
Del cowboy non aveva proprio nulla, se non un cappello lercio e dalla tesa bucata e le storie di un ragazzo a cavallo per le praterie infinite di Cinnamon Valley, quando ancora le città non fluttuavano e i velieri solcavano mari e oceani e non certo i cieli sopra le loro teste.
Le dita rachitiche tremavano cercando sostegno nel pomolo del bastone nodoso che teneva in obbliquo tra le gambe, incastrato nello stesso punto da quasi un secolo e mezzo, tra mattonelle della pavimentazione che, a furia di battervi sopra, aveva rotto. Perfino il suo vecchio minuscolo banchetto trovava – a forza – il suo perfetto incastro tra gli edifici della Città Flottante di C-Valley (delle praterie erano rimasti solo i nomi fantasiosi nelle vie della strada o nelle insegne delle caratteristiche locande, ma l'innovazione e la nuova tecnologia era ormai arrivata fino a qui e con una sbuffata di vapore aveva spazzato via la placida Cinnamon Valley, per ergere strade, edifici, negozi e la prima ferrovia sospesa che collegava C-Valley alla vicina città flottante di C2-Valley), una scatola di legno mangiucchiata dai tarli dietro cui era sistemata la sua seggiola a dondolo e oggetti creati a mano che avrebbero potuto benissimo avere la sua età.
L'insegna di pittura bianca era ormai sbiadita e nessuno ricordava più come avesse deciso di chiamare il suo banchetto di vendita artigianale e lui era troppo vecchio perché potesse ricordarsene. Se ancora ricordava la strada per raggiungere il suo banchetto era perché era rimasta la stessa da centocinquant'anni a quella parte, dalla prima volta in cui, seduto su quella stessa sedia a dondolo, aveva raccontato per la prima volta di come nacquero le Città Flottanti. Quando la voce del vecchio e delle sue storie iniziò a spargersi di città in città, il Cowboy Immortale era già diventato una delle principali attrazioni di C-Valley. Da ogni parte dei cieli, vascelli, navi e crociere attraccavano ai porti di quella città flottante per poter ascoltare quanto il vecchio avesse da dire.
Con il passare degli anni si era ingobbito e ristretto, divenendo un ometto pelle e ossa che il primo sbuffo di vento avrebbe potuto soffiar via. Aveva dimenticato tante cose – alcune perfino importanti –, ma quell'unica storia che i più venivano ad ascoltare, l'aveva sempre ricordata.
E seduto su una sedia a dondolo che aveva costruito con le sue stesse mani, tenendosi stretto al bastone come se ci fosse stato il pericolo di cadere in terra, raccontava dei Regnanti del cielo e della prima volta che gli esseri umani scoprirono l'esistenza dei Signori dei Lampi.

Arashi sedeva in mezzo al marciapiedi, le gambe incrociate e le mani strette alle caviglie. Insieme a lui si era formato un capannello di gente arrivata ad ascoltare la storia del Cowboy Immortale, chi in piedi, o appoggiato al muro degli edifici vicini, o su una seggiola che prontamente si era portato da casa.
Sorrideva guardando a occhi spalancati la figura dell'uomo. L'altro parlava piano, lento, con pause così lunghe che il pensiero che, nel mentre, si fosse addormentato, attraversava la testa di un po' tutti prima o poi. La voce era rauca, polverosa, anche quella dava l'idea di un reticolo di ragnatele che, presto o tardi, sarebbero cadute giù perché non ci sarebbe stato più nulla a sostenere.
Avvolto in un mantello blu, con tanto di cappuccio sollevato da cui il visetto di fanciullo si intravedeva appena nel chiaroscuro delle ombre, Arashi non si era perso una parola e pendeva dalle labbra dell'uomo, con nello sguardo sempre la stessa domanda: e poi?
Da lontano il primo vociare riempì in fretta la bolla di silenzio che si era formata intorno al Cowboy, una serie di "permesso", "scansatevi", "fate passare" e qualche imprecazione colorita fecero da introduzione a gomitate e spintoni di chi, troppo distratto, non si era ancora spostato. Non ci volle molto perché una mano pesante arrivasse a battere anche sulla spalla più esile di Arashi, con una pacca poderosa che ne richiamò immediatamente l'attenzione
«Sei di nuovo qui ad ascoltare i deliri di questo vecchio?»
Arashi sollevò lo sguardo.
Sopra di lui, il volto annoiato di Declan esprimeva bene la mancanza di divertimento dell'uomo.
Il più piccolo sorrise, stendendo la schiena e le spalle in un'esplosione d'allegria che, se avesse posseduto una coda, lo avrebbe portato a scodinzolare esagitato.
