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06 December 2014 @ 11:35 pm
[Supernatural Rps] How to train your boyfriend (2° parte)  
Characters: Jared Padalecki; Jensen Ackles;
Pairing: JensenxJared {j2};
Rating: NC-17
Genre: Sentimentale; Introspettivo; Erotico;
Prompt: uno | nuova
Warning: slash; android!au;
Word: 4.502
Note: Jared, Jensen e robotica. Credo di avere appena scoperto il paradiso, lasciatemi pure qui, morirò felice.
Disclaimers: I personaggi appartengono a loro stessi, le loro famiglie non c'entrano ovviamente nulla con la realtà e con questa fanfic non si vuole discutere in alcun modo le loro scelte di vita, la loro sessualità o menate varie.
Scritta per la Quarta Settimana: Trial of Fire di WRPG @maridichallenge


Jensen non si era più riacceso, né aveva dato segni di vita.
Erano passati giorni da quando l'androide era andato in tilt e, chiudendo gli occhi, non li aveva più riaperti. All'inizio Jared aveva provato a svegliarlo urlando i propri comandi (Hei! Svegliati! Accenditi! C'mon, man, apri gli occhi!), poi il pomeriggio era passato cercando un pulsante d'accensione, sentendosi uno stupido – e non solo– a scivolare con le dita sul suo corpo e, se l'imbarazzo lo aveva costretto a smettere presto, l'arrivo di sua madre lo aveva invece obbligato a nascondere l'androide. Caricandosi del suo peso, a fatica lo aveva trascinato di nuovo nell'armadio e, chiudendo l'anta a scomparsa con riluttanza, lo aveva lasciato lì. Di giorno lo spiava attraverso le fessure dell'anta e di notte la apriva, spalancandola, in un inutile tentativo di fargli capire che sarebbe potuto uscire dall'armadio in qualsiasi momento, se solo lo avesse desiderato.
Non era ancora capitato, il mattino continuava a svegliarsi nel disordine e nel silenzio della sua stanza e, puntando lo sguardo all'armadio, poteva vedere Jensen nella stessa posizione di sempre.
Alle volte gli capitava ancora di parlargli. Gli aveva raccontato della sua giornata e delle sue nuove conoscenze, gli aveva detto di come Chad non si fidasse più ad andare a casa sua ed insistesse nel suggerirgli di buttare quell'affare prima che desse di matto, gli aveva confidato del nuovo compagno di sua madre, lo stesso che lei cercava di tenergli nascosto nonostante i mille segnali della presenza di un uomo nella sua vita e, quando gli argomenti scarseggiavano, gli capitava di ripetergli quanto studiato sui libri di testo per l'esame d'ammissione alla facoltà di legge.
Col passare dei giorni, aprire l'armadio per recuperare dei vestiti puliti o per riporre quelli appena lavati e stirati, dando solo una blanda occhiata al manichino – ora che non parlava più, né si muoveva, era facile considerarlo tale – entrò nella routine di Jared e le chiacchierate si fecero sempre meno, fino a scomparire del tutto. A riempire i silenzi era rimasta solo la musica dell'i-pod del ragazzo, le voci della televisione o la suoneria del suo cellulare.

«Che palle.»
Lanciò il libro di Diritto ai piedi del letto, lasciandosi ricadere sdraiato tra le coperte fatte male e sbrigativamente. Se sua madre avesse avuto tempo da dedicargli, gli avrebbe detto che la sua camera era un disastro e gli avrebbe chiesto perché si ostinasse a tenere la camera chiusa a chiave, impedendo alla donna delle pulizie che ogni lunedì si presentava alla loro porta, di pulirla.
Reclinò il capo, fissando il rettangolo della porta dell'armadio.
Ecco perché.
 «Avresti almeno potuto lasciarmi un libretto delle istruzioni, sai?» mormorò con un sorriso spento che si allungò quasi subito in una linea piatta e pensierosa.
