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20 January 2018 @ 06:45 pm
[Original] (don't) take your time  
Character: Mikail Boone; Eric Callaghan;
Pairing: Eric/Mikail
Rating: PG

Genre: Introspettivo; sentimentale; angst; h/c (not so much);
Words: 4.783;
Prompt: Missione 2 - Traguardo
Warning: slash;
Disclaimers: I personaggi appartengono tutti a me

Scritta per la 1° Settimana del Cow-t8 @lande di fandom

Per Mikail nessun traguardo era mai stato troppo distante – il suo talento non si fermava alla corsa e all’atletica in generale, era quel genere di ragazzo per cui valeva la frase “se ti impegni, puoi riuscire in qualsiasi cosa”.
Se c’era qualcosa che desiderava (una ragazza, superare un esame, l’ultimo Final Fantasy uscito sul mercato) avrebbe trovato il modo di ottenerlo, a costo di dover stare chino sui libri giorno e notte o dover chiedere a Callaghan di insegnargli a suonare la chitarra e accompagnarlo a fare una serenata sotto la finestra di Jennifer Thompson.
Se solo avesse voluto, Mikail avrebbe avuto il mondo ai propri piedi.
Almeno fino al giorno dell’incidente.

«Cristo santo, Mika, ma come cazzo fai?! Ok essere monchi, ma ci vuole una scienza e tanto impegno per riuscire a far crepare ogni mazzo di fiore che ti viene regalato! Sembra che tu lo faccia apposta!»
Eric Callaghan ha capelli biondi come il sole della California e occhi neri come le profondità dei suoi oceani. Ha tre anni in più di Mikail e ha già presentato la sua iscrizione all’università di Scienze della Comunicazione, anche se più di una volta i suoi amici (Mikail compreso) gli hanno fatto capire che comunicare non è mai stato il suo forte.
Si lascia cadere svaccato sulla seggiola accanto al lettino del ragazzo e tra le labbra fa danzare una Marlboro spenta elemosinata dalla solita infermiera – Shelbie o Shelly, non ricorda il suo nome, ma l’intero reparto sa che ha una cotta per quel ragazzo e, soprattutto, per i suoi bicipiti abbronzati. Come si può essere ancora abbronzati in pieno ottobre a Chicago, solo lui lo sa. Ma Eric ci riesce e, non contento, è l’unico abitante della città che ha ancora il coraggio di andarsene in giro per strada a maniche corte, incurante del vento che taglia la pelle in due.
Mikail risponde con un grugnito, tiene le braccia incrociate al petto e guarda con insistenza fuori da una finestra che avrebbe bisogno di una pulita.
«Eddai Mika, smetti di fare l'ottavo nano e cagami per una volta!» sbotta Eric.
Da parte dell'altro, linea piatta, il decesso della comunicazione. È così dall'incidente, da quando le gambe di Mikail hanno smesso di funzionare e il ragazzo è stato costretto su una sedia a rotelle.
Non potrà più correre è stato tutto quello che il suo cervello ha recepito della diagnosi. Niente più corse intorno a un campo di 100 metri, niente più arrampicate fuori città nei week-end o passeggiate sulla spiaggia. Niente più vita. Tutto quello che rimane ora sono pareti bianche di un ospedale del centro, infermiere carine a cui non ha mai sorriso, amici che si sono già stancati di andarlo a visitare (è dura quando ti ritrovi un paralitico che è anche muto). Ed Eric.
Eric è l'unico che ancora non si è stancato di lui. Lo farà, deve solo aver pazienza.
«Bronciolo, l'ottavo nano. L'hai capita, vero?» Per ora, però, continua a parlargli. Si alza dalla sedia e la trascina rumorosamente dall'altro lato del letto, sistemandola davanti al rettangolo della finestra, imponendo la propria vista al ragazzo.
«Ho sentito che Jennifer è passata di qua. Guardalo, guardalo, che si fa investire per far colpo su una ragazza! Tu sì che sei furbo!» insiste.
