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10 February 2018 @ 01:24 am
[Original] The bright side of the moon  

Characters: Lunarei della Luna Bianca; Orion; Eclipsis; Arashi;
Pairing: Lunarei/Arashi {oneside}; Orion/Arashi {oneside}
Rating: NC-17
Genre: Erotico; Angst;
Words: 4.880
Warning: slash; underage... kinda;
Prompt: missione Langley - morte
Disclaimers: I personaggi appartengono tutti a me.
Scritta per la 4° Settimana del Cow-t8 @lande di fandom


Seni sodi e pieni ondeggiavano con il ritmo delle cavalcate. Capezzoli rosati e turgidi venivano stuzzicati dalla lingua, mentre le sua mani le stringevano i fianchi e la muovevano su di sé, imponendole rudemente il ritmo delle falcate.
Odore di sesso e rumore umido delle natiche che calavano sul pene eretto, accogliendolo nel calore delle sue carni, era tutto quello che, ormai da qualche mese, riempiva le stanze lussuose del primogenito dell'Imperatore.
Fuori dalle porte chiuse, le guardie mantenevano a stento la posizione. Tra le gambe l'erezione pulsava dolorosa contro i pantaloni della divisa e se non ci fosse stato il rischio di essere scoperti da Orion, avrebbero allacciato le dita all'asta dura per massaggiarsi via l'eccitazione.
Stoici, rimanevano dritti, ai lati dell'ingresso, con le armi che sembravano diventare sempre più pesante e le gambe che iniziavano a non reggere più il loro peso.
Nella stanza, i gemiti dell'ultima donna che avevano portato al principe si innalzavano acuti, in preghiere ansimanti ed eccitate che nemmeno le urla furiose dell'Imperatore, dalla stanza del Trono, avrebbero avuto la forza di coprirle.
Il pudore non era mai appartenuto al principe, ma da quando suo fratello era sparito, lasciando i Cieli scoperti e colmi di un silenzio che non era mai sembrato così soffocante prima d'ora, il suo atteggiamento libertino sembrava non avere più fine.
«Come fa ad avere tutta quest'energia di prima mattina?»
La domanda colse di sorpresa le due guardie. Scattarono sull'attenti, puntando lo sguardo sul fondo del corridoio.
Orion avanzava con passo baldanzoso; la divisa dorata scintillava ogni volta che la luce si rifletteva su di essa, dorata come il colore delle stelle e dei suoi occhi. Una fondina (piena della sua spada) penzolava dalla cintura alla vita, mentre uno scudo d'argento si apriva sulla schiena ampia.
Le guardie chinarono il capo in segno di saluto.
Una di loro azzardò una risposta «Il principe ha... ha voluto che l'umana gli fosse consegnata subito...» precisò.
Orion lo guardò con un'occhiata disinteressata.
«Questo l'avevo capito da solo» commentò.
La guardia tese le spalle e strinse più forte i pugni. Aveva le braccia distese lungo i fianchi e se solo Orion avesse abbassato gli occhi alle sue gambe, avrebbe potuto vedere il bozzo che, imbarazzante, riempiva e gonfiava il cavallo. Non ci volle molto affinché Orion se ne accorgesse - gli occhi scorsero dalla fessura dell'elmo, più in basso, in una scia di lascivia che frenò la sua corsa esattamente tra le gambe tornite della guardia.
Ghignò.
Un'ondata di imbarazzo e irritazione arrossò il volto della guardia.
I sorrisi di Orion erano sottili, storti, c'erano pensieri maligni e voglie maliziose che danzavano sulla sua bocca e nessuno di quelli che aveva incontrato, finora, era mai riuscito a resistergli o a contrastarlo. Una semplice (inutile) guardia, ben poco avrebbe potuto contro l'Araldo del principe.
«Dev'essere frustrante, vero?» domandò, mellifluo.
La guardia tentennò. Il «M-mi perdoni?» si sentì appena, interrotto dall'ennesimo gemito acuto dall'interno della stanza, in cui la donna aveva iniziato a pregare perché la fottesse più forte.
