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05 March 2015 @ 05:09 pm
[Agent Carter] Uomini nati in un tempo sbagliato  
Characters: Edwin Jarvis; Anna; Robert Frobisher; Howard Stark;
Pairing: EdwinxAnnaRobert;
Rating: PG;
Genre: Fluff: badilate di fluff; Slice of Life;
Words: 2.584
Prompt: Krista Siegfrids - Marry Me;
Warning: slash; crossover;
Note: Collegata alla fic "Amore di Ebrei e Soldati Inglesi", perché ormai per me l'anna di Agent Carter è il Robert di Cloud Atlas, punto e basta.
Disclaimers: I personaggi di Agent Carter (e Robert Frobisher da Cloud Atlas) sono dei rispettivi autori.
Scritta per la 6° Settimana del Cow-t5 @maridichallenge

Seconda fanfic della serie Melody of War dedicate alla coppia JarvisxAnna!Robert

I.
Edwin ha attraversato il marciapiedi avanti e indietro tante di quelle volte che ormai ha imparato a memoria il numero di passi che lo compongono tutto e quelli che, invece, servono per coprire l'elegante entrata del Gellért, sulla Szent Gellért Tér. Qualche passante lo ha notato e ride della smorfia impettita in cui le labbra sono stirate, ma la gente preferisce ammirare i riflessi dorati che si stagliano sulla riva del Danubio o farsi attirare dai profumi speziati dei ristoranti che le vicinanze dell'hotel offrono.
Ci passa il pomeriggio intero dell'unico giorno libero che gli è stato concesso in due mesi, tre settimane e quattro giorni, che poi è lo stesso tempo trascorso da quando il suo reggimento è stato mandato d'istanza a Budapest. Lo ricorda perchè il primo giorno il plotone è passato per quella stessa la strada - su cui lui, ora, sta cercando di scavare un lungo fossato - ed è stato subito attirato dalle luci scintillanti dell'hotel, spiando oltre le porte di vetro, verso i negozi che riempiono la hall. Lo ricorda perchè è stato anche il giorno in cui ha incontrato Anna. E poi Robert. Ed è impossibile che si dimentichi qualcosa che riguarda Robert. Ricorda tutto di lui, dal suo colore preferito, al suo piatto preferito, alla scuola che ha frequentato nella Circoscrizione di Újpest, al nome degli amori che ha avuto - sono stati due soltanto ma, quando se li ripete a mente, il passo di Edwin si fa più pesante.
Si ferma a pochi passi prima della fine del marciapiedi, un ragazzino solleva lo sguardo su di lui intimorito dalla divisa militare, anche se perfino con quella addosso riesce a mantenere un'impeccabile eleganza britannica. Si affretta a tornare indietro, verso le porte dell'hotel che, però, non supera.
Robert è fuori, lo aspetta con una sigaretta già in bocca e il sorriso negli occhi, con onde castane che sfidano l'ordine e si lasciano sedurre da ogni soffio di vento.
«Mister Jarvis.» lo saluta, l'accento ungherese che cola dagli spigoli delle consonanti e dalle curve delle vocali ed Edwin perde ogni capacità di pensare, dimentica il colore preferito di Robert, il suo piatto preferito, la scuola che ha frequentato e il nome dei due unici uomini che abbia mai amato. Non dimentica, però, di essere su una strada principale - e non da solo con Robert, nel piccolo magazzino del negozio di stoffa di sua sorella, dove l'odore di cotone e nafta è frastornante e la bocca del più giovane lo è ancora di più - e i baci con cui vorrebbe riempirlo e l'abbraccio in cui vorrebbe stringerlo trovano spazio solo nel suo sguardo e nel suo saluto: «Buon giorno, Robert.»
«Ormai è sera, Edwin.» lo avverte Robert in una risata che non c'è, ma che Edwin riesce quasi a sentire.
«Davvero? Oh, devo aver perso la cognizione del tempo.»
«Capita quando si passa il tempo a camminare avanti e indietro per un marciapiedi.» L'inglese non ha il tempo per sentirsi imbarazzato, Robert ha preso solo una boccata d'aria soffiando via il fumo della sigaretta e subito ricomincia a parlare «Si tratta di una notizia buona o una cattiva?»
«Non ti seguo.»
«Ti ho visto tanto nervoso soltanto in due occasioni. Una quando mi hai raccontato di aver scoperto che uno dei soldati rubava le provviste e una quando mi hai detto di voler fare l'amore con me.» anche se la voce si abbassa in un sussurro quasi inudibile, nelle ultime parole, Edwin non può fare a meno di sentire il panico farsi strada dallo stomaco, ma Robert ride e la sua risata non è solo nell'immaginazione dell'uomo è reale ed è tanto beffarda quanto dolce, perché lui per primo è entrambe le cose.
Non ha il cuore per rimproverarlo - non ce l'ha mai, nemmeno quando Robert osa troppo, sfida i tempi, il buon costume, sfida il mondo e non accetta che un amore così puro, come quello che prova per Edwin, sia sbagliato - e allora non lo fa.
«A mio discapito: il soldato era un amico e, per quanto riguarda... il resto, ammetterai, però, che non me la sono cavata così male.»
«No, se non contiamo la crisi di panico dopo averti informato che l'avremmo fatto quella stessa sera.»
Edwin abbassa il capo, con l'orgoglio un po' ammaccato. Deve rimediare, decide, deve mostrare il proprio coraggio, adesso e ora. Ma le campane della Chiesa nella Roccia battono le sette e il momento passa, insieme all'occasione.
«E' ora di tornare alla base, katona.» lo avvisa Robert, anche la sua sigaretta è finita.
«Hai ragione. Buona serata, Robert.»
«Szép estét, mister Jarvis.»