Se lo chiedeva ancora che cosa ci fosse di sbagliato in lui, come fosse possibile che un androide come quello non fosse compatibile con gli esseri umani.
«Se ti può consolare, per me sei ok, pal.»
Si mise a sedere, guardandolo con maggior interesse, insistendo nel parlargli anche se ormai sembrava una perdita di tempo. La sua voce non arrivava da nessuna parte, rimbalzava sulla pelle sintetica di Jensen e tornava indietro al mittente, ignorata.
Era rimasto in quell'armadio da giorni – settimane – eppure, Jared notò per la prima volta dopo tutto quel tempo, il modo in cui si era spento l'androide: il capo così chino da premere il mento contro il petto, le spalle basse e le braccia abbandonate lungo i fianchi con le dita chiuse nei pugni. Era come se si fosse vergognato di esistere.
{ Eliminare }
Jared gettò le gambe oltre il letto, alzandosi in fretta in piedi per raggiungere l'armadio e le sue mani trovarono con naturalezza posto alle spalle dell'androide, stringendole piano tra le dita lunghe.
«Hei…» sussurrò, in un tono dispiaciuto. Aveva pensato che l'Androide si fosse inceppato, che si fosse rotto o, perfino, che avesse esaurito le batterie; non aveva pensato che, invece, Jensen { aveva un nome quell'androide, un nome umano } avesse avuto… paura.
{ Eliminare }
Paura di morire.
«Hei buddy.» tentò ancora, sfiorandone i capelli corti con la punta delle dita «Non avrai davvero pensato che volessi eliminarti anche io, vero?» al pensiero che Jensen avesse potuto davvero credere una cosa del genere, le braccia si allungarono oltre le sue spalle, il petto si spinse contro il suo, più ampio e lo strinse in un abbraccio.
«Vai benissimo così come sei, Jensen. Apri gli occhi, please.» e nonostante il bisbiglio fosse quasi inudibile, l'udito sensibile dell'androide captò ogni lettera ed ogni parola, facendola risuonare in ogni bit del proprio programma, riattivandolo.
In un brusio meccanico, Jensen aprì gli occhi, sollevando piano il capo e ripristinando ogni funzione del suo corpo: i canali dedicati alla ricezione degli input – che per gli umani avrebbero potuto equivalere ai cinque sensi –; le funzioni motoree che gli permisero prima di distendere le dita e poi di sollevare le braccia di qualche grado, appena sufficiente a pizzicare la stoffa della tuta indossata da Jared, ai fianchi; il programma principale – o cervello – e, infine, l'unico pezzo che aveva lo stesso nome di quello umano: il cuore.
Il calore di Jared era familiare e, allo stesso tempo, nuovo. Avrebbe voluto avere le parole adatte per descriverlo, ma anche cercando un riscontro nel proprio programma, non aveva trovato nulla, solo il calcolo esatto della sua temperatura corporea e della propria che, lentamente, si alzava rubando calore al ragazzo.
«Non hai. Paura. Di. Me.» chiese.
Sentirlo parlare dopo tutto quel tempo fece uno strano effetto al ragazzo, soprattutto perché la sua voce scivolò diretta nel suo timpano ora che le labbra di Jensen erano tanto vicino al suo orecchio.
Jared scattò indietro con il busto, liberandolo dalle proprie braccia.
«Perché dovrei? Non hai mai alzato nemmeno un dito da quando ci siamo incontrati.»
Non fu sicuro che l'androide avesse compreso la sua risposta, ma l'alternativa era spiegargli che si trattava del proprio istinto, che, fin dalla prima volta, quando aveva solo dieci anni e nessun posto in cui fuggire, la propria mano aveva trovato la sua e fidarsi di lui gli era riuscito naturale.
«Dai, esci di lì.» disse, spostandosi di lato per farlo passare.