Forse è scemo, pensa Mikail costretto a guardare l'enorme sorriso che Eric si piazza sulla faccia. È grande e caldo, ha quel calore contagioso che, in qualche modo, è sempre riuscito a raggiungere anche lui e ne ha sempre imporporato le gote, anche ora che vorrebbe non fosse così.
«Non hai di meglio da fare?»
«Ma allora parli, figlio di puttana che non sei altro!»
«Tu invece potresti smettere di farlo...»
«Seah e morire di noia ad ascoltare i tuoi lunghi silenzi riflessivi? Siamo amici, Mika, ma c'è un limite alla mia pazienza.»
«Credevo non ne avessi proprio, di pazienza.»
«Ah! Ora fai pure lo spiritoso. Allora stai meglio, eh?»
Mikail sussulta a quella frase.
Stai meglio. No, non sa meglio, semplicemente non sta.
Abbassa gli occhi alle proprie mani, ritrovandole strette al lenzuolo con tanta forza che le nocche sono sbiancate. Ha sempre avuto una pelle piuttosto chiara, da piccolo sua madre lo sgridava in continuazione perché trottava via per correre come un matto sotto al sole estivo, dimenticandosi della protezione solare (solo dalla 85 in su, mai di meno) e quando tornava a casa era un’unica macchia rossa e rovente. Crescendo non è cambiato molto, si scotta ancora facilmente, ma se non era un problema prima, non lo è diventato poi, se non che la crema solare è entrata ufficialmente nella lista delle cianfrusaglie che riempivano la sua tracolla.
Fino all'incidente. Perché i suoi anni, da ora in poi, si misureranno in a.i. e d.i.: prima dell'incidente quando tutto aveva un senso e dopo, quando perfino il sorriso di Eric e la mano che gli sta poggiando alla spalla non significano niente.
«Hey, da quand'è che non mangi la pizza? Domani vado da Papas e te ne porto un trancio, non puoi continuare con le porcherie che cucinano in questo posto, sembri un cadavere!»
Mikail non risponde, ha alzato gli occhi alla mano di Eric che poggia alla propria spalla e la fissa alienato, senza sapere (capire) come e perché sia finita lì. Senza sapere (capire) cosa voglia quel tipo da lui.
«Puoi andartene, per favore?» la propria voce gli suona estranea.
«Eh?»
«Hai capito.»
Eric non sorride più.
Per un attimo il vento gelido e tagliente di Chicago riesce a superare i doppi vetri della finestra e penetra nelle ossa di Mikail, per un attimo gli sembra di precipitare nel vuoto senza riuscire a trovare alcun appiglio che possa frenare la sua caduta. Cade e basta, com'è caduto dal motorino quando quel maledetto camion lo ha investito, com'è caduto dal letto quando la prima volta che ha avuto abbastanza forze ha provato ad alzarsi e ha scoperto che le proprie gambe non lo avrebbero sorretto, né gli avrebbero più risposto. Come quando i suoi, a quattordici anni, gli hanno detto che avrebbero divorziato e che lui si sarebbe trasferito a Chicago con sua madre. Li vede ancora entrambi, ma non è la stessa cosa e quella sensazione di caduta gli scava nel petto ogni volta.
Eric aggrotta la fronte, tra le rughe spinge la propria rabbia e allontana la mano dalla spalla del ragazzo con un gesto secco, quasi violento.
«Tanto dovevo tornare in officina» che suona come una scusa e, probabilmente, lo è. Lavora part-time nell'officina di suo zio, tanto per racimolare quel che basta e pagarsi la retta universitaria, ma Zio Roy è un omone buono e premuroso, ha le mani sporche di grasso ma il cuore pieno di panna e gli ha detto che sarebbe potuto rimanere in ospedale tutto il tempo necessario.
Eric si alza, dà una pacca ai jeans a tre quarti che indossa, spolverandoli per nessuna ragione e muove la mano in cenno di saluto.