Il ghignò di Orion si fece più marcato, un taglio storto su un mento affilato. Aveva zigomi alti, tratti spigolosi e, come chi era nato da quel lato della Luna, occhi leggermente a mandorla e una pelle così chiara, da sembrare trasparente. I capelli erano corte e biondissime onde.
«Dev'essere frustrante sentire ogni giorno i gemiti delle umane che il nostro principe si scopa, mentre a voi, mie povere guardie abbandonate a voi stessi, non è concesso nemmeno di poter guardare.»
Alle sue parole, entrambe le guardie deglutirono.
«Volete che gli chieda di farvi assistere?»
«Noi non...» era stato l'altro a parlare. Aveva battuto il tacco dello stivale in terra, rinsaldando la posizione sull'attenti.
Orion ruotò il capo su di lui, con l'espressione di una civetta.
«Non dovreste vergognarvi. È normale, dopotutto il nostro principe ha un eccellente gusto in fatto di donne umane e quelle che abbiamo trovato per lui sono sicuramente tra le più belle, sulla Terra. L'ultima, poi, è una puledra selvaggia dall'aria insaziabile» si era fatto più vicino alla guardia, tanto che alito e parole scivolavano direttamente tra le fessure dell'elmo e la mano in parte sfiorava la sua coscia.
La guardia si costrinse a mantenere lo sguardo alto e la schiena dritta, nonostante più di un brivido (freddo e caldo) avesse attraversato l'intera spina dorsale.
Orion mantenne gli occhi sottili e rapaci nella fessura, incatenando quelli della guardia ai propri. C'era una luce cupa nello sguardo dell'Araldo, una nota sinistra che non si curava mai di nascondere ma che, finora, nessuno aveva mai davvero compreso.
Cattiveria o Bontà non erano concetti che avrebbero potuto trovare un senso da quelle parti. Esistevano leggi, ma erano le stesse da che chiunque ricordasse. Le leggi della Madre. Chi le infrangesse veniva condannato all'esilio o alla morte e, in entrambi i casi, dei colpevoli non rimaneva più niente.
Le dita di Orion tastarono il cavallo dei pantaloni della guardia. Quello spalancò gli occhi, ma mantenne la posizione.
«Scommetto che il principe la sta prendendo da dietro.»
«Co-cosa?»
La punta delle dita tastò le linee dure dell'erezione, massaggiandola da sopra i pantaloni.
«A lui piace incularle
«A-araldo...» mormorò la guardia.
Quando il suo compagno osò voltarsi a guardare cosa stesse facendo Orion, lo trovò con la sua mano infilata ormai nella divisa dell'altro, intento a masturbarlo. L'Araldo gli scoccò un'occhiata veloce (con una nota divertita che leccò via dalle labbra) e abbassò gli occhi alle sue gambe, lentamente, quasi ad accompagnare lo stesso sguardo della guardia.
«Non credo che il tuo amico se ne avrà a male, se partecipi anche tu.»
Per un attimo la guardia rimase immobile, cercando di mantenere un pensiero lucido, di ignorare il forte pulsare dell'erezione che gli rimbombava fino in testa e chiedeva – supplicava – di essere soddisfatto.
Orion non smise di fissarlo, gli occhi assottigliati in un'espressione minacciosa che si conficcò dritto tra le costole della guardia. Sentì il respiro farsi più pesante, il cuore martellare così forte da sfondargli il torace e, alla fine, sbottonò i calzoni della divisa e li abbassò in parte, così da liberare il membro ormai eretto.
Orion ne sembrò soddisfatto e tornò a rivolgere le proprie attenzioni all'altra guardia. La presa alla sua erezione era forte, la stringeva quasi a stritolargliela e le pompate erano dure e secche, appena inumidite da qualche goccia di liquido preseminale che bagnava il glande gonfio.
«Cosa stavo dicendo?» chiese, con aria bastarda.
La guardia ingoiò male un gemito.
Dall'interno della stanza i battiti umidi delle spinte si erano fatti più forti. Il principe aveva spinto l'umana in terra, l'aveva costretta in ginocchio e le teneva i fianchi sollevati, affondando tra le sue natiche.
Orion sospirò, fermò la mano e si limitò a stringere più forte la presa al pene della guardia, in uno strozzo dell'asta che gli levò un gemito di dolore.
