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05 December 2017 @ 06:41 pm
[The man from U.C.L.E.] Nella neve camminano gli angeli  

Characters: Illya Kuryakin; Napoleon Solo; Gaby Teller;
Pairing: llya/Gaby { gallya }; Napoleon/Illya { napollya }; Napoleon/Illya/Gaby { napogallya };
Rating: NC-14
Genre: Angst; Introspettivo; Slice of life;
Words: 100x5 + 200
Warning: het; slash; threesome; violence; h/c; pre-movie & post-movie;
Prompt: 1 dicembre: - Obbligo: scrivi una flash in cui la neve è protagonista. Fluff e cioccolata.
Note: La vedete quell'ultima parte del prompt, in cui c'è scrutto "fluff e cioccolata"? Ecco, facciamo che ce ne dimenticheremo tutti, perché questa flashfic (che poi è più una raccolta di drabble tutte collegate, ma tant'è) è ben lontana dall'essere allegra, figurati fluff. Però c'è la neve, c'è tanta, tanta neve!
Mi piacciono le 5fic+1 e tra prompt e Illya ero così ispirata che, beh, ne è uscita una montagna di neve e angst di cui nemmeno mi sorprendo così tanto. C'è Illya, suvvia, è l'angst vivente quell'uomo (oltre ad essere molte altre cose, coff), l'h/c l'hanno praticamente inventato per lui. E, a proposito di comfort: la threesome. Nonostante la mia otp rimanga la napollya, quei tre insieme sono un team, mi piacciono e funzionano - quindi perché separarli?
Disclaimers: I personaggi de The man from U.N.C.L.E. appartengono a chi di dovere.
Scritta per Il Calendario dell'Avvento @Il Giardino di EFP



I.
La neve non è mai stata neve nei suoi ricordi.

Ha il colore del piscio e il sapore rancido di sangue marcio.
Odora di vomito – come quello schifo che chiamano infanzia – e quando l’intero gulag si riveste di quella merda, il Natale (e il giorno dopo e quello dopo ancora…) lo si festeggia spalando sino alle luci grigie dell’alba o finché tovarishch Morozov non sceglie tra loro la sua nuova puttana.
{ non urlare, non piangere, non muoverti, l’inferno sa sempre come afferrarti }
Brucia ogni cosa che tocca, perfino le lacrime.

Nei ricordi di Illya, la neve non c’è.

II.
La neve è un cadavere deforme ammucchiato sui lati del campo. Non la vede (guarda) da anni.

Marcia coi compagni intorno alla struttura.
Un giro. Dieci giri. Cento giri. Centonovantaquattro. Centonovantacinque.
I piedi sono pezzi di legno tagliati dagli scarponi e le dita sono gonfi mattoncini di pelle strappata, intorpidita intorno al fucile.
Centonovantasei.
Qualcuno crolla nelle retrovie. Lui avanza – centonovantasette, centonovantotto… – rifiuta la resa; il disonore già scava tombe nel giardino della sua famiglia.
Centonovantanove.
Continua a trascinarsi avanti; resiste, come neve sporca in estate sul ciglio della strada.
Duecento.

Nell’addestramento di Illya, la neve seppellisce il suo passato.

III.
La neve dei suoi giorni a Mosca è immacolata.

Illya stringe i pugni e le ginocchia picchiano sull’asfalto. Ingoia grumi di sangue da un labbro spaccato, ma la schiena è ancora dritta. Incassa senza rispondere. Incassa senza spezzarsi
Oleg lascia sfogare le reclute – non è la prima volta, il figlio d’un traditore è un traditore a sua volta finché non impara dov’è il suo posto.
«Agenty, dostatochno[2]» a un suo cenno c’è silenzio.
Illya si rialza. La neve ancora bianca da far male agli occhi e lui, invece, così sporco.

Nella carriera di Illya, la neve è la sua mèta.

IV.
La neve cela la porta d’acciaio oltre cui hanno trascinato Gaby.

Nyet![3]
Non urla Illya, lo fa il resto – il sangue in ebollizione, i muscoli contratti, la mascella serrata. Ogni cellula grida e si scaglia contro quella porta.
I capillari si spaccano, la pelle si lacera, ma l’acciaio si piega sotto i suoi pugni. È una macchina da guerra di carne e ossa che carbura odio e paure. Tante da non aver spazio per altro (paura di fallire, dell’esilio, della Siberia) da non poterne accettare ancora – Gaby ferita, imprigionata, spaventata.
Nyet!

Negl’incubi di Illya, la neve si tinge di rosso.

V.
La neve è schiaffo gelido in cui annaspare dopo la sparatoria.

La manciata schiacciata in faccia fa riaffiorare umiliazioni cucite sotto vecchie cicatrici, ma quando occhi azzurri (mare in tempesta e cielo iracondo) si spalancano, Napoleon non si pente d’averlo colpito.
«Ne va del tuo prezioso orgoglio, caro Peril. Resisti o non potrai restituirmi il colpo.»
Illya ringhia. L’orgoglio, sì, brucia, ma lui trema intorno a dita che scavano nell’addome. Dentro. A fondo.
Una frustata di dolore, una pallottola estratta e la voce di Napoleon morbida come neve – resta con me.

Nelle missioni di Illya, la neve lo tiene vigile.

+
La neve è un tappeto duro in cui atterrare malamente.

Illya cade – un abete reciso, dritto, pesante. La sorpresa (per la spinta di Napoleon) ha rimosso ogni lezione di judo.
«Fermo così, Peril!» Napoleon lo schiaccia a terra, lo tiene per i polsi e fa cenno a Gaby che ride – ci sono campanelle argentate in quella risata, c’è una dolce malignità nel farsi attendere.
«Solo perché questo voglio vederlo anch’io» chioccia lei e raggiunge le caviglie del russo.
Illya potrebbe (facilmente) liberarsi – un pugno alla mascella dell’americano, una calciata alle mani della tedesca, sarebbe sopra di loro, feroce. In cima, lontano dal fondo in cui galleggia la merda.
Le dita di Napoleon, però, cercano l’intimità dell’intreccio e, nel trovarla, giocano con lui. Le braccia vanno su, giù, su...
Le mani di Gaby s’infilano moleste sotto i pantaloni, raggelando la pelle. Le gambe s’allargano, si chiudono, larghe, chiuse…
La neve diviene tela e lui pennello.
Sbuffa quando l’aiutano ad alzarsi; forza la presa, Gaby urla, Napoleon protegge (stupido) la cravatta.
Atterrano al sicuro, sul petto d’Illya. Contro le loro bocche, affonda il sorriso.
Sotto di loro un disegno deforme, tempestato d’impronte.

Durante gl’inverni con Gaby e Napoleon, nella neve camminano gl’angeli.
 
 
Current Mood: bitchybitchy