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16 February 2018 @ 12:12 am
[Original] Il peso della maledizione  
Character: Siren; Nereus;
Pairing: Nereus/Siren
Rating: NC-17

Genre: erotico;
Words: 2.406
Prompt: Missione Opal - "A cursed knight has no rest. Not even in his dreams."
Warning: het; pwp;
Disclaimers: I personaggi appartengono tutti a me

Scritta per la 5° Settimana del Cow-t8 @lande di fandom

Siren è fatta di curve invitanti e pelle di seta bianca. Tra le acque cristalline del fiume è la fata del diavolo, la vita stretta accarezzata dalle onde tranquille e i seni che ondeggiano sotto il respiro, accarezzati da dita piccole e sottili mentre si lava dopo una giornata passata a cavalcare. È così bella che guardarla lo ferisce, gli apre un buco nel ventre e lo lascia agonizzante.
«Dubito che ci siano briganti in questa zona, Nereus.»
La voce di Siren è velluto, si deposita sotto l’armatura di Nereus e lo fa tremare come un uomo, anche se uomo ormai non lo è più da così tante lune che ha perduto il conto.
«Non sono i briganti a preoccuparmi, quanto le creature che abitano questi boschi.»
«Non temere, se dovessero attaccarci, ti proteggerò io.»
Lo spruzzo d’acqua arriva come dispetto alle spalle di Nereus. Il cavaliere si volta e davanti a lui, Siren è nuda e fiera e giovane, onde di capelli biondi le ricadono a sfiorare i seni, arricciandosi in punta sui piccoli capezzoli turgidi per il freddo e che spuntano come spilli, ad invogliarlo per essere toccati, strizzati dalle sue dita forti, morsi dai suoi denti.
Chiude gli occhi, scuote il capo, si fa indietro.
Non risponde alla provocazione. Non può. Non ne ha diritto.
L’ha raccolta quando ancora era bambina. L’ha trovata seguendo il suo pianto, seppellita tra i cadaveri della sua tribù, nascosta tra le braccia fredde e irrigidite di sua madre e su di lei ha alzato la spada.
(Uccidi, cavaliere. Stermina gli umani. Questo è il tuo unico compito.)
Ancora adesso non sa come sia riuscito a mettere a tacere quella voce. Alle volte la sente ancora, durante il sonno, quando il Padrone ritrova il controllo su di lui, riprende in mano i fili della sua marionetta e glieli avvolge al collo. Stretti. Soffocanti.
«Nereus» Siren lo chiama, la voce è ferma, come gli ordini che dà al suo cavallo. Nereus già sa che vorrebbe poter cavalcare anche lui.
Stringe i pugni, nel tornare a guardarla.
L’armatura non lo nasconde dagli occhi avidi di Siren, sono sempre riusciti ad entrargli dentro, a scavare in lui fino ad afferrargli quei brandelli d’umanità che credeva persi per sempre. Glieli ha tirati fuori a forza, Siren, fin da quando era bambina e singhiozzando s’arrotolava il suo braccio intorno alle spalle minuscole per essere tenuta in salvo dagli incubi.
Ora non è più bimba, né è ancora donna.
È un fiore appena sbocciato che ogni giorno gli chiede di essere colto e ogni notte lo supplica di impollinarla.
Siren allunga un braccio in un invito.
«Entra in acqua» sospira e l’altra mano scivola sotto il pelo dell’acqua, tra le gambe, in una carezza leggera, intima, con cui stuzzica il clitoride con la punta delle dita. Le guance divengono del colore delle pesche, mentre tra le labbra carnose il suo gemito gli getta addosso voglie che dovrebbe aver seppellito.