«Non c'è niente da ridere, signorino. È tutto il giorno che ti cerco e Ronan è incazzato nero perché hai lasciato la nave senza dirgli un cazzo!» sbottò lui. Al rimprovero aggiunse anche uno scapellotto dietro la nuca, una pacchetta che a malapena lo sfiorava in punta di dita, scompigliandogli qualcuna delle chiarissime ciocche.
Arashi reclinò il capo, lo sguardo accigliato e le braccia incrociate al petto che andò gonfiando.
«Col cavolo che vale il biglietto che hai lasciato. Inoltre cosa ti è venuto in mente di darlo allo Storpio? Allo Storpio? Quel cane ti odia e se non mi fossi accorto di quello che aveva tra le mani, l'avrebbe buttato o peggio, l'avrebbe sostituito con qualche sua cazzata sulla tua decisione di mollarci tutti» il secondo scappellotto, questa volta, si fece sentire. Il più piccolo sciolse l'intreccio delle braccia, per coprirsi la parte lesa con entrambe le mani, spalancando la bocca senza suono a mimare un'espressione dolorante che non convinse minimanete l'altro.
Ci voleva ben altro perché un Signore dei Lampi potesse sentire dolore. Ronan era l'esperto in questione, lui, a quanto pare, era stato relegato a balia del ragazzino.
Il piccolo sollevò le mani. Le dita si muovevano svelte, le mani ruotavano o si alzavano a seconda della necessità, nel linguaggio dei segni che aveva sostituito la sua voce. Declan non aveva avuto alcun problema a seguirlo – era stato lui ad insegnarglieli; aveva poco meno di una ventina d'anni allora, mentre Arashi non aveva mai mutato il suo aspetto. Lui, a differenza di un certo cowboy rachitico, immortale lo era sul serio.
«Aspetta un attimo, stai dando la colpa a me?» gli chiese, piccato per la sfacciataggine del piccolo albino.
Arashi, di tutta risposta, mostrò un sorriso largo a trentadue denti.
«Quindi, fammi capire, visto che dopo settimane di navigazione, il sottoscritto riesce a trovare un momento di tranquillità da passare con Cass, che tra parentesi ha timonato per tutto il fottuto tempo, tu sei legittimato a fare cretinate?»
Un cenno d'assenso del capo fu la risposta.
Declan ingoiò una grossa boccata d'aria, si pinzò la base del naso tra due dita e pregò il suo Dio di dargli forza e pazienza, cosa che, fortunatamente per Arashi, possedeva in abbondanza.
«Ti rendi conto di aver fatto venire un colpo a Ronan? E a me? E a Cass? Soprattutto a Cass. E a me! Ronan ha distrutto la porta della mia cabina, proprio mentre Cass si era finalmente deciso a ficcarmi il cazzo nel...» Arashi lo interruppe con una serie di segni veloci che Declan tranciò con una manata quasi offesa «No, no, no, non dire a me "linguaggio" e smettila di ridere, la mia vita sessuale è una questione seria e ha un suo equilibrio delicato che tu e il nostro maledetto Capitano state mandando a monte!»
Un colpo di tosse camuffò una risatina divertita. Declan affilò lo sguardo prima di rendersi conto che non proveniva dalle labbra chiuse di Arashi.
A quel punto del discorso, in effetti, il ragazzino non era più stato l'unico ad ascoltare il suo racconto spassionato. Il vecchio Cowboy aveva smesso di parlare e gli occhi di chi si trovava lì per lui, si erano spostati sul piarata. Erano giunti da lontano per una storia, in fondo, quale essa fosse stata non era così importante.
Declan si guardò intorno.
Una coppia di anziani scuoteva il capo, allontanandosi a passi traballanti, mentre qualche madre aveva premuto le mani alle orecchie dei più piccoli e tirava occhiatacce di rimprovero al pirata. Altri, tuttavia, gli fecero segno di continuare, come se il suo compito fosse stato davvero quello di intrattenere la folla e non recuperare il loro piccolo Signore dei Lampi.
Arashi si coprì la bocca con l'incrocio di mani per trattenere in gola la risata di scherno che, tuttavia, era risalita agli occhi e brillava come le piccole schegge di stelle dorate nelle iridi azzurrine.
Declan ruotò gli occhi al cielo.
«Saturnus abbi pietà di me» borbottò. Si chinò ad afferrare il polso di Arashi e lo sollevò di peso, pronto a tagliare la corda nello stesso modo di come era arrivato, tra sbuffati "permesso" e "fate largo", spintonando e tirando spallate a chi, invece, sembrava non capire che lo spettacolo era finito.
«Non avete un Cowboy morente a cui rompere le scatole?» sbottò.
