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03 March 2015 @ 01:10 am
[Original] Tell me a story, where the gods are still alive ~ #01  
Character: Levon the Lion; Ludwig the Wolf; Cyril the Hare; Zviad the Rune Knight; Yeva the Last King;
Pairing: all the combination;
Rating: Nc-17;
Genre: Fantasy;
Warning: slash;
Prompt: tema libero, 5 personaggi principali
Word: 5.451
Note: Il titolo non è farina del mio sacco (ammettiamolo, è troppo bello per essere stato inventato da me); l'ho rubato da un post su tumblah [questo].
Disclaimers: I personaggi appartengono tutti a me.


Era un bozzo di arruffati capelli rossi quando lo trovarono, tutto raccolto su se stesso, con braccia troppo sottili che si stringevano intorno ad un busto piccolo e gambette snelle strette contro il petto. A coprirlo unicamente una coperta di piume nere come la notte e rosse come il fuoco, mentre dal collo si dipanava una catena dorata che correva ad allacciarsi ad un grosso anello di ferro incastonato nella parete di roccia della prigione.
Non c'era luce, né calore, seppellito nella profondità della terra, là dove nessun mortale avrebbe avuto il coraggio di arrivare.
«Fa che non sia troppo tardi...» mormorò Levon, in un basso ringhiare che metteva in mostra la dentatura bianca dai tozzi canini, troppo grossi per essere normali.
Cyril arricciò il naso e due lunghe orecchie di morbido pelo bianco si agitarono, tra capelli del medesimo colore. Batté più volte il piede a terra, in un tic nervoso che mostrava tutta la sua impazienza.
«Credevo fossi tu quello tanto sicuro da trascinarmi qui sotto, con il rischio di farmi morire seppellito vivo.» sbuffò, avvicinandosi con cautela a quella palletta rossa che tutti, bene o male, avevano immaginato diversa. Più grossa, più imponente. Più spaventosa. Invece, se la vista non l'ingannava, quel cosettino stava addirittura tremando sotto la luce incerta delle torce. «E' così piccolo da essere quasi ridicolo.»
Levon scoccò la mascella, in un suono minaccioso. Gli afferrò le orecchie, strattonandolo verso di sé e lasciandogli appena il tempo di gemere per il dolore, prima di sibilargli direttamente in faccia: «Non dimenticare che stai parlando del tuo Re, coniglio
«Lepre.» tentò di correggerlo Cyril.
«Avete lo stesso sapore.»
A quella frase, però, tacque, cercando di ignorare i brividi che gli erano scivolati dietro la schiena e il battito del proprio cuore che aveva avuto un'impennata improvvisa, prima di tornare a rallentare, mantenendosi ad una velocità che, nonostante tutto, rimaneva troppo alta per essere normale.
Levon si inginocchiò accanto al bozzolo e gli passò le dita tra i capelli, in una carezza gentile. Per un attimò le dita pizzicarono, come percorse da un'energia elettrica che svanì nell'immediato, lasciandogli addosso soltanto il solievo di sapere che il loro Re fosse ancora vivo.
«Ma guarda, allora anche tu sai essere gentile.» commentò Cyril.
L'altro si limitò ad avvertirlo di star superando il limite con un mezzo ringhio, sbattuto contro i denti serrati, mentre le mani raggiungevano la catena al collo del prigioniero che rumoreggiò in un pesante suono metallico. La strinse con forza, gonfiando i muscoli e strattonò gli anelli in un gesto seccò, che la spezzò in due.
«Andiamocene.» annunciò, prendendo in braccio il corpicino addormentato; quello non si mosse quando se lo strinse al petto, riuscendo a racchiuderlo quasi completamente tra le proprie braccia.
«Come, tutto qui?»
Levon alzò gli occhi al soffitto, o a quel poco che riusciva a scorgere di un soffitto troppo alto di roccia lucida e nera, seccato dal bisogno di Cyril di dover commentare qualsiasi cosa e continuare a parlare, in una parlantina veloce in cui le parole si rincorrevano sempre l'un l'altra con la fretta di raggiungere il punto fermo o qualsiasi punteggiatura ci fosse alla fine della frase. Era svelto in tutto Cyril, nel parlare, nel correre, nell'apprendere, perfino – se ne vergognava a morte – nel venire; e più spesso di quanto potesse sopportare, Levon desiderava staccargli la lingua a morsi – anche quando la sua lingua era impegnata a leccare lui.
«Preferisci avvertire il Cacciatore che abbiamo trovato l'Ultima Fiamma
«Ah-ah-ah, no grazie, l'ultima volta che ci siamo incontrati ha promesso di farmi allo spiedo. Tanto vale consegnarmi alle fauci di Ludwig e chiedere a lui di mangiarmi.»