Non accade spesso che lui la guardi durante il bagno. Di solito le dà le spalle, schiena dritta e spada in mano, finge di non sentire i suoi mugolii di piacere, mentre lei si lava e si tocca guardandolo, si masturba ansimando impudica il suo nome, immaginando che lui la tocchi e la prenda tra le acque del fiume. Quando lei viene, imbrattandosi le dita dei suoi stessi umori, Nereus non dorme per notti intere, perseguitato dalla sua voce che lo implora di farsi spazio tra le sue cosce e spingersi in lei sino in fondo. C’è un’erezione dura tra i calzoni ch’è costretto a prendersi in mano e massaggiarsi fino all’orgasmo – viene in silenzio, inginocchio accanto al corpo dormiente di Siren, serrando i denti, ingoiando ogni verso, per non svegliarla.
Ora che, tuttavia, la sta guardando, non ha modo di nascondere l’erezione che si gonfia nei pantaloni, incorniciata dalle placche dell’armatura.
Siren continua a chiamarlo, inizia a penetrarsi le grandi labbra con due dita, stoccate lente che si fanno avanti tra le pareti umide e calde. Una, due, tre volte. E ad ogni volta il nome del cavaliere gemuto, boccate tremanti d’ossigeno e i seni che dondolano ipnotici, con i capezzoli cosi turgidi da far male. Le dita diventano tre e a quell’invasione le gambe cedono e lei cade in ginocchio.
L’acqua le arriva alle spalle, mentre lei è piegata a quattro zampe e muove il bacino su e giù, fa riaffiorare le natiche rotonde, spinge le dita in penetrazioni che vanno sempre un po’ più a fondo, le allarga – si allarga – e non smette di invocare il nome di Nereus. La sua piccola vergine puttana.
La guarda fermo e dritto come una montagna nata tra quei sentieri.
Nemmeno quando lei, il volto contratto dal piacere e gli occhi languidi, si abbandona all’orgasmo e malamente si trascina a riva, ricadendo sdraiata tra l’erba fresca, offrendosi interamente alla sua vista.
Nereus non cede mai. Nemmeno quando si china a sollevarla. Lo fa con gentilezza, con la devozione che prova per lei e per il proprio compito – proteggerla, da tutto, anche da se stesso.
Siren, ancora bagnata, gli gocciola addosso aprendo chiazze d’acqua sulla maglia scoperta dalla pettorina dell’armatura. Un’altra macchia, più scura, è aperta al cavallo dei pantaloni, dove gocce di seme hanno iniziato a colare dalla punta del glande e l’erezione non accenna a diminuire.
Lei gli allaccia braccia sottili al collo e gli schiaccia i seni al petto.
«Perché non mi chiedi mai di aiutarti con il tuo piacere, Nereus? Potresti chiedermi qualsiasi cosa e io la farei» gli bisbiglia all’orecchio, piccola, tentatrice e così bella – per gli dei, così bella – che forse è sempre stata lei la sua maledizione.
Nereus non risponde e Siren si struscia con maggior trasporto su di lui, imprimendosi sulla pelle il suo odore, come quando la notte, senza vesti, si arrotola nel mantello del cavaliere e ricerca il suo corpo contro cui accoccolarsi.
La porta accanto al fuoco, ma quando fa per posarla seduta sul telo che ha sistemato in terra, Siren si stringe più forte a lui.
«Fammi rimanere qui.»
A quella richiesta – a quegli occhi che lo spogliano e lo desiderano fino all’annientamento – non è in grado di negarsi. Accomodato sul telo, le avvolge il mantello intorno alle spalle e la tiene seduta sulle proprie cosce.
Siren sorride con le gote ancora imporporate.
«Mi piace sentire la durezza della tua virilità contro di me» gli confessa e Nereus quasi arrossisce, per la sincerità di quell’affermazione e perché il proprio pene è un’asta dura che scava tra i calzoni e tra le natiche di Siren e l’idea di immergersi in lei è così dolce e prepotente che a stento riesce a controllarsi.