Mikail gli guarda la schiena (ampia, i muscoli guizzano con perfezione, le spalle sembrano di roccia, mentre i fianchi sono stretti come quelli di un nuotatore) e trattiene il fiato, pentito. Forse ci è riuscito, Eric smetterà di andarlo a trovare e lui si ritroverà finalmente solo in quello schifo che non sa più come chiamare vita. Forse ci è riuscito davvero... nessun traguardo, in fondo, è mai stato troppo distante...
Si morde il labbro inferiore e si accorge che le proprie mani hanno continuato a stritolare le lenzuola, se possibile, anzi, stanno stringendo ancora più forte, mentre fatica a respirare. E ancora cade, cade, cade.
È un attacco di panico.
Eric però si ferma sulla soglia, si concede uno sbuffo poderoso e si volta a mostrare il dito medio a Mikail e una linguaccia infantile, che sa di perdono «Ci vediamo domani, stronzo!»


Eric ritorna davvero il giorno dopo e mantiene la promessa. Ha con sé il cartone bianco di una pizza di Papas, che ha deciso volontariamente di rovinare lasciando che la condissero di ananas.
Entra in camera schifato, senza annunciarsi e tenendo il cartone col braccio teso, il più lontano possibile da sé per disconoscere quell'obbrobrio.
«Dopo questa andrò per forza in paradiso! Dove lo trovi un altro come il sottoscritto che arriva a far stuprare una povera pizza innocente, per il proprio amichetto, eh? Dio, se sono meraviglioso, per forza Shelby vuole scoparmi!»
Per tutto il tempo dello sproloquio, Mikail è rimasto in silenzio, con gli occhi sbarrati alla porta e ogni parola morta in gola a causa dell'imbarazzo.
Accanto a lui, il Dottor Copperman fissa prima un ragazzo e poi l'altro, facendo notare la propria presenza ai sensi (appannati) di Eric con un colpo di tosse.
«Ops...»
«Non è permesso portare cibo ai pazienti al di fuori di quello che viene preparato in ospedale» gli spiega l'uomo con cipiglio serio. Molto serio. Troppo serio.
«Sul serio? Con quello che la gente paga per poter stare in 'sto posto di lusso, non può manco mangiare il cazzo che vuole?»
«L'ospedale provvede ad ogni bisogno dei pazienti qui presenti, compreso quello del cibo. Mister...»
«Vader.»
«Mister Vader.»
Le labbra di Eric si piegano in un ghigno storto, perculante e perfino Mikail fatica a trattenere un mezzo, minuscolo, sorriso che fa capolino sull'angolo destro della bocca sottile. Tuttavia non dice nulla, si limita a guardarli come fossero un nuovo duo comico e alla fine rivolge l'attenzione al Dottor Copperman, sperando che concluda in fretta la visita e se ne vada. Non gli piace l'idea che Eric ascolti quanto ha da dire, che sappia quanto è diventato miserabile perché ha bisogno periodicamente di un'infermiera che arrivi a svuotargli il catetere. Sono cose che, in realtà, il più grande già conosce (non l'ha confessato a Mikail ma ha parlato con sua madre, con i dottori e si è fatto raccontare da Shelby ogni dettaglio) ma non c'è bisogno che le ascolti di nuovo.
«In ogni caso, mister Boone, sono venuto qui per informarla che dalle nuove lastre si sono manifestati dei miglioramenti non indifferenti. Come le era stato detto post-operazione, sembrava che i legamenti di entrambe le gambe, non fossero così danneggiati come temevamo e i suoi valori stanno rientrando abbastanza nella norma da permetterci di cominciare a parlare di fisioterapia. E' comunque qualcosa di cui vorrei discutere con sua madre, ma per ora sappia che ci sono buone speranze che ritorni a camminare.»