«Dicevamo?» si ripeté, con vaga irritazione, più costruita di quanto non avesse dovuto.
La guardia strizzò gli occhi e serrò i pugni. Se solo non si fosse trattato dell'uomo più fidato del principe, dell'Araldo dei Cieli, l'avrebbe sgozzato con un animale al macello.
Invece fremette di dolore e si apprestò a rispondere.
«Stava dicendo che al principe... piace... piace inculare le umane...»
«Giusto.»
Orion lo premiò allentando la presa e massaggiando i testicoli. La guardia sembrò quasi sciogliersi davanti a lui, diventare docile come un cagnolino.
«Sebbene io gliele scelga personalmente tra le più belle, lui vede in loro tutt'altro. Vede il suo piccolo adorato fratellino, la sua principessa. Non che lo si possa biasimare, perfino io avrei voluto fottere quel corpicino meraviglioso.»
Le dita tornarono all'asta, il massaggio si fece più veloce, gli umori lubrificarono per tutta la lunghezza.
La guardia non si accorse nemmeno che all'inteno della stanza che avrebbe dovuto proteggere era calato il silenzio. Gemette roco, chinano il capo e stringendo i denti, nel vano tentativo di resistere al piacere che Orion gli stava massaggiando via.
L'altra guardia, invece, non si preoccupò più di resistere. Fu la sua stessa mano a masturbarlo e strisciare tra vene gonfie e pulsanti, salendo fino alla punta della cappella scoperta e scendendo fino alla base, dove i testicoli ondeggiavano pieni. La voce melliflua di Orion gli accarezzava i timpani con malizia, si depositava nel cervello e gli dipinse immagini erotiche a cui scelse di abbandonarsi. Poteva quasi vederlo il loro principe, mentre si spingeva tra i glutei rotondi dell'umana e le veniva dentro più e più volte, riempiendola del suo seme fino a che non sarebbe stato sazio o troppo annoiato da lei. Poteva vedere anche la principessa, la pelle dorata, morbida e liscia, i lineamenti ancora di fanciullo accarezzati dall'ultimo abito femminile che suo fratello l'aveva convinto ad indossare. Poteva vederlo seduto sulle cosce del principe, coperto unicamente da una corta gonnellina di seta nera che, sollevata sulle gambe, gli scopriva il membro e invitava i Cavalieri di Collapstar a bere di lui, durante l'ultima prova dell'investitura.
La guardia strizzò gli occhi, quasi al limite.
Non aveva mai assaggiato il seme della principessa, a differenza di Orion che si era inginocchiato tra le sue cosce e gli aveva preso l'erezione tra le labbra, succhiando con avidità, fino a farlo dimenare dal piacere e soffocare nei suoi stessi gemiti. Il principe lo aveva dovuto tenere saldo per i fianchi, mentre la principessa alzava il bacino e cercava maggior affondo nella bocca di Orion, circondato dalle sue labbra e dalla saliva della sua lingua.
Gli venne in bocca in un getto di sperma caldo e schianto di fumine, gli riversò per la gola una scarica di potere a cui in pochi erano stati in grado di resistere e Orion aveva ingoiato e bevuto fino all'ultima goccia.
Fu stata la prima e l'ultima volta, ma da allora quel potere fece parte di lui. Non era cessata, però, la voglia di sentirsi di nuovo travolgere da quel piacere elettrico e feroce.
Le due guardie raggiunsero l'orgasmo quasi contemporaneamente, una macchiando le proprie mani, mentre l'altra riversandosi tra le dita di Orion. L'Araldo si fece di un passo indietro, sollevò la mano bagnata al volto e storse il naso, infastidioto.
«Non mi sembra di avervi detto che potevate venire.»
Entrambe le guardie videro rosso a quelle parole e dovetterò mordersi la lingua per rimanere in silenzio, proprio quando la porta della stanza del principe si spalancò sulla sua figura slanciata, coperta unicamente da un paio di calzoni bianchi, dal taglio morbido.
Aveva occhi gelidi, a tratti presenti (e quando lo erano si colmavano di tagliente rabbia, perfino durante il sesso) e quando li puntò sulle due guardie, queste raggelarono, con il membro che penzolava molle tra le gambe semi-scoperte.
Orion sorride.