I polpastrelli scavano solchi nella sua carne, in una presa che si fa possessiva quando se la stringe contro il petto. Le rimarranno i segni sulla pelle, ma quando fa per allentare la presa, Siren sussulta, struscia il fondoschiena sulla sua erezione e gli morde il collo, nel punto in cui le placche dell’armatura terminano.
«Stringimi più forte» gli chiede.
«Ti farò male.»
«Non fa niente.»
«Siren…»
«Fallo e basta» è l’ultimo sussurro che gli lascia sul mento, quando le sue labbra morbide si posano sul profilo di Nereus e iniziano a leccarlo. Il cavaliere china il capo, cerca di allontanarsi alle lusinghe della sua lingua – l’erezione pulsa, i pantaloni si fanno troppo stretti e in ogni punto in cui la bocca di Siren si posa si accende una fiamma che piano lo sta divorando – e torna a stringerla a sé, in un gesto secco delle braccia con cui se la sbatte al petto.
Siren geme. La propria mano ha trovato presa sul suo seno, lo strizza nel palmo e quella rotondità è così perfetta che sembra fatta apposta per le sue dita, per essere stretta e palpata solo dalle sue dita.
Siren si contorce piano, ma non s’allontana. Incurva la schiena e si scopre del mantello, per offrire a lui anche l’altro seno.
Questa volta Nereus non si fa pregare. Si arrende alla lussuria, indebolito dalle provocazioni della ragazza, dai suoi gemiti tremolanti e dal profumo dolce del suo corpo. La sdraia sotto di sé, tra le pieghe d’argento e smeraldo dello stemma di una casata sepolta e con entrambe le mani le raccoglie i seni, in una strizzata improvvisa e senza gentilezza che la fa inarcare e gemere più forte.
È già umida tra le gambe, gocce d’acqua e tracce di umori che scivolano lungo le labbra vaginali, lucidandole la pelle. La presenza di Nereus la obbliga a tenerle divaricate e il pensiero di essere completamente esposta a lui, alla mercé del cavaliere, alimenta l’eccitazione – di entrambi.
Le palpate sono rudi, le dita ruvide, le stringe i seni come fossero palloncini da scoppiare e li modella come creta a cui dare nuova forma. Solo con le dita della destra pinza il capezzolo, tirandolo così forte che il dolore spezza il fiato di Siren e spezza, per un istante, ogni connessione del cervello. Glielo lava via con una lappata ampia della lingua, una leccata che indugia con la punta sulle pieghe rosate dell’areola, la circonda con la bocca e tra piccoli morsetti che accendono nuovi spasmi di dolore e piacere, le succhia il capezzolo.
La sente sollevare una mano, dita piccole che si insinuano tra i propri capelli e gli premono la testa contro di sé, come una madre che allatta il proprio figlio. Anche se lei è troppo giovane per essere già madre e lui...
Lui non ricorda, ma sa di essere troppo vecchio perfino per il corpo che muove. Troppo vecchio per scivolare con l’altra mano tra le sue gambe, in una carezza ruvida a tutto palmo che raccoglie umori e tremiti, che le strofina le dita contro il clitoride e preme appena la punta di un dito tra quelle labbra glabre.
Siren solleva il bacino, ondeggia i fianchi, per andare incontro alla sua mano e con voce rotta chiama il suo nome in una litania che gli riempie le orecchie e gli fa esplodere il cuore. Batte – non lo sentiva battere così forte da che ha memoria, da quando il Padrone gliel’ha marchia a fuoco e di lui ha fatto il proprio schiavo.
La sua voce è ora così distante che può quasi illudersi di essere libero.
Libero di slacciarsi la cinta e spingere in basso il bordo dei pantaloni, incastrato sotto i testicoli gonfi. Libero di afferrarsi il pene duro e picchiettare con il glande sull’intimità di Siren, bagnandosi dei suoi umori e sporcandola dei propri, sentendola mugolare quando scorre con la cappella lungo il taglio delle labbra premendo senza forza, aprendola appena alla sua invasione, senza davvero penetrarla.