Tornare a sentire i suoi passi e il leggerissimo rumore meccanico dei suoi arti in movimento, lo fece sorridere e Jensen si voltò a guardarlo, con gli occhi spalancati e un bagliore biancastro che aveva attraversato la cornea per un secondo: una cascata di zeri e di uno in cui catalogò l'ora, il minuto, il secondo e il millisecondo, longitudine e latitudine delle coordinate del luogo e, infine, il sorriso di Jared, registrandolo in un video che avrebbe conservato nella propria memoria interna.
«Per curiosità, visto che evidentemente non sei stato… you know.» il ragazzo aveva ricominciato a parlare, gesticolando nello spiegare il fatto che l'androide non fosse stato eliminato e passò oltre «Che cos'hai fatto finora? Intendo, prima di comparire nel salotto di casa mia.»
Nel parlare si era seduto sulla sponda del letto, facendo segno a Jensen di fare lo stesso.
Lui lo studiò in silenzio, sollevando il capo a seguire la mano che si alzava e si riabbassava sbattendo sul materasso, ma limitandosi ad avanzare fino a trovarsi di fronte al ragazzo.
«Ti ho. Cercato.» rispose.
Jared arrossì, distogliendo lo sguardo.
«Ok… e prima?»
«Ti ho. Aspettato.»
«Oh c'mon!» esclamò gettando le braccia sul letto e sentendo il rossore raggiungere la punta delle orecchie «E– e prima, eh? Non avrai mica passato tutto il tempo ad aspettare un tizio che avevi visto una volta sola per sbaglio, no?»
«Prima.» ripeté Jensen, interrompendosi all'istante. Prima c'era stata la mano del bambino stretta nella propria – se non fosse stato per lui, non avrebbe mai scoperto che gli umani fossero così caldi –, prima c'era stato il suo dito lungo il marchio di fabbrica sul proprio braccio, prima c'era stato il suo Arrivederci. Sarebbe potuto andare avanti all'infinito a descrivergli ogni istante ed ogni millisecondo del suo prima, aveva bisogno di più precisione in domande come quella, ma l'altro non sembrava interessato alle informazioni che già conosceva.
Andò più indietro, prima del bambino alla banchina dal tetto sfondato.
«Prima aspettavo. Che mi. Trovassero. Per.» La parola ucciderlo si sovrappose a quella giusta (distruggerlo), portandolo a lasciare le labbra schiuse più a lungo di quanto avesse voluto. Due secondi, punto, tredici.
«Che cos'hai fatto per meritartelo?»
Impreparato a quella domanda, Jensen si limitò a fissarlo negli occhi.
Nulla. Non aveva fatto nulla. Aveva solo eseguito gli ordini, aveva obbedito agli umani che l'avevano costruito, seguito le loro istruzioni e, quando gli era stato detto di essere l'unico nel suo genere – il primo – aveva chiesto al Costruttore se ce ne sarebbero stati altri. E quando. Ma, ben presto, il numero tatuato al suo braccio – uno – era servito per fargli capire che non ce ne sarebbero stati altri.
C'era solo lui.
Da solo davanti ad un'intera specie che lo aveva costruito a sua immagine e somiglianza, ma che stava iniziando a vedere in lui solo una minaccia.
«Lasciamo perdere, ok? Basta che non ti si frigga di nuovo il cervello, l'ultima volta mi hai fatto venire un colpo.» propose Jared, tendendosi verso di lui per colpirlo con una pacca leggera al braccio.
«Un. Colpo.»
Sorrise, doveva ammettere che gli era mancato sentirlo ripetere quasi ogni frase che veniva pronunciata e, un po', gli era mancato anche il suo sguardo dritto, fisso contro di lui; gli faceva venire i brividi al solo pensiero e lo faceva sentire nudo davanti ai suoi occhi.
«Sei. Ferito. Padrone.»
Jared aggrottò la fronte, cercando di capire se quella di Jensen fosse stata un'affermazione o una domanda; decise per la seconda e scosse il capo.
«No, perché dovrei?»
«Hai detto. Che. Ti ho fatto. Venire. Un colpo.»