II.
Anna ha scelto il ristorante. Come al solito.
Anna ha informato i genitori della cena di famiglia e sempre Anna ha messo in chiaro che Edwin sarebbe stato presente, perché, molto presto, sarebbe stato di famiglia anche lui.
Ma sono a tavola da un pezzo, ormai, ed Edwin è così rigido che sembra un animale di paglia, non che questo impedisca a suo fratello di stuzzicarlo o di far rotolare su quella sua perfida lingua frecciatine sussurrate che alimentano l'aria di Edwin. Sta sudando e la mano che Robert gli cerca da sotto il tavolo è umida e tremante, ma quando la trova le sue dita si stringono con forza intorno alle proprie e per un attimo ha la sensazione che non la lascerà mai andare. Ovviamente, non appena il cameriere si avvicina per chiedere le ordinazioni, le loro mani si staccano e nelle orecchie di Robert riprende a ronzare la voce di sua madre che chiede all'uomo se abbia intenzioni serie con la loro adorata Anna.
«Non potrebbero essere più serie, Signora Frobisher.» annuncia, con tutta la forza di volontà che possiede. Alla sua sinistra - dal lato opposto di Robert - Anna lo guarda stupita; Edwin non si è toccato l'orecchio(*), non ha tentennato e con la testa alta e quell'aria dignitosa che lo rende affascinante, le sorride. La sua mano destra, però, ha ritrovato quella di Robert, mentre la sinistra stritola il proprio ginocchio, aprendo pieghe sui pantaloni dell'elegante completo che indossa. Il fatto che sia nervoso, non significa che stia mentendo.
«E' quello che volevo sentire, kedvesem.» la Signora Frobisher unisce le mani al petto e sta già immaginando il matrimonio, i figli e i nopiti «Non sei felice Anna?» le domanda, con un tocco alla spalla.
Anna sorride. Sì, è felice, non per se stessa, quanto invece per Robert, che ama Edwin ed a sua volta è amato e per Edwin che è l'uomo più buono che abbia mai conosciuto, l'uomo che ama e non sa di essere amato.