«Hai finito, Lunarei?»
Lunarei, principe ereditario della Casata della Luna Bianca, rivolse il proprio sguardo ad Orion. Il lampo rabbioso che lo attraversò fu una scintilla bianca in oceani grigi come il metallo.
«Manda qualcuno a ripulire. L'umana si è rotta
Non ci fu sorpresa alla notizia, né particolare interesse. Quando spostò nuovamente l'attenzione sulle due guardie, soppesò i loro corpi come fossero semplici pezzi di carne. Non vedeva la vita, Lunarei, al contrario, vedeva la fine di ogni cosa, perfino la loro che sarebbero dovuti essere immortali.
Le loro nudità attirarono per un attimo la sua attenzione. Aggrottò la fronte, ben immaginando cosa fosse successo e, dando le spalle ai tre, mosse un cenno d'intesa verso Orion.
«Liberati anche di questi due, non so che farmene di una coppia di guardie che non sa tenerselo nei pantaloni.»
«Si-signore...»
«Noi non...»
Qualsiasi fossero state le proteste portate avanti dalle due guardie, non durarono che un battito di ciglia, passato il quale, la spada di Orion aveva già reciso loro la gola in un sol colpo. Veloce come un lampo.
Si pulì in fretta le mani di sperma e ripulì la lama della spada di sangue, affrettandosi a raggiungere il fianco di Lunarei.
«Ti ha soddisfatto?»
Il principe serrò i denti in un ringhio muto, che per chiunque altro sarebbe bastato come risposta, ma non per Orion.
«Basterebbe un tuo solo ordine. Sappiamo già dove si trova la principessa, recuperarla e riportarla da te diverrebbe questione di ore.»
Lunarei si voltò di scatto e, più veloce di quanto non si era dimostrato Orion, artigliò il suo collo tra le dita.
«Ti ho già detto che non voglio più sentirti parlare di Arashi. Ha tradito me, la Madre e il nostro popolo per fare comunella con la feccia!»
Orion non battè ciglio, ma percepì perfettamente la forza del principe nella stretta che andava strangolandolo.
Riuscì a malapena a muovere un cenno d'assenso e quando l'altro lo liberò, cadde a terra tossendo, alla disperata ricerca di ossigeno.
«Dannazione se sei cocciuto...» sibilò. Il discorso, però, sembrò terminare e Lunarei riprese il proprio cammino lasciando l'Araldo alle proprie spalle.

Eclipsis fluttuava sospesa a mezz'aria, nell'ultima stanza della Torre dei Lukøje.
A coprire un corpo nero come l'ebano, soltanto un velo quasi del tutto trasparente tenuto legato alla spalla destra. Una linea bianca e orizzontale le incoronava la fronte, mescolandosi al candore di capelli bianchissimi.
Aveva lasciato cadere in terra la propria staffa, forgiata nella pietra lunare, e ad occhi chiusi galleggiava, abbandonandosi alle visioni dei sogni che solo in quella torre venivano tessuti.
I figli della madre non sognavano, quella era pratica degli umani.
Polvere dorata cadeva dalle pareti, creando montagne sul pavimento e spolverando scie brillanti sulle morbide curve di Eclipsis, per poi scivolare giù come pioggia magica.
Seduti sul davanzale di una delle finestre ad arco, i Gemelli di Polvere osservavano da lontano il mondo degli umani, affacciandosi ai sogni di chi ancora dormiva.
Lunarei spalancò con violenza la porta, entrando senza bisogno di annunciarsi.
Abituata agli ingressi rumorosi del principe, Eclipsis riaprì gli occhi con calma, sollevando appena il capo per guardare verso il basso.
Gli occhi di metallo del principe si incrociarono con i suoi, chiari come il platino; la pupilla era bianca anch'essa, circondata da un sottile cerchio nero.
«Principe, l'umana vi ha annoiato presto quest'oggi» mormorò, con voce soffice.
Lunarei rispose con un grugnito basso, avanzando verso di lei. La vide spostare un braccio verso il basso, allungando una mano sottile verso il suo volto in una carezza leggera, soffice che lui non rifiutò.
«È pronto?» le chiese.