«Oh. Oh!» rise, divertito dalla semplicità con cui Jensen si lasciava fregare dalle parole e dall'ingenuità con cui credeva a tutto quello che gli veniva detto. Il fatto che lui non avesse l'aspetto di un adolescente ma fosse più grande, lo rendeva ancora più divertente. E tenero. E, forse, anche un po' triste. Certe cose le impari col tempo perché qualcuno te le insegna o le vivi sulla tua pelle, Jensen invece non sapeva praticamente niente. Era come nuovo. «È un modo di dire, you know? Significa che mi hai fatto spaventare.»
Jensen sembrò cogliere, ma non disse nulla.
«Ma senti, per che cosa sei programmato?»
«Per rendere. Il mio. Padrone. Felice.»
Ci fu un lungo minuto di silenzio, in cui Jensen si limitò a starsene di fronte al ragazzo, con la schiena dritta e la figura statuaria che lo adombrava, nascondendolo alla luce artificiale della lampada a soffitto, mentre Jared aveva spalancato lo sguardo e il rossore delle sue gote si era fatto più intenso, più visibile. Aveva represso l'istinto primo di alzarsi ed abbracciarlo, aveva represso un pigolio che sarebbe finito nella classifica dei versi più imbarazzanti della sua vita – subito dopo la sua prima parola da piccolo che non era stata né un mamma, né un papà, ma aveva optato per un più pragmatico "cacca" – e tutto quello che gli era rimasto era stato arrossire e muovere le labbra a formare una qualsiasi frase – qualcosa di virile, aveva sperato – che si era trasformato in uno stupido «Ah.»
Jensen si fece più avanti, i jeans alle sue gambe strisciarono con i pantaloni della tuta del ragazzo, obbligandolo a divaricare le ginocchia, per farsi spazio. Si inginocchiò di fronte a lui e tutto il calore che Jared aveva sentito esplodergli al volto, affluì ben presto verso il basso, tra le proprie gambe, mentre l'androide teneva le mani poggiate a terra e il volto sollevato verso il suo.
«Sei. Felice. Padrone.»
Era difficile dirgli se lo fosse. Felice. Non se l'era mai chiesto, né aveva mai voluto soffermarcisi sopra.
No, non era felice. Era eccitato, piuttosto. E il fatto che fosse bastato che Jensen gli divaricasse le gambe e si inginocchiasse tra le sue cosce per far sì che le proprie fantasie prendessero il sopravvento, la diceva lunga sui suoi ormoni. L'altro non lo aveva nemmeno toccato – a pensarci, non lo aveva mai toccato, era sempre stato il ragazzo a farlo – che Jared si stava già chiedendo se la sua bocca fosse stata calda, se avesse accolto la propria erezione con foga o più lentamente, se lo avesse torturato prima di farlo venire o avesse assecondato le sue suppliche e–
«Fuck!» scattò indietro sul materasso, afferrando velocemente il cuscino per gettarselo in grembo, incrociandovi sopra le braccia «Tu non hai fame? Io sì. Da morire. Davvero. Penso proprio che andrò a prendermi qualcosa da mangiare. Già. Tu rimani qui, eh.» si lanciò in un fiume di parole e fuggì dalla stanza, ringraziando che sua madre non fosse in casa e non potesse interrogarlo sul perché se ne andasse in giro con un cuscino premuto al pube. Perché ho un androide in camera a cui basta uno sguardo per farmi venire, ecco perché!

    ₪ 

Attirare l'attenzione della gente era qualcosa che gli riusciva facilmente, bastava camminare per strada per ritrovarsi gli occhi di chiunque addosso e soltanto perché, grazie alla propria altezza, spiccava ovunque. Non se ne era mai preoccupato più di tanto, ai suoi amici andava bene così e Chad, beh, a lui non importava nulla, era alto, biondo e con occhi di un grigio freddo che piaceva ad ogni ragazza, era già il ragazzo più popolare della scuola.
Stranito dal chiacchiericcio che li seguiva lungo la strada, Jared si volto a fissare Jensen con aperta sorpresa.