Arashi ridacchiò sottovoce (nel cielo, proprio sopra la loro testa, si formò una condensazione di nuvole grigiastre, che sfilò via quasi subito), tirò una gomitata contro il fianco di Declan e quando questi abbassò lo sguardo e la fronte aggrottata su di lui, schiuse le labbra a sospirare pianissimo.
«Immortale» lo corresse sottovoce e una scarica elettrica rimbalzò tra i due palazzi che circondavano il banchetto del vecchio, risalendoli in un gioco di luci e scintille che portò tutta la folla a tirare il naso allìinsù.
Declan si assicurò che nessuno, a quel punto, stesse più guardando loro. Incrociò unicamente lo sguardo del vecchio cowboy, ma aveva occhi lattuginosi che ormai non sarebbero stati in grado di vedere ad un palmo dal proprio naso ed era così vecchio che probabilmente perfino i timpani avevano smesso di funzionare come un tempo. Non c'era pericolo, quindi, che avesse potuto accorgersi di quanto accaduto o che avesse potuto riportarlo ad Arashi.
«Sì, sì, quello che è» tagliò corto il pirata, poi, facendo scivolare la presa dal polso direttamente nella mano sottile del più piccolo, la strinse tra le dita lunghe e forti e, insieme a lui, iniziò ad incamminarsi verso il porto di C-Valley, dove la Vecchia Signora era rimasta attraccata per le ultime ore.
Arashi lo seguì con passo svelto, per stare dietro alle falcate più ampie delle lunghe gambe di Declan. Non era alto come il Capitano, nè certo come Cassius che, al timone dell'aeronave era una torre massiccia, rossa come il sangue, ma era comunque più alto del ragazzino di una buona spanna (centimetro in più, centimetro in meno).
Prima di sparire oltre l'angolo della strada, però, Arashi si voltò un'ultima volta. Guardò verso il banchetto sgangherato, verso il cappello da cowboy bucherellato e ormai consunto e sotto la falda, tra le ragnatele di rughe che incorniciavano occhi ormai ciechi. Ritrovò lo sguardo del Cowboy Immortale che lo guardava a sua volta, l'espressione stupita, ma sulle labbra un sorriso consapevole, come a chi è stato appena affidato un importante segreto.
Arashi sollevò la mano libera in un saluto e il cowboy fece lo stesso.

"Quando ero giovane, le città non erano isole, le navi solcavano i mari e i cieli non erano così vicini da poter essere toccati con un dito.
Tutta questa terra, fin dove si poteva posare l'occhio, era una distesa di erba, alberi, pascoli e coltivazioni. Io ero incaricato di curare il bestiame – allora avevo solo quindici anni, ma sapevo già tirare di lazzo e lo facevo ruotare in alto in cerchi larghi e perfettamente rotondi, come un hula hoop per bambini.
Mio padre mi aveva regalato quel lazzo e sempre mio padre decise che era finalmente arrivato il momento di lasciarmi guidare una mandria da sola, per portarla dal vecchio Larry Gambecorte. Oh, lo chiamavo vecchio allora perché è così che lo chiamavano tutti, ma è morto ormai ed è morto più giovane di quanto lo sia io ora. È morto arrabbiato il vecchio Larry Gambecorte. È morto due volte, una quando sua moglie lo ha beccato stecchito ed abbracciato alla bottiglia – l'abbiamo seppellito non molto lontano da qui, dove prima c'era la Quercia Piangente dei Desideri. Oh, se aveste visto quel bisonte, un'enormità su radici; se la poggiavi la mano su uno dei nodi del suo tronco ed esprimevi un desiderio, questo si sarebbe avverato. Nulla a che vedere con quella botteguncola insulsa che vende porta fortuna, a Via delle Querce. Ptù! In ogni caso il vecchio Larry Gambecorte morì due volte. L'altra avvenne molto prima, quando di quella meraviglia che era Cinnamon Valley non rimase che un giardino d'asfalto, fumo e vapore e queste mostruosità d'acciaio e mattoni che voi chiamate case. Gli pianse il cuore perdere la sua attività, da allora non si è più ripreso.
In ogni caso, avevo quindici anni quando, per la prima volta lo vidi arrivare dal cielo, come un angelo senza ali. Aveva capelli d'argento, pelle dorata e occhi come cieli stellati e la sua risata... oh, la sua risata... era stata una brezza marina, calda e fredda insieme, allegra come quella di un bambino e fremente come il rombo di un fulmine.
Quello, scoprii in seguito, era uno dei regnanti del Cielo, ce n'erano altri come lui, sì, capite? Altri. Tanti altri. Lui era un Signore dei Lampi e da quel momento in poi noi umani non saremmo più stati soli nell'universo."