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19 February 2015 @ 05:16 pm
[Agent Carter] Amore di ebrei e soldati inglesi  
Characters: Edwin Jarvis; Anna Jarvis;
Pairing: EdwinxAnna;
Rating: PG
Genre: Introspettivo; Fluff;
Words: 1.801
Prompt: Once upon a Time;
Warning: Slash (già, non fatevi ingannare dal nome di Anna); Crossover; What if;
Disclaimers: I personaggi di Agent Carter appartengono alla Marvel e a chi di diritto;

Scritta per la 5° Settimana del Cow-t5 @maridichallenge

C'erano una volta un soldato inglese e una giovane ebrea.

La luce in camera da letto era ancora accesa, quando tornò a casa.
«Non c'era bisogno che mi aspettassi in piedi.»
«Lo so.»
Edwin sorrise, incrociando il sorriso di sua moglie riflesso allo specchio. Ne guardò le dita sottili passare tra i capelli scuri e corti che incorniciavano un volto dai tratti spigolosi. Si avvicinò alle sue spalle, chinandosi per baciarne la guancia in saluto.
«Forse sarò io che trovo tedioso il tempo passato lontano da te» La nuca di sua moglie si era poggiata contro il suo petto, mentre aveva inarcato la schiena, come un gatto che, sinuoso, si stiracchia contro il suo padrone. Ed Edwin aveva sempre trovato particolarmente piacevole il modo in cui Anna – che, la sera, in quella casa soltanto, nella loro camera da letto e in un mondo fatto unicamente di loro due, poteva chiamare con il suo vero nome – si muoveva, come in quel momento quando abbandonò lo sgabello per tirarsi in piedi e spingersi completamente contro di lui, serpeggiandogli addosso in una danza lenta su note di pianoforte nate solo nella sua testa.
Aveva dita lunghe da pianista, Anna. Da compositore.
«Ma, sbaglio,» riprese, catturando le mani di Edwin per allacciarsele in vita «o ultimamente stai rincasando più tardi del solito?»
«Ti avevo detto che oggi avrei fatto tardi, my dear
«Quello che non mi hai detto, in effetti, è il perché.»
Edwin annuì, consapevole. E, in qualche modo, anche colpevole.
Poggiò il mento sulla sua spalla, socchiudendo gli occhi nel respirare il suo profumo, che poi era anche il proprio: sua moglie aveva la cattiva – no, dopotutto non la trovava una cosa negativa – di usare il suo dopobarba e vestirsi dei suoi panciotti o delle sue cravatte.
«Se dovessi raccontarti tutto quello che faccio per il signor Stark, temo ti annoieresti di me e mi lasceresti.»
«Sciocchezze, Edwin. E poi se mai dovessi lasciarti, chi altri mi sposerebbe?»
Le braccia di Edwin si strinsero più forte intorno alla sua vita, risalendo con le mani fino alle spalle, per stringere anche quelle contro di sé.
Per tutto il percorso in auto, dalla sede dell'SSR sino a casa, non aveva pensato ad altro se non al fatto che aveva rischiato di perdere tutto. Aveva rischiato di rovinare quell'unica cosa buona che era sua e sua soltanto, che non aveva a che fare con il Signor Stark, con i suoi capricci, con le sue donne, le sue armi o le accuse mosse contro di lui.
«Scusami, Robert. Cercherò di essere più presente, lo prometto.»

C'erano una volta un soldato inglese di nome Edwin e una giovane ebrea di nome Anna.

