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31 January 2015 @ 11:24 pm
[Original] Le jardin de tournesols  
Characters: Camille Hervé Lefevre; Adrian Ross;
Pairing: CamillexAdrian;
Rating: Nc-18
Genre: Erotico; Slice of life;
Words: 1.678
Prompt: 28. girasole - adulazione; QUALCOSA DI BLU: Un fandom, o una ship, scrivendo sul/la quale ti senti particolarmente a tuo agio (non necessariamente il tuo OTF/OTP)
Warning: slash;
Disclaimers: I personaggi della fic sono tutti miei.
Scritta per la Maritombola 6 @maridichallenge
Scritta per la 2° settimana del Cow-t 5 @maridichallenge


Adrian non sa cosa ci trovi di tanto eccitante, Camille. E' solo uno stupido giardino di girasoli di una delle ville prestate da qualche suo amico facoltoso di cui non ricorda mai i nomi, perché sono tutti in francese - e lui è ancora convinto che non esista lingua più stupida del francese - e sembrano tutti usciti da qualche pagina di storia sul periodo della Rivoluzione Francese o da quelle di un libro di Dumas.
Ma Camille lo guarda come se fosse una scultura o un dipinto. No. Camille lo guarda come guarda le sue tele bianche, con occhi che vedono oltre e già tinteggiano le curve di un corpo o le linee di un paesaggio e Adrian non riesce a fare a meno di arrossire come una ragazzina, lui che nemmeno un'ora prima è stato sbattuto fuori dal pub vicino a casa per aver provocato l'ennesima rissa e si è presentato sulla soglia dell'appartamento con la giacca strappata. Niente ossa rotte, almeno.
Comunque non è stata colpa sua, lo hanno provocato. Lo ha detto anche al francese, ma di tutta risposta il biondo ha sollevato gli occhi al cielo e gli ha tirato in faccia la propria giacca, tirandolo per un braccio per farlo uscire.
Sono arrivati in macchina, un percorso di mezz'ora passato in un silenzio così pesante che Adrian avrebbe potuto spezzarlo coi denti.
Si è stupito nel vedere il mazzo di chiavi uscire tra le dita di Camille e, per quanto gli abbia chiesto spiegazione, l'unica cosa che ha ricevuto è stata un'occhiata silenziosa e un cenno del braccio che gli indicava di entrare.

