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27 January 2018 @ 10:57 pm
[Original] Death Sentence  

Characters: Declan; Cassius; Ronan Blackscythe; Arashi;
Pairing: Other/Cassius; Ronan/Arashi; Cassius/Declan;
Rating: NC-17
Genre: Angst; Azione;
Words: 6.284
Warning: slash; tematiche violente; non-con; rape;
Prompt: missione 2 - inganno
Note: Per ora questa è la seconda fic che scrivo sulla ciurma della Vecchia Signora, ma mi sono già affezionata a questi quattro e penso (spero) che ne scriverò ancora. Mi piacerebbe, mano a mano, svelare i bg di ognuno di loro, da questa viene un pochino - molto, molto ino - svelato il passato di Declan (non per altro il titolo è anche il suo soprannome) e quello di Cassius, però mentre scrivevo ho deciso molto altro per questi due che ancora non sono riuscita ad infilare per bene. Spero di non dimenticarmene, anche se me lo sono segnata, che non si sa mai XD
Disclaimers: I personaggi appartengono tutti a me.
Scritta per la 2° Settimana del Cow-t8 @lande di fandom

Era difficile credere che fossero riusciti ad ingannarli con tanta facilità.
Declan guardò la cenere spenta nella fucina dell'aero-bancarella del Mercato Mobile. La polvere si era depositata sull'incudine e tra le casse in cui lame e metallo mancavano, ormai venduti. Non era rimasto niente se non il ricordo delle fiamme e l'eco del clangore dei martelli che battevano sulle nude spade.
Cassius, però, non era presente.
Serrò i pugni, sentendo la rabbia iniziare a montargli dentro.
Per tutto il tragitto era rimasto in silenzio divorato dai dubbi e dal rimorso, camminando a passo svelto davanti al Capitano della Vecchia Signora e facendosi largo a spintoni tra la folla che riempiva le strade di quell'aero-bancarella, della Gilda Solida&Brillante, l'aero-bancarella dedicata ai fabbricanti d'armi e dove, anni prima, Cassius aveva la propria dimora.
Le braccia tremarono per la stretta dura dei pugni, i muscoli gonfi e tesi.
Dietro di lui, Ronan osservava con la freddezza di un falco, guardando prima una parete svuotata delle armi che metteva in mostra, poi un angolo sporco di muffa su cui si era aperta una pozza d'acqua a causa del tetto che perdeva e infine gli scaffali su cui un topo corse via, sfuggendo alla poca luce che penetrava dal rettangolo della porta.
Erano sbarcati con l'arrivo della sera, sfuggendo alla maggior parte dei controlli e pagando profumatamente tutti gli altri.
«Non deve essere nemmeno mai arrivato qui» commentò con una smorfia irritata, notando il guizzo delle spalle di Declan. Si avvicinò a lui, posandogli una mano alla spalla, stringendola in una morsa che normalmente sarebe riuscita a piegare qualsiasi avversario e avrebbe aperto un livido violaceo sulla pelle di un uomo adulto. Il suo vice, però, non sembrò accorgersene nemmeno – inoltre era cresciuto insieme a quella forza e più di una volta (più di dieci e più di cento, mille volte) vi si era scontrato, un tempo per gioco, un tempo per vincere il capitanato della loro aeronave, un tempo per essere libero di andarsene per la propria strada e un tempo per chiedere perdono. Ma non sarebbe stato nulla in confronto a quello che avrebbe fatto a quegli uomini.
«Li ammazzerò come cani.»
Ruotò il capo, puntando occhi neri e foschi in quelli di miele di Ronan.
«Li ammazzerò come cani. E se avranno osato torcergli anche un solo capello, che Saturnus mi sia testimone, li evirerò uno ad uno e farò loro ingoiare la lama della mia spada» sputò la promessa a denti stretti, allungando la mano alla spalla del Capitano, ricambiando la stretta con lo stesso (se non maggior) vigore e, in fretta, uscì dalla fucina, diretto alla banchina del porto che ospitava la Vecchia Signora.

«Issate le vele! Storpio, tutta a tribordo! Segui Arashi per la rotta e cerca di mantenere il controllo della nave! Arashi, dacci vento in poppa!»
Il tonare autoritario degli ordini di Ronan Blackscythe si susseguivano, indicando prima gli uomini sul ponte di prua, quelli di poppa e dunque il secondo timoniere, un ometto dalla gamba di legno e dal grugno storto e butterato che sputò in terra alla vista di Arashi, per nulla contento di dover collaborare con il ragazzino.
Pirati e marinai erano spesso superstiziosi, sulla Vecchia Signora tutti lo erano e tutti avevano i loro portafortuna, ma se alcuni vedevano in Arashi un portatore di buona sorte, per altri era il contrario. Storpio, lo sapeva l'intera ciurma, era quello che vedeva di peggior occhio il ragazzino – tuoni e tempeste sono nemici delle navi, un giorno quel ragazzino ci porterà alla tomba!
Arashi scrollò le spalle, ormai abituato e a maggior ragione spronato a ritrovare il loro timoniere.
Declan gli posò una mano aperta sulla schiena sottile. Era calda attraverso la maglia, poteva percepire il ruvidore delle dita grandi e callose e il leggero tremore dato dal nervosismo.