Lo sguardo ambrato di Levon rimase fisso sul volto di Cyril, con una durezza che lo obbligò ad abbassare il capo.
Nel silenzio di quelle profondità, abbandonarono la prigione, portando via con loro l'Ultima Fiamma.

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Esisteva un tempo, ormai dimenticato, in cui gli unici esseri in grado di usare la magia, erano coloro il cui potere scorreva direttamente nelle vene e pompava insieme al cuore: i Beastskin, gli dèi che governavano sul mondo animale, il cui aspetto era in parte uomo e in parte bestia e racchiudevano in loro la forza di ogni elemento presente in natura. Alla loro testa si trovavano i Sette Re, a cui più usualmente veniva dato il nome di Sette Fiamme Divine: gli unici tra i Beastskin in grado di comandare il potere del fuoco.
La convivenza con la razza umana ebbe termine con la nascita dell'Ordine delle Rune i cui membri, benedetti da Naveen, Sommo Sacerdote di Màkartha, ricevettero il compito di piegare gli dèi agli uomini. I Cavalieri dell'ordine iniziarono a catturare i Beastkskin al solo scopo di trovare il modo per ottenere i loro poteri; e vennero quindi create le gemme runiche che racchiudevano la loro linfa vitale e la incanalavano in armi comuni, trasformandole così in armi magiche.
I Beastskin iniziarono a morire uno dopo l'altro, catturati e torturati dai Cavalieri dell'Ordine, conosciuti anche col nome dispregiativo di Cacciatori. Davanti al genocidio della propria razza, le Sette Fiamme Divine entrarono in guerra contro gli esseri umani.
Entrambe le fazioni ebbero le loro vittime, ma l'Ordine delle Rune, aveva ormai scoperto come imbrigliare la magia dei Beastskin e, grazie a quelli caduti sotto al loro giogo, poco alla volta, ebbe la meglio sugli déi. Dei sette Re Beastskin, ne morirono sei e, quando l'ultimo fu catturata da Naveen, la vittoria degli umani fu definitiva. Gli dèi divennero schiavi degli uomini o fuggitivi, esiliati dalle loro stesse terre e obbligati a nascondersi nella paura di venir catturati e prosciugati della loro stessa vita.
Eppure, quando Naveen cercò di incatenare anche il potere dell'Ultima Fiamma nelle gemme runiche, ogni tentativo fallì: un potere così devastante era impossibile potesse essere contenuto in semplici invenzioni umane. In attesa di trovare la reliquia adatta, l'Ultima Fiamma venne allora intrappolata nelle profondità del mondo, in una caverna nera, lontano dalla luce e dal calore da cui traeva la sua forza, così che non potesse fuggire mai.


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Il concetto di starsene buono era qualcosa di inconcepibile per Ludwig, un concetto che cozzava palesemente con la sua natura. Buono era qualcosa di morbido come le orecchie candide di Cyril o delizioso come il sapore della sua paura quando lo afferrava per i polsi, inchiodandoglieli sopra la testa e masticava l'aria a pochi millimetri dal suo naso, per poi mordere lui – ovunque, e sentirlo gemere e agitarsi tra le proprie mani, muovendo quell'adorabile coda a batuffolo contro cui amava strofinare il proprio volto. Buono era l'indole di Levon, quello che faceva sempre la cosa giusta, che scavava con i denti e con gli artigli nel terreno pur di trovare l'apertura alla tomba dell'Ultima Fiamma (e che gli ricordava essere una prigione, perchè il loro Re non era morto, era vivo e dovevano solo trovarlo, riportarlo in superficie). Buono era tutto ciò che gli metteva appetito, e quel corpicino minuscolo raggomitolato sul letto della stanza degli ospiti – un normalissimo letto a due piazze che, sotto di lui, sembrava immenso – aveva l'aria di essere molto appetitoso.
All'inizio aveva cercato di rimanere in disparte, aveva giocato a mordere la coda di Cyril (e qualche volta anche le sue natiche, strappandogli mugolii di dolore e di piacere) per poi guardarlo crollare per la stanchezza, sul divano del salotto. Allora era passato a ripetersi mentalmente le minacce di Levon se l'avesse scoperto avvicinarsi alla Fiamma; ma finiva sempre sulla soglia della camera illuminata dalla luce fioca di due lanterne, ad osservare la sagoma sotto le lenzuola, con un'attenzione sempre più morbosa.
La coda di un nero fumé sferzò l'aria, battendo tra le gambe in un rumore ovattato dalla stoffa scura dei pantaloni.