Il Dottore Copperman mostra un sorriso sbrigativo, orgoglioso come se avesse appena scoperto la cura per il cancro, ma se Mikail li mettesse sulla bilancia, per lui, forse, avrebbero lo stesso identico peso.
Quando l'uomo esce, rimane un silenzio spettrale che nemmeno Eric ha il coraggio di rompere. Guarda il ragazzo seduto a letto con occhi spalancati e le braccia che a malapena riescono a sorreggere il peso del cartone di pizza e, traballante, avanza fino a lui. Deglutisce più volte. Ha sentito bene? Mikail tornerà a camminare?
«Hey...» inizia, ma si ferma subito.
Mikail ha sollevato la testa e lo guarda con occhi acquosi, il loro bel colore verde che si sta sciogliendo davanti allo sguardo confuso di Eric.
«He-hey...» è un "hey" preoccupato – spaventato – e si affretta a poggiare il cartone sul comodino (aprirà una macchia d'olio sulla copertina de L'isola del Tesoro, ma poco importa, e poi chi diavolo legge L'Isola del Tesoro a sedici anni?). Si siede sul bordo del letto e, con una cautela che normalmente non gli appartiene (è più quel genere di ragazzo che si scaraventa sul prossimo come un uragano), circonda le spalle di Mikail in un abbraccio, tirandolo gentilmente a sé, stupendosi di come sia piccolo e di come quel maledetto incidente lo abbia ridotto. Ha sempre avuto spalle sottili Mikail, è sempre stato tutto sottile, asciutto, alto, flessibile e atletico. I muscoli li aveva dove servivano, nelle gambe soprattutto, ma la sua era una figura elegante, affascinante come quella di un leopardo.
«Che c'è, Mika? Non sei contento?» gli chiede e si costringe ad abbassare la voce, a parlare a sussurri contro l'orecchio del più piccolo, sfiorando con il fiato qualcuno dei suoi riccioli corvini. Alcune delle ciocche sono di un blu spento, che ormai ha perso tutta l'intensità della colorazione. Dovrebbe rifarli, il blu è un colore che gli dona (ed è anche il colore preferito di Eric), ma obbiettivamente qualsiasi colore è bello su Mikail proprio perché è lui.
Mikail piange senza piangere. Le spalle si muovono impercettibilmente, si sollevano e si riabbassano pianissimo e dopo quella che sembra un'eternità, alza le mani a stringere il bavero della maglia di Eric, aggrappandosi a lui come se null'altro potesse contare in quel momento.
Cade. Cade. Continua a cadere e ha paura che non ci sarà nessuno a raccoglierlo.
Ma Eric lo stringe più forte nell'abbraccio e la sua voce gli scivola dolce nei timpani.
«Va tutto bene, ci sono io, ora. Vedrai, ritornerai a camminare e a correre in un batter d'occhio.»
Mikail non parla per l'intero pomeriggio e quando le braccia si sono stancate di tenersi aggrappate al biondo, abbandona la presa e si lascia scivolare sdraiato tra le lenzuola del letto.
A breve sarà ora di cena, la pizza si è fatta fredda e il cartone è stato abbandonato. Lo farà buttare da una delle infermiere.
La cosa strana è che, nonostante l'abbraccio si sia sciolto, le mani di Eric sono ancora su di lui.
Si è calmato, ha smesso di (non) piangere e, spento (stanco, solo tanto, tanto stanco, come se avesse tenuto la testa sott'acqua fino a quel momento), lo guarda, mentre Eric gli passa le dita tra i capelli e gli sorride. Il calore del suo sorriso è un sole lontano, lo sfiora senza toccarlo veramente e Mikail chiude gli occhi.
Non si accorge di quando Eric se ne va, si addormenta prima, sdraiato per metà su un fianco in una posizione scomoda e che, più il biondo la studia, più si convince sia protesa verso di lui.
Prima di andarsene, Eric sposta con le dita una delle ciocche ribelli dietro l'orecchio. Si china sul ragazzo e si ferma, vicino, vicinissimo alle sue labbra, tanto che il respiro scorre dalla propria bocca a quella di Mikail senza incontrare alcun ostacolo.