«Non trattenerti» gli chiese (la voce era ferma e rabbiosa, ma c'era una nota di umile supplica nel rivolgere la propria richiesta d'aiuto al Signore dei Lampi) «Portaci da lui il prima possibile» e Arashi seppe che, in realtà, avrebbe voluto dirgli "portami", che l'inganno degli uomini che avevano raggirato loro e portato via Cassius era diventato molto pi+ che personale.
Serrò le labbra, per trattenere il fiato in bocca (fiato, energia, vento, tuoni, fulmini e tempeste – tutto concentrato in un corpo minuto e sottile, in linee morbide, fianchi stretti e visetto di ragazzino). Si alzò sulla punta dei piedi, uncinando il retro del collo di Declan e lo tirò verso il basso, per far cozzare la sua fronte con la propria.
L'uomo lo guardò crucciato, senza riuscire immediatamente a capire cosa volesse dirgli, lui che di solito lo sapeva cosa passasse nella testa del ragazzino perfino prima di Ronan e, alle volte, perfino prima dello stesso ragazzino.
Arashi socchiuse gli occhi azzurri, per un momento Declan ebbe l'impressione che le iridi fossero state frastagliate da onde marine e l'azzurro si era fatto più chiaro, ghiacciato. Allora capì.
«Grazie.»

Le corde stritolavano i polsi e le caviglie di Cassius.
Appeso ad un gancio, il suo corpo continuava a dondolare al rollio dell'aeronave e soltanto le corde che tenevano àncorate le sue gambe ai pioli inchiodati a terra, gli impedivano di sollevarle più del dovuto.
Il volto era una macchia incrostata di sangue rappreso, la testa pulsava, l'occhio destro si era gonfiato talmente tanto che ormai gli era impossibile aprirlo e quasi sicuramente dovevano avergli rotto il naso. Ma, a quanto pare, non era stato sufficiente a fermare le perversioni di quei cani e il fatto che gli avessero praticamente spaccato la faccia non era stato un deterrente per le loro voglie malate.
I vestiti gli erano stati strappati di dosso e lui era rimasto appeso come un animale al macello, nudo, pestato e alla mercé degli occhi avidi e delle mani (e non solo) di quei bastardi.
Era un insieme di muscoli guizzanti e più di una volta era quasi riuscito a spezzare le corde che lo legavano, costringendo gli uomini a trovarne altre di più resistenti, insultandosi tra loro.
L'ultima che avevano trovato era stata troppa anche per lui. Strattonò le braccia inutilmente, iniziando a risentire dei colpi che lo rendevano sempre più debole, ma non meno combattivo.
Quando uno degli uomini si avvicinò rigirandosi tra le mani un dildo di un ridicolo fuxia, si dibatté con l'intero corpo, gettando le spalle in avanti ad incombere su di lui con la propria stazza. Quello, preso in contropiede, scattò con un balzo indietro.
«Che cazzo fai, idiota? Non lo vedi che è legato?» gli berciò una voce che, in quelle ore, era diventata fin troppo familiare alle orecchie di Cassius. Era quella che spiccava più delle altre, nasale, sottile, viscida, gli si era appiccicata alla pelle ancor più del sudore e del sangue che lo ricoprivano. Era la più autoritaria e, dal modo in cui gli uomini gli ronzavano intorno e obbedivano a capo basso ad ogni suo ordine, aveva capito immediatamente che si trattava del loro capo.
Un'enorme cicatrice gli imbruttiva il volto, segnandolo da metà guancia destra in verticale, giù sino all'osso delle clavicole. Cassius aveva riconosciuto immediatamente la spada che aveva fatto quel taglio, quando si trattava di armi bianche, non c'erano segreti che non conoscesse o non potesse sbrogliare grazie alla propria esperienza. Era stato tra i migliori fabbri di Solida&Brillante, avrebbe potuto riconoscere qualsiasi ferita da arma da taglio anche solo sfiorandola con le dita ad occhi chiusi. Quella che aveva ferito l'uomo era stata una lama larga a doppio filo, leggermente seghettato, spada ad una mano e mezza; se solo la testa avesse smesso di pulsargli così forte sarebbe perfino riuscito a ridipingere davanti agli occhi l'elsa dal colore ramato, seminascosto dalle fasce nere e chiusa alla base del pomolo da un laccetto da cui penzolava una moneta bucata in alto per essere appesa, un'antica Semis[1]. Il portafortuna di Declan.
Cassius imprecò tra i denti, ingoiando un grumo di sangue.
Era stato un idiota, credere che suo padre fosse cambiato, che la malattia lo avesse reso un padre decente o che, almeno in punto di morte, avesse voluto rivedere un ultima volta suo figlio. Idiota e sentimentale, quante volte Declan lo aveva ammonito di non farsi trascinare dai sentimentalismo, di tenere per sé certe debolezze o raccontarle solo a lui, tra le coperte della sua cabina? Certe deliziose qualità come il tuo romanticismo, non è adatto alla vita da pirati, Cass. Lascia che sia solo il nostro segreto, non sei più un fabbro, sei il timoniere della Vecchia Signora. Gli sussurrava all'orecchio, dopo aver fatto l'amore.
Invece, come quei bastardi li avevano approcciati battendo bandiera bianca e richiedendo un colloquio personale con il proprio Capitano, lui ci era cascato con tutti gli stivali.