Avanzò di qualche passo oltre la porta, assicurandosi di non produrre alcun rumore per non svegliare Levon, accasciato malamente sull'unica poltrona della stanza. Non era stato granché come guardiano, certo, aveva speso ogni stilla d'energia per raggiungere l'Ultima Fiamma e tirarla fuori dalla sua prigione, ma certe cose non rientravano nell'indole dei felini, nemmeno di un grosso gattone troppo cresciuto come lui.
Ludwig trattenne il fiato quando il letto cigolò sotto il peso del proprio ginocchio. Nessuno degli altri due si mosse. Sorrise e, indisturbato, si sdraiò accando al corpo del più piccolo, sfiorandogli la guancia con la punta delle dita. Aveva la pelle di un rosa scuro, come all'inizio di una pallida abbronzatura, sporca di cenere e fuliggine. Poco sotto gli angoli di entrambi gli occhi, c'erano rivoli tatuati di neri che seguivano gli zigomi e si facevano più ampi lungo il mento, aprendosi nel disegno di piccole scaglie che scendevano in verticale fino al collo e si riunivano in una forma a V lungo le clavicole.
Ludwig aveva abbassato le coperte per scorgerli, li aveva tracciati con le dita e si era stupito di come il corpo del ragazzo fosse rimasto immobile, senza dare alcun segno di vita. Levon era convinto fosse vivo, aveva rassicurato lui e Cryril dicendo che stesse solo dormendo, un sonno profondo da cui loro avrebbero trovato il modo di svegliarlo; eppure la mano di Ludwig si era aperta sul suo petto nudo e piccolo, aveva conquistato ogni centimetro di carne e sotto di esso non sentiva nulla che somigliasse al battito di un cuore o alla presenza di una vita.
Lo tirò a sè, sollevando il capo nel guardargli il profilo: era nulla più che un ragazzino e se non lo avesse visto completamente nudo tra le braccia di Levon, avrebbe pensato anche che si fosse trattato di una femmina, con lunghissimi capelli di un rosso così intenso che sembravano filati nel sangue e ricoperti di fiamme. Non c'erano dubbi sul perché lo chiamassero tutti Ultima Fiamma.
«Lo sai, cucciolo, non è divertente, se non ti sento gemere.» gli soffiò contro l'orecchio, mordendolo tanto forte da bucarne il lobo sotto uno dei canini. Sentì il sapore del suo sangue sulla punta della lingua: era denso e bollente ed era stato come assaggiare gocce di lava che lo costrinsero ad allontanare la bocca. Scattò indietro e solo in quel momento si accorse delle lame ambrate a cui si erano ridotti gli occhi di Levon.
Rabbioso, lo stava fissando.
«Ludwig.» gorgogliò.
«Fanculo...» Ludwig si alzò alla svelta dal letto, con una smorfia seccata per essersi dovuto interrompere, ben lungi dal pentirsi di essersi avvicinato tanto al ragazzo «Se continui a fare così, Levi, inizierò a pensare che voglia tenerti l'Ultima Fiamma tutta per te.» lo canzonò, scrollò le spalle e uscì dalla stanza, senza dar bado a quanto l'altro avesse da dire.

«Ma porca puttana, Ludwig, perché te la prendi sempre con me?! Cattivo lupo, cattivo!»
L'urlo frustrato di Cyril proveniva dal salotto.
Levon non si era scomposto nel sentirlo, aveva solo reclinato il capo contro la spalla e coperto l'altro orecchio con una mano, ma intimamente aveva gioito all'idea che i timpani sensibili di Ludwig, più vicino alla voce troppo alta della lepre, ne avrebbero risentito di più. Quello che non si aspettava, era di vedere lo stesso Cyril correre da lui, a chiedere protezione dal lupo cattivo.
«Levi, Ludwig mi ha morso. Di nuovo! E questa volta mi ha fatto male davvero! Guarda, guarda!» si lagnò il più giovane, fermandosi ai piedi del letto a cui l'altro si era seduto e si sollevò la maglia a mostrare il fianco destro, dove l'impronta dei denti di Ludwig aveva arrossato la pelle in un marchio profondo. Nulla di nuovo, in realtà, lo faceva sempre quando era arrabbiato, specie se il motivo della sua rabbia era Levon.
«Visto che sei sveglio–»
«Non ero sveglio. Ludwig mi ha svegliato!»
«–perchè non vai a prendere qualcosa da mangiare prima che ci venga voglia di stufato di coniglio?»
Le orecchie di Cyril fremettero «Lepre.» borbottò tra sé, pur riabbassando la maglia e facendo dietro front, per uscire.
«Cyril?» lo richiamò Levon.
Veloce come il soffiare del vento, l'altro si riaffacciò alla porta, nella speranza che avesse cambiato idea.
«Niente carote, questa volta.»