«Ci vediamo domani, Mika.»
Si tira in piedi ed esce.

Piove. Piove da una settimana, quasi il tempo avesse deciso di prenderlo per il culo e fargli il verso.
Eric si è presentato tutti i pomeriggi, è riuscito ad incrociare anche sua madre e, anche attraverso la porta, Mikail è riuscito a sentirli chiacchierare allegramente sulle nuove tecniche chirurgiche, sulla sua fortuna e su quello che verrà dopo. Fisioterapia, stampelle, il ritorno alla normalità.
Doveva immaginare che fossero stronzate.
Con le braccia doloranti e le unghie affondate nel legno delle sbarre, guarda con odio un traguardo che sembra spingersi oltre l'orizzonte, dove lui non potrà raggiungerlo.
«Prenditi tutto il tempo che serve» gli dice l'infermiere, uno dei volontari per il programma di fisioterapia. Ma di tempo il proprio corpo se ne è preso a volontà, è passata una settimana da quando lo hanno piazzato a quelle sbarre, sollevandolo quasi di peso per metterlo in piedi e, ancora, non è riuscito a muovere nemmeno mezzo passo. Non c'è parte delle sue gambe che abbia intenzione di ascoltarlo o di ricordare come si cammina.
Si sente un coglione. È inutile, è tutto inutile, continua a ripetersi, ma ogni volta che sta per ringhiare un "fanculo" al volontario, chiedendogli di riaccompagnarlo in stanza e lasciarlo in pace, lui si presenta.
«Datemi una m! Datemi una i! Datemi una k! Datemi una a! Datemi una soda! Cioè, forza Mika!» la cantilena di Eric arriva dal fondo della sala di fisioterapia. Quando il più grande entra porta con sè l'odore di pioggia (oltre che gocce d'acqua piovana che si infrangono sul parquet e le occhiate dei volontari che lo fissano allibiti) e una ragazza dai capelli più rossi che abbia mai visto che lo saluta con un cenno della mano.
Jennifer.
Cazzo.
«Che ci fai qui?» non è la prima cosa che avrebbe voluto chiederle. Ci sono tante frasi migliori di questa che avrebbe voluto pronunciare: come va? Ti manco a scuola? Hai già trovato un ragazzo? Credi che usciresti con un mezzo paralitico che non fa altro che piangersi addosso?
Invece c'è rabbia nella propria domanda. E umiliazione.
Jennifer, irretita, fa per tirarsi indietro, ma Eric la spinge piano ad entrare.
«Ho portato io la principessa. Ho pensato che un passaggio le avrebbe fatto comodo e che a te serviva un po' di tifo, qui dentro è un mortorio.»
«Scusa tanto, Callaghan» borbotta il volontario, che – nulla di cui sorprendersi – ha già avuto modo di stringere amicizia con Eric. O, meglio, è Eric ad aver fatto amicizia con lui, come sempre e infatti il biondo si affretta a buttare lì un ridacchiato «Senza offesa per i presenti, naturalmente!»
«Seah, naturalmente!» è il coro che scoppia dai tapis roulant disseminati per la sala, dai materassini e dalle sbarre, dove i volontari e gli infermieri sono appostati per dedicarsi ai loro pazienti.
Eric ridacchia e muove un cenno del capo verso Jennifer, un segnale per Mikail che, però, arrossisce e finge di non cogliere.
«No ma parlate pure uno alla volta, eh, senza fretta.»
Senza fretta.
Prenditi tutto il tempo che ti serve.
Con calma.
Mikail serra la mascella e, in silenzio, odia tutte quelle frasi. Come se poi non sapesse che sta facendo perdere tempo a tutti quanti. Per che cosa, poi?
«Eric mi ha detto che la fisioterapia sta andando bene.»