«Ci sono voluti mesi per trovarvi» sibilò l'uomo. Gli altri l'avevano chiamato Il Mancino, ma Cassius dubitava che il soprannome fosse dovuto solo al fatto che la sua mano predominante era la sinistra. Doveva c'entrare sicuramente con i tiri mancini che quel bastardo era solito usare contro i suoi nemici – il timoniere ricordò di averne sentito parlare quando era ancora un giovane apprendista.
«Ma per fortuna abbiamo potuto utilizzare questo tempo per raccogliere informazioni su di te. Il figlio di una puttana. Non mi stupisce che tuo padre l'abbia usata e poi gettata nelle fogne insieme a te. Non sai quant'abbiamo riso quando abbiamo scoperto che quel bastardo di Death Sentence si era preso una sbandata proprio per te!» Il Mancino rise, sgraziato e crudele, seduto ad uno scranno che i suoi uomini avevano posto davanti al corpo appeso di Cassius, in prima fila per potersi godere lo spettacolo dei suoi abusi.
Si leccò le labbra guardando il ventre dell'ex fabbro tendersi. C'erano voluti quattro dei suoi uomini più forti per sopraffare quel tipo e l'idea di poter, ora, farne ciò che più voleva, di poter piegare quella forza alla propria mercé e sentirlo urlare, dimenarsi (godere), lo eccitava quasi quanto l'idea di vedere la faccia di Death Sentence quando avrebbe scoperto cos'aveva fatto al suo prezioso fabbro.
«In fondo, però, il figlio di una puttana non può che essere una puttana a sua volta.»
Ridacchiò, alzandosi e spintonando l'uomo che si era presentato con il dildo fuxia, per strapparglielo di mano. Gli altri uomini si unirono in un coretto di risate e occhiate affamate che seguirono i passi del Mancino e si strofinavano le mani impazienti. Alcuni di loro avevano gli abiti e le armi imbrattati di sangue, erano quelli che lo avevano picchiato più selvaggiamente, un altro (si era presentato come Mida, aveva un gauntlet dorato che gli ricopriva l'intero braccio destro) era rimasto in disparte, ma sembrava il più interessato alle nudità di Cassius. Era stato il primo, infatti, a calarsi i pantaloni per afferrarsi il pene e iniziare a masturbarsi.
«Farai la brava puttana, vero? Guarda Mida, lui non vede l'ora di riempirti il culo col suo cazzo... ma se farai il bravo saremo gentili» Il Mancino ghignò. Se anche Cassius non fosse stato sospeso da terra solo per qualche centimetro, avrebbe comunque torreggiato di una buona spanna sul Mancino.
L'uomo agitò il dildo davanti alla sua faccia, premendo la grossa punta arrotondata alla sua bocca.
Cassius ruotò il capo, allontandosi e ne approfittò per sputargli in faccia.
Gli uomini dietro Il Mancino tacquero di colpo.
«Tu... bastardo...» ringhiò quello, pulendosi la faccia con il dorso della mano. Fece segno ad uno dei suoi, indicando qualcosa che fino ad ora era rimasto nascosto dalla visuale di Cassius, un carrello di legno su cui erano disposti giocattoli erotici e l'uomo recuperò un anello di cuoio.
«Niente godimento per la puttana» cantilenò, legandolo alla base del pene di Cassius; ancora molle e a riposo, ma grosso come la sua stazza.
Il Mancino annuì soddisfatto e si portò dietro la schiena del timoniere, fece scorrere la punta del dildo sull'interno coscia, perché l'altro lo sentisse e sapesse cosa sarebbe accaduto.
Cassius, però, si limitò a serrare i denti, fissando con un unico occhio davanti a sè; strinse i pugni oltre le corde e si preparò all'intrusione.
Il dildo risalì per la coscia destra, strofinandosi contro il perineo, passò sul taglio delle natiche sode e premette contro l'apertura, affondandolo nell'anello di muscoli anali.
Cassius si sentì mancare il fiato quando il dildo riuscì a sfondare la resistenza dei muscoli e il braccio del Mancino lo spinse dentro in un colpo solo, tra pareti strettissime che, in mancanza di una lubrificazione, iniziarono a lacerarsi.
«La puttana era vergine!» esclamò l'uomo, ma saperlo lo rese solo più crudele, iniziando a muovere il dildo nel suo ano, in affondi senza pietà, che si facevano più duri e più veloci e che, finalmente, ottenevano i primi tremori del corpo del timoniere.
Il dolore alla tempia non era niente in confronto a quello che lo stava aprendo in due e il bastardo aveva avuto ragione su una cosa: era vergine e nessuno lo aveva mai penetrato, non l'aveva permesso nemmeno a Declan, ma a Declan non era mai importato.
Serrò più forte la mascella, cercando di trattenere i gemiti di dolore, ma era impossibile ignorare l'invasione del dildo, anche nello stordimento della stanchezza fisica, riusciva a sentire fin troppo bene l'oggetto che avanzava tra le sue pareti, che lo riempiva completamente e lo allargava, finché, d'un tratto, il proprio corpo non venne colto da uno spasmo più forte, nel momento in cui l'oggetto lo colpì in un punto ben preciso.
Perfino Mida, che aveva iniziato a masturbarsi più velocemente e non si preoccupava nemmeno di trattenere i propri versi di piacere, si bloccò, quando l'intero corpo di Cassius venne scosso da un'ondata di piacere che prese tutti di sorpresa.
Il Mancino doveva aver appena colpito la prostata.