«...che diavolo ci sto a fare con due divoralepri come voi.»
Levon sorrise.
Poco dopo, Cyril si stava avvolgendo in una cappa dal cappuccio abbastanza largo da nasconderne le orecchie e, infilata in una fondina alla vita, sistemò Mistral Burst, una pepperbox a tre canne che, nelle sue mani, non aveva bisogno di essere dotata di alcuna gemma runica di Maestrale, per poter utilizzare la magia del vento. Lui era il vento.
Si concesse di rispuntare sulla porta della stanza solo per tirare un'occhiata al ragazzino dai capelli rossi che ancora continuava nel suo sonno immobile. Era difficile credere che fosse stato uno dei loro Sette Re.
Scosse il capo, tacendo i propri dubbi e uscì.


Il rumore di ferro delle catene che penzolavano dai polsi e dal collo accompagnava i passi di Zviad; il metallo aveva scavato nella carne fino a diventare tutt'uno con la pelle e, ormai, il dolore faceva così parte di sé che aveva smesso di opporvisi.
Intorno alle spalle, la cappa con lo stemma dell'Ordine delle Rune si agitava al vento della notte. Al suo fianco, Caleb, un altro Cavaliere come lui, stringeva le dita al guinzaglio stretto al collo di un uomo dagli occhi folli, con la schiena sgraziatamente incurvata in avanti, mentre si agitava come un predatore impaziente di braccare la propria preda. Anche lui aveva lo stemma dell'Ordine, tatuato sulla mano sinistra dove, nella carne viva, erano impiantati frammenti di gemma runica. Era stato uno dei primi Cavalieri a utilizzare le gemme, quando ancora non erano abbastanza stabili per contenere il potere dei Beastskin, e, come tutti coloro che lo avevano preceduto, aveva perso la ragione, trasformandosi in una bestia fatta di solo istinto e sete di sangue. Era diventato un Segugio: utilizzato al solo scopo di stanare i Beastskin.
Il Segugiò tirò il guinzaglio, dimenandosi, eccitato dalla vicinanza con la preda – sentiva l'odore del potere arcano che gli scorreva nelle vene, lo stesso che brillava attraverso i frammenti di gemma runica incastrati nella sua mano.
Caleb riuscì a stento a mantenere la presa al collare.
«Finalmente ne abbiamo trovato uno.» commentò.
Zviad taque. Guardava in avanti sulla viuzza solitaria che attraversava la piccola cittadina in cui erano arrivati, dove la vita, a quell'ora della sera, si concentrava soprattutto nella locanda piena di stranieri, nell'unico pub presente o attorno ai chioschi che vendevano cibo d'asporto.
Aveva sentito qualcosa, in fondo alla via, un rumore di passi e il Segugio aveva ringhiato in quella stessa direzione.
Caleb se ne era accorto «Così è perfino troppo facile.» imponente, con un corpo enorme fatto di muscoli e forza bruta, si abbassò a raggiungere l'orecchio del Segugio «Vai e prendilo.»
Quando lo lasciò libero, l'altro si gettò in una corsa impazzata, tra ringhi e l'espressione deformata dalla fame, e i due Cavalieri sguanarono le spade, seguendolo.

«Bah, dammi qualsiasi cosa che non sia coniglio, ok?»
Cyril stringeva una mano al cappuccio, calandolo sempre un po' di più sulla testa a lasciare in ombra anche gli occhi rossi, mentre l'altra puntava a casaccio il cibo esposto sul banchetto del chiosco. C'era una smorfia disgustata stampata sulla faccia alla vista di tutta quella carne – per lui, che era vegetariano più per natura che per scelta, era quasi una sofferenza rimanere in piedi a guardare come l'uomo al banchetto confezionava il tutto. Con un principio di nausea si affrettò a pagare, scosse il capo e borbottò qualcosa contro i carnivori, per poi incamminarsi verso il piccolo appartamento in cui, con gli altri, si erano stabiliti da qualche settimana.
Si era allontanato dal chiosco di qualche metro soltanto, quando un odore particolare stuzzicò il suo olfatto e le orecchie si drizzarono alla conquista di spazio, al di sotto del cappuccio. C'era odore di guai.
Posò una mano al calcio della Mistral Burst, ma non appena fece per voltarsi, qualcosa si avventò su di lui, sbattendolo a terra con violenza. In un gemito di dolore riaprì gli occhi; sopra di sé, il volto di un uomo gli ringhiava addosso come un cane rabbioso e il suo corpo massiccio gli pesava addosso, schiacciandolo con le mani alle spalle. Riconobbe subito il marchio dell'Ordine alla sua mano e, dietro di lui, riconobbe uno dei due Cavalieri che avanzavano a passo deciso e le spade già in mano.