La voce morbida di Jennifer fa da spartiacque tra i suoi pensieri. Scatta con il capo ruotato verso di lei, stupito per averla sentita parlare, ma anche per quello che ha detto. In ultimo il cervello decide di registrare anche il fatto che abbia chiamato Eric per nome, come se fosse davvero un dettaglio importante e non una minchiata del tutto irrilevante.
«Cos'è che ti ha detto?»
«Sta facendo progressi.» come non bastasse, anche il volontario si immischia e conferma sorridendo, quasi ci credesse per davvero nelle stronzate che stanno dicendo.
«Meno male! Non vedo l'ora che torni a scuola, il club di atletica non è lo stesso senza di te.»
«Tsk, figurati, saranno tutti lì a contare i secondi che passano, terrorizzati che sto stronzetto qui torni a rubar loro la scena» il commento di Eric arriva da sopra la spalla di Jennifer, dove la sua testa trova appoggio nel guardare direttamente verso Mikail. È come l'uso del nome proprio di Callaghan: il cervello di Mikail lo nota e lui non sa perché gli dia così fastidio, perché debba importargli, perché faccia ribollire quella rabbia che per settimane ha covato e alimentato nel silenzio della sua stanza d'ospedale.
E alla fine scoppia.
«Mi state pigliando per il culo?!» bercia senza grazia, tendendosi pericolosamnete in avanti con le spalle. Sente le braccia tremare fino all'inverosimile, incapaci di reggere ancora per molto il suo peso e i piedi poggiati a terra, quelle gambe dritte come tronchi e totalmente inutili, non fanno niente per sostenerlo «Non mi sono mosso di mezzo centimetro da che sono qui! Mi sollevano di peso per mettermi a queste sbarre! Di peso, è chiaro? E poi mi mollano qui e aspettano chissà che cosa continuando a dirmi che posso prendermi tutto il tempo che voglio, quando non è cambiato un cazzo ieri, non cambierà un cazzo domani e non cambierà un cazzo tra un mese! Sarò sempre allo stesso fottuto punto di partenza, con due pezzi di carne morta al posto delle gambe!»
La sua voce ha rimbombato per tutta la sala, ci sono decine di occhi che lo fissano e quelli rattristati (forse anche spaventati) di Jennifer. Non li vede, non gli importa, non ne ha nemmeno la forza, non quando le braccia alla fine cedono e lui crolla, accasciato su gambe che è come non esistessero, nè facessero parte di lui. Il volontario lo prende al volo, sorreggendolo per le ascelle.
«Fanculo!» gli urla, non solo a lui, anche a Jennifer che è arrivata giusto in tempo per assistere a quello spettacolo patetico. Anche – soprattutto – ad Eric.
«Che cazzo avete da guardare?» la voce non esce come vorrebbe e Mikail non è sicuro di riuscire a trattenere ancora le lacrime. Non guarda più nessuno, solo il pavimento e piedi immobili che sono suoi ma è come se non lo fossero. Si lascia trascinare come un bambolotto sulla sedia a rotelle e lì si ammoscia, come se non avesse più muscoli, volontà o voglia di esistere.
Jennifer se ne va poco dopo, con una scusa inventata sul momento che tanto viene recepita solo a metà.
Eric invece rimane, si scusa con il volontario, anche se quest'ultimo gli dice che non ce n'è bisogno, che sfogarsi alle volte fa bene, che, anzi, Mikail dovrebbe farlo di più. Eric concorda ed è lui a spingere la sedia a rotelle e a riportare l'amico in stanza, è lui a prenderlo in braccio e a farlo sdraiare tra le coperte, è lui a rimboccargliele ed è sempre lui a buttarsi con sgrazia seduto sul materasso accanto a Mikail e piazzargli il vassoio della cena sulle gambe, con il sorriso di una canaglia che sa di aver appena rischiato grosso ed è comunque pronto a ritentare la sorte.
«Ci parlerò io con Jennifer, vedrai che te la riporto di sicuro.»