Con un sospiro, Eclipsis ruotò il capo verso i due gemelli, figure antropomorfe creata nella polvere dorata con cui venivano creati i sogni degli esseri umani.
«Non sono sicura che sia una buona idea. Se solo provaste a parlare con A–»
«No!»
Eclipsi si lasciò cadere a terra, poggiando a terra i piedi nudi, accarezzato dalle frange sottili di una cavigliera, e lasciando piccole impronte sulla sabbia.
Si appoggiò al corpo di Lunarei, schiacciando i seni al suo petto e incrociando le braccia intorno al suo collo, con l'intima confidenza di un'amante.
«Non volete che si parli di lui, eppure continuate a spiarlo e, da quando avete scoperto che sta iniziando a sognare, temete il giorno in cui diventerà umano.»
Lunarei rimase immobile, percependo la morbidezza delle forme femminili contro la propria pelle e i propri muscoli. Serrò la mascella, cercando di inghiottire le emozioni che quell'unica frase (quell'unica verità) era appena riuscita a far vibrare dentro di lui.
«Io non temo niente» la afferrò per le spalle, spostandola malamente lontano da sé.
L'equilibrio di Eclipsis vacillò per un attimo soltanto, poi, in punta di piedi, si diede slancio per balzare di nuovo verso il principe, arrivandogli alle spalle per premere, questa volta, il seno contro la sua schiena.
«Lo sapete che questo vostro atteggiamento non funziona con me.»
Lei che poteva vedere la luce e le ombre di chiunque, che apparteneva ad entrambi i lati della luna e che non temeva nulla, nemmeno la morte.
Lunarei serrò i pugni.
«Vostro padre, l'Imperatore, non l'ha mai voluto e non accetterà mai che qualcuno vada a riprenderlo dalle mani degli umani, ma voi potete fare quello che volete. Come avete sempre fatto.»
Il volto bianco di Lunarei si tinse di un rosato scuro, livido di frustrazione,
«Non insistere Elipsis.»
«Sono sicura che anche lui sarebbe contento di riabbracciarvi.»
«SI È DIMENTICATO DI ME!»
L'urlo risuonò in tutto il castello e la Luna interò tremò per la disperazione del suo principe.
«Non ha mai amato vivere quassù, il suo passatempo preferito era quello di affacciarsi oltre il cielo o chiedere alle stelle notizie degli umani. E quando si è concesso a quell'umano, ho capito che non sarebbe mai stato mio. Non tornerà più da me...»
Elipsis lo strinse in un abbraccio silenzioso.
Lunarei sciolse con gentilezza l'incrocio delle braccia di lei e la superò, per recarsi alla finestra.
I due gemelli lo guardarono senza occhi nelle orbite, solo polvere che si accumulava e rigava loro il volto come lacrime. Uno dei due schiuse le labbra e un rumore di campanelli invase la stanza.
Lunarei annuì.
«Ottimo. Allora iniziate pure. Mostratemi» ordinò e i gemelli, sollevarono le braccia iniziando a tessere il sogno.

Ultimamente svegliarsi stava diventando difficile.
C'erano immagini che comparivano dietro le palpebre calate, luoghi, facce, perfino suoni. All'inizio erano pastoni di colori, secchiate su una tela senza contorni definiti e senza un vero senso, se non quello di un fastidioso deja-vu.
Poi col passare dei giorni, poco prima che albeggiasse, il proprio corpo crollava nel letto del Capitano della Vecchia Signora e si sentiva così stanco. Era capitato anche sul ponte, le gambe cedevano e il suo corpo cadeva di solito raccolto al volo da Ronan o Declan, finché quest'ulimo non gli aveva chiesto perché, semplicemente, non dormisse.
Perché i Signori dei Lampi non dormono.
Eppure ora era l'alba e Arashi, nudo tra le coperte di un letto che odorava ancora di sesso e bruciato (morsi di saette azzannavano in più punti il materasso) dormiva, con l'espressione serena e la bellezza di un angelo.
Le prime immagini arrivavano sempre troppo in fretta per essere decifrate. C'era della polvere gialla che gli sarebbe piaciuto poter raccogliere e trasformare in un qualche oggetto di vetro, unendolo alla collezione di Ronan.