«Sono fottuto...»


Con l'uscita di Cyril, aveva perso il suo passatempo preferito e la noia iniziava a trasformarsi in irritazione.
Poggiato con la schiena contro la parete, accanto alla porta della stanza degli ospiti, Ludwig si lanciava da una mano all'altra, l'elsa vuota di una shamshir senza lama; non che gli fosse mai servito averne una, quando lui per primo era in grado di crearle intagliandole direttamente dal ghiaccio.
«Hai intenzione di stare lì per tutta la sera?» anche senza vederlo, Levon ne aveva sentito l'odore selvaggio e freddo che l'altro si portava dietro, identico e allo stesso tempo opposto al proprio: altrettanto selvaggio, ma più esotico.
«Mi vuoi fuori dai piedi per poterti coccolare il pulcino?» lo schernì l'altro.
«...perché sono l'unico che ricorda che questo "pulcino" è l'ultima Fiamma Divina a capo della nostra razza?»
Seppure non potesse essere visto, Ludwig scrollò le spalle.
«Perché sei l'unico a cui, ormai, freghi qualcosa.»
Levon ruggì e per un attimo il pavimento sotto ai loro piedi tremò «Se vuoi crepare ammazzato da uno dei Cacciatori, fa pure. Non ti ho obbligato io a seguirmi.»
«No, per quello ci ha pensato il tuo stupido coniglio.»
«Cyril non mi appartiene.» L'aveva colta benissimo la frecciatina nella sua frase, che non era gelosia, quanto più invidia; entrambi sapevano chi tra loro fosse il più forte, si erano già scontrati in passato, più volte e per le ragioni più disparate ed ogni volta Ludwig era svenuto per il dolore e le ferite, pur di non dichiararsi vinto.
Nel mezzo passo che lo distanziava, il lupo si mostrò sulla soglia, con occhi diventati di un azzurro chiaro quanto il ghiaccio di cui padroneggiava il potere, schiarendosi in un'aureola bianca a circondare la pupilla.
«Mi prendi per il culo? Da quando le Fiamme sono morte non fai altro che spadroneggiare e spassartela a fare il Re degli animali.»
«Quello è sempre stato un tuo desiderio.»
Ludwig strinse i pugni, sentendo il sangue agitarsi più veloce nelle vene. Il corpo, che invece di diventare più caldo si faceva più freddo e l'aria intorno a lui si condensava in scie biancastre che andavano pian piano allungandosi sull'elsa di Antartide, la shamshir il suo possesso.
Levon finse di non preoccuparsene, rimase seduto sul letto, seppure la mano destra avesse affondato le unghie nelle lenzuola, aprendovi uno squarcio fino a graffiare il materasso.
«Dammi un buon motivo per cui non dovrei ficcarti una lama ghiacciata nel petto e una su per il culo.»
Se la minaccia fosse stata dedicata ad altri, forse avrebbe riso – o sorriso solamente, ridere non era qualcosa che gli riusciva tanto facilmente –, invece prese un profondo respiro, si alzò in piedi con tutta calma e si avvicinò all'altro, abbassando lo sguardo di quel paio di centimetri di differenza che c'erano tra loro.
Aveva pesato le parole in bocca, una alla volta, e quando le pronunciò, gli sembrarono leggere, così ovvie dopotutto: «Perché ti amo.»
«...»
Che fosse dannato.
Ludwig chinò il capo innanzi a quell'ammissione. Così ovvia, dopotutto. Levon amava ogni Beastskin, di un amore intenso che era fraterno e carnale e romantico e completo; e, fin dalla prima volta che aveva incrociato la sua strada con loro, aveva amato lui e Cyril più di chiunque altro.
Per l'ennesima volta, si sentì sconfitto.
Levon gli baciò la fronte, limitando il contatto fisico soltanto alle labbra, per poi posare un bacio tra i capelli, nel punto da cui si innalzavano le grosse orecchie lupine dal pelo grigio scuro, donando un bacio ad ognuna. Quando le leccò con la punta della lingua, le sentì fremere in uno scatto involontario, e Ludwig lo spintonò con forza, obbligandolo ad indietreggiare.
«Fottiti.» ringhiò il lupo. Ma quando sollevò di nuovo lo sguardo su di lui, pronto a tornare ad insultarlo, qualcosa nella stanza non quadrava più.
«Prima non facevano così.» indicò la fiamma delle due lanterne in ferro battuto che penzolavano ai lati della finestra; nonostante il vetro a ripararle dall'aria, danzavano tremolando.
Ludwig annuì «Stanno reagendo a lui.»
Lui, era il corpo del ragazzo addormentato che aveva avuto uno spasmo.