«La prossima volta tu esci con un cappuccio in testa e un paio di occhiali da sole in faccia.» borbottò, davanti all'espressione neutra dell'androide. Non pensava che perfino andare a comprare abiti per quel tipo si sarebbe rivelato così frustrante.
Jensen aveva voluto accompagnarlo, era stata la prima richiesta che gli avesse mai fatto e avere un po' di compagnia non sarebbe stata una brutta idea, ma non aveva riflettuto abbastanza su quanto bello fosse l'androide.
Lungo il tragitto in metro, le ragazze non avevano fatto altro che fissarli, passando dall'uno all'altro, chiacchierando tra risatine giulive e finendo sempre per fissarsi su Jensen. Aveva sentito un paio di loro fare commenti perfino sul suo sedere e, da quel momento, non era riuscito a fare a meno di pensarci a propria volta, abbassando gli occhi ai jeans che gli aveva prestato, notando il modo in cui la stoffa ne abbracciava le gambe lunghe e lo tirava al cavallo, per aderire invece ai glutei.
Si impose di guardare avanti, con le mani infilate nelle tasche, uno zainetto che penzolava dalla spalla destra con portafogli, cellulare e una giacca presa a caso dall'armadio e aumentò il passo. Non si accorse di essersi allontanato troppo da Jensen, quando, voltandosi, non lo vide più.
«Jensen?»
Lo chiamò, iniziando a ripercorrere la strada a ritroso, guardandosi intorno alla ricerca dell'androide, finché non notò la piccola folla di ragazze che si era raccolta sul marciapiedi e, nel mezzo, Jensen, che fissava un punto fisso di fronte a sé.
Alcune delle ragazze si erano azzardate a parlargli, la maggior parte invece si limitava a guardarlo, indicarlo e lanciarsi in commenti sul suo aspetto fisico, attirando le smorfie annoiate dei ragazzi insieme a loro.
L'Androide non correva alcun pericolo, avrebbe semplicemente potuto scansarli e passare oltre, invece si era fermato, scoprendo di non poter fare a meno di toccarli per proseguire e il programma che finora gli aveva indicato di camminare, calcolando la velocità esatta dei passi del suo padrone, era stato messo in pausa dalla cpu, che ne aveva fatto partire un altro.
< program "safety catch" start >
 Non toccare gli umani;
Non arrecare danni agli umani;
Attendere ordini dal Padrone;
Attendere ordini dal Padrone;
Attendere;
Attendere;
loop />
Jared lo raggiunse quando le stesse linee di codice vennero lette per la novecentotrentesima volta e, anche se non era abbastanza vicino da poterlo dire con precisione, fu sicuro che lo stesse cercando e stesse aspettando direttamente che tornasse indietro a prenderlo. L'attesa doveva essere qualcosa che lo spaventava. L'attesa senza fine.
«Scusate, permesso, scusate.»
Si fece largo fino ad allungare la mano tra le dita di Jensen, stringendole per tirarlo piano verso di sé, accogliendo l'ondata verde dei suoi occhi – troppo belli per essere veri, troppo umani per essere finti – con un sorriso.
«Gotcha.» iniziò a trascinarlo con sé e tra i commenti sentì qualcuno riferirsi a lui come il "fidanzatino del modello" e, di nuovo, il proprio passo si fece più veloce e le falcate più ampie, con l'unica differenza che, questa volta, si assicurò di tenere stretta la mano di Jensen «Grande e grosso, tutta la tecnologia nel palmo della mano e ti lasci bloccare da un mucchio di ragazzine sbavanti? Certo che sei pessimo, Jens.» borbottò trascinandolo verso l'ingresso dei Grandi Magazzini.
Non si aspettava una risposta dall'androide e lui non gliela diede, pensò solo che la sua mano fosse calda, piacevolmente calda, e che forse avrebbe potuto stringerla un po' di più nella propria e non farlo più andar via, ma proprio quando stava per ricambiare la stretta, una voce alle sue spalle interruppe la sequenza di pensieri e la mano di Jared si allontanò dalla propria. Ne guardò le dita libere, il proprio palmo che un attimo prima ospitava quello del ragazzo e sentì qualcosa accendersi, come una spia rossa, un allarme silenzioso che aveva reagito alla nuova presenza.