Una lanterna di carta iniziò a definirsi poco dopo, la piccola fiamma all'interno era di uno strano color lavanda e l'odore che lasciò quando prese il volo, era dolce e nostalgico. Gli ricordava casa.
Arashi avanzò. Sotto ai piedi mattonelle argentate si susseguivano e si illuminavano mano a mano che le calpestava in punta di piedi. Ogni mattonella aveva un suono, una nota musicale e quando se ne accorse, iniziò a saltellare da una all'altra per formare la sua musica.
La. Si. Do. Fa. Re. Mi. La. La. La...
Rise dando vita a una follata di vento e lampi che si agitarono e si persero all'orizzonte, senza fare del male a nessuno. Pensò alla Vecchia Signora, si chiese che fine avesse fatto il veliero e la sua ciurma, Declan, Cassius, perfino il vecchio Storpio e poi, naturalmente, Ronan.
«Roharnan?» chiamò testando il nome storpiato dell'uomo sulla punta della lingua.
Per un momento, nel cielo sembrò aprirsi uno squarcio, quando si richiuse inizio a piovere. Pioggia dorata.
Reclinò il capo, pulendosi il volto e ritrovando polvere d'oro a macchiare le mani.
C'era qualcosa di strano. Qualcosa che non andava.

Lunarei sentì una fitta al cuore, quando, dalle labbra di Arashi, uscì il nome di quell'inutile essere umano.
Battè i pugni sul davanzale e si allungò ad artigliare il sogno tessuto dai gemelli, aprendovi uno squarcio. Se ne accorse appena in tempo, guardandolo riflesso negli occhi azzurri di Arashi. Si tirò indietro e lo squarciò si ricuciò sotto le abili mani dei gemelli.
Eclipsis si sporse su di lui a baciargli una spalla. Un bacio dolce, morbido, con labbra fresche e carnose che gli lasciò una macchia nera sulla pelle – la sentì estendersi, diramarsi per le vene e arrampicarsi per il collo, pizzicandolo.
Sfarfallò gli occhi, sentendo il potere di Eclipsi andargli alla testa, renderlo quasi ubriaco. Infine la macchia venne assorbita dalla pelle e Lunarei esalò un sospiro di nuovo completamente in sé.
Si affacciò alla finestra e riprese a guardare il sogno fabbricato apposta per suo fratello.

Arashi si passò più volte il dorso della mano sugli occhi. Gli strizzò, guardando verso l'alto, verso una volta celeste dai colori intensi, vivaci, come mai prima d'ora.
Il cielo non era solo blu, era cobalto e lilla e fuxia e vinaccia. E anche se sarebbe dovuto essere mattina, le stelle sembravano brillare e cantare apposta per lui.
Sorrise.
Aveva già visto un cielo così, milioni di volte, affacciato ad una finestra che non erano gli oblò della Vecchia Signora, né quelle delle locande nelle Città Flottanti. L'aveva visto in un dipinto una volta, disegnato da un androide a V.I.A. e quando aveva chiesto lui dove l'avesse visto, l'androide era andato in sovraccarico e Declan aveva dovuto rimborsare il suo padrone di centinaia di placche. Spiegarlo a Ronan non era stata un'impresa felice, lo aveva sculacciato per tutta la notte e l'androide era finito da qualche parte a prendere polvere nella stiva.
L'aveva visto, però, anche altrove. Prima di Blackscythe, prima dei cacciatori di lampi, prima di scendere tra gli umani.
Guardò la palla dorata del sole, senza che gli occhi gli si bruciassero.
E guardò oltre.
Fu allora che, tra chiaroscuri maltratteggiati, riuscì a distinguere un castello e, sopra di esso, la Madre gli sorrideva con dolcezza.
Si sollevò in punta di piedi, allungando le braccia verso l'alto, scavando nell'aria, finché non trovò il primo appiglio.

Le mani sottili di Arashi si muovevano grattando via pezzi di sogno.
Le dita scavavano nel cielo, i piedi nudi si tenevano in equilibrio su appigli poco stabili, finché non fu abbastanza vicino (o non rimase più nulla) da afferrare una colata di seta bianca.