«Perché sei ancora qui?»
Eric fa il finto tonto.
«Non è che posso stare in sala se tu sei qui, quello che deve tornare a camminare sei tu, amico mio.»
Gli sorride e picchietta la spalla con la propria, incontrando la resistenza di Mikail e il suo sguardo. Non è solo rabbia quella che gli legge negli occhi, c'è anche delusione e una paura che ha già visto. L'ha vista per la prima volta riflessa allo specchio di casa quando, al telefono, la signora Boone gli ha detto dell'incidente e per un lungo attimo il mondo gli è crollato addosso.
«Non ti voglio...» pigola Mikail, in un singhiozzo così debole che Eric crede di averlo immaginato, ma quando abbassa lo sguardo su di lui, le lacrime per la prima volta gli rigano le guance «Voglio solo essere lasciato in pace, perché non te ne vai? Perché continui a tormentarmi?»
«Perché siamo amici...»
«Non ti voglio come amico!»
Eric tace, ferito, anche se sa che non lo pensa davvero. Scrolla le spalle e il suo «Peggio per te» non suona poi così convinto, né così beffardo, ma è sufficiente a fargli trovare un'espressione menefreghista. Purtroppo dura poco e scopre che le lacrime di Mikail sono la sua kriptonite.
Il ragazzo piange e lo manda a fare in culo e a lui gli si stringe il cuore e non sa cosa fare. Come qualche giorno prima allarga le braccia a circondargli le spalle, questa volta però Mikail non lo accetta, le spazza via con una manata e si tira più in là sul letto, strisciando a fatica con il rischio di rovesciare tutto quel che si trova sul vassoio.
C'è una stilla d'irritabilità che si conficca nel fianco di Eric. Stringe il pugno, dilata le narici in un sospiro carico di insulti e vaffanculo, ma invece di tirarsi indietro avanza e impone la propria forza sul più piccolo, gli chiude le braccia addosso, incontrando la sua resistenza e forzandola con prepotenza, finché il vassoio non si è rovesciato direttamente sulle coperte e sui propri jeans e lui non ha intrappolato Mikail sotto il proprio corpo. Non sa com'è finito a sdraiarsi su di lui, non dovrebbe stupirsene, l'altro non sente niente dalla cintola in giù e ha perso così tanta massa muscolare che nessuno dei suoi compagni d'atletica lo riconoscerebbe. Eppure non è a quello che puntava.
Anche se...
Mikail lo guarda dal basso, i riccioli scompigliati gli ricadono ovunque sul volto e gli occhi sono così verdi che quasi sembrano potersi illuminare da un momento all'altro ed abbagliarlo. Ha le labbra schiuse, piccole, sottili, di un rosa pallido che lo ha sempre un po' attirato, che gli ha sempre messo voglia di mordicchiarle per scoprire se era possibile dar loro un po' di colore o anche solo per sapere che sapore avessero.
D'un tratto, però, l'intero volto di Mikail si fa rosso, brucia fino alle orecchie e il ragazzo strizza gli occhi. C'è una nota di panico che Eric ha colto prima che le palpebre calassero e prima che un dolore intenso lo colpisse tra le gambe, proprio dritto, dritto sul suo...
«Cazzo!» urla di dolore, si accascia, pesando completamente su Mikail, ma subito si getta di lato a spalancare occhi che hanno la stessa espressione sbalordita del più piccolo.
«Hai...»
«Ho...»
«Figlio di puttana, mi hai dato una ginocchiata! Mi hai dato una ginocchiata!» che suona allegro, dolorante, ma felice.
«Ho mosso le gambe, le ho mosse!»
Le lacrime - di entrambi - divengono lacrime di gioia.

Non ha smesso di piovere ed Eric non ha smesso di presentarsi alla porta della sua stanza. C'è un velo di imbarazzo quando, al termine della spugnatura, Mikail solleva gli occhi sul ragazzo e trova un sorriso dolce, invece del solito ghignetto strafottente.