«Hai portato lo psicopatico a spasso?»
Jared si voltò incontrando l'espressione seccata di Chad e il suo sguardo che danzava dall'uno a all'altro, con diffidenza.
«Yo, Chad!»
«Non salutarmi, idiota. Dimmi piuttosto che ci fai in giro con quello?»
«Shopping, direi.»
«…jeez, sei più deficiente di quanto potessi immaginare.» Chad lo strattonò per un braccio, allontanandolo di qualche passo da Jensen per circondargli il collo col braccio e abbassarlo alla propria altezza. «Non è un cane, non puoi portarti in giro quel coso come niente fosse.»
«Falla finita, non è un coso e poi adesso sta bene, ok?»
«Seah, così bene che te lo sei tenuto per mano, manco fossi diventato gay.»
Incapace di trovare qualcosa con cui ribattere, Jared sorrise a stento e scosse il capo, lasciando le labbra schiuse da cui non uscì una parola, né il proprio respiro, bloccato in gola. Se ne rese conto per la prima volta: non avrebbe mai avuto il coraggio di confessarglielo.
Davanti al suo sguardo inpanicato, Chad lo spintonò con una grassa risata.
«Dai, mi sento così magnanimo oggi che ho deciso di farti compagnia.»
«Eh?»
«Mostrati più felice, J-rod.»
«Sarei più felice se ti offrissi di pagare tu…» borbottò, tirando un'occhiata alle proprie spalle dove Jensen aveva iniziato a fissarli. C'era un'aria strana nella sua espressione incolore – un'aria diversa, nuova – e quando Chad tornò a pesargli addosso, circondandogli le spalle con un braccio, ebbe la spiacevole sensazione che gli occhi dell'androide si facessero di un verde più cupo e profondo. Si convinse di esserselo immaginato e, insieme, entrarono nei Grandi Magazzini.

Jared non aveva tenuto in conto il lato narcisista di Chad e, dopo più di un'ora passato a girare per il reparto maschile, il ragazzo non sembrava avere intenzione di smettere di prendere pullover, golf, camicie, maglie e pantaloni dagli scaffali piegarli al proprio braccio, intenzionato a provare ogni cosa.
«Com'è che per aiutarmi a scegliere i vestiti per Jensen ci hai messo cinque minuti?» sbottò, annoiato da un'attività che non lo esaltava minimamente. Per lui fare shopping significava arraffare i primi vestiti della sua taglia che gli stavano decentemente e assicurarsi di essersi portato dietro abbastanza soldi per pagarli.
«Non mi paghi abbastanza per essere il suo consulente di moda.» commentò il biondo, con un sorrisetto da schiaffi sulle labbra e un'occhiata disinteressata verso Jensen e gli indumenti che stringeva tra le braccia. Non aveva ancora aperto bocca da che erano entrati, non si era lamentato e continuava ligio a seguire i passi di Jared.
Più passava il tempo con quel tipo e meno gli piaceva.
«Che ci troverai di bello in quel pezzo di latta…»
«Che?» chiese Jared, distratto.
«Ho detto andate a cercare un camerino così Mister Lentiggini Robotiche può provarsi la roba.»

I camerini erano abbastanza larghi da poterci stare comodamente in due.
Jared era entrato insieme a Jensen, chiudendosi lo sportello alle spalle ancor prima di pensare a cos'avesse appena fatto e quando l'androide lo aveva fissato, in una silenziosa aspettativa e con le braccia tese da cui penzolavano pantaloni, maglie ed intimo, era stato troppo tardi per uscire.
«Ok, uhm, provati questo e questo.» azzardò, prendendo i boxer di cui aveva cercato di indovinare la taglia e dandoli per buoni, poggiandoli sull'unico sgabello presente.