«Ma allora ti piace, eh» ridacchiò e mosse il dildo cercando ancora quel punto preciso e il cervello di Cassius iniziò a diventare gelatina, inondandolo di caldi flash bianchi che si dipanavano tra le gambe e per tutto il resto del corpo, concentrandosi però di più sul suo membro.
«La puttana è eccitata.»
Mida aveva parlato per la prima volta. Si era avvicinato a Cassius e le sue dita guantate dell'oro del gauntlet avevano trovato la stretta sul pene dell'uomo. Il timoniere abbassò lo sguardo, riempiendosi di vergogna quando scoprì la propria erezione ingrossata, che non solo aveva risposto allo stimolo del dildo, ma che ora pulsava masturbata dalla mano di Mida.
Cercò ancora, con tutte le proprie forze, di strattonare le braccia e liberarsi, ma questo servì solo come sprono per gli altri due.
«Ti scoperemo a sangue e quando Death Sentence arriverà, gli faremo vedere quanto godi.»
«Vi... vi ammazzerò prima...» ringhiò Cassius.
Il Mancino rise e, ancora una volta, si sentì incoraggiato a scoparlo più forte.
Mida, staccò solo per un attimo la mano dalla propria erezione già bagnata di liquido preseminale. Portò le dita bagnate al mento di Cassius, stritolandolo in una morsa tra le guance che lo obbligasse a terere la bocca aperta e spinse indice e medio sulla sua lingua, perché leccasse il proprio sapore e, contemporaneamente, gli fosse impossibile reprimere i gemiti.
«Quando ammazzeremo Death Sentence, diverrai il mio giocattolo» sentenziò.
Impotente, Cassius strizzò gli occhi e desiderò che Declan non arrivasse mai, nè mai lo vedesse in quello stato.

Le vele si gonfiavano del vento che spianava la strada per loro, spazzando con furia contro le fiancate della nave e sbuffando da enormi nuvoloni grigio pece che minacciavano fulmini e tempesta.
Arashi aveva gli occhi quasi completamente bianchi, le piccole stelle dorate che circondavano la pupilla adombrate e l'azzurro dell'iride ormai scomparso, per lasciar spazio ad un candore quasi elettrostatico. In piedi, in equilibrio sulla falce tra le mani schelettriche della loro polena, era l'unico che non risentisse del rombo cupo che attraversava le nubi riempiendole di lampi non ancora caduti.
Il resto della ciurma era stato costretto a legarsi con le corde e aggrapparsi agli alberi o alle balaustre e anche così, tra l'acqua piovana che si abbatteva senza tregua contro di loro e l'ondeggiare eccessivo dell'areonave, non avrebbero potuto muoversi più di così.
Storpio, legato alla base di legno del timone, cercava di mantenere la rotta il più possibile, imprecando contro il ragazzino e contro qualsiasi dio gli venisse in mente. Ronan, al suo fianco, si teneva mani e unghie aggrappato alla balaustra e cercava di fendere con lo sguardo tra le nuvole davanti a loro, mentre Declan aveva trovato rifugio sulla coffa insieme al piccolo Lenny, la loro vedetta ufficiale, e cercava traccia della nave che si era portata via Cassius, pregando Saturno perché glielo facesse trovare.
Poi, d'un tratto, un fulmine squarciò il cielo a meno di mezza lega di distanza, come il suono di un ruggito feroce che spaccava in due la volta celeste e Arashi spalancò la bocca in un grido che non era umano, nè animale, ma era l'urlo della natura e degli elementi e fece tremare l'intero cielo, fino a rimbombare nei timpani di tutta la ciurma.
Alcuni uomini caddero svenuti, Lenny riuscì a malapena a scorgere la sagoma di un'aeronave snella e veloce, di classe Sprint, prima di crollare oltre la coffa, rimanendo appeso alla corda con cui si era legato, dondolando senza sensi.
Quando gli eco dell'urlo si spensero in un silenzio di tomba, le nuvole si diradarono e davanti alla Vecchia Signora si stagliò Freccia Insanguinata, la nave dei bastardi che avevano portato via il loro timoniere.
Declan ribollì di rabbia, forse era la nausea per quel viaggio in piena tempesta, ma sentiva i conati di vomito e bile risalirgli la gola. Si affrettò a slacciarsi la corda con cui si era assicurato alla coffa e la usò per calarsi giù, sul ponte. Fece segno a qualcuno di pensare al povero Lenny, ma non concesse più di una breve occhiata a nessuno.
Ronan lo imitò e Arashi si gettò in un balzo agile giù dalla polena, un salto di svariati metri, atterranno indenne accanto al Capitano.
«Sei stato bravo» gli disse quest'ultimo.
Declan gli rivolse un cenno di ringraziamento: chinò il capo e portò le dita alle labbra, staccandole per muoverle verso di lui, in un bacio a distanza.
Arashi sorrise. Ronan, invece, d'istinto si ritrovò a stringerlo per un braccio e spingerlo contro di sé, facendolo sbattere senza alcun tatto contro la durezza del proprio fianco, in un moto geloso che non era stato in grado di trattenere.
Il Vice, però, aveva altro a cui pensare.
Aveva affrancato la cintura e la propria arma all'albero di gabba e, impaziente, iniziò ad armeggiarvi, per legarsela alla schiena. Grossa, larga e pesante, la sua spada – così come lui – era assetata di sangue.
Ronan se ne accorse.
«Uomini, preparatevi all'arrembaggio!» gridò alla ciurma che poco per volta si riprendeva.