«Se la colpa è sua, perché sembra che vogliano anche uscire?» difatti la fiamma si era separata in due perfette metà, due lingue di fuoco che si allungavano verso due punti opposti, come risucchiate la prima verso l'interno della stanza e la seconda verso l'esterno.
Confusi, si ritrovarono entrambi a guardare fuori dalla finestra, verso le vie della cittadina illuminate da qualche sparuto lampione a olio, che rendeva le ombre degli edifici ancora più tetre. Tesero le orecchie, ignorarono il rumore del cuore che aveva iniziato a battere con forza nel loro petto e, al primo clangore di metallo, in lontananza, si gettarono in un balzo oltre il davanzale.
«Cyril!»


Le gambe lo reggevano a malapena e il sangue aveva impregnato i suoi abiti, colando dalle ferite aperte dalle spade dei Cavalieri e dallo squarcio al collo in cui i denti del Segugio erano affondati, dimenandosi a strapparne la carne. Gli aveva sparato prima che ci riuscisse, aprendogli un buco al petto grande quanto un pugno nella raffica di proiettili di pura aria condensata schizzati dalle canne dorate della pepperbox. Ma uccidere i due Cavalieri non si era dimostrato altrettanto facile.
Incapace di tenersi dritto, Cyril aveva abbandonato anche le braccia lungo i fianchi e l'indice si uncinava a fatica intorno al grilletto della Mistral Burst, senza la forza di tenerla meglio in mano e sparare ancora. La cappa, ridotta ad uno straccio di stoffa insanguinata, era caduta a terra da tempo e le orecchie penzolavano basse, sfiorandogli il mento, in un'aria di rassegnazione che, negli occhi rossi, si tramutava in paura.
Paura di morire.
O peggio: venir catturato. Di nuovo.
Al suo fianco destro, Caleb mostrava un sorriso incattivito dalle ferite che aveva riportato: un buco nella coscia e uno nel fianco. Di fronte a lui, invece, Zviad aveva mantenuto la sua freddezza inespressiva e per tutto il tempo era sembrato invincibile; la sua unica ferita era stata causata dal semplice colpo di striscio che gli aveva graffiato il volto ed il sangue si era mescolato ai capelli rossi, là dove le punte sfumavano in un colore più aranciato. Perfino le sue due armi gemelle avevano lo stesso colore dei capelli, due hinalung con lame a doppio filo che si allargavano dalla base per terminare in una punta, simili a due lunghe piume infuocate, nonostante mancassero totalmente delle gemme runiche e, quindi, di magia. Le aveva sollevate, incrociandole sopra la testa, pronto per un nuovo attacco, quando Ludwig e Levon erano arrivati.
«FERMI!»
Levon aveva svuotato i polmoni in un ruggito leonino che aveva fatto tremare le pietre del selciato. Dal petto, aveva staccato la lama argentata di Lionheart, la sua alabarda, che utilizzava anche come mezzo pettorale (copriva la parte sinistra del petto, mentre si allungava in una curva appuntita sulla destra) e ricostruì con il proprio potere il bastone che la completava.
«Due Cacciatori contro un coniglio soltanto? Vi piace vincere facile, eh?» li schernì Ludwig, ricreando la lama di ghiaccio della propria Antartide.
«Lepre. Sono una cazzo... di...lepre...» con un ultimo stanco sibilare, Cyril lasciò cadere la pistola a terra e il suo corpo seguì poco dopo, crollando inginocchiato.
Caleb ne approfittò per avvicinarsi un po' di più a lui, con la spada che puntava prima un beastskin e poi l'altro e un sorriso storto che, tuttavia, iniziava ad intaccarsi.
«Vedo che sei riuscito a trovarti due nuovi amichetti. Ma quando ti rigetterò nella gabbia che ti aspetta a Màkartha, ci penserò io a prendermi cura di te; sarà come ai bei vecchi tempi.» commentò sprezzante, colpendolo con un calcio che lo mandò malamente sdraiato tra gemiti di dolore.
«Hei!»
Un gelo assiderale avvolse Ludwig e, in un attimo, fu addosso al Cavaliere in un fendente di Antartide. La lama di ghiaccio si scontrò contro una delle lame di metallo rosso di Zviag: mosso in un battito d'ali, col solo tintinnare delle catene a far da sfondo alla sua velocità, si era piazzato davanti all'altro Cavaliere. Non l'aveva fatto per un sentimento di protezione, quanto invece per imporre la propria presenza sul Beastskin, fissandolo con occhi del colore dell'oro fuso, dividendo la propria attenzione tra lui e Levon.
«Zviag...» mormorò Levon, riconoscendolo.
Ludwig digrignò i denti «Che cazzo, mangiacarote! Possibile che devi incappare sempre in 'sto bastardo senza lingua?»