Su tre lati, gli specchi riportavano fedelmente il riflesso della loro immagine e, trovare un punto su cui focalizzarsi per evitare di guardare Jensen mentre si spogliava degli abiti indossati per cambiarsi con quelli nuovi, divenne complicato. Chinò il capo, guardando con insistenza il pavimento, lasciando che il frusciare degli abiti di Jensen divenisse un suono di sottofondo, finché la voce dell'androide non gli rimbombò nella testa.
«Padrone?»
Levò il capo, stupito. Cos'era appena successo?
Ma la domanda perse d'importanza quando vide i lembi di una camicia nera scivolare aperti sul torace nudo dell'androide, mettendone in risalto la pelle chiara e perfettamente glabra. Seguì la linea dei bottoni della camicia, fin dove la stoffa si posava sui jeans, slacciati anch'essi e per un attimo si chiese se non lo stesse facendo apposta.
No, ovvio che no, ma lo trovò ugualmente frustrante.
«Nemmeno dei bottoni sai allacciarti? Ma quanti anni hai..» borbottò, facendogli segno di allacciarsi.
Jensen allacciò un bottone alla volta, senza nemmeno bisogno di guardare dove fossero, ritrovandoli con precisione millimetrica sotto le dita che si muovevano lungo il proprio busto.
«Il mio design è stato creato. Per mostrare. Ventisei anni.» rispose.
«Really? Quindi ne hai davvero più di… aspetta. Ripetilo.»
«Il mio design è stato creato per mostrare. Ventisei anni.»
«Ancora.»
«Il mio design è stato creato per mostrare ventisei anni.»
«A-ah! I knew it!»
Jared sorrise battendo una pacca pesante al petto dell'androide che sbatté le palpebre, con qualcosa di molto simile alla confusione negli occhi.
L'aveva sentito chiaramente: il cambiamento nella voce di Jensen. Le pause erano andate diminuendo, fino a svanire e la cadenza un tempo meccanica era stata sostituita da quella statunitense tipica di Buffalo, la stessa che aveva Chad. Incrociò le braccia al petto, arricciando le labbra, pensieroso.
«Che ne è dell'accento texano?» gli chiese. Se avesse dovuto scegliere tra i due, avrebbe preferito che si fosse tenuto l'accento del Texas, gli piaceva e gli ricordava casa e, se questo nuovo accento l'aveva preso da Chad, quello vecchio probabilmente doveva essergli rimasto in memoria dal loro primo incontro. Ormai, non era più così marcato nemmeno in lui, erano sfumature lontane che in alcune parole si sentivano di più e in altre un po' meno. «Non ti piace più?»
«Mi piace.» disse Jensen, l'accento texano, tornato a carezzare le sue frasi, aveva reso la voce perfino più calda.
E, per la prima volta, Jared ebbe l'impressione di star parlando con un ragazzo vero.
«C'mon Pinocchio, andiamo a pagare i tuoi nuovi vestiti.»

Chad lo aveva lasciato poco prima di tornare a casa, aveva insistito di nuovo sul fatto che dovesse sbarazzarsi dell'androide in un modo o nell'altro e Jared gli aveva fatto notare che non era tagliato per il ruolo di mamma chioccia.
Era tornato a casa da solo con Jensen e due borse a testa piene di abiti nuovi e sulla porta avevano trovato la Signora Padalecki che tornava da una lunga giornata di lavoro allo studio legale P&P, lo stesso che un giorno, avrebbe ereditato lui. O così amava dire sua madre le poche volte che riuscivano a cenare insieme.
Quella era stata una di quelle volte.
Jared le aveva presentato Jensen come un amico e l'aveva avvertita che sarebbe stato da loro per qualche giorno e, per l'androide, era stata preparata la stanza degli ospiti situata sullo stesso piano di quella di Jared, un paio di porte più avanti.
Nel buio della stanza, Jared guardò la porta chiusa dell'armadio, stranito dalla mancanza di Jensen.