Mosse un solo cenno del mento ad Arashi e il ragazzino si assicurò che il collare che formava l'unica chiusura della propria maglia, fosse chiuso al collo e gli coprisse anche l'osso in cui le clavicole si uniscono. Un'ombra nera si intravedeva sotto la stoffa, ma nulla di più, mentre i lembi della maglia si aprivano al di sotto e svolazzavano su una pelle dorata, accarezzata da piccoli brillii, come se fosse cosparsa di polvere bianco-azzurrina.
Dalla cintura recuperò un piccolo falcetto che lo stesso Cassius aveva forgiato per lui, una mezza luna argentata dal manico corto in avorio, in cui piccoli forellini davano spazio al vento di insinuarsi e suonare la sua melodia.
Ronan diede ordine a Storpio di affiancarsi alla nave e, quando finalmente le fiancate furono vicine, ordinò agli uomini di gettare gli arpioni.
Per quanto Freccia Insanguinata fosse veloce, non c'era nulla che potesse fare contro la Vecchia Signora.
«Nessuno può sfuggire alla morte.»
Declan impugnò la propria arma e tornò a rivestire i panni di un assassino dichiarato scomparso da dieci lunghi anni: Death Sentence.

Il fulmine che aveva spezzato il cielo, aveva gettato il panico sul ponte della Freccia Insanguinata.
Il Mancino aveva gettato il dildo ai piedi di Cassius già da tempo, per lasciare posto a Mida e l'erezione dell'uomo sprofondava tra le natiche del timoniere in affondi dolorosi che non gli avevano lasciato tregua e lo inseguivano in ogni suo tentativo di sottrarsi. Le sue mani gli avevano uncinato i fianchi muscolosi e lo tenevano àncorato a sé, spingendolo verso il proprio bacino mentre a propria volta si spingeva in lui in battiti bagnati e suoni umidi.
Gli era venuto dentro, riempiendolo del proprio seme e rivoli bianchi di sperma colavano giù dall'ano lungo le gambe.
Dopo Mida, si erano fatti avanti anche gli altri uomini, già col sesso duro e bagnato che avevano masturbato tra le mani (e venendo addosso al timoniere senza alcun ritegno), ma quando il cielo sembrò farsi in pezzi tutto attorno a loro, la nave oscillò violentemente, quasi rovesciandosi su di un lato e loro caddero.
Uno degli alberi si ruppe, facendo ricadere male la vela spiegazzata.
Umiliato, sporco del seme d'altri e con un'erezione dolorosa tra le gambe, imbrigliata dall'anello di cuoio, Cassius sollevò soltanto l'occhio sano oltre l'orizzonte del ponte.
Spuntata come per magia, oltre al banco di nubi temporalesche che si diradavano, la Vecchia Signora si stagliava nera e ineluttabile a poche miglia da loro.
Doveva essere stata opera di Arashi, si disse.
«Declan...» mormorò debolmente. Chiuse gli occhi e chinò il capo.

«Che cazzo state facendo? Distruggete gli arpioni! Preparate i cannoni! Fate piovere piombo su quei bastardi!»
Il Mancino urlava ordini ai suoi uomini, ma la vita da pirata non era mai stata per lui. Era un fuorilegge di terra, lui, agiva tra le strade delle Città Flottanti, come un tempo faceva Death Sentence.
Gli uomini, che non erano una vera ciurma, ma la sua cricca, risposero a rilento nel caricare i cannoni. In ogni caso, anche se fossero stati più veloci e abituati, non lo sarebbero stati abbastanza per la ciurma di Blackscythe.
Il teschio della jolly roger della Vecchia Signora sbandierava rabbioso e le urla dei suoi pirati, presto, si fecero strada sino al ponte della Freccia Insanguinata.
«Umpf, non importa, prendete le armi! Finalmente la faremo pagare a quel cane, di Death Sentence non rimarranno nemmeno le ossa!»

«Cassius! Cass!»
Declan era stato il primo ad atterrare sul ponte della nave nemica. Una coppia di uomini gli era corsa in contro armata di spada. Gli erano bastati un paio di fendenti, la piccola semis aveva tintinnato contro l'elsa della spada e gli uomini erano crollati con il ventre squarciato, in una pozza di sangue.
Dopo di lui era giunta il resto della ciurma e la battaglia era iniziata.
Ronan affondò la lama alla gola di un uomo che aveva puntato la pistola contro Arashi, questi gorgogliò e cadde agonizzante.
Qualcuno della sua ciurma urlò, ferito. Si voltò, in tempo per notare un fendente che gli sfiorò con la punta della lama la guancia.
Nonostante l'incapacità di sfruttare al meglio una nave di classe Sprint come quella che possedevano, erano bravi nel combattimento e iniziarono ad esserci le prime vittime anche tra le fila della ciurma di Blackscythe.
«Ma chi cazzo sono questi? E dove diavolo è Cass?»
Declan era finito schiena contro schina con Ronan e i due si difendevano dai colpi di spada di un gruppo di uomini che li aveva circondati. Altri, dietro di loro, puntarono i moschetti, pronti allo sparo.
Arashi, poco distante, spirò tra i piccoli forellini del manico d'avorio, note acute di una melodia triste cavalcarono l'aria e quando il ragazzino lanciò il falcetto, come fosse stato un boomerang, l'arma ruotò sollevandosi ed abbassandosi a ritmo della melodia e, sospinta da un vento gelido, falciò tutto quello che incontrò sul suo cammino. Ferite profonde che spruzzavano sangue a diritto si aprirono alla giugulare del gruppo di uomini e i moschetti cadero in uno scoppio di colpi mai andati a segno.