III.
L'appartamento è vuoto, eccezion fatta per loro due, ma stretti l'uno accanto all'altro sulla panchetta del pianoforte, occupano così poco spazio che è come non ci fossero. E' Robert, soprattutto, che gli sta addosso. Si spinge contro di lui e si spinge e si spinge e si spinge, finché Edwin non si convince che voglia in realtà accomodarglisi in braccio e un attimo dopo è esattamente ciò che il più giovane sta facendo.
Se lo ritrova seduto a cavalcioni su di lui, con le mani che gli circondano il volto, lo intrappolano e lo baciano con la naturalezza che è propria di Robert. Lui ha fatto il primo passo tra loro; il giorno in cui Edwin ha comprato una cravatta - la più bella del negozio di sua sorella - e gliel'ha personalmente allacciata al collo, ne ha baciato le dita intorno al nodo e poi ha avvicinato la bocca alla sua e gli ha chiesto di baciarlo.
Non è stato appassionante il loro primo bacio e nemmeno il secondo o il terzo, ma non significa che non gli siano piaciuti. La passione è arrivata dopo, prima, invece, c'è stato tutto l'impaccio e tutta l'inesperienza di Edwin, tutta la timidezza e il contegno di quell'uomo più vecchio di sette anni, che Robert ha guidato per mano nel segreto che condividono.
Quello in cui entrambi stanno indugiando in questo momento è un bacio lento in cui la lingua di Robert si prende il tempo di affondare in piccole stoccate tra le labbra di Edwin, lo assaggia e vi si abbandona. L'inglese gli afferra i fianchi, il tocco premuroso, attento a non fargli male e non stringerlo mai troppo. Quando il bacio si scioglie, lo culla tra le proprie braccia, gli accarezza i capelli, lo vezzeggia e tutto è come ha sempre voluto fosse, sebbene ci sia un'ombra spaventosa che si sta affacciando sulle loro vite e su quelle di molti altri.
All'ingresso la porta si apre con violenza, Anna entra in casa e il suo volto è pallido come la carta del quotidiano che regge tra le mani.
«I tedeschi si stanno muovendo verso Budapest...» il suo sussurro arriva con la stessa potenza di una bomba esplosa.

IV.
Howard Stark non capisce niente d'amore - di quello vero, impegnato, fedele - ma lo legge negli occhi di Jarvis quando gli parla della donna che ama e gli dice che è ebrea. In realtà non è nemmeno sicuro che sia una donna, lo ha dato per scontato, ma, ora che ci pensa, Jarvis l'ha sempre appellata come "persona" o come "my beloved" ed è sempre stato restio a fargliela conoscere - checché la reputazione di Stark sia un ottimo deterrente.
Howard agita la mano per tagliare corto con le chiacchiere.
«Pal, se ti piace tanto, sposatela.» afferma, battendo una pacca alla spalla dell'inglese. Ovviamente sta scherzando, non si sognerebbe mai di parlare seriamente di matrimoni, ma Jarvis ancora non lo conosce bene per poterlo sapere: «E' esattamente quello di cui sto parlando, Signor Stark.»
«Ah. E, ripetimi, perché ne stai parlando con me?»
«Mi ha chiesto se guardo altre donne e le ho detto di essere un uomo fedele e-»
«No, no, non ci siamo. Le mie parole esatte sono state: Hai visto quella bionda, scommetto che ha il fuoco dentro?»
«So che mi pentirò della domanda: ma quale dovrebbe essere la differenza?»
«La differenza, vecchio mio, è che in questo caso il tuo parere è assolutamente irrilevante, perchè sono io che la sto puntando e ho intenzione di farlo in ogni caso.»
«...suppongo di capire.»
Howard ride e deve ammettere che, accento britannico a parte, quel tipo gli è simpatico.
«Non credo, pal, ma capirai. Capirai.»

V.
Edwin ha un unico rimpianto: quello di non essere riuscito a proteggere Robert.
Continua a non capacitarsi di come un uomo retto possa non voler salvare la vita di qualcuno, ma a poche ore dall'impiccagione, il suo pensiero e le sue preghiere sono solo per Robert e la paura di quello che potrebbe accadere al più giovane una volta deportato nei lager, supera quella della morte.
Nella piccola cella ungherese, chiude gli occhi, cercando di immaginare il volto del più giovane, il suo sorriso che, invece di incurvare le labbra, le stortava appena nell'accenno di una linea obliqua, e il modo in cui si sporgeva verso di lui con gli occhi chiusi, quando voleva che gli togliesse gli occhiali per baciarlo. Nella propria fantasia Edwin è in ginocchio ai suoi piedi, tra le mani ha un anello - è modesto, tutto quello che si può permettere - e, nel cuore, il coraggio di chiedergli di sposarlo.
Nella propria fantasia, amare Robert non è un crimine. Saprebbe renderlo felice in eterno, cosa c'è di sbagliato in questo?
Ma quando la guardia batte le chiavi contro il metallo delle sbarre per richiamarlo, Edwin è costretto a riaprire gli occhi alla realtà.
«Hai visite, Jarvis.»
Si volta. Non aspetta nessuno.
Oltre le sbarre Stark scuote il capo sospirando in un modo così finto, che perfino l'inglese si accorge del fatto che in realtà sia felice di vederlo - di vederlo ancora vivo.
«Non ti si può lasciare solo, pal, che finisci per farti impiccare.» doveva essere una battuta - non tra le migliori di Howard -, ma Edwin è troppo impegnato a capire perché l'altro sia lì, per fingere di trovarlo divertente «Vedrai, tra qualche anno, rideremo insieme di questa storia. Ora, però, andiamo dalla tua girlfriend, è proprio ora che me la presenti.»
«Io... io non so che cosa dire, Signor Stark... io...» balbetta, incredulo, quando la porta della cella viene aperta e Howard gli agita sotto al naso un paio di lettere di transito, firmate dal Generale.
«Prova con "grazie".»
«Sì, naturalmente, ha la mia più profonda gratitudine.»
«E' tutto ciò che chiedo. E, magari, anche una mano nel lucidare l'argenteria, occuparti della casa– delle case...»
«Mi perdoni?»
«Nuova città, nuova vita, nuovo impiego. Pensaci, pal
«E dove staremmo andando di preciso?»
«New York.»