Le braccia di Robert erano forti, come ci si sarebbe aspettato da un uomo, anche se il suo corpo aveva una linea sottile, quasi fragile e, fin dalla prima volta in cui Edwin lo aveva visto nudo (era accaduto a Budapest, nella soffitta dei genitori di lui, quando ancora la guerra era lontana e il timore di essere scoperti era una scintilla di eccitazione) aveva avuto paura di poterlo spezzare soltanto a guardarlo troppo a lungo. Non che distogliere lo sguardo da lui fosse mai stato semplice: smettere di ammirare il modo in cui si slacciava il nodo della cravatta – una di quelle di Edwin, ovviamente –, non guardare la punta della lingua che si dilettava nel leccare pian piano le labbra sottili o gli occhi azzurri che a loro volta guardavano Edwin, dietro alle lenti da vista degli occhiali. Se li tolse, in quel gesto tanto attraente in cui entrambe le mani si arrampicavano alle due asticelle di plastica nera, abbassandoli oltre il naso per liberare un centimetro alla volta l'intero volto, riponendoli sul ripiano della specchiera. Un mobilio da donna indispensabile nella camera da letto di una moglie.
«E questo nuovo affare con Stark, è una donna?» gli chiese, allacciandogli le braccia al collo, mentre mostrava i denti nel morderlo al labbro inferiore e tirarlo, giocoso, capace di sedurlo come la prima volta.
Edwin deglutì, perdendo sicurezza.
«In parte.»
«In parte.» gli fece eco Robert. Lo spinse con tutto il corpo affinché indietreggiasse, fino al bordo del letto dove le sue gambe incespicarono, facendoli cadere entrambi sdraiati sul letto.
Rise, al ridicolo «Ohoo!» di Edwin, come se si fosse trovato sull'orlo di un precipizio e rise anche quando sentì le sue braccia stringerlo forte a sé, nell'intento di proteggerlo dall'impatto, dal fondo di chissà quale baratro.
Edwin, Edwin, il suo eroe.
«Ed è più bella di me?» chiese.
Edwin si affrettò a puntellare un gomito sul materasso per sollevare il busto e cercare lo sguardo di Robert. Si tirò indietro, trascinandolo con sé e scosse il capo, colpito dalla sua domanda, dispiaciuto che gliela ponesse.
«Non esiste donna» sorrise «o uomo, che ai miei occhi, possa essere più bella di te, Robert.»
E per lui, quello stesso pomeriggio, avrebbe potuto tradire Stark. Solo per lui.
«Mhm. E Captain America?»
«Ecco, questo è più complesso; non ho mai avuto il piacere di incontrarlo di persona, quindi–»
«Edwin!»
Fu lui a ridere questa volta.
«No, Robert, nemmeno Captain America.»

C'erano una volta un soldato inglese di nome Edwin, una giovane ebrea di nome Anna e suo fratello, Robert.

Il lenzuolo odorava di pulito e solleticò ruvidamente la pelle di Robert, quando Edwin lo sollevò nel rimboccarglielo. Era una delle tante piccole cose che faceva per prendersi cura di lui; non che gli fosse mai dispiaciuto riempirlo di attenzioni, mentre il più giovane si tendeva alla ricerca della sua pelle, per morderlo e leccarlo, per riempirlo di brividi e godere dell’effetto che aveva sempre su di lui.
«Quindi, non vuoi proprio raccontarmi la tua giornata.» gli soffiò direttamente contro il collo, su cui la lingua aveva tracciato scie bagnate di saliva che circondavano il pomo d’Adamo e scendevano verso il centro delle clavicole, dove le ossa si uniscono.
Edwin sospirò, allontanandosi dalla sua bocca. Si sdraiò al suo fianco e le dita cominciarono a giocare con i suoi capelli, corte onde castane spesso messe in disordine dal passaggio delle stesse mani di Robert. Ed ogni volta Edwin si immolava per risistemarli, una ciocca dopo l’altra, con assoluta devozione.
«Perché, invece, non mi racconti la tua.»
Robert arricciò il naso, ma lo assecondò quasi subito.
«Oggi ho suonato.» lo disse con finta casualità, come se non avesse mai smesso di sedersi ad un pianoforte e non avesse ignorato per anni quello presente nel salotto, che si erano portati dietro direttamente da Budapest – con i migliori auguri di felice matrimonio di Howard Stark e le sue condoglianze per la perdita subita.
«Ma è un’ottima notizia!» esclamò Edwin.
«Non è stato granché, i versi straziati di un gatto moribondo avrebbero avuto un suono migliore.»
«Lo dici solo perché sei sempre stato troppo critico con te stesso.»
«Lo dico perché, a differenza di te, mio caro, io di musica me ne intendo.» Robert lo prese in giro, pizzicandogli con dispetto la punta del naso con l’indice.
«Nulla di più vero.» ammise Edwin, sporgendosi sul suo volto per baciarne la fronte «Ma sono ugualmente felice che tu abbia finalmente ripreso a suonare. Pensavo non sarebbe più accaduto…» le ultime parole si persero in un sussurro più basso, dove al rammarico si univano i ricordi di una vita che sembrava distante secoli, quando invece erano passati solo pochi anni.
«Dovevo riprendere, prima o poi. È l’unica cosa buona che so fare.»
«Robert.»
«Lasciami parlare, Edwin.» ordinò Robert, rispondendo con risoluzione al suo tono di rimprovero. Si voltò, strusciandogli contro nel sollevarsi sulle mani poggiate ai lati della nuca dell'uomo, sovrastandolo, semi sdraiato su di lui «Mi è sempre pesato non poterti dare un matrimonio convenzionale, non poter invitare i vicini a pranzo la domenica e presentarti come mio soltanto.»
«Oh Robert, dovrei essere io a dirlo.»
«Edwin, smetti di interrompermi.»
«Giusto. Perdonami.»
«Bravo.» trattenne a stento una risata dietro al cipiglio serio che aveva indossato per parlare di una relazione vissuta di nascosto, lontano dagli occhi e dal giudizio della gente «Ma ho ancora la mia musica e desidero comporre per te. E anche per Anna, per mantenere vivo il suo ricordo.»