Ronan sospirò, tirò un'occhiata al ragazzino, ma subito dopo si rivolse a Declan.
«Tu vai a cercarlo, qui ci penso io.»
Nonostante non aspettasse altro, Declan tentennò.
«Sei sicuro?»
«Sai quanto odio le domande idiote.»
Declan sbuffò una risata senza allegria.
«Allora, li lascio a te, Capitano.»
«Tranquillo, pagheranno per aver fatto incazzare il mio braccio destro.»
Incrociarono lo sguardo per un attimo, poi Declan corse via, chinandosi per caricare uno degli uomini che gli ostruivano il passaggio. Ronan, invece, prese fiato e stringendo più forte la mano alla propria spada si preparò a fare sul serio.
«Arashi, carica!» ordinò e Arashi obbedì: corse in sua direzione, balzò sulla testa di uno degli uomini per darsi slancio e, a mezz'aria, chiamò il nome del Capitano.
«Roharnan!»
Il nome si trasformò in un ruggito, il ruggito in lampo e il lampo tuonò diretto contro la spada di Ronan, inondandola di una scarica elettrica che corse lungo tutto il metallo, riverberandosi anche nella sua mano.
La scarica di dolore lo lasciò momentaneamente senza fiato, ma da esso trasse nuova forza e fendendo l'aria, la lama della propria spada acquistava maggiore lunghezza, vibrando d'elettricità tutto intorno.
Gli uomini tremarono a quella vista, alcuni di loro la definirono opera del demonio. Ronan sorrise e si gettò su di loro.

«È il demonio!»
«Quello che dicono su Blackscythe è vero! Possiede un Signore dei Lampi!»
«Capo! Ci ammazzeranno, ci ammazzeranno tutti!»
Le urla della cricca del Mancino si erano fatte imbarazzanti. La paura iniziava finalmente a dilagare tra di loro, costringendo i più ad indietreggiare o a far cadere le armi.
Mida era l'unico che ancora si batteva, una bestia in armatura e dal braccio rivestito d'oro con cui spazzava via gli uomini di Blackscythe.
Era stato lui a raggiungere fermare l'avanzata di Declan. Ma prima che i due potessero iniziare a combattersi, uno schioppo di fucile esplose dalla poppa della nave, riecheggiando con prepotenza tra le orecchie dei sopravvissuti.
Tutti gli occhi si mossero sull'enorme canna di fucile tra le mani del Mancino.
Accanto a lui, appeso ad un gancio legato ad uno degli alberi di poppa, il corpo nudo di Cassius, i muscoli tremanti di sforzo, la pelle sporca di sangue, sudore e sperma, il capo chino e i denti affondati nel labbro inferiore, per mordere la vergogna e l'umiliazione. Non osò sollevare lo sguardo, teneva gli occhi strizzati e sperò con tutto il cuore che Declan fosse troppo distante per poterlo vedere, anche se aveva sentito la sua voce farsi mano a mano più vicina.
E chiamarlo. Chiamarlo. Chiamarlo.
«Ho aspettato troppo tempo perché tu possa rovinare tutto, Death Sentence» berciò Il Mancino.
Declan, però, aveva spalancato gli occhi e fissava unicamente il corpo tremante di Cassius. Sentì il cuore esplodergli nel petto e le gambe quasi cedettero a quella vista. Tremò, sfiatate pesanti si fecero largo tra le labbra e fu costretto ad aggrapparsi con entrambe le mani all'elsa della propria spada, puntellandola al suolo, per non ritrovarsi a cadere in terra, stordito da quello spettacolo orrendo.
Tra la ciurma della Vecchia Signora cadde il silenzio.
Il Mancino sorrise e rivolse la punta della canna contro il petto nudo di Cassius.
«Dì, credevi di avermi ammazzato Death Sentence? O credevi che ti avrei perdonato per quello che mi hai fatto?» con la mano libera indicò la ferita che gli deturpava il volto.
Solo in quel momento Declan riuscì a trovare la forza di ruotare lo sguardo su di lui. Quando i suoi uomini erano saliti sulla Vecchia Signora per richiedere la presenza di Cassius al capezzale di suo padre, lui non c'era. L'avrebbe riconosciuto. Erano passati dieci anni, ma quel grugno storto e quell'odiosa voce nasale le avrebbe riconosciute ovunque.
«Sinclair...» sibilò.
«Come osi pronunciare il mio nome?»
Declan ingoiò un conato di vomito e odio.
«Questi dieci anni sono serviti solo ad alimentare il mio odio per te» proseguì Il Mancino «Ma finalmente ora posso portare a termine la mia vendetta! Cosa si prova a vedere la propria puttana ridotta al giocattolo sessuale del tuo rivale, eh?»
A quelle parole, Cassius tirò le braccia, con l'istinto di coprirsi, di farsi più piccolo. Di scomparire.
«Dillo ancora e ti farò ingoiare anche la canna di quel fucile...» sibilò Declan.
Il Mancino rise sgraziato. Fece scorrere la punta della canna lungo l'addome di Cassius, in basso, in una colata di brividi gelidi che terminò tra le gambe del timoniere, pungolando con il metallo l'erezione arrossata che l'anello di cuoio gli aveva impedito di soddisfare.