«Ti prego, Nereus… ti prego… prendimi ora…»
Nereus solleva il capo, per guardarla.
Negli occhi verdi di Siren le prime lacrime fanno capolino, scivolando dagli angoli e rigandole il visetto di porcellana, dove le gote sono rosse ed accaldate, le labbra gonfie in cui affonda i denti e i capelli le incoronano il capo, depositandosi in onde bionde sul telo.
L’ha sotto di sé e non è sicuro di come siano arrivati a quel punto, di come sia riuscito a permetterle di sedurlo e di come potersi tirare fuori da quella situazione. E forse, in verità, non ha mai voluto tirarsene fuori, ma vuole invece affondare in lei e perdersi tra le sue curve e le sue cosce.
Massaggia l’erezione, lubrifica l’asta dei loro umori e con l’altra mano le afferra una coscia, sollevandola e divaricandole le gambe per potersi fare – prendere – spazio in lei, quando con una spinta affonda in quell’abbraccio intimo che è la sua vagina.
Soffoca in quella morsa di carne, così stretta, riveste il suo pene e gli si chiude intorno in un abbraccio spasmodico in cui si fa largo, affondando, spingendo, frizionando contro la sua pelle e penetrandola con tutta l’asta. Si seppellisce in lei, in un’ultima stoccata dei fianchi che avanzano con un colpo finale e Nereus le è dentro.
Siren ha urlato.
Occhi animali si affacciano a spiarli tra le radici degli alberi, ma il fuoco acceso li tiene lontani e disegna ombre e luci sui loro corpi intrecciati, quando Nereus inizia a muoversi in falcate pesanti che escono ed entrano dalla ragazza. La scopa lentamente, affonda in lei con forza, per farle sentire la virilità dei proprio muscoli, per espugnarla come una fortezza e abbattere ogni sua difesa e spingersi in lei sino in fondo, fino a farsi accogliere completamente.
Siren urla, si dimena, tira indietro la nuca e si aggrappa disperata alle sue spalle e sotto Nereus è una puledra domata, non ha vie di fuga, né modo di contrastare il vigore del cavaliere. Geme e subisce ogni assalto, geme e quell’invasione è così imponente che a malapena respira, a malapena riesce a contenerla.
Ad ogni falcata, la forza che Nereus imprime è più forte, ha i muscoli contratti, le ginocchia premute contro il telo su cui si puntellano e su cui prendono slancio per scoparla sempre più forte. A riempire l’aria i loro ansimi e i battiti umidi dei suoi testicoli contro le natiche di Siren, del proprio bacino contro la sua intimità, di una cavalcata feroce che le toglie la voce e la scioglie tra le sue braccia.
L’orgasmo è grezzo come il cavaliere, sono fiotti di seme che le esplodono dentro e la riempiono, mentre lei si contorce e urla il proprio piacere ormai all’apice. Vengono insieme e quando accade, le braccia di Siren si stringono al collo di Nereus, abbassandolo a sé per cercare un bacio da lui.
La accontenta, l’ultimo roco gemito si perde direttamente nella bocca rossa della ragazza. La sua piccola dolce puttana, la sua fata tentatrice.

Avvolta nel mantello di Nereus, Siren dorme.
È rimasta nuda, con il seme del cavaliere a colarle tra le cosce bianche.
Lui è sveglio, la voce del Padrone è un rumore bianco che lo richiama alle armi (Uccidi e che tu sia maledetto due volte se non lo farai! Uccidi gli umani, uccidili tutti, cane!) e quando lo sguardo si sposta dal fuoco al corpo di Siren, che tiene la testa sulla sua coscia, il sonno tarda ad arrivare.
Arriveranno anche gli incubi – come fedeli compagni che non lo lasciano mai solo – ma, mentre accarezza le bionde ciocche di Siren, si illude che il peso della maledizione si sia fatto minore.
 
 
Current Mood: embarrassedembarrassed
Current Music: Hello - Adele