Lunarei gemette di dolore quandole mani di Arashi si aggrapparono ai suoi capelli, cercò di fare forza contraria, ma la presa del ragazzo lo trascinava sempre più in basso, fino a ritrovarsi a pendere con il busto oltre il davanzale della finestra.
Infine, precipitò.

L'aveva visto. Non l'aveva distinto subito per quello che era, credeva fosse un raggio di luna e l'istinto aveva fatto il resto, così come la voglia di catturarlo.
Quando, però, il volto affilato di Lunarei gli si spalancò davanti, non fu abbastanza veloce da spostarsi.
Crollarono entrambi, atterrando su un pavimento ormai divenuto nero, circondati dal nulla più completo, in un sogno ch'era stato appena svuotato.
Schiacciato dal corpo più alto di Lunarei, Arashi sbuffò e un lampo, in lontananza, illuminò per un brevissimo attimo l'oscurità. Non provò ad alzarsi, le braccia si erano invece mosse a circondare la vita del fratello e le mani accarezzavano la pelle, creando onde di brividi che scendevano e salivano per la colonna vertebrale.
Lunarei non osò muoversi.
Immobile, aveva gli occhi spalancati e il cuore che batteva contro il petto più piccolo di Arashi. Il respiro affondava tra le ciocche argentate del più piccolo e le mani avevano trovato in automatico la sua testa e le sue spalle e le premevano contro di sé, stringendole con tutta la forza che aveva in corpo.
Arashi rise e un altro lampo illuminò le loro figure. Non che ce ne fosse realmente bisogno, nonostante il pozzo di oscurità in cui erano caduti, nel corpicino di Arashi scorrevano scariche elettriche che rimbalzavano lungo le vene e tra i lunghi capelli, in bagliori azzurrini e bianchi, mentre la pelle di Lunarei emetteva un lievissimo bagliore bianco-argento, come una piccola luna caduta dal cielo.
Il primo a spezzare il silenzio fu Arashi.
«Ti ho catturato!» esclamò e la risata fu uno scoppio di nostalgia nelle orecchie di entrambi.
Non erano fratelli di sangue e se Arashi non fosse rimasto incantato dalla figura nuda ed elegante di Lunarei, mentre si immergeva tra le acque dei giardini del suo palazzo, non avrebbero mai avuto motivo nemmeno per parlarsi.
I Signori dei Lampi erano creature vagabonde, abituati a bruciare in fretta come micce, tra le creature più forti e feroci dei cieli, non si sarebbero mai abbassati a mescolarsi con altre creature. Arashi, però, era diverso e nei capelli di Lunarei aveva visto la bellezza dei raggi lunari, nel suoi occhi un affetto che non aveva mai conosciuto prima e nell'abbraccio del suo corpo si era sentito a casa per la prima volta.
Assalirlo, azzannarlo, ferirlo e vincere tutti i Cavalieri che il principe avesse a propria difesa, non era stato un buon inizio. Ma quando Lunarei gli chiese che cosa volesse, Arashi gli aveva risposto che voleva toccare la luna e bastò a conquistare il suo cuore. Nessuno, prima di lui, lo aveva mai riconosciuto come degno erede della Casata della Luna Bianca.
Lunarei si puntellò sui gomiti, sollevandosi in parte dal più piccolo per poterlo guardare in faccia.
Non era cambiato, l'espressione impertinente da ragazzino gli dipingeva il visetto di fanciullo e negli occhi azzurri c'erano stelle così antiche che ormai dovevano essere morte.
Aveva immaginato per anni di ritrovarsi faccia a faccia con lui, aveva deciso ogni parola e programmato ogni gesto, ma ora che era accaduto, la mente gli si era completamente svuotata.
Tacque, limitandosi a guardarlo.
E quello stupido ragazzino sorrideva come se nulla fosse, come se non lo avesse mai tradito, mai abbandonato. Come se non si fosse mai dimenticato di lui.
«Non l'ho fatto.»
Lunarei spalancò gli occhi.
«Cosa?»
«Non mi sono dimenticato di te» confermò, limpido come un cielo d'estate, messo a nudo dopo lo scroscio di una tempesta «Ti ho visto affacciato alla finestra della Torre, insieme ai Lukøje, ma eri sempre troppo lontano e quando cercavo di raggiungerti, sparivi. Spariva tutto.»