Cassius sussultò.
«Ma come, non vedi come gli è piaciuto? In fondo dovrebbe ringraziarmi, sono stato il primo a fotterlo e dovevi vedere come godeva. Non faceva altro che gemere e bisbigliare il tuo nome.»
Cassius serrò così forte i denti che sentì il sapore del sangue farsi più forte sul palato. Avrebbe voluto dirgli che non era vero, che non aveva emesso suono e che non aveva dato alcuna soddisfazione a quel bastardo, ma la propria erezione raccontava una cosa diversa e la vergogna lo teneva prigioniero del silenzio.
Mida sorrise, leccandosi le labbra.
«Mi è piaciuto avere il suo culo, quando sarai morto, me lo prenderò ogni notte» sibilò e quello fu la goccia che fece traboccare il vaso della pazienza di Declan.
Tacque. Iniziò a respirare con le narici, boccate forti che le dilatavano rumorosamente, mentre la punta della spada strusciava contro le assi di legno del ponte.
A quel silenzio, Cassius aprì lentamente l'occhio sano. Pianissimo sollevò lo sguardo sull'uomo, incrociando per un solo attimo il suo sguardo pieno d'ira, prima di riabbassarlo al punto.
«...mi... dispiace...» mormorò, in un singulto debole.
Declan lo guardò e la rabbia ormai si era completamente fatta strada nel cervello che perfino pensare divenne quasi impossibile.
Dietro di lui, perfino Ronan non era rimasto intoccato da quanto accaduto a Cassius. Aveva riabbassato la spada, ma se l'aveva fatto era stato solo per il pericolo che il timoniere poteva correre e per rispetto alla sete di vendetta di Declan.
Fece cenno ai propri uomini di fare lo stesso e strinse il braccio di Arashi che, sempre al proprio fianco, borbottava riottoso e alimentava il vento intorno a loro, riuscendo a stento a controllarsi. La presa del capitano sembrò servire ad ammansirlo.
«Andiamocene.»
L'ordine colse tutti di sorpresa, compreso Declan e Sinclaire.
Ronan continuò a guardare Il Mancino per tutto il tempo, obbligandosi a ignorare il corpo nudo del loro timoniere e gli abusi subiti.
«La nostra presenza è inutile» mosse un gesto seccato ad indicare gli arpioni, in un chiaro sottinteso di ritornarsene alla loro nave e, voltandosi verso la ciurma, rimarcò il concetto con un grido autoritario e più marcato «TORNATE SULLA NAVE!»
L'agitazione che seguì non impedì alla sua ciurma di obbedire, tirando occhiate dubbiose alla volta di Cassius, senza però osare ribattere.
Declan non si era mosso e Ronan non ne sembrò affatto stupito, né si aspettava lo facesse.
Il Mancino rise sguaiato.
«Abbandonato perfino dal proprio Capitano» blaterò.
Ronan lo interruppe quasi subito, tonando sulla sua voce.
«Non dire stronzate. Io e i miei uomini saremmo solo d'intralcio; Declan è più che sufficiente per distruggere l'intera nave. Non avresti dovuto toccare il nostro timoniere, per colpa della tua stupidità, mi toccherà sentire le frigne dei miei uomini sulla rinascita di Death Sentence» il sorriso che comparve sulle labbra di del Capitano della Vecchia Signora fu una curva storta e appena accennata, in cui si nascondeva un disgusto profondo e, non di meno, tutta la fiducia che riponeva nel proprio braccio destro.
Sollevò brevemente un'occhiata su Cassius, l'unica che si era concesso, aggrottò la fronte e tenne per sé quanto avrebbe voluto dirgli. Quindi reinfoderò la propria spada, che crepitò ancora attraversata da qualche scarica morente d'elettricità e diede le spalle a Declan, senza curarsi di dirgli null'altro.
Arashi, rimasto immobile per tutto il tempo sollevò il nasetto all'insù e, guardando il cielo divenuto una tela bluastra tinteggiata di stelle, schiuse le labbra espirando una sfiatata leggera, che si perse verso l'alto. Si voltò e si affrettò a seguire il Capitano, dirigendosi insieme a lui verso gli arpioni.
Oltre a Declan e Cassius, non era rimasto più nessun uomo della ciurma della Vecchia Signora.
La cricca del Mancino si chiuse lentamente intorno a Declan, con le armi in pugno e Mida, ancora davanti a lui a sbarrargli la strada verso la poppa della nave, chiuse la mano destra a pugno, facendo cigolare i pesanti meccanismi del gaountlet.
«Ti uccideremo lentamente, ti taglieremo in tanti pezzetti e ti lasceremo agonizzante riverso su questo ponte. L'ultima cosa che ti lasceremo saranno gli occhi, così che l'ultima cosa che vedrai sarà la tua puttana che viene fottuta da noi» dichiarò Mida e, in un attimo, si gettò contro di lui col pugno caricato.
Declan ebbe appena il tempo di buttarsi di lato per schivarlo e il pugno di Mida si schiantò in terra, aprendo un buco tra le assi.
Declan si rialzò, ma ancora una volta ebbe appena il tempo di spostarsi che il pugno di Mida gli era già contro, gli sfiorò la guancia e il solo spostamento d'aria bastò ad aprirgli una ferita al volto e alla spalla.