Cyril non riuscì nemmeno a ribattere, perse conoscenza. Prima che la vista gli si colorasse di nero, però, riuscì a vederli mentre, contemporaneamente, attaccavano Zviag.
Poi, arrivarono le fiamme.
Tante, tante fiamme, in una scia oro e cremisi...

«Zviag? Che diavolo sta succedendo?» Caleb tentennava, nervoso e la lama della sua spada puntò la schiena del Cavaliere.
Zviag non rispose, né si mosse e, se lo sguardo non aveva abbandonato i due Beastskin, nella durezza imperscrutabile del volto si era aperta per la prima volta una crepa a mostrare un'espressione molto simile all'ansia.
Deglutì, stringendo più forte i manici delle sue lame gemelle.
«Che cos'avete fatto?» domandò, stupendo tutti. Era così raro sentirlo parlare, che né Ludwig, né Levon avevano mai conosciuto il suono avesse la sua voce. Si sorpresero nel pensare che fosse piacevole. E avvolgente. Come il calore di una coperta in una notte di tempesta. «Rispondete!»
Ludwig scoccò la mascella.
«E hai anche la faccia tosta di chiederlo a noi? Parlare ti rende deficiente, Cacciatore?» doveva suonare canzonatorio, ma il sarcasmo si era perso davanti a ciò che stava accadendo al Cavaliere: le fiamme dei lampioni si erano unite a formarne una sola che gli serpeggiava intorno in spire infuocate, come dotata di vita propria, crescendo col passare del tempo e sfilacciandosi lungo i bordi esterni verso una direzione ben precisa. Levon aveva cercato di non guardare in quel punto, lo stesso da cui erano arrivati loro, ma Zviag ci era arrivato da solo: «È la Fiamma.»
«Cazzo.»
Caleb rise. «Voi avete trovato l'Ultima Fiamma?»
«Lo chiedi come se non foste stati voi ad imprigionarla in quel buco di culo.» ringhiò Ludwig, rinsaldando la presa ad Antartide, alimentandola del proprio potere per impedire che la presenza di tutte quelle fiamme ne sciogliessero la lama.
Caleb rise ancora, schernendolo apertamente.
«E che ci avremmo guadagnato a far sparire l'unico di voi deformi che è riuscito a resistere alla Machina
La rabbia per l'insulto superò lo stupore.
«Chiamami deforme ancora una volta, storpio, e giuro che–»
«Ludwig!»
Levon non fece in tempo a richiamarne l'attenzione, né a fermare Zviag, quando questi serrò i denti e si gettò oltre le spire di fiamme, in uno sfrigolare di carne che gli bruciò addosso anche quando iniziò a correre, seguito e, insieme, guidato dalla scia di fuoco che tracciava la strada verso un edificio in particolare.
«Merda!» il due Beastskin fece per seguirlo, ma Caleb mosse la sua spada e il cristallo runico incastonato in essa si illuminò d'azzurro, dando vita a due mezzelune di ghiaccio che si abbatterono ai loro piedi.
«Non penserete davvero che vi lasci trotterellare dietro a Zviag, proprio ora?» cantilenò.
Ludwig calpestò i frammanti di ghiaccio, fece schioccare la mascella, si sgranchì le braccia e fece segno a Levon di proseguire.
Si sarebbe occupato lui del Cavaliere.
«Oh amico, hai scelto proprio l'avversario sbagliato a cui rompere i coglioni.» gli disse.
Non solo aveva ferito e spaventato Cyril (aveva visto il terrore nei suoi occhi, quando il Cavaliere gli aveva detto che lo avrebbe imprigionato di nuovo e Ludwig sapeva che non c'era nulla di cui il ragazzo avesse più paura: rivivere la prigionia nelle gabbie di Màkartha, attaccato a quell'aggeggio infernale che giorno dopo giorno succhiava via un pezzo di lui), ma possedeva perfino una gemma runica con il potere che era proprio del Beastskin.
«I coniglietti sono soffici, sono fatti per essere coccolati; sono troppo buoni per far fuori gli esseri umani, ma io sono il Lupo Cattivo.» Sorrise, mostrando le fauci «E mi prenderò la briga di spiegarti qual è la differenza tra la magia di un sasso, usata da un inutile umano, e il potere di un Dio!»


Tra loro tre, Cyril era il più veloce, ma anche Levon poteva vantare la velocità del predatore fatto per braccare la propria preda; eppure era come se Zviag avesse le ali ai piedi. Aveva fatto fatica a stargli dietro, la schiena del Cavaliere si allontanava sempre un po' di più, lasciando dietro di sé soltanto la scia delle fiamme e il tintinnare delle catene. Se Levon non avesse saputo perfettamente quale fosse la sua mèta, forse lo avrebbe perso, soprattutto quando, dal punto in cui Ludwig e il Cavaliere ancora combattevano, si alzò un'enorme colonna di ghiaccio che raggiunse il cielo, per poi spezzarsi in un boato assordante fatto di centinaia di specchi rotti tutti in una volta.