«Co-cosa?» gli domanda, in un borbottio con cui mette a tacere ogni imbarazzo.
«Com'è andata la fisioterapia, oggi?»
«...bene...»
«Mhm? Non ho sentito.»
«Sì che hai sentito, stronzo.»
«No, no, qualcuno oltre ad essere storpio, parla anche di merda e questi miei vecchi timpani non sentono bene.»
Mikail gli mostra il dito medio, ma gli risponde alzando la voce «Bene!» e, per la prima volta, ci crede.
Quando Eric avanza, l'odore di pioggia si fa nuovamente strada nella propria stanza e tra i capelli umidi e biondi del ragazzo.
«Non hai mai sentito parlare di ombrelli?»
«Vengo da San Diego, ti pare che possa aver mai sentito parlare di qualcosa del genere? Non è colpa mia se in questo posto il tempo è una merda.»
A guardarlo bene la sua abbronzatura inizia a risentirne e la pelle ha perso quel bel colore dorato che era solita avere, schiarendosi. Mikail è sempre stato convinto che ogni weekend l'altro ritornasse nella sua città, pronto a rosolarsi al sole, ma da un po' tutti i weekend li ha passati al suo capezzale.
«Tsk, vai ad asciugarti in bagno, almeno. L'ultima volta per colpa tua la capo reparto mi ha fatto un culo che non finiva più.»
Eric ridacchia.
«Spero non te l'abbia rovinato troppo, sono un fan del tuo culo!»
L'"eh?" di Mikail muore contro la schiena di Eric, quando il biondo si rifugia in bagno ed esce con la testa coperta da un asciugamano. Lo guarda attraverso le pieghe del panno spugnoso e, addosso, ha ancora il sorriso dolce con cui è entrato e a cui Mikail non è abituato.
«Si... si può sapere cos'hai tanto da sorridere?»
«Sono felice, non posso?»
«Felice per cosa?»
«Per te.»
Il secondo "eh?" questa volta incontra le labbra calde di Eric, si è avvicinato così tanto che la sua bocca dista solo qualche centimetro da quella di Mikail e il suo respiro gli finisce in gola, ingoiato senza che se ne renda conto.
«Sempre a dir cazzate tu...» mormora, ma non si sposta, rimane immobile a cercare di capire cosa mai stia passando nella testa di Eric in questo momento. Perché gli sia così vicino, perché il suo sorriso oggi gli sembra più dolce del solito e perché (cazzo, perché, perché, perché?!) senta un groviglio nello stomaco e addosso la voglia di tendersi e annullare ogni distanza tra sé e quella bocca.
«Non hai idea di quanto mi hai spaventato, coglione. Pensavo davvero che saresti rimasto per sempre sdraiato in questo fottuto lettino. Pensavo non avresti mai smesso di piangere...»
Mikail non ha modo di dire nulla. La bocca di Eric preme alla sua e il mondo che li circonda, all'improvviso, si spegne. Perfino l’immagine (che a pensarci non è mai stata poi così vivida) di Jennifer scompare, annientata dalla bocca umida del biondo, dall’odore di pioggia di Chicago e da quello di sole della California.
Cade. Cade di nuovo. Ma questa volta cade direttamente tra le braccia di Eric e, con impaccio, ricambia il bacio. Gli allaccia le braccia intorno al collo, chiude gli occhi e finalmente torna padrone di tutto il corpo, riesce a sentire ogni cellula, ogni vena, ogni muscolo di sé. Le gambe pizzicano, deboli e poco reattive, ma il solo pensiero di poterle ancora muovere gli dà forza e quando ricambia il bacio di Eric, lo fa pieno di gratitudine.
«Lo sapevo che non c'erano traguardi impossibili per Boone» gli sussurra l'altro tra le labbra.
«Ma sparisci, Callaghan!»
«Mai. Ficcatelo in testa, stronzetto, non ti lascerò mai.»
 
 
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