Continuava a schivare, saltando da una parte all'altra, senza che l'altro gli desse il tempo di respirare, mentre, intorno a lui, il cerchio di uomini si restringeva e le lame delle loro spade iniziavano a farsi sempre più vicine. Uno di loro mosse un fendente contro la sua schiena, si piegò malamente di lato, cercando di allontanarsi anche dalla traiettoria del pugno e la lama lo ferì al fianco.
L'urlò di dolore costrinse Cassius a sollevare il capo, per guardare quanto stava succedento, con il cuore che batteva a mille e il terrore di vederlo morire.
La mano libera del Mancino gli strinse il mento, tenendolo sollevato.
«Bravo, guarda la fine di quel bastardo. Guardalo bene, perché quando tutto sarà finito gli aprirò un buco nello stomaco.»
Ma quando, per un attimo, lo sguardo di Declan riuscì a scivolare oltre le spalle ampie di Mida e le spade degli uomini, per incrociarsi con quello acquoso del timoniere, Cassius vi lesse la rabbia e la possanza e la volontà di non perdere. Non questa volta, non davanti ai suoi occhi e non con quel bastardo che aveva osato fargli del male.
Sbattè le palpebre, sentendosi stupido per le lacrime che avevano iniziato ad affacciarsi agli occhi. Il Mancino dovette fraintendere, perché rise ancora sguaiato, proprio quando Mida riuscì per la prima volta a colpire il volto di Declan, sbattendolo a terra, con la tempia sanguinante e che pulsava.
«È la tua fine, Death Sentence.»
In piedi, sopra di lui, carico indietro il gomito e si preparò al pugno.
Dal basso, Declan strinse più forte la presa alla propria spada. Gli occhi bene aperti, il respiro regolare.
«Questo è per Cass» disse e scattò con il busto sollevato allungando il braccio, con l'enorme lama della spada che si mosse come un prolungamento del suo stesso arto in un fendente orrizzontale. La lama corse lungo la cintola di Mida, divorando carne, muscoli e ossa, squarciando come se quel corpo fosse stato fatto di burro e ancora, quando Declan prese slancio in quel movimento, alzandosi, il fendente proseguì, seguendo una spirale che mano a mano si allargava, colpendo, ferendo e uccidendo chiunque si trovasse intorno a lui.
In pochi istanti, il ponte della Freccia Insanguinata, tenne fede al nome della nave gorgogliando sangue amaranto.
Il Mancino era rimasto da solo.
Inorridito tremò quando Declan avanzò verso di lui.
«Sto arrivando, Sinclair» dichiarò e, in quelle parole, nella sua voce gelida, potè sentire la sentenza di morte pendere sulla propria testa.
«Non, non ti avvicinare!» gracchiò Il Mancino, spingendo la canna del fucile contro il ventre di Cassius, ma Declan continuò ad avanzare.
«Ho... ho detto...!» non si era accorto che l'aria si era fatta improvvisamente gelida e bagnata, che la pioggia aveva iniziato, fitta e sottile, a cadere su di loro. Il sospiro di Arashi che era sfilato verso l'alto, aveva portato con sè non solo la pioggia, ma era salito sempre più in alto, fino a divenire ghiaccio e, appesantito, ricadde dritto come una lama, trafiggendo la canna del fucile di Sinclair.
L'uomo urlò, lasciando cadere l'arma.
Ci volle un solo brevissimo istante, forse perfino meno, perché Declan si gettasse in un affondo contro di lui. Urlò mentre gli affondava la lama nello stomaco, spingendolo con tutto il proprio corpo fino all'albero lì vicino ed impalandolo al legno.
Sinclair boccheggiò, gorgogliando sangue dalla bocca. Non contento, Declan si chinò a raccogliere quel che rimaneva del fucile, spinse il moncherino della canna tranciata nella bocca dell'uomo e lo guardò negli occhi, leggendo il suo terrore.
«Crepa, Sinclair.»
Il grilletto premuto, decretò la fine.

Cassius era semi-sdraiato sul ponte della nave, tra le braccia del Vice Capitano della Vecchia Signora.
Declan lo aveva liberato e piano lo cullava contro di sè.
«E' finita, sei salvo, piccolo. E' finita.» gli sussurrò.
Cassius teneva gli occhi chiusi, il volto affondato contro la sua spalla, l'umiliazione ancora tatuata a fuoco sul volto. Avrebbe voluto dirgli quanto fosse ridicolo chiamare proprio lui piccolo, ma tutto quello che gli usciva dalla bocca erano singhiozzi mal trattenuti, il nome di Declan e le proprie scuse per essere stato uno stupido, per essersi fatto ingannare.
«Non preoccuparti, è finita» sussurrò Declan.
Abbassò lo sguardo alle sue gambe, dove l'erezione ormai libera dell'anello di cuoio era ancora dura. Avvicinò piano le dita al sesso pulsante, in una carezza leggera. Cassius sussultò, per un attimo allarmato, spalancando gli occhi, ma quando riconobbe il tocco dell'uomo, si rilassò e tornò a premersi contro di lui, schiacciandolo con il proprio peso.
«Ci penserò io a te. Ti prometto che nessuno oserà mai più toccarti in quel modo.»
E Cassius fu sicuro che avrebbe tenuto fede alla promessa.

[1] Semis = Semisse, una piccola moneta romana di bronzo che valeva la metà di un asse. La moneta era caratterizzata dall'immagine del dio Saturno sul dritto e dalla prora di una nave sul rovescio.
 
 
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