C'erano una volta un soldato inglese di nome Edwin, una giovane ebrea di nome Anna e suo fratello, Robert. Un giorno il soldato inglese entrò nella sartoria della giovane ebrea e, quando il suo sguardo si posò sul fratello, comprò da loro la cravatta più bella del negozio, solo per potergliela annodare al collo e avere una scusa per toccarlo.

Edwin si era assicurato che il più giovane concludesse il suo discorso, prima di parlare. Ne raccolse il volto tra entrambe le mani, solleticando con i pollici il mento su cui la barba aveva sempre tardato a crescere.
«Non potresti trovarmi più d'accordo.» gli sussurrò, abbassandolo verso di sé, per assaggiarne le labbra che si mossero contro le sue a formare una frase: «E sai su cos'altro mi aspetto che tu sia d'accordo? Sul fatto che stanotte non–»
Lo squillo del telefono gli tolse ogni parola, bloccandolo con occhi spalancati di colpo e la mascella contratta nella sorpresa. Non c'era nulla di peggio dei rumori improvvisi, perfino quelli innocui ma inaspettati come il bussare alla porta, che per qualche secondo soltanto – ma sempre tropo lungo – faceva riaffiorare la paura di una caccia alle streghe arrivata fino a Budapest, le Magen David cucite sugli abiti o le famiglie deportate.
Edwin attirò gentilmente il capo di Robert contro il proprio petto, prendendosi il tempo necessario per calmarlo e riportarlo con sé lontano dalla guerra.
«Va tutto bene, Robert.»
Robert chiuse gli occhi, accoccolandosi su di lui «Rispondi al telefono.» gli mormorò, in una supplica.
Edwin annuì, lo baciò tra i capelli e sollevò la cornetta di un telefono a dischi poggiato sul comodino.
«Pronto?»
«Signor Jarvis, mi dispiace disturbarla a quest'ora, non l'avrei fatto se non fosse stato necessario.»
Riconobbe la familiarità dell'accento inglese ancor prima della voce femminile di Peggy Carter.
Sospirò e Robert seppe che si trattava di una delle emergenze che avevano a che fare con Howard Stark.
«Vai Edwin, hai la mia benedizione.»
«Sei sicuro? Posso rimanere se lo desideri.»
«Vai. Ma assicurati di non tornare a casa di nuovo sporco di polvere e calcestruzzo.»
Sorrisero entrambi.
«Ci proverò, my dear
Dall'altra parte della linea, Peggy lo chiamò, per assicurarsi che fosse ancora lì.
«Signor Jarvis?»
Si alzò.
«Mi è concesso almeno il tempo di cambiarmi e dare un bacio per augurare la buonanotte a mia moglie, Miss Carter?»
«Naturalmente.»
«Molto bene, dunque.»
Quando riagganciò si assicurò di rimboccare nuovamente le coperte di Anna – che, una volta messo piede fuori da quella casa, tornava ad avere il nome di un fantasma – e gli sorrise, spegnendo la luce della piccola abat-jour.
«Buonanotte, Robert.»

Note: Da quando ho realizzato che l'attore di Jarvis è lo stesso che ha fatto Sixsmith in Cloud Atlas, non sono riuscita a togliermi dalla testa il fatto che Anna, in realtà, fosse Robert Frobisher (nonché amante di Sixsmith [here - cioè, parliamone!]) e poco male che la voce di Anna si senta ad un certo punto e sia effettivamente quella di una donna. Da qui il what if nel warning.
Nella fic non viene spiegato perchè Anna muoia (questo però era chiaro, sì?), ma punto tutto su una polmonite o cose così, dopo Budapest, mentre il loro matrimonio è una sorta di farsa architettata ai tempi da Stark, che è stato obbligato da Anna, sul suo letto di morte, a far mantenere ai due piccioncini le apparenze usando quindi il suo nome e nascondendo la sua morte. O una qualche storia più arzigogolata e più credibile di questa a cui non ho voglia di pensare, perché tanto, in qualsiasi modo la si metta, ho deciso che Robert e Jarvis stanno insieme, ecco!
Per la cronaca, il Robert di questa fic ha l'aspetto più da Q. (Skyfall) [here].
 
 
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