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13 November 2014 @ 09:06 pm
[Captain America: The Winter Soldier] The Passenger  
Characters: James Buchanan Barnes; Steve Rogers { nominated };
Pairing: Bucky x Steve { stucky; friendship };
Rating: NC-17;
Genre: Angst;
Waring: slash; violence; movieverse;
Prompt: rosso | arancione | giallo | verde | azzurro | viola | indaco
Words: 2.300
Note: Ci sono molte altre cose che avrei voluto scrivere nella fic, ma che non ho avuto il tempo - o la forza di volontà - di aggiungere e l'idea che avevo in mente, alla fine non si è sviluppata proprio come volevo, ma mettiamola così: è il mio primo giorno. [.cit]
Veniamo alle cose importanti: per chi non se lo ricorda 32557, è il numero di matricola militare di Bucky che anche nel film ripete insieme al proprio grado (i militari prigionieri di guerra avevano l'ordine di rifiutarsi di comunicare al nemico notizie di qualsiasi genere, salvo generalità, grado e numero di matricola). Il titolo della fic, in realtà è nato per questo post.
Disclaimers: I personaggi di Captain America appartengono alla Marvel e a chi di diritto.
Scritta per la Prima Settimana: Trial of Water di WRPG @maridichallenge


I'm falling apart, I'm barely breathing
With a broken heart that's still beating
In the pain is there healing?
In your name I find meaning
So I'm holdin' on, I'm holdin' on, I'm holdin' on
I'm barely holdin' on to you
Broken - Lifehouse

Non c'è dolore. Non subito. C'è solo il freddo ed un letto di ghiaccio in cui crede di aver dormito per sempre, tanto che quel ghiaccio deve essergli entrato dentro, sotto la pelle, in bocca, in gola, nelle vene, in ogni ferita e in ogni osso del suo corpo.
Non c'è dolore. Anche se quello che scorge tra la neve è un braccio umano e la sua spalla è vuota { Dio, non c'è più niente attaccato! } e il sangue non smette di colare in una pozza che si allarga sotto di lui, abbandonando il suo stesso corpo. Uccidendolo.
{ Fermati, torna indietro. }
Il sangue scorre, la neve cade, un treno fischia e nulla tornerà indietro.
Nessuno tornerà indietro per Bucky.
«…steve…»

La prima volta in cui gli occhi si aprono, lo rimangono per pochi secondi soltanto, il tempo di venir investito da una luce gialla ocra in cui spera di riconoscere un volto amico. Invece ci sono occhiali rotondi a galleggiare in quella luce, occhietti piccoli, un sorriso meschino e un accento tagliente come la sega circolare che ruota feroce divorando le ossa, appianando una spalla senza braccio che, con orrore, scopre essere la sua.
E fa male. Questa volta fa così male che urla, piange e, se non fosse trattenuto da tutte quelle mani, si sarebbe piantato un coltello nel petto pur di non guardare quello che gli stanno facendo e azzittire il dolore che gli scoppia nei timpani.
Un guanto che puzza di alcol etilico gli schiaccia la bocca, soffoca le urla e il respiro, e poco prima che lo spiraglio di luce { una luce gialla, una luce del colore di Steve. Steve. Steve… steve… ste…ve… } si annerisca sotto le sue palpebre, gli occhi dell'uomo con gli occhiali lo fissano e la bocca riempie il suo grado ed il suo nome di spigoli «Sergente Barnes.»
Hail Hydra.

Bucky ricorda bene quale sia il sapore di un'anestesia per endovena: sale fino in bocca ed è acido, acre, gliela impasta, depositandosi sulla lingua che ha smesso di collaborare e, chiacchierare con l'infermiera più carina dell'ospedale, diventa impossibile. Ricorda il sapore di un'anestesia perché, pochi minuti dopo, Steve gli porge un gelato al gusto fior di panna con scaglie di cioccolato e lo insulta { Jerk! } quando lui gli chiede se può imboccarlo, perché dopo essersi fatto togliere le tonsille se le merita un po' di coccole.
Ricorda il sapore di un'anestesia e non è lo stesso che sente pizzicargli la lingua ora. Questo è ferruginoso, si raggruma in un nodo che gli ostruisce la gola e, anche se non vorrebbe più vedere o sentire nulla, lo sguardo si spalanca, la luce gli brucia gli occhi riempiendoli di lacrime e Bucky soffoca, gorgogliando con la bocca piena del proprio sangue e i denti stretti a un morso di cuoio che gli hanno infilato troppo tardi. Si è morso la lingua quando era incosciente, mentre scintille elettriche bruciano uno ad uno i nervi della sua spalla vuota e il suo corpo reagisce male; le convulsioni gli spezzano quasi la schiena e lui, per la prima volta – la prima di tante altre che verranno –, diventa uno spettatore impotente alla ricerca di ossigeno, intrappolato in un pezzo di carne che uomini in camice stanno maciullando.
Una mascherina verde urla ordini allarmati in tedesco e le scintille si spengono; quando lo tirano su di peso per girarlo, Bucky vomita, tossisce, respira.
È ancora vivo, ma lo è solo a metà.