Si voltò, affondando il volto nel cuscino, cercando di non pensare all'androide e al fatto che, nonostante il poco tempo passato insieme, stesse già diventando parte integrante della sua vita.
Un rumore fuori dalla porta lo mise in all'erta.
Sollevò il capo, fissando il legno scuro, con le orecchie tese, ma non sentì più nulla. Nonostante tutto si alzò, per andare a controllare e quando aprì la porta, per poco non balzò indietro per lo spavento, ritrovandosi la figura statuaria di Jensen in piedi e i suoi occhi verdi che fendevano la semi oscurità, distinguendo senza fatica le forme dei mobili e tutto ciò che riempiva la stanza, Jared compreso.
«God! Stai cercando di ucciderti?» commentò il ragazzo, leggendo per un istante – uno solo – il terrore nello sguardo di Jensen, prima che tornasse inespressivo come al solito. Se la voce era cambiata, il resto era rimasto lo stesso, perfino con addosso la maglia bianca e i pantaloni leggeri del pigiama comprato quel pomeriggio. «Beh, che ci fai qui fuori?»
Jensen tacque e Jared si passò una mano tra i capelli, arruffandoli. Gli fece cenno col capo di entrare, mentre si riconduceva a letto, lasciandosi cadere sdraiato tra le coperte per poi sistemarsele addosso e tirare un'occhiata verso l'androide. Aveva chiuso la porta alle proprie spalle e, voltato verso Jared, lo guardava sistemarsi nuovamente sotto le coperte, con occhi spalancati nella notte e l'aria inquietante di un vampiro senza età.
Jared rabbrividì per tanti, troppi, motivi.
«Così non può funzionare. Smetti di imitare Edward Cullen e infilati sotto le coperte, o giuro che chiamo un esorcista per infilarti un paletto nel cuore.»

Aveva sentito il suo respiro accelerare quando si era infilato sotto le coperte. Le molle del materasso avevano cigolato per il suo peso, il corpo dell'umano era scivolato un po' più vicino a lui e il suo cuore aveva saltato un battito. Quando aveva ripreso, più forte di prima, anche il suo respiro si era fatto più pesante e Jensen aveva osservato la sua schiena e aveva avviato una scansione delle sue funzioni vitali.
Temperatura in aumento.
Sudorazione accentuata.
Battito cardiaco accelerato.
Respiro accelerato.
Pericolo di vita: negativo.
Jensen non era riuscito a capire cos'avesse, era come se il ragazzo stesse bene ma non stesse bene.
Poi, lentamente, il respiro di Jared era rallentato, i muscoli si erano rilassati e lui si era addormentato, mugugnando qualcosa che l'androide captò forte e chiaro. Il proprio nome. Nel sonno lo aveva guardato girarsi verso di sé, strusciare le lunghe gambe contro le sue, allacciando le caviglie alle sue e, infine, scivolargli completamente addosso, come attirato dalla sua presenza.
Fu allora che desiderò poterlo toccare.
Le braccia si sollevarono, ma prima di poter circondare le spalle più sottili di Jared, la propria Sicura si attivò, ricordandogli il divieto di toccare gli esseri umani. Serrò i denti, forzando le proprie braccia, sentendo i circuiti gemere e i piccoli bulloni che tenevano unito l'armatura di metallo che formava lo scheletro rivestito dalla pelle sintetica allentarsi. Davanti ai propri occhi aveva ancora l'immagine dell'altro umano che circondava le spalle del Padrone con il braccio. In quel momento aveva voluto essere al suo posto. Aveva voluto abbracciarlo. Stringerlo a sé. Avere il suo calore.
La punta delle dita sfiorò il pigiama di Jared, poi il suo collo ed infine si aprirono alla sua schiena, mentre le braccia dell'androide lo stringevano contro il proprio petto e, da quell'istante, qualcosa dentro di lui si ruppe.
< program "safety catch" warning >
File corrotto;
Ricerca di errori;
Avvio scansione;
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Fallita;
Diagnosi:
Prototipo numero 001: danneggiato;
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