La luna piena è più che sufficiente ad illuminare il giardino e i girasoli, dai petali dorati, ora sembrano una distesa di bianco su cui il corpo di Adrian è sdraiato, nudo, chiuso nell'abbraccio delle proprie braccia che cercano inutilmente di nasconderlo alla vista attenta di Camille.
L'uomo lo guarda, lo assapora con gli occhi, risalendo con accurata lenteza dai piedi, scivolando per la forma tonica delle gambe e ammirando il disegno ben formato delle cosce e dei suoi muscoli. Adrian gli ha raccontato che al liceo faceva parte del club di atletica, che correva e che è arrivato secondo a qualche gara scolastica; gli è pesato non riuscire mai ad essere il primo, per questo ha lasciato l'atletica, ma non gli ha mai detto, invece, perchè ha lasciato la scuola e l'America. Qualsiasi sia il motivo, Camille gliene è grato, perché ha potuto conoscerlo e perchè ora può ammirarlo, mentre chiude gli occhi, arrossito, nel disperato tentativo di rifuggire il proprio sguardo.
«Non chiuderli, Drì. Guardami.» gli ordina, sorridendo quando il ragazzo scuote il capo veemente. Dove la trovi, sempre, tutta quella forza e quell'energia, rimarrà un mistero per lui.
Gli si avvicina, inginocchiandosi al suo fianco e posa una mano alla sua guancia.
«Apri gli occhi, Adrian.» ripete.
Adrian ne apre solo uno, spiandolo, con un broncio infantile che strappa una risata a Camille.
«Oh, fanculo, Cam!» ringhia, mai gentile, mai educato e mai nemmeno paziente. Ma è dolce, a modo suo e il francese ha imparato a scavare sotto la superficie dei suoi sguardi irosi e trovare un calore affettuoso che si è preso per sé e che non è intenzionato a dividere con nessuno. Lo bacia, dipingendo la sua bocca con la punta della lingua, più volte, finché non è lucida di saliva e, infastidito, Adrian la lecca a sua volta e si morde le labbra.
«Perché cazzo mi hai fatto venire qui e mi hai fatto spogliare? Fa freddo, porca puttana.»
«Sei sempre così elegante nelle tue espressioni.» gli soffia in un altro bacio a cui il ragazzo risponde «Volevo dipingerti.»
Gli occhi aperti ora sono due, di un nocciola chiaro, quasi dorato che fissano il volto dell'uomo con un misto di curiosità, perplessità, stupore e imbarazzo.
«E ti pare il momento? Qui? Di notte? Con sto freddo?»
Camille scrolla le spalle, la mano scorre dalla guancia di Adrian lungo il suo collo e giù, per il petto su cui si ferma e si apre, muovendo soltanto la punta dell'indice a seguire l'osso sporgente delle clavicole su cui si posa un semplice cordino nero, senza ciondoli, senza nulla. Non ha mai capito perché lo portasse, nè glielo ha mai chiesto, anche se la domanda è sempre presente nelle proprie occhiate.
«Mi piace il gioco di luce della luna, il modo in cui accarezza i petali dei girasoli e scende sul tuo corpo.» La mano riprende a muoversi, scorre lungo l'addome che Adrian tende di riflesso, trattenendo il fiato e buttandolo fuori poco dopo in un ansimo un po' più pesante, quando le dita spostano entrambe le sue braccia e lui non ha più nulla con cui coprirsi. «Sono i miei fiori preferiti, saviez-vous?»
Il ragazzo scuote il capo; certo che no, come avrebbe potuto saperlo? Non è esattamente la prima cosa che gli sia mai venuta in mente di chiedere ad un uomo, o la seconda, o la terza... Non lo ha mai chiesto nemmeno a Beth e lei era una ragazza.
«E allora dove...» la pausa nella frase nasce nel tremore delle labbra, rimaste schiuse, con le parole già in bocca ma la voce che gli si spezza e la schiena che gli si incurva. C'è la mano di Camille che lo carezza tra le gambe, le sue dita lunghe e calde allacciate intorno al proprio membro e si muovono su e giù, in un ritmo costante, come il ritornello di una canzone che gli si è bloccato nel cervello. «dove...» riprende, strizzando gli occhi e allungando le mani a cercare di afferrare i suoi polsi, per fermarlo, perché non può mettersi a masturbarlo nel mezzo di un giardino, cazzo!
«Dove, cosa?» Ma Camille fa finta di niente, ignora la sua presa debole e continua a toccarlo sentendo la sua erezione crescere tra le dita, pulsare e farsi più dura.
«La tela. Dov'è?»
«Quale tela?»
«Mi prendi per il culo?» è un rantolio spezzato, poco comprensibile in un francese che già è pietoso e che ha sempre fatto tirare un sospiro sconsolato al biondo; non sopporta che da una bocca così bella escano suoni così brutti, così rovinati, ma poco per volta sta imparando ad amare anche questo lato di Adrian, il suo accento americano e quel suo stuprare ogni parola per darle un suono nuovo, suo.
Ne morde un orecchio, masticandolo lentamente tra i denti.
«Non ho mai detto che avrei dipinto su una tela, Drì. Ho solo detto di voler dipingere te.» ed ora, quello che vuole, è dipingere sul suo corpo, su ogni centimetro della sua pelle, con le proprie mani, la propria bocca e i propri denti.
Adrian freme e geme e se non lo picchia per aver detto cose così stupide, è soltanto perché in fondo - molto in fondo - gli fanno piacere. Se non lo picchia per essere così schifosamente stucchevole anche quando gli stringe il cazzo tra le dita, è solo perché, fanculo, Camille può fargli qualsiasi cosa, anche affondare il volto contro il proprio ventre e mordicchiarne l'ombelico nel modo in cui sta facendo ora, per poi ripitturare con la lingua il livido violaceo che lo macchia allo stomaco.
«Cam...» sospira. Ha lasciato i suoi polsi, per affondare le dita ai suoi capelli biondi, scompigliandoli e stringendone alcune ciocche con più forza quando la sua mano si muove più veloce intorno alla propria erezione e il suo pollice gioca con la punta del glande e raccoglie le prime gocce di liquido prespermatico.
L'orgasmo, però, non arriva.
Camille si ferma prima di farlo venire e allontana la mano da lui, rialzandosi per guardarlo con un sorriso sottile, che fa tremare Adrian.
«Adrian.» Lo chiama, piano e c'è tutto il suo nome in quella parola e il ragazzo sa di essere nei guai.
Camille torna col volto più in alto, sul suo e lo guarda serio.
«Che cosa ti avevo detto delle risse?»
Oh, cazzo.
«Non sono stato io a cominciare!» sbotta, sulla difensiva, ma non risponde. Se ne guarda bene dal rispondere, perchè ricorda perfettamente cosa gli avesse detto il francese una delle ultime volte, ricorda la rabbia ferale del suo sguardo quando l'ha guardato arrivare coperto di lividi, ricorda la preoccupazione, la litigata, ricorda la pomata e gli antidolorifici, ma più di tutto ricorda la sua cintura intorno ai polsi e alla testiera del letto e la notte passata a supplicarlo di farlo venire, a chiedergli scusa e a promettere di non ficcarsi più nei casini { Mi dispiace, mi dispiace, ti prego, scusa, ma fammi venire, non ce la faccio più, ti prego... }. Lo ricorda e scuote il capo e cerca di alzarsi e, non lo sa, forse darsi alla fuga, ma Camille è una faina furba e sottilmente meschina, è uno stronzo dagli occhi di ghiaccio che ora scottano contro la sua pelle e gli ha già stretto i polsi, costringendoli sopra la testa, mentre gli si sistema sopra, tenendolo giù col proprio peso.
«No, tu ti sei solo lasciato provocare.» gli soffia sulle labbra, ad una distanza quasi irrisoria, ma è abbastanza perché quello non sia un bacio. «Che cosa ti avevo detto delle risse?» glielo ripete, aspettandosi una risposta.
Adrian grugnisce, strattonando i polsi che rimangono bloccati nella presa ferrea del francese. Non farebbe fatica a stenderlo con un pugno ben assestato - è una delle poche cose in cui è veramente bravo -, ma una volta che l'altro lo blocca non ha molte possibilità di scampo, è più alto, più grosso e anche più forte di lui.
«Che... che non avrei più dovuto farne.» risponde, con una smorfia seccata.
«Altrimenti?»
«...mi... avresti punito...»
Camille annuisce e, nonostante il sorriso diventa più morbido e addolcisce i suoi lineamenti adulti, è una curva che dura pochi istanti e che Adrian non può godersi appieno.
«Allora stai zitto e accetta la tua punizione.» sibila, prima di premere la bocca contro la sua, in un bacio che sarà l'ultimo della nottata e che precede una lunga e lenta tortura immersa nel piacere.
 
 
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