La terza volta che ha la forza di aprire gli occhi, qualcosa sta occupando la spalla che prima era vuota.
Un medico tedesco entra frettolosamente nella stanza e Bucky ha a malapena la forza di pensare che potrebbe essere l'inizio di una barzelletta { Ci sono un tedesco, un italiano e un americano }, che potrebbe fare una battuta sul volto da topo del dottore dagli occhialini rotondi, se non fosse per quel qualcosa che pesa, penzolando dalla sua spalla sinistra. Pesa, scotta ed è così freddo da scuoterlo a causa dei brividi e non riesce a capire come sia possibile.
Continua a venir inondato da scosse elettriche – impulsi mandati attraverso cavi collegati ad un computer ronzante che finiscono infilati dentro di lui – e il suo istinto è quello di sollevare il braccio e strapparsi di dosso qualsiasi cosa, compresi i medici che circondano il tavolo operatorio su cui l'hanno sbattuto.
È abbastanza cosciente da sapere che non c'è più alcun braccio da alzare, lo ha visto, lontano dal suo corpo, perso nella neve; eppure, quando il cervello segue l'impulso, quel qualcosa attaccato alla propria spalla si solleva e un pezzo di metallo della forma di una mano geme muovendo cinque dita argentate.
{ Che cos'è? Che cosa mi state facendo? Che cosa mi avete fatto! }
Spalanca la bocca, ma l'urlo è vuoto – a differenza della sua spalla sinistra – e quando la voce gli ritorna, con l'immagine di una mano di metallo stretta al collo di un medico tedesco e la sensazione delle ossa che si spezzano tra le dita, quello che esce è un mormorio infinito fatto di cinque numeri { 32557 } che continuano a ripetersi.
«Mettetelo nel ghiaccio.»
Un topo parla, troppe mani lo toccano, lo afferrano, lo tirano, lo strattonano e lo sbattono in un armadio di ferro.
{ Fatemi uscire! } ma prima che il pensiero ottenga un suono, il tempo si ferma.
Tutto quello che rimane è l'abbraccio di una camicia di forza fatta di ghiaccio e un volto uguale al suo riflesso sul vetro dell'oblò che lo fissa con occhi sbarrati.

Gli occhi sono ancora lì, incollati ad un vetro gelido, quando il ghiaccio nell'armadio – che è una camera criogenica – si scioglie. Bucky torna nel mondo dei vivi con il tonfo sordo del suo corpo caduto a terra e il respiro rotto da brividi di freddo, un freddo che sente penetrare nelle fessure del braccio finto, immobile come un accessorio aggiunto per mero abbellimento di cui non possiede le istruzioni. E non le vuole. Vuole invece il suo braccio, vuole uscire da quel posto, calciare culi tedeschi, mangiare cibo di cui sia in grado di pronunciare il nome e restare a mollo per sempre in un bagno caldo.
Vuole solo tornare a casa – al sicuro. E rivedere Steve.
{ Steve… }
Spera con tutto il cuore che sia sopravvissuto – ricorda come fosse appena accaduto, come stesse ancora accadendo, il buco nel treno, la sua mano tesa, la sua voce che lo chiama e il vuoto in cui cade, cade, cade e continua a cadere. E allora non gli resta altro che sperare che almeno lui sia salvo.
«Steve…» parlare è un'agonia: deve spingere ogni lettera sulla lingua attaccata al palato, oltre a labbra screpolate dal freddo che non sa più come muovere.
Quanto tempo è passato da quando lo hanno rinchiuso nel ghiaccio?
Facce nuove – non sono più solo dottori, ci anche divise di un colore cupo e colbacchi poggiati su tavoli di ferro – si affacciano affascinate sul suo corpo, la punta di uno scarpone nero lo calcia al fianco e nella lingua dura di un uomo { Non è tedesco, perché non è tedesco? } riconosce le parola Americano e Cadavere. Parlano di lui, si chiedono se sia morto e, quando il dorso dello scarpone gli solleva malamente il mento, il proprio sguardo si fissa in un mare di rosso { Sangue? No… un rettangolo… una bandiera… } in cui veleggia una macchia gialla.
Giallo.
Come Steve.
Perché, anche se alcuni potrebbero pensare che il colore di Steve sia il rosso, il blu o il bianco – il colori dell'America – Bucky lo sa che non è vero.
Il colore di Steve è il giallo. Quello brillante di un sole d'estate.
«…Steve…»
E il verde. Quello intenso della speranza.
Le labbra hanno riscoperto il sorriso ed anche se è stanco, se i denti battono per un freddo che gli sembra nascere direttamente da lui, Bucky sorride.
Il topo – l'unica faccia che riconosce tra facce nuove e tutte uguali – lo guarda. Lo studia e anche in lui vede un topo, un topo da laboratorio.
«Ripulitelo.» c'è divertimento nel suo ordine, un ghigno compiaciuto che si allarga, mentre guarda il suo topo dibattersi. Ma Bucky è debole, i muscoli sono atrofizzati e i fermi di metallo della sedia a cui lo incatenano gli bloccano le braccia, le gambe e perfino la testa. Ha paura che gliela aprano, che giochino con il suo cervello. Ha paura di spezzarsi, questa volta.
«Addio, Sergente Barnes.»
Non è pronto a quello che accade e la paura diviene una realtà da cui non riesce a scappare. Tangibile nel dolore che gli scava il cervello.
«…steve…»
«Ancora.»
Grattando via pezzi di lui.
«…steve…»
«Ancora.»
La vigilia di un natale di qualche anno fa, il suo primo bacio, il secondo, il terzo, il quarto, le pareti grigie di un orfanotrofio, l'odore di mamma di Miss Rogers, il sapore della sua torta di mele, le partite di baseball dei Dodgers, i giorni di pioggia a Brooklyn, quelli di sole, di nebbia, di primavera, d'estate e d'autunno…
«…steve…»
«Ancora.»
Cibandosi dell'identità di Bucky Barnes.
«…steve…»
Fino a lasciarlo solo in un inverno bianco.
«…s…t…e…v…e…»