Lunarei scosse il capo.
«Eri tu a risvegliarti» spiegò.
Arashi reclinò il capo, senza capire. I tuoni si schiantavano intorno a loro, senza colpirli, nè ferirli, in una danza luminosa che apriva screzi nell'oscurità.
«Siamo in un sogno?» domandò, confuso.
Lunarei sospirò, si tirò indietro e si mise a sedere, lasciando il più piccolo finalmente libero di muoversi.
Senza il corpo dell'altro a schiacciarlo, Arashi riuscì a percepire il freddo che regnava in quell'oscurità, lui al contrario era caldo.
«Perché hai scelto lui? Che cos'ha quell'umano di tanto speciale?» la domanda prese vita come una freccia di ghiaccio, si sbriciolò nell'aria, sino a divenire nulla più che un debole sussurro.
Arashi inarcò le sopracciglia e Lunarei ringhiò «Non guardarmi come se ti facessi pena!»
«Non è così.»
«Sbrigati a svegliarti e tornare da lui.»
«Non mi vuoi più, Luna
«Non sei mai stato mio!»
Lunarei lo afferrò per le spalle, stritolandole tra le dita e strattonandolo con forza.
Arashi non si era ribellato, lo aveva lasciato fare, senza alcuna paura nello sguardo, ma con invece lo sguardo tradito di un bambino a cui una promessa viene infranta.
«Siamo fratelli...» mormorò «Io sono tuo, come tu sei mio...»
Le mani di Lunarea si fermarono e per un attimo il principe sentì lo stesso calore che lo aveva colto la prima volta, quando quel ragazzino impertinente aveva messo in ginocchio il suo intero plotone pur di potergli toccare una ciocca di capelli. Lo stesso calore di quando lo vedeva imbronciarsi davanti ad un abito femminile, alla seta che come latte gli cadeva sulla pelle e ne metteva in risalto la bellezza efebica. Lo stesso calore di quando suo padre aveva voluto che il Signore dei Lampi prendesse parte alle prove dell'investitura dei Cavalieri di Collapstar e Arashi aveva guardato lui – Lunarei – dicendogli che sarebbe dovuto essere il primo o non avrebbe accettato. Lo stesso calore di quando lo stringeva contro di sé, sulle proprie cosce, sentendo i glutei strusciare contro i propri pantaloni e il cavallo gonfio e duro d'eccitazione per lui; di quando lo guardava strizzare gli occhi, imbarazzato, stringendo le mani alle sue braccia e schiacciandosi tutto contro di lui, mentre la bocca di altri lo succhiavano. Lo stesso calore di quando, la notte, si sedeva sul davanzale della Torre dei Lukøje insieme a lui e ascoltava i suoi racconti sugli umani e le loro città.
Ma non avrebbe mai e poi mai pensato che avrebbe dato il suo cuore proprio ad uno di loro.
Lunarei allontanò le mani dalle spalle più piccole di Arashi, si alzò in piedi e batté qualche pacca sui calzoni.
Lo sguardo era tornato freddo e quasi inanimato.
«Da ora non lo siamo più» gli diede le spalle, addentrandosi nell'oscurità di quel sogno vuoto «Io non sarò più tuo fratello e tu non sarai più il mio.»
Arashi ne guardò la schiena allontanarsi per quella che sembrò un'eternità, le gambe diventate improvvisamente rigide come dei macigni.
«Luna?» il tremolio della voce si rispecchiò nel tuono morente che a malapena saettò sino a terra.
E quando, finalmente, ritrovò la forza di correre verso di lui, Lunarei spazzò via l'intero sogno con un gesto del braccio e le pareti nere scomparvero, risucchiate dalle luci del mattino e dalle voci squillanti degli uomini della Vecchia Signora.
Arashi si era risvegliato nel letto del veliero, un po' più umano, un po' più solo.

Nella Torre dei Lukøje, Eclipsis e i gemelli di polvere avevano assistito impotenti.
Lo guardarono ritornare con l'aria di uno sconfitto e gli occhi vacui, in cui ogni luce era ormai stata ingoiata dal grigiore metallico delle iridi, scomparendo.
Una parte di Lunarei si spense per sempre e fu quasi come morire.