+
New York è diversa, per molti aspetti è più che altro belle promesse e tanto fumo negli occhi, per le strade e nelle zaffate dei tombini.
Robert si è abituato subito a quella città, anche se la sera Edwin lo trova sempre a sfogliare l'album di fotografie che hanno portato via da Budapest e in cui la sua famiglia non gli è stata strappata dalla guerra.
Per fortuna Anna è ancora con loro, debole e con gli occhi stanchi di chi vorrebbe abbandonarsi alla malattia, ma pur sempre viva. Si è sposata, è diventata la Signora Jarvis, ma è Robert quello che, la notte, dorme nel letto di Edwin.
Il matrimonio, ormai, è stato tanto tempo fa, al dito ha l'anello di sua madre, ma ha sempre detto di starlo solo custodendo per suo fratello. E, quando un giorno lo consegna tra le sue mani, gli fa promettere che cercherà di essere felice anche per lei, anche quando lei non ci sarà più. Robert non promette, non sopporta l'idea che Anna non ci sia più, che non possa più ascoltarlo mentre le racconta di come Edwin arrossisca ancora per gesti innocui come incrociare le dita alle sue o per un bacio alla guancia, che non rida con lui degli stupidi che lo additano a malato o perverso, che non gli ricordi più l'importanza di mantenere il segreto, non per se stesso, ma per amore di Edwin. Alla Morte, però, non importa delle promesse mancate e Anna lo lascia, con un anello in mano e un vuoto addosso che non sa come riempire.
Quella sera, quando Edwin torna a casa, dopo aver svolto ogni genere di lavoro per l'americano che li ha salvati entrambi, non c'è più la musica del pianoforte ad accoglierlo. Robert ha smesso di suonarlo. Lo aspetta con la cena pronta, un sorriso triste e si rigira tra le dita l'anello di sua madre. Non dice mai niente ed Edwin non lo forza, lo abbraccia soltanto e gli promette che andrà tutto bene.

Accade una sera, un martedì - anche quando è stato arrestato era un martedì, per questo Jarvis teme che siano cattive notizie.
«Edwin.»
Robert lo accoglie come tutte le altre volte con la cena già in tavola, ma questa volta l'anello è fermo, stretto tra l'indice e il pollice.
All'uomo basta uno sguardo soltanto per capire.
Il cuore palpita dal momento in cui sfila l'anello dalla sua mano, per inginocchiarsi ai suoi piedi, fino a quello in cui il sorriso di Robert si fa un po' meno triste quando guarda l'anello al proprio dito «Sapevo che non avevi mentito quando hai detto che le tue intenzioni erano serie.» Ricorda di una sera di tanti anni prima, trascorsa in un ristorante di Budapest.
«Lo sono state fin dall'inizio, Robert.» gli sussurra Edwin.
Nel bacio che sigilla le sue parole non c'è più alcun impaccio.


[legenda]
katona = soldato
Szép estét = buona serata
kedvesem = mio caro

* nell'episodio 04 - The Blitzkrieg Button si scopre che il tic nervoso di Jarvis di toccarsi l'orecchio salta fuori quando sta mentendo
 
 
Current Mood: awakeawake