Il primo giorno d'Inverno, Bucky è un bambolotto di carne ferita e ossa spezzate, rannicchiato sul pavimento di una cella spoglia in cui qualcuno, prima di lui, ha intagliato centinaia di tacche sui muri scrostati, sperando di tenere il conto di un tempo che non passa mai.
Non ha vestiti. Non ha coperte. Ha solo la sua pelle gelida fatta di cicatrici vecchie, di lividi nuovi e di quel braccio di metallo che abbassa ancor più la sua temperatura corporea.
La testa è vuota. Non c'è quasi più niente, non c'è più nemmeno il suo nome completo e, a malapena, ci sono dei numeri { 325… 5… 32… 3… 3… 3… } insieme a due colori. Giallo. Il giallo caldo dei sorrisi di Steve. E verde. Perché non ha smesso di credere che lo troverà.
Dopotutto non è così vuota la sua testa.
Il tentativo di sorridere si trasforma in un gemito di dolore in cui i polmoni si accartocciano su loro stessi, rifiutandosi di riempirsi d'ossigeno, e ogni cavo del braccio collegato ai nervi della spalla tira, lanciando segnali ad ogni minimo movimento che fanno ridisporre le placche argentate dell'arto, alla ricerca dell'incastro corretto. Non riesce a sentirlo come suo, non riesce a farlo funzionare e ogni volta che ci prova è così pesante che teme possa staccarsi da un momento all’altro e strappar via anche il resto della spalla.
Ma va bene.
Lui non si è ancora spezzato. È ancora lì, da qualche parte nello sguardo che vaga oltre le sbarre della sua cella verso un calendario appeso al muro che segna l'anno sbagliato: 1948. Ci sono tre anni di troppo.
E, all’improvviso, c'è una domanda che rimbalza da una parete all'altra di una testa quasi vuota: quando ci è arrivato in quella cella?
Quando? Quando? Quando? Da quanto tempo lo stanno tenendo prigioniero…? Da quanto? Quanto? Quanto…

Ci sono stati altri giorni d'inverno, giorni in cui lo hanno svegliato con secchiate d'acqua fredda e quasi affogato in bagni di ghiaccio, finché quell'inverno non ha cominciato a costruirsi un nido tra le cellule del suo corpo, ricoprendo di neve anche quel poco che rimaneva del suo nome.
Солдат è il modo in cui lo chiamano. Soldato. Con risate di scherno, nell'averlo privato anche dei suoi gradi, od ordini secchi e duri, perché impari ad obbedire in silenzio. Ma Солдат è un figlio di una cagna americana e l'obbedienza, quelli come lui, non sanno cosa sia finché non la imparano con la forza.
«Ripulitelo.»
E anche allora lui si piega, arranca, striscia, trascinandosi dietro un braccio di metallo non più così finto.
«Mettetelo in isolamento.»
Ma non si spezza.
«In cella.»
Non
«Finché non implorerà pietà.»
si
«Mettetelo nel ghiaccio.»
spezz–
{ …uccidetemi… }