Colto alla sprovvista, il Beastskin si era bloccato gemendo per il dolore ai timpani. Schiacciò le mani alle orecchie, scorgendo appena in tempo l'ombra di Zviag, che spariva al di là di uno degli edifici.
«Non ti lascerò toccare di nuovo il nostro Re.»
Riprese a correre, imponendosi di non preoccuparsi per gli altri due compagni.
Ludwig non si sarebbe lasciato sconfiggere. Quel rompipalle dal facile abbaio non avrebbe mai permesso che un Cacciatore qualsaisi gli portasse via Cyril.
Ritrovò il Cavaliere ormai sotto la finestra del loro apartamento. Mura di fuoco lo bloccavano, più alte e più intense, non lasciavano più alcuno spazio intorno a lui, richiudendoglisi addosso senza pietà.
Levon indietreggiò, senza capire cosa stesse accadendo.
Lo sentì urlare, distinguendo la sua sagoma agitarsi per sfuggire al fuoco, finché una forza invisibile – la stessa forza che aveva tentato di richiamare le fiamme delle lanterne appese alla finestra – non lo scaraventò in alto, proprio oltre la finestra, all'interno della stanza in cui si trovava l'ultimo dei Sette Re Beastskin.

Le urla strazianti di Zviag avevano risvegliato l'intera cittadina e le luci delle lanterne si erano accese ovunque, per poi venir risucchiate una alla volta verso la finestra dell'Ultima Fiamma.
Il Cavaliere aveva continuato ad urlare anche mentre Levon correva su per le scale o nel tempo che Ludwig aveva impiegato a raggiungerli, con il corpo ferito di Cyril stretto tra le braccia e i muscoli tremanti per lo sforzo magico a cui si era sottoposto – era come se ogni osso del suo corpo stesse minacciando di cadere in pezzi, proprio come aveva fatto la colonna di ghiaccio creata nell'esplosione del proprio potere.
Il calore dell'appartamento era insopportabile, ad ogni respiro la gola bruciava e, sebbene le fiamme rimanessero concentrate unicamente nella stanza in cui l'Ultima Fiamma dormiva, non erano riusciti ad andare più in là della porta. Rimasti sul corridoio, non c'era nulla che potessero fare, se non fissare con orrore quello che rimaneva del corpo di Zviag venir divorato dalle fiamme, un morso alla volta, masticandolo, sfrigolando, strappandogli di dosso la pelle come un vestito troppo vecchio. Ma non era la pelle che il fuoco stava cercando di strappargli di dosso.
«Ahaaaa!»
In quel falò di urla e calore, il corpo del loro Re si era mosso. Ad occhi chiusi, era inginocchiato al centro del letto, con lingue di fuoco che danzavano sulla sua pelle nuda, si arrotolavano intorno ai capelli e gli entravano dentro, senza provocargli il minimo danno, a differenza del Cavaliere.
Ludwig indietreggiò e spintonò Levon per costringerlo a fare lo stesso, sentendo il calore iniziare a bruciargli la faccia.
«Come fa ad essere ancora vivo?»
Non era normale.
Zviag era ridotto alle ossa, ma la sua voce resisteva, ancora vivo, e piangeva in un'agonia disperata che non voleva avere fine; perfino le catene avevano ormai iniziato a sciogliersi, colando in grosse gocce di metallo fuso che bucavano il pavimento. E, ad ogni goccia, il fuoco sembrava farsi ancora più caldo. Più affamato di lui.
«Non possiamo riman–»
Ma l'ultima goccia raggiunse terra e l'incendio divenne esplosione.
Ludwig fece appena in tempo a spingersi contro Levon, schiacciò Cyril tra di loro, racchiudendolo in un abbraccio e, con le spalle alla porte, fece affluire quel che rimaneva della sua energia in un guscio di ghiaccio a loro protezione.

note:
pepperbox = un tipo di pistola dotata di varie canne che sparano una per volta venendo ruotate dall'azionamento del grilletto
shamshir = scimitarra persiana
hinalung = arma da taglio, con la lama a doppio filo simile ad una foglia (o ad una piuma) e il manico cavo, concepita per essere usata sia come daga, che per essere infilata sul bastone di una lancia.
alabarda = ma cos'è un'alabarda lo sanno tutti, no?
 
 
Current Mood: distresseddistressed
Current Music: Cinderella - Krista Siegfrids