Nel sonno criogenico, Солдат cade. Cade sempre. Cade ininterrottamente. Cade senza poter scegliere, perché nei sogni non scegli, subisci soltanto, tutto quello che il tuo inconscio vuole lanciarti addosso. Ed il suo inconscio è come i sovietici, vuole punirlo. Loro per quello che è, lui per quello che è diventato.
Cade.
Da un treno che non porta da nessuna parte e non sa più da dove sia arrivato, nè perchè vi sia salito sopra.
Cade. E continua a cadere. E cadere. E cadere. E quella luce dorata che un tempo credeva fosse così calda, ora è solo un punto lontano, solo una macchia sporca nella sua immaginazione. E quella speranza di un verde così intenso che credeva potesse indicargli una via d'uscita, ora è solo il colore sbiadito di uniformi su cui è cucita una stella insanguinata.
Conservato sotto ghiaccio, Солдат cade e non importa quanto disperatamente tenda la sua mano – è un gesto che fa sempre, prima che lo spengano – non c'è nulla a cui aggrapparsi. Non c'è nessuno che lo afferri.
{ Eppure qualcuno c'era… }

Alla fine, gli inverni si ripetono.
{ Svegliati. Allenati. Obbedisci. Uccidi. Missione compiuta. Torna a dormire. }
Gli occhi che lo accolgono riflessi sul vetro della camera criogenica non sono più i suoi, appartengono a un volto che non riconosce e di cui non sente il bisogno di sapere nulla, se non che il nome a cui deve rispondere adesso è Winter Soldier.
{ Svegliati. Allenati. Obbedisci. Uccidi. Missione compiuta. Torna a dormire. }
La macchia gialla della sua immaginazione ha preso contorni definiti: una falce, un martello ed una stella, disegnati in una bandiera rosso sangue.
{ Svegliati. Allenati. Obbedisci. Uccidi. Missione compiuta. Torna a dormire. }
Il braccio sinistro è la sua migliore arma e quando lo muove il suono dell'argento è una sinfonia di pistoni che rafforzano il muscolo del bicipite di metallo, placche che danzano in un'eleganza mortale e dita forti in grado di spezzare il cemento.
{ Svegliati. Allenati. Obbedisci. Uccidi. Missione compiuta. Torna a dormire. }
L'inquilino che un tempo occupava quel corpo, non ha più voce, non ha più forza, non ha più Nulla.
{ Svegliati. Allenati. Obbedisci. Uccidi. Missione compiuta. Torna a dormire. }
James Buchanan Barnes è morto, lasciando al suo posto un fantasma senza passato e senza alcun futuro: «Hail Hydra.»



«Bucky?»
{ Svegliati. }
«Who the hell is Bucky?»
 
 
Current Mood: shockedshocked
 
 
 
iced_dusticeddust on November 17th, 2014 10:38 pm (UTC)
Liv Journel fatti capire.
allora, dopo aver scoperto come funziona questo malefico blog, fingiamo che l'abbia sempre saputo e lanciamoci in un commento che sia esprimibile a parole e non in lamenti di dolore. Purtroppo come ben sai io non posso giudicare né il pg né il back ground, né la relazione con Steve perché sono una persona orribile che deve decisamente recuperarsi dei film, quindi mi concentro magari di più su quello che mi ha evocato. XD ho trovato a dir poco straziante ma bella la trasformazione di Bucky nel Winter Soldier. specie perché parallelamente sempre di più si allontava l'immagine di Steve, (che poi dai, la cosa che lui è il sole d'estate che scalda e lui è l'inverno, sigh. ç__ç)e mi ha fatto soffrire/empatizzare pur non sapendo la sua storia, ciò significa che è descritta proprio bene e aveva la giusta dose di introspezione. XD anche se ammetto che è tosta una full immertion in quell'angst reso passo passo. XD poi la metafora dell'inverno bianco per la mente senza memoria, bellissima. ma in generale anche in giro nelle altre frasi, anche quelle più secondarie diciamo, ho trovato giochi di immagini davvero evocativi *__* no davvero, potrei parlarti per mille anni di come mi piace come scrivi. XD magari una volta che ci sentiamo mi faccio spiegare un paio di cose che non mi sono chiare così magari inizio già a tappare i buchi della mia ignoranza. XD anche la cosa delle frasi spezzate quando parlano di metterlo in isolamento, e l'ultima la frase ripetuta, hanno reso un sacco! (oltre ad essere utile per cavare qualche hp al boss, dehehe! è__é/) e niente, mi dispiace esaurirmi in commenti un po' di settore e non poter spaziare. XD ora torno a fingere di sapere come si usa questo blog del cavolo. è__é""